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El Cabezon

Nestor Rossi, Enrique Omar Sivori e Peppino de Gennaro

Argentina. Buenos Aires. Anno: I cinquanta.
Barrio Palermo. Il più bel rione della città. Un amalgama ed una gradevole confusione di modernissimi edifici e costruzioni coloniali che ricordano Andalucia ed Estremadura.Illimitati parchi ricchi di alberi secolari. Il giardino zoologico. Il giardino botanico meta di studiosi di tutto il mondo. È attraversato verticalmente dalla Avenida Libertador, più un viale che una strada. La prima volta che l’ho vista mi ha ricordato una matrona romana. Sul lato orientale scorre il Rio de la Plata. Campi di golf, di tennis e di polo – eritaggio della folta colonia inglese. C’è l’ippodromo, dove la gente entra sorridente ed esce con le tasche vuote: ci sarà una prossima volta. Si trova anche la famosa ed infame accademia militare dove i generali – alcuni di loro figli di calabresi – ospitavano i futuri desaparecidos. Tutti sapevano, soltanto Santa Romana Chiesa lo ignorava.
Nella parte centrale del barrio c’è una piccola enclave chiamata Palermo Chico. Vi si trova il museo dedicato al Generale San Martin, il Libertador che ha mandato via, in mala maniera, i colonialisti spagnoli. San Martin insieme a Simon Bolivar e Josè Artigas sono gli artefici delle guerre d’indipendenza sudamericane. Vi si trovano molte sedi di ambasciate circondate da giardini favolosi. E ci vivono i grandi latifondisti. La zona è off-limits per i comuni mortali. Per abitare qui bisogna possedere almeno centomila pecore.
E, dulcis in fundo, c’è lo stadio del River Plate, la mia squadra e la grande rivale del Boca Juniors, la squadra fondata dagli emigrati genovesi.
Io abito nella Calle Sinclair, quasi al confine con il barrio Cabildo e a cinque isolati dallo stadio. A tre isolati, sul lato ovest, si snoda la lunghissima Avenida Santa Fè – Santa Fede.
Breve nota: in tutta l’America latina si trovano decine di città, piccole e grandi, e centinaia di strade chiamate Santa Fè. L’origine: a pochi chilometri da Granada – Spagna – c’è una località chiamata Santa Fè. Qui venivano i re cattolici, dopo la cacciata dei mori, a villeggiare; a portata di mano avevano la fresca Sierra Nevada. E, qui, Isabella la Cattolica ha dato la fiducia e le navi a Cristoforo Colombo.
Sull’Avenida Santa Fè, appena prima della ferrovia Bartolomè Mitre, c’è Plaza Italia dove troneggia il monumento a Garibaldi – in verità non molto amato dagli argentini, ma questa è una storia lunga.
Giusto davanti al monumento, la stazione della metropolitana. Senza dubbio una delle più belle e funzionali nel mondo. Si snoda su tre tentacolari livelli degni di una grande metropoli.
Giornalmente faccio il percorso da Plaza Italia alla stazione Avenida Pueyrredon. A tre isolati c’è la Calle Mansilla. Qui si trova la scuola italiana Cristoforo Colombo.
Va dalla prima elementare alla maturità classica. L’edificio non è grande per cui gli alunni fanno i turni, con la mattinata riservata ai più giovani. Per me i turni non erano una novità: al paese li abbiamo sempre fatti. Avesse dimenticato, almeno una volta, Mastro Vincenzo “lu varvere” di suonare la campana!
La scuola era un piccolo modello didattico. Nell’anteguerra era soltanto a livello elementare; dopo la guerra il governo italiano non aveva abbandonato i gerarchi fascisti, scappati coraggiosamente con le loro famiglie. Erano molti ed importanti. E sempre con la stessa arroganza e tracotanza. E molti di loro sono arrivati con molti, molti soldi. C’era anche Vittorio Mussolini e famiglia. I figli frequentavano la nostra scuola. Per dovere di onestà, debbo precisare che lui viveva di lavoro e manteneva un basso profilo. Io ho avuto occasione d’incontrarlo spesso a Montevideo, al circolo italiano. Aveva paura di avermi come compagno quando giocavamo a carte: diceva che ero una “schiappa”.
Torniamo alla scuola: una parte degli insegnanti erano ebrei italiani scampati alle leggi razziali del fascismo. Qualcuno di loro per me indimenticabile. La signorina Grassi. Romana, sessantina. Era stata alunna di Pirandello. Una miniera di aneddoti e di cultura.
Il professore Giacometti, parente di un famosissimo scultore. C’era un cugino di Primo Levi. Il preside si chiama Paparelli. È di Salerno. Un grande umanista. Si poteva stare ore ed ore senza stancarsi ad ascoltarlo parlare di Dante. Impenitente donnaiolo, spesso nei guai con mariti traditi.
Ah, ora ricordo. Fra gli alunni c’era un ragazzetto di due o tre anni più giovane di me. Il padre era console a Cordoba. Questo ragazzo si muoveva gesticolando come una marionetta e, quando apriva bocca, storpiava le parole. Il suo nome era Luca Giurato. Ho saputo che ha fatto una brillante carriera nella televisione italiana. Ed ho saputo che ancora continua, imperterrito, ad incasinarsi. Beh, contenti voi, contenti tutti.
Torniamo a noi. Scendevo alla stazione Pueyrredon e camminavo fino alla Calle Mansilla.
Giusto all’angolo, era l’ultimo anno di scuola, si è aperto un locale con la Rappresentanza della Gilera.
Una moto famosa in Argentina.
Un giorno di pioggia, ero in anticipo sull’orario, entro per curiosare.
Che sorpresa! E chi si aspettava una tale sorpresa.
– Disculpe, Usted, Usted es Nestor Rossi.
– Claro que sì, hombre.
Il titolare della rappresentanza della Gilera era, nientemeno, Nestor Rossi. Il capitano del River Plate e della Seleccion. Precisiamo per i più giovani, che allora i guadagni dei calciatori non erano indecenti come adesso, per cui tutti avevano altre attività.
Rossi era alto, imponente, un vero Marcantonio. Giocava con la maglia numero cinque – allora era chiamato centromediano. Gli attaccanti lo conoscevano e lo temevano. Che classe! Era famosissimo in latinoamerica. Aveva, anche, giocato insieme a Di Stefano nei “Millonarios” di Bogotà. Squadra che era stata esclusa dalla Fifa.
Nestor Rossi per gli amici era Pippo.
Una simpatia reciproca. Siamo diventati subito grandi amici. Io lo chiamavo Pippo e lui mi chiamava Josè el Flaco. Qualche volta uscivamo insieme. A cinema: non ci perdevamo i film di Totò, oppure a farci un bicchiere nella cantina di un calabrese di Tropea. Da allora ho sempre avuto i biglietti per il River e per la Nazionale.
Voleva che gli insegnassi l’italiano. Adorava tutto ciò che era italiano. In fondo si chiamava Rossi.
Un pomeriggio entra un ragazzo della mia età. Capelli arruffati; viso corrucciato; certamente di cattivo umore.
– Buenas – ha mormorato.
– Che (leggi ce) pibe, oggi sei fortunato – fa Rossi. E girandosi a me:
– Lo conosci?
Se lo conosco? Tutti, in Argentina e nel mondo del calcio, conoscono “Los Angeles de la cara sucia” (gli angeli dalla faccia sporca): Sivori, Angelillo e Maschio. Che pena vedere il calcio adesso, dopo aver assistito ad un paio di partite fra Argentina e Brasile.
Argentina con Los Angeles de la cara sucia, Rossi, Carrizo, il vecchio Labruna.
Il Brasile con Didì, Vavà, Djalma Santos, Garrincha ed un ragazzetto appena diciassettenne dal curioso nome: Pelè.
Che Partite! E che battaglie!
Quel pomeriggio mi stava davanti Enrique Omar Sivori.
– Encantado – dico stringendogli la mano.
Lui risponde con un paio di indecifrabili parole. No, non era un grande comunicatore.
Sivori, di circa dieci anni più giovane, era il pupillo di Rossi. Lui lo aveva voluto nel River quando ancora era uno sconosciuto. Lui lo aveva chiamato la prima volta “Cabezon”.
Erano due fratelli. E così saranno per tutta la vita. Sivori ha chiamato il primo figlio Nestor come Rossi, che ne è stato il padrino. E da allora Sivori si è sempre rivolto a Rossi chiamandolo con affetto e rispetto: Compadre.
– Che, perché sono fortunato?
– Perché El Flaco ti insegnerà i primi rudimenti della lingua italiana – e, rivolto a me – Enrique – così era conosciuto in Argentina – questa mattina ha firmato per “la Giuventus” – Sic: giuventus.
E Giuventus diceva Sivori. È migliorato dicendo “guventus”, un paio d’ore ed è riuscito all’esatta pronuncia.
I pochi mesi che l’ho frequentato ho imparato a conoscerlo bene.
Burbero, scorbutico, introverso. Di fuori. Cattivo e litigioso sul campo.
Di dentro: una persona di una tenerezza quasi infantile. Immensa bontà e pietà verso il prossimo. Modestissimo. Di una sincerità sconcertante. Non aveva vizi. Non ha mai sprecato un centesimo. Ha saputo amministrare oculatamente i suoi guadagni – questo me lo ha detto Rossi anni dopo. Attaccatissimo alla famiglia. La dea bendata che gli è stata accanto sui campi di calcio, spesso gli è stata avversa nella vita.
Era contento quando gli ho detto:
– Lo sai che siamo paesani?
– Tu non sei nato a San Nicolas.
– Ti sbagli, Enrique, anche io sono nato a San Nicolas. Non era de los Arroyos ma quello di Crissa, ma anche noi avevamo un arroyo (torrente) e si chiama Dorico.
Si è messo a ridere come un ragazzino.
Presto è partito per l’Italia. Aveva imparato, sì e no, una decina di parole italiane. Rossi lo prendeva in giro:
– Il Cabezon non imparerà mai a parlare italiano. Se quelli della “Giuventus” lo vorranno capire, è meglio che imparino il castigliano.
In Italia è diventato un personaggio irraggiungibile. Leggevamo delle sue prodezze e delle sue litigate con gli arbitri.
Con Rossi siamo stati sempre in contatto. Quando veniva a Montevideo, dove io nel frattempo mi ero trasferito, per le partite della Copa Libertadores – la vostra Champions – era mio ospite. La sera andavamo a farci un bicchiere nella cantina di Sasia, grande amico di Rossi. Sasia, conosciuto come “ciengramos” – centogrammi, tanto era magro – era il centravanti del Penarol e della nazionale uruguaya.
Per Natale, non sempre, dopo che ho lasciato il Sud America, Rossi ed io ci scambiavamo gli auguri. Poi ci siamo persi.
Ci siamo rincontrati dopo una ventina d’anni.
Sono venuti, Sivori e Rossi, in Canada invitati da una squadra locale per parlare di una loro eventuale collaborazione.
Ovviamente sono scappati nel rendersi conto delle condizioni del calcio canadese.
Tramite un comune amico colombiano ci siamo incontrati. Una giornata intera insieme.
Ricordi, ricordi, ricordi. Abbiamo parlato di tante cose. Ci siamo lamentati del mondo cambiato. Abbiamo elencato i nostri successi ed i nostri fallimenti.
Rossi sempre sorridente ed ottimista. Sivori triste, taciturno e corrucciato.
Qualche parola sono riuscito a tiragliela fuori:
– Enrique, come te la sei passata con Agnelli?
– Un hijo de puta – sic – ci trattava come suoi schiavi. L’unico che gli rispondeva a tono era Boniperti. Però alla Juventus debbo tutto.
– Enrique, il ricordo più bello dell’Italia?
Una risata fragorosa:
– Il Signor Concetto Lo Bello. Grande arbitro e grandissimo “hijo de puta”.
E, via, a raccontare un paio di solenni litigate accompagnate da cartellino rosso.
Era grato all’Italia ed agli italiani per quello che gli avevano dato.
Anche Rossi mi ha raccontato che era stato in Italia. Era stato chiamato, come allenatore, in Campania. Non ricordo la città, ma ricordo che mi ha detto:
– Flaco, una giungla. Dopo tre settimane me ne son dovuto scappare.
La sera li ho accompagnati in albergo. Durante il percorso nessuno di noi parlava. Sapevamo benissimo che questa era l’ultima volta che ci si vedeva. Buenos Aires, La Avenida Pueyrredon angolo Calle Mansilla, solo un nebuloso ricordo.
Un ricordo della passata gioventù che lascia, per me, una scia di profumo di ginestra.
Prima se ne va El Cabezon. Non era ancora vecchio.
Pippo lo segue. Ma almeno lui aveva raggiunto gli ottanta.
Io, se possibile con le volontà di madre natura, penso di aspettare ancora, ma non molto.

Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai de sotterraneo foco

(La Ginestra di Leopardi)

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".