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Carote e ravanelli

– Tu, tu, buon uomo, dimmi il prezzo dei ravanelli.
– Mi dia un paio di Euro. Ecco, le scrivo lo scontrino. Ma facciamo in fretta, perché fra due ore ci sarà l’eclissi solare.
– L’ec… li… ssi che? Non mi parlare difficile, Carotaro. E non mi guardare così.

Facile a dirlo. Impossibile levarle gli occhi di dosso. Con quel corpo, con quelle gambe, con quel petto che non ne voleva sapere di stare nel reggiseno. E quel vestitino che non lascia niente alla fantasia e mette in risalto tutto ciò che madre natura le ha copiosamente ed armoniosamente donato.
E quelle labbra voluttuose che invitano al peccato anche un eremita del monte Athos.
Chissà, forse – ma no, certamente – Eva, la nostra progenitrice, sarà stata così. Ecco perché non possiamo addossare colpa alcuna al povero Adamo.
Aveva qualcosa come cinque anni quando nonno Tino, uomo navigato e colto che conosceva tutta la storia del mondo, gli ha raccontato quanto realmente accaduto. E sulla sua veridicità ci giurava. Era talmente sicuro che ci avrebbe messo la mano sul fuoco.

Ecco brevemente la vera storia.
Tutti sappiamo che Adamo ed Eva vivevano nel Paradiso Terrestre. Questo era un giardino con tutti gli alberi del mondo. Non c’era frutto che non si trovasse.
Il clima perfetto. Così perfetto che i due non avevano bisogno di vestiti. Un albero di fico era la loro boutique. Ma, non era tutto rose e fiori come apparentemente poteva sembrare.
Ai due disgraziati era stato proibito mangiare la frutta. Guardarla soltanto. In giro non c’era altro da mettere sotto i denti perciò i due facevano la fame. Era tanta la fame che il povero Adamo non si era mai accorto che Eva non era come lui. E sì che nell’Eden ci abitavano solo loro due. Ovviamente il poveretto non ci vedeva dalla fame.
Una sera, chiacchierando del più e del meno – allora, non essendoci la televisione e pertanto la pubblicità, ah, non c’era nemmeno l’Isola dei famosi, gli argomenti sui quali soffermarsi erano pochi – si sono addormentati sotto un gigantesco melo.
Inaspettata sorpresa il mattino dopo.
Aprono gli occhi e sopra di loro, in bella mostra a pochi centimetri, decine e decine di mele. Anzi no, centinaia. Dal colore rosso vivo con una leggera stria gialla. E l’odore che emanavano inebriava i due.
Qui, ad onor del vero, nonno Tino non è stato in grado di precisare la qualità delle mele. Poteva trattarsi di McIntosh, o Gala, o Imperatore, o Anourche, o Deliziose, o Granny Smith. Ma questo non ha importanza.
Eva, con la sua manina affusolata ed immacolata – capirai, non doveva lavare né piatti né biancheria – ne raccoglie una. La più grande.
– Senti, Adamuccio, senti il profumo.
– Sì, lo sento. Ma lo sai che non mi piace essere chiamato Adamuccio e tanto meno Adamello.
– E, adesso che ci siamo, nemmeno a me piace essere chiamata Evita.

E questo perché, conoscendo il futuro, sapeva che un giorno in una lontana nazione del Sud America ci sarebbe stata una Evita più famosa di lei. Ma questo poteva passare. L’unica cosa che le dava fastidio del futuro era quel “Porca Eva” che gli sboccati cittadini di una certa penisola mediterranea avrebbero avuto sempre sulla bocca ogni qualvolta si facevano un goccetto. E sopportiamo le malelingue.
– Adamo, io non ci resisto più. Troppa fame.
– Eva, sapessi io! Ma il Capo ci ha categoricamente proibito di toccare la frutta. E, se ricordo bene, la lista incomincia con le mele. Addirittura è arrivato a chiamarle Pomi. Vallo a capire. Stiamocene buoni e non lo facciamo innervosire. Lo sai quanto è permaloso.

Intanto Eva, noncurante delle parole di Adamo, aveva già dato il primo morso. L’aroma si espande per l’aria.
– Adamo, sapessi quanto è buona. Dai, su, fai il bravo. Solo un morso.
E che poteva fare il povero uomo! Il primo morso. Impossibile fermarsi. Nessuno avrebbe potuto fermare i due affamati.
Una scorpacciata degna del miglior Pantagruel.
Adamo, con la pancia piena, è un’altra persona. Adesso vede Eva in tutta la sua bellezza e sensualità. Vede tutte le sue armoniose curve. E, acqua sul bagnato, proprio in quel momento una raffica di vento aveva fatto cadere la foglia di fico che pudicamente la vestiva.
La carne è carne. A questo punto Adamo non ci ha visto più.
– Aspetta – gli fa Eva – prima sotterriamo i torsoli così il Capo non li vede.
Ma Adamo è peggio di un toro che ha visto il rosso.
– Eva, scordati dei torsoli. Ci pensiamo dopo.
Ed i torsoli sono rimasti lì.
Ed il Capo li ha visti. Non ha voluto sentire ragioni.
Senza tanti complimenti e con una pedata nel fondo schiena i due sono stati mandati via dall’Eden.
Sono usciti sorridendo.
Adesso sono liberi di mangiare tutte le mele che desiderano. E da allora, la donna e l’uomo non hanno più smesso di mangiare mele.

– Signora, mi son rimaste soltanto queste. Con due euro avrà carote per una settimana. Come lei sa, le carote fanno bene agli occhi. Ed io mangio molte carote e ho una buona vista. Ecco perché la guardo così.
– Sbrigati, Carotaro, perché fra due ore andrò alla sfilata di alta moda.
– Bella signora, non si perda l’eclissi solare. Non è che ci sia tutti i giorni.
– Senta, buon uomo, la gente come te, parte del popolino borghese e provinciale, non può capire cosa significhi assistere ad una sfilata di moda. Vedere le longilinee modelle camminare con le movenze di Tersicore e librarsi come leggiadre farfalle. E che mi dice dei modelli. Sono più belli di Apollo in persona. No, signor Carotaro, voi piccoli borghesi non potrete mai capire la profonda cultura che si sprigiona da una sfilata di alta moda.
– Bella signora, tutto il mondo aspetta lo spettacolo di Madre Natura.
– Di quale mondo parli, buon uomo? Non il mondo di chi, come me, ha la fortuna, l’onore ed il privilegio di poter stringere la mano fatata di personaggi come Dolce o Gabbana. Il mondo ce l’invidia. Sbrigati, ho fretta. Debbo andare subito da Miruccio, il mio parrucchiere di fiducia, perché ci sarà la televisione a trasmettere l’avvenimento. E fatti dire un’altra cosa: pensa che da Miruccio ci va anche Deborah, la vincitrice del Grande Fratello. Dammi le carote e vattene al tuo coso del sole.
– Ecco le sue carote, signora. E, se mi posso prendere la licenza, un disinteressato consiglio. Cerchi di mangiare del pesce perché contiene molto fosforo. Ed è cosa risaputa che il fosforo aiuta il cervello. Ed a proposito del suo Gabbana, un mio conoscente che vive nello Zaire mi raccontava che in quel paese la roba degli stilisti italiani va a gonfie vele. Non fanno in tempo a metterla nei negozi che si finisce.
– Vede, buon uomo, che ho ragione. E, poi, non si chiamano negozi. Sono boutiques.

Enrico prende la strada del ritorno alla sua campagna. La giornata è andata più che bene. Tutto venduto. Fino all’ultimo ravanello. Non parliamo delle uova. Ne avrebbe potuto vendere un centinaio. Ma le ragazze di più non possono fare. Anzi, sono l’invidia dei contadini limitrofi.
Nerina, Rosetta, Sirena, Carmelina, Carmencita e Ciccina la più piccola. Le ha cresciute come figlie e come tali le tratta. E loro lo ripagano come meglio non potrebbero. Un uovo al giorno depongono. Anzi, Rosetta la più sbarazzina, qualche volta ne ha fatte due.
Nella cascina lo aspetta Manuela. Al mattino gli aveva detto cosa avrebbero mangiato. Frittata con scalogno, patate arrostite sotto la cenere e carote bollite. Le olive a tavola non mancano mai. Ancora rimane qualche vasetto di quelle schiacciate. Roba prelibata. Altro che quella cosa nera e appiccicaticcia che fanno pagare un occhio della testa e che si dovrebbe chiamare caviale.
Ed un buon bicchiere di quello dello scorso anno. Annata buona. Aveva comprato l’uva Sangiovese.
Lascia la caotica e trafficata statale e prende la vecchia e disastrata provinciale.
Un centinaio di metri e sulla sinistra c’è ancora la cascina. Adesso abbandonata e coperta di rovi. Qualche volta, in estate, si ferma a mangiare le more selvatiche. Ne porta anche a Manuela che vuole provare a fare la marmellata.
Che figuraccia. Ancora, dopo quasi venti anni, nel ricordarlo arrossisce per la vergogna.
Anche quel giorno c’era l’eclissi solare.
Lo aspettava il nonno. Insieme dovevano fare qualcosa di molto importante.

Non era così venti anni fa. Il camino sempre fumante. Una piccola selva di gladioli e garofani circondava la casa. La signora Matilde li coltivava con cura maniacale. E Don Beppe, il parroco del paese, ben sapeva che i fiori in chiesa non mancheranno mai. Sul retro, a meno di cento metri, il torrente Scanio aveva formato un piccolo laghetto che durante l’estate serve da piscina per i ragazzi della zona. Enrico, che di fantasia ne aveva da vendere, era convintissimo che l’acqua del laghetto si era formata con le lacrime che la Musa Ciane ha copiosamente versato quando ha visto la sua padrona, Proserpina, rapita da Plutone e costretta a seguirlo negli inferi. E per rispetto al dolore della triste Musa, Enrico non ha mai fatto il bagno in quell’acqua, o meglio, in quelle lacrime.
Adesso il nonno lo sta aspettando. Sta nella grande cascina, scendendo, a cinque minuti di cammino. Ha bisogno del suo aiuto per un importante lavoro. La nonna da diversi mesi non si può alzare più dal letto. Non ha mai visto l’eclissi in vita sua ed il nonno sa che questa è la sua ultima occasione. Una donna stupenda, mai che si lamenti. Per molti anni ha lavorato nelle risaie. Adesso ne paga le conseguenze.
Il nonno ha ideato una complicata combinazione di specchi che posti su alcuni tronchi d’albero davanti la cascina possano riflettere il tutto sullo specchio accanto al letto della nonna.
Arriva Enrico pedalando e canticchiando. Qualsiasi scusa è buona per passare davanti la cascina della Matilde. Ornella, la figlia quasi sua coetanea, è stata la responsabile delle sue prime notti insonni.
Quel giorno Ornella stava sulla porta civettando con il Tonio. Enrico, che Tonio chiama “il cittadino”, per farsi il bello leva le mani dal manubrio. Un piccola pietra sotto la ruota anteriore ed il cittadino si ritrova lungo, lungo sulla strada. Naturalmente strada non asfaltata. Alza gli occhi e vede i due “morosi” che si sbellicano dalle risate. Con le mani e le ginocchia scorticate, con l’amor proprio distrutto, si alza prende la bicicletta e si allontana con la speranza che qualche santo lo rendesse invisibile.

Ornella andava a scuola dalle vicine suore. Un faccino perfetto e bello come la venere di Milo – almeno agli occhi di Enrico. Statura normale, le femminee forme che incominciano a sbocciare prepotentemente e straripanti. E gli occhioni verdi smeraldo erano come un faro che attira le navi.
Sta giocando con i cani quando lo chiama il nonno.
– Enrico, porta queste due trote alla Matilde e Rolando.
Non si aspettava tanta fortuna. Inforca la bicicletta e pigia sui pedali con tanta furia che salta la catena. Vuole arrivare in fretta. Rimette la catena, pulisce il grasso rimasto sulle mani nel retro dei pantaloni e riprende a pedalare.
– Buon giorno, c’è il signor Rolando?
– No, mio padre non c’è. Chi sei?
– Mi chiamo Enrico, il nipote di Tino. Mio nonno manda queste trote.
– Ah, tu sei il cittadino.
– Si, vivo in città, ma mi piace la campagna.
– Va bene, dammi il pacco che lo conservo.

Lui l’ha seguita, non invitato, in cucina. Ornella apre la porta del frigorifero e si china per posare il pesce. Enrico non aveva mai visto due cose così belle. E la corta gonna permetteva la vista del meraviglioso panorama fino alle mutandine.
Enrico, paonazzo e confuso, non riesce più a rispondere alle parole di Ornella.
Il sangue nelle vene bolle come il mosto nel tino.
È come se nella testa ci fosse un nido di api. La santerellina si è accorta del terremoto avvenuto nella testa di Enrico e butta giù una innocente frase da far capire al malcapitato che ci sono poche speranze.
– Sai, anche il mio “moroso” va a pescare.
Una coltellata o una fucilata, ed avrebbe provato meno dolore. Ma Enrico ha continuato a sperare ancora per un po’.

Ma adesso è meglio dimenticarsi di Ornella e del suo moroso che attualmente vivono in città. Felicemente sposati e felici di respirare i salubri scarichi delle sempre più numerose ed inquinanti auto. Sono i nuovi cittadini. Il Tonio lo chiamava, sarcasticamente e con una punta di malcelata invidia, “il cittadino”.
– Ora siete voi i cittadini. E vi sta bene.
Manuela lo aspetta ed Enrico ha fretta di arrivare alla cascina. Il pomeriggio saranno occupati per la raccolta della bieta. È, certamente, la verdura che più rende e meno lavoro dà. Più tagliano e più rigogliosa cresce. Le sue foglie sembrano quelle del banano. E come si vende bene. Un paio di ore e la macchina si svuota.
Ormai Manuela ed Enrico sono due esperti agricoltori. Manuela è più brava. Bello sforzo. Si sa che le donne fanno le cose con più attenzione e pignoleria, mentre l’uomo si lascia un po’ andare. E da lì incominciano i suoi guai, ma questo è un altro paio di maniche.
Sono già cinque anni che vivono nella campagna dei nonni.
Un mattino li hanno trovati a letto, i nonni. Erano andati via nel sonno. I loro visi sereni come sempre.
Anidride carbonica. Così ha sentenziato il medico. Hanno dato la colpa alla vecchia e gloriosa stufa a legna. Ma Enrico sa bene che il nonno era una persona attenta e vigile e quella stufa stava lì da una vita.
Ultimamente anche il nonno era ridotto male. Doveva fare enormi sforzi e per se e per accudire alle necessità della nonna. Apparteneva, il nonno, alla vecchia e forte generazione abituata a sbrigarsela sempre da sola.
Al rientro alla cascina, dopo il funerale, Manuela, così di punto in bianco, dice:
– Enrico, e se ci trasferissimo – baracca e burattini – qui? La casa è ben tenuta. Potremmo coltivare la terra e, magari, ricavarne da vivere.
Il giorno dopo avevano già preso dimora.

La migliore cliente si trova in Viale Lepanto in un elegante vecchio caseggiato. È una bella donna di mezza età. Originaria di un paesino dell’Irpinia, alle pendici dell’Appennino Dauno, non riesce a nascondere, malgrado immani sforzi, la sua marcata cadenza dialettale. Le piace posare e darsi aria da aristocratica. Il marito è segretario particolare – ci tiene a precisarlo e non si risparmia di ripeterlo ad ogni piè sospinto, anche se i coinquilini lo chiamano “il portaborse” o “il galoppino” – niente meno che di un importante consigliere provinciale. Le donne del palazzo la chiamano la “Fissa Lady”. La signora scende sempre accompagnata dalla filippina. Guarda con occhio esperto – i vicini sapevano benissimo che il padre era contadino, ma lei preferiva dire che era un terratenente – la bieta, indica i cespi che vuole e li fa consegnare alla ragazza dal bellissimo nome Luz. Lei, la “Fissa Lady” non si vuole sporcare le curatissime mani. Anche se l’impietoso tempo incomincia a mostrare delle strane e colorate grinze. Ma a questo ci penserà la Wanda, la sua estetista di fiducia. Quella donna fa miracoli. Altro che Fatima.
Alla signora i mezzi non mancano. E le vicine vorrebbero conoscerne la provenienza.
È stato la settimana scorsa quando, pagata la bieta, dice:
– Enrico, aspetti che c’è un nuovo cliente. Luz, porta la verdura in casa e va a chiamare il professore del terzo piano. 
Enrico mette nel sacchetto di carta – e no, lui non usa buste di plastica – gli ultimi due cespi di bieta e si gira per darli al nuovo cliente.
– Enrico. Enrico Tatti.
– Buon giorno, professore.
– Tatti, lei non sa che ancora si parla della sua straordinaria tesi di laurea. Viene portata ad esempio ai nuovi laureandi. Ero certo che avrebbe avuto un brillante futuro come ricercatore chimico. Ma, scusi, lei che ci fa qui? Dove è il contadino?
– Professore, sono io il contadino.
– Chi lo ha costretto a fare questa fine?
– Nessuno mi ha costretto, professore. E, le assicuro, che miglior fine non potevo farla. Professore, a tutti i concorsi che ho partecipato avevano già da mesi il nome del vincitore. Per fare uno stage, un po’ di pratica, mi hanno chiesto cinquecento euro al mese. Avevo trovato lavoro presso una multinazionale, contratto per sei mesi. Milleduecento euro al mese. Ma, piccolo ma, avrei dovuto dare quattrocento euro, contanti naturalmente, al mese al capo reparto. Professore andavo a cercare lavoro e la domanda ricorrente era: chi ti manda? Nessuno mi manda. Non ho parenti politici, vescovi, banchieri, etc.

È a meno di cento metri dalla cascina, accanto al lungo filare dei kiwi – altra coltivazione azzeccata e proficua. Un colpo di clacson. Una nuvola si alza da terra. Il cane, i due gatti e le galline incominciano a corrergli incontro. Lo sanno quando sta arrivando, è come avessero un orologio svizzero.
Enrico si ferma. Meglio evitare incidenti con i ragazzi.
Sulla soglia della cascina Manuela, asciugandosi le mani al grembiule, ride. Ormai è abituata a quella scenata giornaliera.
L’unico grande rimpianto è che la nonna non abbia potuto, quel lontano giorno, vedere l’eclissi solare. Mezz’ora prima la pioggia ha rovinato tutto.

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".