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Gli angeli di San Basilio

– È un miracolo. È un miracolo!!
È Vittoria, che sta in mezzo alle donne accorse da tutte le cascine limitrofe. È un fiume in piena. È agitata. E parla, e parla e grida ed invoca tutti i Santi nome per nome. E chiede perdono a quelli che dimentica.Non era ancora l’alba quando ha svegliato gli innocenti figlioletti perché si recassero in tutte le vicine cascine a convocare le donne. Subito debbono venire. Non c’è un minuto da perdere.
Guarino, il marito, ancora non era rientrato dalla caccia.
E va bene che il marchese Ressa non si è mai comportato come persona normale, ma questa volta ha passato i limiti. Era già mezzanotte. Guarino dormiva beatamente e meritatamente quando il marchese è venuto a chiamarlo perché andassero a caccia. Quel pomeriggio aveva visto aggirarsi un paio di volpi. Meglio andare prima che altri le prendessero. E, con loro, sarebbe andato anche Antonio il mugnaio.
Ed a qualcuno Vittoria lo deve raccontare, della incredibile e miracolosa visione.
Peccato che la sua cascina si trovi a più di una ora di cammino dal paese, altrimenti sarebbe andata subito dal parroco. Lui è del mestiere e di queste cose ne capisce.
Tutto è successo un paio di ore dopo che Guarino era uscito. Si trova così fra sonno e veglia, perché non è mai tranquilla quando il marito è fuori di notte, ed ecco improvvisamente un rumore cupo e prolungato. Potrebbe trattarsi di un tuono. Anche il cane si è messo ad abbaiare. Meglio affacciarsi e vedere. È una notte di luna piena e la campagna sembra illuminata per una festa.
Nell’aia è tutto tranquillo. Anche il cane si quieta.
Alza gli occhi al cielo in direzione del fiume e ha davanti la visione che ricorderà per tutta la vita.
La luna piena le permetteva di vedere le cose chiaramente.
Le donne ed i bambini tutti intorno, a bocca aperta, ascoltando il racconto dell’arcano avvenimento.
Tre grandi oggetti bianchi scendono lentamente dal cielo. Sembrava che ballassero fra di loro. Vittoria guarda cercando di capire qualcosa.
E guardando attentamente capisce tutto. Non ci può essere alcun dubbio. Sono tre angeli dalle grandissime ali bianche. Scendono lentamente. Si avvicinano e si allontanano fra di loro. Certamente stanno giocando.
Vittoria cade in ginocchio. Si alza. Corre dentro la cascina. Prende la corona del Rosario che tiene sempre accanto al letto e ritorna nell’aia. Di nuovo in ginocchio a pregare con tutta la devozione di cui è capace. E ringrazia Dio per averla scelta come testimone di tale avvenimento. Le donne ed i piccoli si fanno il segno della Croce in continuazione.
E sta lì, Vittoria, in mezzo a tutti a parlare, a gridare, a piangere, a narrare, a pontificare, quando arriva Guarino.
Vedendo quella scena da lontano subito pensa al peggio. Avrebbe lasciato indietro un centometrista giamaicano da come è corso.
E ce n’è voluto di tempo prima che riuscisse a capire cosa stava succedendo.
Appena Vittoria ha finito di raccontare per l’ennesima volta il miracolo, il viso di Guarino si è improvvisamente rabbuiato.
Ci pensa qualche minuto e:
– Sì, Vittoria, anche noi cacciatori abbiamo visto qualcosa. Ma eravamo occupati a stanare le volpi. Ma anche noi abbiamo pensato ad un miracolo.
– Guarino, dobbiamo andare adesso, subito dall’arciprete. Deve sapere quanto accaduto e ci potrà dire cosa fare.
– Vittoria, pomeriggio andremo a San Basilio, stai tranquilla. Io adesso debbo ritornare a casa del marchese perché ho dimenticato di restituirgli le cartucce. Sai, gli possono servire. Al mio ritorno andremo al paese.

Antonietta, la moglie di suo fratello, fra qualche ora andrà al paese, come tutte le mattine, a portare il latte. Dalla prima all’ultima casa sapranno della calata degli angeli. Raccomandarle di stare con la bocca chiusa sarebbe tempo perso. La conosce fin troppo bene.
Ecco perché deve fare in fretta ed avvertire il marchese.
Non ci voleva questo viaggio. Deve fare almeno una ora dopo aver camminato tutta la notte. Questa non ci voleva.
Gran brava donna Vittoria, ma più curiosa di un gatto o di un asino. Non lascia passare niente. Cade una foglia e lei si affaccia per indagare.
Questo contrattempo non era nelle previsioni.

Il marchese si era appena addormentato quando la moglie lo chiama.
– Guarino, il fattore, ti vuole vedere subito. Non ha sentito ragioni quando gli ho detto di passare dopo.
Ascolta, il marchese, imprecando contro la donne che non s’impicciano mai dei fatti loro. Troppo curiose.
– Guarino, corri a preparare il calesse. È meglio non farci vedere in giro con l’auto. Dobbiamo andare subito a San Basilio per avvisare il parroco.
Il marchese vive nel castello della famiglia a Vallata, circa cinque chilometri distante.

Don Domenico sta sulla porta della sacrestia, fumando tranquillamente la prima sigaretta della giornata. Sembra che lo fanno apposta. Ogni volta che si accende una sigaretta, arriva sempre qualcuno a fargliela andare di traverso. Ed oggi non sarebbe andata diversamente.
– E che vorrà il Crucco da me?
Sì, non c’è alcun dubbio. Si sta dirigendo nella sua direzione.
Lui è un prete e non ha niente a che vedere con l’ufficiale tedesco.
Ufficiale che, in verità, non aveva l’aspetto marziano che lui ben conosceva.
Di statura normale ed alquanto rotondetto. Biondo e con la faccia di Pasqua. Più che un temuto guerriero tedesco, sembra un tranquillo ed innocuo impiegato del catasto.
Il giorno prima, con sorpresa di tutti, a San Basilio sono arrivati i soldati tedeschi.
In Sicilia erano già sbarcati gli alleati e si era a conoscenza dei cruenti combattimenti. Ed il famoso generale Patton sta facendo di tutto per riprendere il lavoro che Bixio, cento anni prima, non ha avuto il tempo di terminare.
È un piccolo manipolo formato da una ventina di soldati. Tutti giovanissimi. Sistemano una batteria antiaerea davanti la chiesa madre ed un cannone all’entrata del paese. Alloggiano nel grande palazzo della famiglia Carini, che si è trasferita in campagna.
Il mattino dopo, i giovani guerrieri fraternizzano con i paesani. Più che soldati sembrano pacifici turisti.
– Buon giorno, Padre. Sono il capitano Schultz. Helmut Schultz. Le vorrei parlare, se ha tempo.
Don Domenico, meravigliato dall’ottimo italiano del Crucco, vuole finire la sua sigaretta. Non si può permettere il lusso di buttare mezza sigaretta, con quello che costano e la fatica che fa a trovarle. Anche se le sue vecchie amicizie nel Vaticano lo riforniscono spesso.
– Buon giorno, Capitano. Finisco la sigaretta ed entriamo in sacrestia. Sa, le sigarette costano care e non si trovano facilmente.
– È caduto bene, Padre, perché io non fumo. Ma anche io ho diritto alla razione settimanale di sigarette. Più tardi mandi qualcuno al nostro alloggio e le farò avere una diecina di pacchetti.
“Quando il diavolo ti accarezza, vuole la tua anima”. È il proverbio paesano che viene in mente a don Domenico. Meglio stare attenti, molto attenti. Qualcosa vorrà, il Crucco.
– Capitano, lei parla benissimo la lingua italiana.
– Non potrebbe essere altrimenti, Padre. Sono nato a San Candido, Sud Tirolo, che voi italiani chiamate erroneamente Alto Adige. Avevo dieci anni quando mio padre si è trasferito a Vienna. Ed ancora abito lì. Sono austriaco, non sono tedesco. Padre, detto a quattr’occhi, questa è la guerra della Germania, non dell’Austria.

E don Domenico incomincia a trovare simpatico l’ex-crucco, ora diventato suddito del vecchio Francesco Giuseppe.
– Come le dicevo, Padre, io non sono militare di professione. Io sono bibliotecario. Ma, come lei sa, non potevo rifiutarmi, ed eccomi qui. Ma le faccio una piccola confidenza, Padre. I tedeschi non considerano noi austriaci dei grandi guerrieri e perciò ci fanno fare i lavoretti marginali. Per fortuna.
– Come la posso aiutare, capitano?
– Vede, Padre, nella mia parrocchia, a Vienna, io ero – e lo sarò, se la sorte mi permetterà di ritornare – l’organista. Per causa di forza maggiore, sono più di due anni che non tocco un organo. Non so se lei potrebbe permettermi, ogni tanto, finché restiamo in paese, di suonare l’organo, armonium lo chiamiamo noi, della sua chiesa.
– Capitano, lei può passare le giornate in chiesa. Sarà gradito ospite. E grazie per le sigarette. All’ora di pranzo manderò un ragazzo. Ma, capitano, non capisco perché vi hanno mandato qui. Non è un posto importante.
– Non mi è stato detto niente. Le ripeto, i tedeschi non hanno molta fiducia nella nostra disciplina bellica. Quello che nell’accampamento si mormorava era che il nostro controspionaggio ha avuto sentore che gli alleati cercano di penetrare nelle nostre linee. Come, non so.

Lasciano il calesse in piazza ed entrano nella chiesa, a quell’ora vuota. Strano sentire suonare l’organo. E anche suonato bene, a giudizio del marchese. Don Domenico non lo sa suonare. Questo è assodato. Mastro Matteo, l’organista – che poi è l’unico che lo può fare – ufficiale, a quest’ora sarà al lavoro. È un bravo sarto, forse il migliore del paese, ed il lavoro non gli manca. Il marchese e Guarino si guardano, cercando di capirci qualcosa.
In quel momento, dalla porta della sacrestia, appare don Domenico che corre loro incontro.
– Andate in Canonica. Vi raggiungerò subito.
Racconta ai due quanto successo con il capitano Schultz e poi ascolta il marchese.
– Don Domenico, i paracadutisti americani sono arrivati stanotte. Per adesso sono al sicuro nel vecchio mulino. Ma Vittoria, benedetta donna, ha visto tutto. Perciò fra qualche ora lo saprà tutto il paese. E qualcosa sentiranno anche i tedeschi. Si possono insospettire. Vittoria crede che si tratti di un miracolo. Don Domenico, con la vostra autorità di parroco, voi dovete sancire questo miracolo. Quelli che sono scesi sono davvero gli angeli. Senza dubbio.

Nemmeno un giorno ed i soldati sono amici di tutti. Cinque di loro, oltre al capitano, vengono dal Sud Tirolo – o Alto Adige – e la loro conoscenza della lingua italiana ha facilitato la fraternizzazione. Ma, a dire la verità, nel paese si conosceva solo il dialetto locale.
Il più popolare è Herbert. È diventato il figlio di tutte le donne. Un ragazzone di due metri con la faccia di bambino. Vent’anni appena compiuti. Quando ha visto, per la prima volta, le donne del paese trasportare tutte le cose sulla testa, si è messo a ridere. Poi tira fuori un fazzoletto, ne fa una cercina, se la mette in testa e sopra ci mette il libro che porta sempre appresso.
– Vedete, anche io lo posso fare!
E si pavoneggia camminando accanto alle donne con il libro in equilibrio. E, da quel momento, diventa il trasportatore ufficiale del paese. Andava alla fontana principale, quella grande dietro la chiesa, sceglieva la donna più anziana, le prendeva la cercina se la metteva in testa e le portava il barile a casa. E senza tenerlo con le mani.
Chiama tutte “mamma”.
Le donne ancora ridono per la disavventura, se così la possiamo chiamare, capitatagli a casa di “mamma” Vincenza. Herbert arriva con il barile in testa e lo posa a terra come fosse un grissino. E qualcosa attira la sua attenzione quando esce. Accanto la porta di casa, “mamma” Vincenza coltiva, in due grossi vasi, delle rigogliose ed invitanti piante di peperoncino. Sono quelli piccoli, rossi e rotondi che sembrano ciliege. Herbert li guarda con l’acquolina in bocca. Un bellissimo frutto che lui a Darmstadt non ha mai visto. E non resiste alla tentazione. E ne mette uno in bocca. “Mamma” Vincenza sente un grido e corre fuori spaventata. Vede il malcapitato tedesco paonazzo e che soffia come un mantice. Aveva incominciato a masticare. E meno male che il barile era pieno e l’acqua ancora fresca.
Un’altra piccola disavventura è capitata al povero Karl. I ragazzi lo hanno portato in campagna. Vede una strana pianta con tanti frutti rossi. Belli, grandi ed invitanti. Ne afferra uno per provarlo. I ragazzi ridevano. Era un fico d’india. “Mamma” Giovanna è stata una buona ora per liberarlo dalle spine.
E non parliamo della solenne sbronza che si è presa Klaus, il più giovane della compagnia. E non è che si sia pentito o rammaricato.
Al sergente che, gridando, lo minacciava di severe punizioni, ha semplicemente detto:
– Sergente, che bevanda squisita!
Sono dei ragazzi capitati in una situazione dalla quale ne usciranno malconci. Sanno cosa li aspetta. Le donne del paese li guardano con amore materno – molte di loro hanno i figli nella stessa condizione – e con una punta di tristezza. Sanno che molti di loro non torneranno mai alle loro case dove li aspettano le madri.

Nel frattempo, don Domenico si è dovuto recare sul posto dove sono scesi gli angeli. Guarino è venuto a prenderlo con l’asino. Sul basto ha messo un sacco di paglia e sopra una pelle di pecora. E perché l’avvenimento avesse maggiore parvenza di credibilità, sul posto c’era anche il marchese, con la moglie e tutta la servitù.
E don Domenico ha promesso ai numerosi presenti che avrebbe parlato con il Vescovo e sul posto avrebbero costruito un piccola chiesetta con l’aiuto economico del marchese.

– Ascoltami bene, Vittoria. Questa roba la conservi e non la tocchi finché non te lo dirò io. Ti raccomando.
Rimane con la bocca aperta, la povera donna, nel vedere tutto quel ben di Dio. Guarino è ritornato da Vallata portando un grosso sacco di iuta con dentro della stoffa. Molta stoffa.
Vittoria la guarda, la tocca, l’accarezza.
– Guarino, questa è seta!
– Vittoria, è roba che mi ha dato il marchese. L’ha comprata a Napoli di contrabbando e perciò per adesso non si deve vedere in giro. Assolutamente no, Vittoria. Più in là decideremo cosa fare. La potremo usare per il corredo della piccola Caterina.

È ancora buio quando Vittoria prende per la mano il piccolo Antonino e, con una cesta in testa, si avvia verso San Basilio.
La casa dove è diretta è una delle prime all’entrata del paese. Farà in fretta, così Guarino non si accorge di niente.
Pina, la sarta, si è appena alzata. Non si aspetta visite a quest’ora.
Vittoria mette giù la cesta e tira fuori della stoffa bianca. Pina sgrana gli occhi. Vittoria non le dà il tempo di aprire la bocca, ha fretta.
– Maestra, vorrei una camicia per il mio Antonino. Ha dodici anni e fino ad ora ha sempre usato le camicie vecchie del nonno. Qui ci sono tre “bracciate” di stoffa. Se voi me la cucite, vi do una forma di formaggio e due litri d’olio.
Nel sentire la parola formaggio, la sarta Pina già sogna.
– Vittoria, se ho capito bene, hai detto una forma intera di formaggio.
– Sì, una forma intera e, non due, ma tre litri d’olio.
– Antonino, avvicinati che ti prendo le misure. E tu, Vittoria, vieni qui prima di sera, perché la camicia sarà pronta. E non dimenticare il formaggio, l’olio e portami anche qualche uovo.

Don Domenico sta tentando di sistemare la corona di Santa Lucia. Ha fatto della colla con la farina sperando che attacchi. Entra il capitano Schultz.
– Padre, ho due notizie. Una buona ed una, purtroppo, non. Fra qualche ora andremo via. Nel Lazio, ai confini con la Campania, hanno bisogno di rinforzi.
– E adesso la brutta notizia, capitano.
– È brutta, sì, ma poteva essere peggiore. Ho l’ordine di demolire tutti i ponti che attraversiamo, incominciando dal primo, cioè dal vostro paese. Gli alleati avanzano e noi cercheremo d’impedirlo.
– Capitano, voi non potete farlo! È contro ogni logica e contro il buon senso.
– Padre, è la guerra che va contro ogni buon senso. Le conseguenze sono la strana logica. Io non ho alternative. Debbo eseguire gli ordini se voglio avere qualche speranza di ritornare a Vienna. Ma, per fortuna, la dinamite che abbiamo basterà per un paio di ponti e che siano piccoli. Padre, faccia avvisare tutta la gente che lavora nei vicini mulini.

Ed ecco entrare il piccolo Antonino con un paniere in mano e con la camicia bianca nuova. Vittoria ha mantenuto la promessa e ha mandato le ricotte ancora calde.
Don Domenico corre alla porta, prende il paniere e spinge verso la porta il ragazzo.
– Via, via! Vattene subito!
Il capitano gli è già accanto. Mette una mano sulle spalle di Antonino.
– Che bella camicia. Lo sa, Padre, sembra stoffa di paracadute.
– Capitano, sarà qualche vecchia stoffa della nonna. 

E sempre con la mano sulla spalla del ragazzo:
– Padre, ho notato una strana coincidenza. La notte che nelle vostre campagne c’è stato il miracolo della discesa degli angeli, abbiamo sentito passare degli aerei. Il sergente Konrad, che ne capisce, mi ha detto che erano i Lancaster inglesi.
– Capitano, lei è un credente. Lo sa che i miracoli avvengono quando meno lo aspettiamo.
– Sì, don Domenico, lo so. Io credo ai miracoli. E come vanno le cose con questa guerra, è meglio che ci creda. Va’, ragazzino, e goditi la tua bella camicia nuova. E non dimenticare di ringraziare gli angeli.
– Capitano, lei è una grande persona. Pregherò per lei e per i suoi ragazzi.
– Ne abbiamo bisogno, Padre.

E da allora la contrada è conosciuta con il nome “Gli Angeli”, in ricordo del miracolo.
Sì, un vero miracolo. Ne era convinto anche uno sconosciuto ufficiale dell’esercito tedesco.

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".