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Il Carnevale di Londra

Carnevale, sinonimo di divertimento, spensieratezza, scherzi, travestimenti nelle più strane fogge, tanta allegria, irriverenza e, sopratutto, buffonate, tante buffonate.Dicono, gli storici, che tale manifestazione non sia altro che la continuazione delle Saturnali dei romani e delle Dionisiache greche. E tutti sappiamo chi era Dioniso: certamente non dirigeva un educandato. Anche Lucio Apuleio ne parla nelle sue Metamorfosi. E, sicuramente, queste feste si svolgevano anche presso i Celti: e ciò non è ignoto al futuro presidente della Padania: il coltissimo e forbito Bossi.
Vecchi e pargoli, ammalati e sani, ipocondriaci e menefreghisti, nobili e plebei, cattolici e buddisti, ladri e politici, analfabeti ed intellettuali, astemi e bevitori, paesani e cittadini: tutti accolgono con gioia il Carnevale.
Tre giorni di oblio, quando il proibito sarà la regola.
Panem et Circenses: la filosofia dei latini.
Per qualche giorno ci si dimentica delle quotidiane penurie. Addio – anzi arrivederci – a debiti, malattie, politici ladroni, scoperti in banca, vecchie auto ridotte a macinini, vicini di casa antipatici, suocere, cognati scrocconi, reumatismi e artriti.
Addio, per poche ore, alle calamità che madre natura ci propina con metodica e sadica regolarità.
Semel in anno licet insanire: sempre i nostri goderecci avi latini.
Ovviamente – lo so, il colto direbbe lapalissianamente – il più famoso carnevale è quello di Rio de Janeiro.
Io, da giovane, ho avuto l’opportunità di assistervi. E come dimenticarlo?
Un fantasmagorico spettacolo: policromia, luci, inimitabili carri allegorici, vestiti da fiaba, canti, musica, balli sfrenati e, dulcis in fundo, le ragazze.
Statuesche, altro che Prassitele o Fidia, giunoniche e discinte: lasciano poco all’immaginazione. Una indelebile fotografia che mi terrà compagnia fino all’ultima dipartita da questa provvisoria residenza terrena.
In fatto di carnevali l’Italia non è seconda a nessuno. Famosissimo quello di Venezia: un poco snob, molto barocco, per i ricchi; e poi, Viareggio, Acireale, Polignano e mille altri. In tutti i centri abitati: italiani carnascialeschi.
Anche nel nostro paese, da ragazzo, assistevo a festeggiamenti memorabili.
I mezzi erano scarsi; ma la fantasia, la maestria, l’inventiva, la verve istrionica della gente erano tali da fare di questa festa dei piccoli capolavori della commedia dell’arte.
E poi, c’era Salvatore D’Eraclea: lo possiamo benissimo definire un Dario Fo ante litteram. L’epicureismo delle sue graffianti satire degno del migliore Orazio.
Su questo tema si dilunga con dovizia di particolari Vito Teti nel suo interessantissimo libro: Pietre di Pane, pagina 141. Leggetelo, ne vale la pena.

Quello che non sapevo era che ci fosse anche un carnevale di Londra.
Venerdì scorso: sono al telefono con il mio vecchio amico Domenico da Buenos Aires – a proposito dei nomi: non ci posso fare niente, ma tutti i miei amici hanno nomi normali; niente esterofilia, niente esotismi, ma semplici: Antonio, Nicola, Vincenzo, Salvatore e simili.
Gli usuali saluti. E mi chiede cosa sto facendo.
– Veramente sto guardando la TV. Sai, qui in Canada, trasmettono da Londra una sfilata di carnevale.
Dall’altra parte qualche minuto di silenzio.
– Senti, Peppino, sono le nove del mattino; non è che hai bevuto?
– E perché, scusa, che ho detto di strano? Sto assistendo ad una bellissima festa di carnevale che si sta tenendo a Londra.
Stavolta il silenzio di Domenico, detto Menego, è più lungo:
– Ascolta Peppe, anche in Argentina abbiamo la stessa trasmissione. In tutto il mondo.
Quello che tu stai guardando è la celebrazione di un matrimonio.
– Senti, Menego, allora mi sa che hai bevuto tu. La grappa fa brutti scherzi. Che io sappia, Menego, il matrimonio è una cosa seria. È un rito molto semplice e solennemente ieratico. Sono due persone che stanno per decidere del futuro della loro vita, mentre lo spettacolo a cui sto assistendo è degno della migliore tradizione carnevalesca. Senti Menego, dà un’occhiata ai vestiti che indossano i partecipanti. Uno sguardo ai cappellini delle signore. Ma tu davvero credi che una persona, in condizione di intendere e di volere, abbia il coraggio di andare per strada così conciata?
– Peppino, rendetene conto, questo è un matrimonio importante.
– Ascolta Menego, tutti i matrimoni hanno la stessa importanza.
– Sì, ma questo non è fra comuni mortali. Lo sposo,un giorno sarà re. Hai capito? Re.
– E perché sarà re?
– Bepi, testa di calabrese, come perché? Dà un’occhiata al biglietto di visita della nonna, che poi sarebbe la signora che gli trasmetterà il titolo: c’è scritto: Regina deo gratia. Ora capisci? Regina per grazia di Dio.
– No, non capisco; questo particolare mi è nuovo. Non sapevo che Dio si occupasse, oltre che di santi e beati, anche di araldica e distribuisse titoli a destra e manca. Io ero convinto che i titoli si acquistassero per meriti acquisiti sul campo. Un’altra cosetta: ricordo che da bambino ho assistito a diversi matrimoni nel mio rione (la ruga de la Papa). Ancora conservo in bocca il sapore di quei dolci e mielosi fichi secchi. E qualche volta ci scappava anche un prezioso confetto se non, in rari casi, un goccetto di vermouth. Ah, aspetta Menego: tutte quelle persone sono morte senza sognarsi di cambiare coniuge. Ascolta, sono sempre del parere che non si possono umiliare due bravi e simpatici ragazzi, almeno così mi sembrano i due ragazzi che sto vedendo, con una carnevalata del genere.
– Bepi, allora non hai capito niente della vita.
– E non capirò mai niente.
Il popolo sovrano ha bisogno di santi e di eroi.
Panem et circenses.
Circenses sine panem.

 

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".