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Alla ricerca della cantina perduta

Si dice – ed io ci credo, perché no? – che già Noè coltivasse la vite.
Siamo sicuri che un bicchiere di Cirò mitigava la stanchezza degli atleti partecipanti alle Olimpiadi in Grecia.Uno storico greco scrive che il filosofo Crisippo – vissuto nel terzo secolo a.C. – è morto all’età di settantasette anni per aver bevuto molto vino durante una libagione insieme ai suoi giovani discepoli.
L’epicureo Orazio, nel suo viaggio da Venosa a Roma, ha avuto pochi momenti di sobrietà.
– Carmina non dant panem, sed vinum.

Nemmeno i santi papi resistevano al richiamo di un buon bicchiere dei Castelli. Infatti, prima di partire per visitare la provincia, mandavano in avanscoperta un cardinale affinché si accertasse della qualità del vino.
Tutti conosciamo la storia del “Est! Est!! Est!!!”.

Calabria. La Guerra è appena finita.
Il piccolo Dafni conosceva le cantine, ma soltanto da fuori. Le donne lo avevano avvisato: li dentro c’è il peccato. Vade retro satana!
Si sa che nelle cantine non si trovano i trappisti e che gli avventori non usino un linguaggio da Accademia della Crusca.
Nel paese le cantine non mancavano. Erano il bar, il club, il circolo ricreativo.
In linea di massima questo era l’arredamento della cantina: due enormi maestose botti con vino rosso. Una botte piccola per il bianco, tenuto in scarsa considerazione: roba per donne. Nessun dubbio che il vino veniva rigorosamente “battezzato”. E più di una volta.
Il bancone del cantiniere. Un paio di tavoli con le panche. Basta, non c’era altro.
La sera abbastanza frequentate. I giorni di festa impossibile trovare un posto.
Si va a comprare il nettare portando la bottiglia che il cantiniere riempie direttamente dalla botte. Qualcuno si ferma a bere un bicchiere offerto, con una semplice girata degli occhi da uno dei giocatori.

Eh sì. Perché ci si passava il tempo giocando a carte. Ovviamente pagava chi perdeva. Inoltre si svolgeva un gioco, o forse esiste un altro termine per definire questo passatempo. Era conosciuto come “Padrone e sotto”. E nel novanta per cento delle volte provocava litigate.
Consisteva, questo gioco, che il vincitore era padrone del vino, ma non poteva disporre senza il consenso del vice padrone. Praticamente comandava più il vice che il titolare.
Tanto per rendere l’idea: era come la politica italiana. Decide sempre un partito minore. Per esempio Berlusconi parlava e progettava, ma era Bossi che decideva.
Spesso il “padrone” era costretto a bere tutto pur di non soddisfare le richieste del suo vice.
È noto che ci sono solo due categorie di umani che dicono la verità: questi sono i bambini e gli ubriachi.
E quando i bicchieri sono numerosi, scappa sempre qualche parola scomoda, cioè la verità. Una parola tira l’altra e saltano fuori i coltelli.
Anche fra padre e figlio. Al paese è successo.

Adesso, ad undici anni, ha la fortuna di poterci entrare.
Il padre ha preso un appalto in una cittadina lontana dal paese. Porta con se un gruppo di muratori. Anche Dafni lo segue.
Dopo una lunga giornata di lavoro, i muratori si rilassano, per qualche ora, nella cantina di Don Salvatore. Peppe, il capomastro, porta con se Dafni.
Quattro tavoli di legno grezzo. Stessa cosa le panche. Bicchieri coperti da innumerevoli impronte digitali, che nessuno si cura di levare.
– Il vino ammazza microbi e batteri.

Ripeteva,convinto, don Salvatore, a chi glielo faceva notare.
Due gigantesche botti: vino di Cirò.
Peppe, il capomastro, era certo che quel vino non era mai passato nemmeno vicino Cirò.
– Mezzo litro per ciascuno di noi e, per il giovanotto, – cioè il piccolo Dafni – mezzo bicchiere ed una gassosa.

Ecco dove Dafni ha avuto il battesimo di Bacco ed ha scoperto l’elisir di lunga vita.
Da allora l’amicizia fra Dafni ed il vino è stata leale ed indissolubile.

Le vicissitudini postbelliche lo portano in Argentina.
Durante il periodo universitario frequenta gente amante della cultura. Posto di ritrovo la cantina di Don Roque il catalano, nel barrio Belgrano.
Il vino di Mendoza ha poco da invidiare al vino italiano. Non per niente i pionieri erano toscani.
Nel barrio Palermo c’è la cantina di Manolo il gallego. Una decina di prosciutti appesi e quattro botti. Due di rosso, una di bianco ed una di rosato.
Il rosato sembra che arrivi direttamente da Salice Salentino.
Sì, nel 1969, durante un suo breve soggiorno in Italia, Dafni si trova in Puglia. In una cantina di Salice Salentino ha bevuto il miglior rosato della sua vita.
La cantina di Don Nicolino, a Polignano a mare, Dafni non la dimenticherà mai. Una vecchia e stretta strada stile moresco, quasi su uno scoglio. La cantina ha la forma di grotta come quelle che si trovano a Granada. Due lunghi tavoli con delle rustiche panche.
Il vino è di Manduria. Un rosso corposo, robusto con un gradevole leggero accenno alla ciliegia. E, dulcis in fundo, i bicchieri di terracotta.
Di fronte una piccola macelleria dove si arrostiscono quegli involtini di interiora che solo in Puglia sanno fare. Turcineddi, il nome.
Torniamo a Buenos Aires, barrio La Boca. La cantina di Riccardo, parla più genovese che castigliano, è un covo di letterati, contrabbandieri e giocatori d’azzardo. Il vino è un Cabernet da resuscitare i morti. Va a prenderlo lui personalmente a Las Heras.
Mentre si trova a Valparaiso, – Cile – Dafni ha la piacevole sorpresa di scoprire il Merlot.
Mentre a Punta Arenas, sullo stretto di Magellano, Dimitri – il cantiniere russo – si rifiuta categoricamente di vendere vino bianco.
Stalin, così è conosciuto, asserisce che il vino non puo essere che rosso. Sic et simpliciter.

Nel 1970 Dafni, in una cantina del Trentino, doveva ritrovare ancora il caro Merlot e fare la conoscenza con il Tocai.
La fortuna assiste Dafni quando lavora a Montevideo. Nella città vecchia, vicino al porto e quasi accanto alla casa dove era vissuto Garibaldi, si trova la “Osteria Calabria”.
Don Nicola, il padrone, è nato a Tropea, ma arrivato in Uruguay a cinque anni. Conserva tutte le tradizioni contadine della vecchia Calabria.
Nessuno gli sta alla pari per la pasta; aglio, olio e peperoncino. Semi calabresi doc.
Il vino, un Sauvignon di Canelones, zona dal clima mediterraneo. Si beve anche dell’ottimo Chardonnay. La cantina frequentatissima. Anche Vittorio Mussolini si fermava quando veniva da Buenos Aires.
Bolivia e Perù hanno enologicamente deluso Dafni. Il vino rarissimo. Lo bevono solo i ricchi discendenti dai conquistadores. Per il popolo, distillati vari. La stessa cosa per il Brasile di allora.

Adesso Dafni vive in Canada, in Ontario.
Ordine, civiltà, cultura, serietà.
La birra è su un piedistallo.
Gli alcolici sono monopolio dello Stato. La gallina dalle uova d’oro. Fino a poco tempo fa il vino era considerato il demone, il peccato. Grazie agli emigrati italiani, i canadesi hanno imparato a riconoscere i grandi meriti del vino. E, ad onor del vero, adesso gli alunni non hanno niente più da imparare. Fra poco supereranno i maestri.
Gli Stati Uniti non hanno niente da imparare. I primi coloni provenienti dalla Toscana hanno trovato in California il terreno ideale per la coltivazione della vite.
Si coltiva anche in molti stati del Sud. Il terreno ed il clima lo permettono.
Si beve dell’ottimo vino ed i prezzi sono popolari.
Quando i canadesi, cultori di Bacco, vanno negli Stati Uniti, ritornano sempre con il portabagagli con quattro-cinque galloni di nettare.

Un viaggio all’anno in Europa.
Spagna e Portogallo sono l’Eldorado di Dafni.
Conosce tutte le cantine della Rioja, regione esclusivamente vinicola.
Ancora le cantine rigorosamente vecchio stile. In Andalucia, in Estremadura, nella Mancha. Tavoli di legno grezzo, tovaglioli inesistenti, quattro o cinque botti, dove il cantiniere fa continui viaggi a riempire le brocche di terracotta. Formaggio manchego di latte di capra: un invito a bere. E prosciutti come lampadari. Il prosciutto “Pata Negra” e, importante, rigorosamente tagliato con il coltello.
Gli allevatori di questa sfortunata creatura, è un maiale nero, assicurano che viene allevata esclusivamente con ghianda e crusca. Ecco perché è il migliore prosciutto del pianeta.
Nelle cantine nei dintorni di Oporto, ancora si può notare quella passata atmosfera bucolica. Ottimi vini. In una cantina, vicino la città di Coimbra, un vecchio cantiniere riempiva i bicchieri direttamente dalla botte. Diceva che il vino non ama i movimenti.

Anche a Pau, sui Pirenei francesi, Dafni ha trovato le vecchie cantine. Sembravano venute fuori da una cartolina dell’ottocento. Il solito vino francese. Dafni, non un esperto, considera i vini francesi come i parenti deboli dei vini italiani. Questo sì: hanno un vestito migliore. Pulchra est, sed cerebrum non habet – la volpe diceva.
Ma si deve, onestamente, rendere merito al loro complesso di “grandeur”.
Sono riusciti a convincere il mondo che i loro vini sono i migliori. Ma chi è familiare con i porti di Augusta o di Taranto può notare le navi cisterna che trasportano mosti o vini pugliesi e siciliani ad alta gradazione alcolica. Vini da taglio. Ma queste cose è meglio che non si dicano.
Ah, poi hanno anche un museo del vino.
Si trova non lontano dalla Torre Eiffel. Nel diciassettesimo secolo sorgeva un villaggio dove i monaci coltivavano la vite e producevano un buon rosato. Pare che Luigi Tredicesimo fosse un assiduo cliente. Andava spesso a visitare i monaci e non disdegnava di farsi un paio di bicchieri.
Non si sa se è opera di qualche buontempone, ma il “Musee du vin” – museo del vino – è situato nella “Rue des Eaux” cioè in via delle acque.
Risate in Germania. Una cantina di Heidelberg. Manfred è convintissimo che i vini tedeschi sono i migliori del mondo.
E va bene. I tedeschi sono persone simpatiche, accontentiamoli.
– Sì, Manfred, è vero.

Milano 2001. Via Paolo Sarpi.
– Scusi signor vigile, dove posso trovare una cantina da queste parti?
– Guardi, a cento metri, angolo via Messina, trova una enoteca.
– No, non mi ha capito. Io cerco una cantina.
Il vigile guarda Dafni come se avesse davanti un marziano.
– Ma lei sa cosa è una enoteca?
– Sì lo so, signor vigile. Cinque anni di greco, otto anni di latino, cinque lingue e due dialetti. Lo so cosa è una enoteca, soltanto io cercavo una cantina.
Tempi moderni, direbbe qualcuno. Gli italiani hanno fatto progressi. Dafni, un troglodita, è rimasto alla cantina.
Dalla Sicilia, che piacevole scoperta il Nero d’Avola, al Trentino, dalla Puglia al Piemonte. Il pellegrinaggio del vecchio Dafni. Non esiste più una cantina come quella di don Salvatore, dove gli servivano: mezzo bicchiere ed una gassosa.
Gli italiani, con il progresso e la modernità.
Nondimeno, il prodotto è sempre il migliore del mondo.
Nella Toscana, Dafni, trova una inesauribile miniera.
Certamente, Giove e sudditi bevevano vino toscano. Ecco perché si chiama Sangiovese il re de vitigni.
Un bicchiere di Chianti ti riconcilia con il mondo.
Un Vernaccia di San Gimignano ti fa vedere un mondo migliore.
Per resuscitare Lazzaro bastava un Brunello.

2006. Castiglioncello.
Dafni e moglie si vogliono recare a visitare Castagneto Carducci per vedere i famosi cipressi. Il signor Giuliano fornisce le indicazioni del caso. Regala loro una bottiglia di Vin Santo. Mai visto. Ma, dopo averlo assaggiato, Dafni capisce del perché il vino ha questo ieratico nome.
La sorpresa a Castagneto Carducci. Ma quali cipressi. Dafni ha scoperto il vino Sassicaia.
Non aveva mai sentito il nome. Sassicaia. Ecco perché Carducci scriveva così bene.
Non era lui, era il Sassicaia.
Anche il grande Orazio assicurava che il vino aiuta l’estro creativo.
Un aneddoto vero.
Qualcuno va da Bernard Shaw e gli riferisce che il drammaturgo Eugene O’Neill aveva smesso di bere. Era noto che lo scrittore era un “buon bicchiere”.
Con la faccia triste, Bernard Shaw risponde:
– Peccato, stiamo perdendo un grande scrittore!
Molte le escursioni a Castagneto.
Aeroporto di Firenze, per il volo verso Toronto via Francoforte.
Dafni si rivolge alla moglie:
– Senti Clotilde, quasi cinquanta anni che siamo sposati. Un favore mi devi fare. Quando ti accorgi che sono sul punto di abbandonare questa valle di lacrime di coccodrillo, fammi bere un goccino di Sassicaia ed un goccino di Vin Santo. Allieteranno l’ultimo viaggio.

Bibit mater
Bibit filia
Bibit puer
Bibit ancilla
Bibit iste
Bibit illa

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".