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Che c’entra Felice Gimondi con San Nicola?

Che c’entra Felice Gimondi con San Nicola? C’entra, c’entra.

Roma, anno 1964 (più o meno).
Lo so ciò che può pensare l’attento lettore. Oggigiorno non si possono avere più dubbi. Si apre il computer e si trova tutto.Sono perfettamente d’accordo. Il computer sa tutto. Ma quel tutto appartiene a tutti. Sono i ricordi universali.
I miei ricordi, invece, sono miei. Appartengono solo a me. Ed essendo io umano, posso permettermi il lusso di confonderli, di travisarli di non ricordarli.
Ritorniamo a Roma.
È domenica mattina. Una bellissima giornata come solo a Roma ci possono essere. Abito in periferia. Un lindo e tranquillo rione, il Quarto Miglio, situato tra l’Appia Nuova e, limitrofo, anzi attaccato, alla mitica e suggestiva Appia Antica.
Il tram che parte dall’Ippodromo delle Capannelle con capolinea alla stazione Termini, ci permette facili, rapidi ed economici spostamenti.
A questo proposito, ricordo un curioso episodio.
Un mattino, alle 6.30 circa, prendo il tram alla fermata sull’Appia Nuova. Allora, non so adesso, si entrava dalla porta posteriore dove c’era il bigliettaio. Il tram arriva a Piazza San Giovanni. Un tizio entra dalla porta anteriore. L’autista – allora si chiamava “manovratore” – gli ha detto, con molto garbo, che non poteva farlo. Usasse la porta posteriore come tutti i comuni mortali. Apriti cielo, Non l’avesse mai detto. Il tizio, ad alta voce ed “italian style”, gli grida:
– Lei non sa chi sono io!!!
Silenzio assoluto. Dal fondo del tram si ode la voce di un ragazzo:
– State tutti zitti, che mo sto stronzo ci dice chi è!
Avessi avuto vicino quel ragazzo lo avrei baciato. Non per niente si diceva, non lo so se ancora, che ne uccide più la lingua che la spada.
Il tizio, con la coda tra le gambe, è sceso, privandoci del privilegio e dell’onore di sapere chi si nascondeva sotto quelle spoglie.
Torniamo a noi. Una così bella giornata, decido di fare quattro passi. E qui è bene precisare che per me i quattro passi non sono mai meno di tre chilometri (fino a quando non lo so). Ho avuto la (s)fortuna (la esse è a disposizione di chi legge) di crescere quando nel paese non c’erano auto. E noi camminavamo. Quando mia madre mi chiedeva, avrò avuto sei-sette anni, se potevo andare a prendere il giornale, non facevo una piega.
– Sì, vado subito.
Chiamavo il primo amico a portata di mano ed andavamo a prendere il “Giornale d’Italia”. Sì, ma non andavamo in piazza, andavamo a Filogaso dal sarto Fera. Un pezzo di strada ed il resto un impervio sentiero. Un’ora abbondante, una passeggiata per noi.
Sapevo che dalla Piazza dell’Alberone – ne avrei anche approfittato a salutare Pepe Lo Moro e Nino Pileggi, che abitavano da quelle parti – distante circa quattro chilometri dalla mia abitazione, sarebbe partita una gara ciclistica per dilettanti. Credo fosse il giro del Lazio, ma non ricordo bene.
Nel nostro paese, quando io crescevo, seguivamo il ciclismo con amore e, perché no, anche una certa conoscenza. Sapevamo tutto e conoscevamo tutti.
Atala, Bianchi, Legnano, etc. erano marche a noi familiari. Nel 1947 il giro d’Italia era passato per Vibo. Mario Pileggi ed io siamo andati nella salita sotto città e ci siamo posizionati a fianco di una curva a gomito, così avremmo avuto occasione di vedere meglio i girini. Abbiamo visto Coppi, Bartali e non ci poteva sfuggire Fiorenzo Magni: un omone grande e pelato.
Conoscevamo tutti i grandi: Val Loy, Koblet, Van Stenberger, Bobet, Robic (meglio conosciuto come “testina di vetro”), Maspes e lo spagnolo Bahamontes, conosciuto come “l’Aquila di Toledo” – era un grande scalatore. A proposito di questo corridore, nel 1997 in un bar di Malaga conosco un simpatico vecchio signore: era l’aquila di Toledo. Era così felice di essere ricordato da uno straniero che ci siamo scolata una intera bottiglia di Xeres.
Durante il Giro d’Italia o il Tour di Francia eravamo tutti in piazza, dopo le ore quindici, sotto la maestosa grande acacia ad ascoltare la radiocronaca degli arrivi di tappa. La radio era della “Salinara”, la proprietaria della rivendita di “Sali e Tabacchi e Chinino di Stato”. La teneva nel negozio ed i figli la mettevano a tutto volume perché noi l’ascoltassimo. Per noi era un rito. Se la memoria non m’inganna, il radiocronista si chiamava Mario Ferretti, che ad un certo punto, questioni di donne, ha lasciato tutto per il Centro America. Ma prima di lui, appena finita la guerra ed il giro ha ripreso, il radiocronista era un altro che poi è stato cacciato di mala maniera.
E, per conservare le tradizioni del paese, eravamo ferocemente divisi fra sostenitori di Bartali e sostenitori di Coppi. I Bartaliani eravamo i più numerosi. Ricordo un pomeriggio che c’è stata una solenne litigata fra un Bartaliano ed un Coppiano. Se le sono date di santa ragione. Uno era Colantone. Ciccio Merincola certamente lo ricorderà perché abbiamo assistito insieme alla singolar tenzone. Era luglio ed era il Tour di Francia.
Arrivo all’Alberone che già i corridori sono pronti per il via.
Tutti ragazzi giovanissimi. Guardandoli, ho notato uno spilungone con il viso magro e ossuto e due gambe che sembrano di ferro. Mi ha colpito perché stava sempre con gli occhi bassi come lo fanno le persone timide.
Mah, meglio rientrare.
La sera sono invitato a cena in una trattoria sui Colli Albani.
È venuto a Roma a trovare i fratelli, Attilio e Pino, Nicola Marchese, conosciuto al paese come “Lu Preturi”. Aveva ereditato il “titolo” dal padre, che a sua volta lo aveva guadagnato sul “campo” quando suonava nella banda del paese.
Eravamo in cinque. Nicola, Attilio, Pino, io – loro cugino; mia nonna Elvira ed il loro nonno Peppino (il mandrillo che sarebbe convolato a felici nozze ad ottanta anni suonati con la cinquantenne Francesca, con il nome d’arte “Cicca”) erano fratello e sorella – e un altro Nicola Marchese, altro loro cugino. Erano figli di due fratelli. Da ragazzi lo conoscevamo – me lo ha ricordato poco tempo fa Mario Pileggi – come “la Licerta”.
Nicola viene dalla Cutura – abitava davanti la casa dei miei nonni. Erano la famiglia “de li Cuculi”- e pertanto lo conosco da sempre. Sette-otto anni più anziano. Una parlantina sciolta e interminabile. Sembra sempre agitato. Non alto e rotondetto. Molto simpatico. E una buonissima “forchetta”. No, no. Una grandissima “forchetta”. Ed un infinito bicchiere.
All’oratorio era il mio capogruppo. Eravamo i boy scout ed io appartenevo al gruppo dei lupetti, i più giovani.
Poi, nel 1947 a Vibo, abitavamo, insieme a Mario Pileggi, nella stessa casa di “Peppino lu Picaru” – questo era una persona meravigliosa. Era il figlio di Zio Peppino – il mandrillo.
Mario ed io frequentavamo la prima media. Nicola il terzo liceo classico. Aveva l’abitudine di alzarsi al mattino prestissimo per studiare. Diceva lui. Mario ed io abbiamo scoperto che oltre a studiare mangiava tutto quello che rimaneva la sera. Era specializzato nel riscaldare la minestra di pasta e fagioli che lui chiama “il cemento armato”. Naturalmente noi non lo lasciavamo in pace e ci divertivamo a vederlo incavolato. E spesso ci riconcorreva a pedate nel sedere e ci tirava addosso quello che aveva a portata di mano.
Torniamo sui Colli Albani.
La trattoria si trova appena fuori Castelgandolfo. Roba bella perché semplice e rustica. Ci sediamo sotto un florido pergolato. Ci sono già gli acini abbastanza grossi.
Nicola “la Licerta” non sta zitto un minuto. Sa tenerci allegri. Se ricordo bene lui aveva una sua certa teoria riguardante il vino: diceva che il bicchiere non deve essere né mai pieno né mai vuoto. Rifletteteci su questo profondo pensiero. Nicola “lu Preturi” ascolta e ride. Parla poco. Un tipo quieto e tranquillo come la madre. Si mangia e si beve.
Nicola, l’anfitrione, ci aveva avvisati.
– Non preoccupatevi. Mangiate quello che volete.
E noi non ci siamo risparmiati, specialmente Nicola “la Licerta”.
Giusto accanto, davvero a pochi centimetri, siedono tre uomini. Due giovanissimi, uno intorno ai quaranta. Ridono alle spiritose battute di Nicola e ci guardano come volessero attaccare bottone.
Guardo il ragazzo proprio accanto a me, e mi sembra di conoscerlo.
Stava con gli occhi bassi e mangiava come un lupo.
– Non so perché, ma mi sembra di conoscerla.
Non mi ha fatto terminare la frase.
Si alza, rosso in faccia per la timidezza, ed a bassa voce, come non volesse disturbare nessuno, dice:
– Vi presento l’ingegnere (il nome non lo ricordo al cento per cento anche se credo che era “Salvarani” o qualcosa del genere) il mio “patron”, questo è il mio collega ed io mi chiamo Gimondi Felice. Siamo ciclisti.
L’ingegnere si alza in fretta. Ci stringe la mano a tutti e:
– Questi sono i miei ciclisti. Gimondi ha vinto la gara oggi. Una grande vittoria.
Sprizzavano felicità da tutti i pori.
La conversazione ha preso piede come si trattasse di amici di vecchia data.
Nicola si è presentato, come del resto lo faceva sempre con tutti, come: sono il Dottor, Professore Nicola Marchese.
A questo proposito i nostri cugini francesi erano soliti dire:
– In Italia, un caffè ed un titolo di dottore non si nega a nessuno.
L’ingegnere, contento dei complimenti per i suoi ciclisti, ed ansioso di raccontarci la storia della sua squadra, chiama il padrone-cameriere:
– Ci porti un paio di bottiglie, ma il migliore che ha.
– Vi porterò due bottiglie di Est-Est-Est di annata.
E qui dobbiamo fare una piccola ed importante parentesi.
Non avevo mai sentito quel nome, abbastanza strano per indicare un vino.
Quando stiamo per andare via chiedo lumi su perché quel nome.
Ecco il racconto della figlia del proprietario.
Qualche secolo prima. Un vescovo tedesco, Johannes Defuk, va in Italia al seguito di Enrico V che doveva incontrare il papa Pasquale Secondo. Qui è d’obbligo precisare che il pio vescovo era un gran bevitore.
Il suo segretario, si chiamava Martino – che nome, ironia della sorte -, lo precedeva. Oltre al compito di provvedere agli alloggi, Martino aveva quello di assaggiare i vini del luogo e informare il vescovo sulla loro qualità.
E per questa bisogna avevano escogitato un sistema. Nella cantina dove trovava il vino buono, l’esperto e fido Martino, doveva scrivere sulla porta la parola “EST”. E così il vescovo bevitore sapeva dove andare a colpo sicuro. E Martino arriva a Montefiascone. E Martino assaggia il vino locale. E Martino lo riassaggia. E Martino sulla porta della cantina scrive a caratteri cubitali “EST-EST-EST”.
La qualità del vino era così buona che il vescovo si è fermato tre giorni. Ma al termine della missione imperiale il vescovo bevitore se n’è guardato bene dal ritornare in Baviera. Si trasferì a Montefiascone. E lì è morto, dicono, per le troppe bevute. E per riconoscenza ha lasciato al comune una sostanziosa eredità a condizione che ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, si versi un fiasco di vino sulla sua tomba.
Arrivate – si è trattato di un rito solenne – le bottiglie del nettare di Montefiascone, la serata meglio non poteva trascorrere. I due Nicola sono interessati alle teorie economiche dell’ingegnere. Pino ed io parliamo con il giovane Felice Gimondi.
– Ascolti, Gismondi – Io.
– Gimondi, Gimondi.
Era già la seconda o la terza volta che lo chiamavo Gismondi. Conoscevo un bravo giornalista con tale nome. E Felice, con molto garbo ed a bassa voce, mi correggeva.
Ricordo alcuni passi del nostro colloquio.
– Ascolti, Gimondi, non so perché, ma ho la sensazione che lei diventerà un grande ciclista. Questa mattina, quando l’ho vista alla partenza della gara, mi è sembrato di vedere Coppi. Lei ha lo stesso fisico.
– Lei mi prende in giro.
E qui è bene precisare che il “tu”, allora, si usava soltanto con gli amici. Il “lei” era la regola. Al riguardo ancora non ho capito se eravamo più arretrati o più educati. Arcano mistero. Ai posteri l’ardua sentenza.
– No, no – rispondo – non potrei prendere in giro una persona garbata e simpatica come lei. E, poi, questi atteggiamenti non sono nella mia indole. E, poi, sono davvero convinto, e non so perché, che lei diventerà un grande campione. E infine, Gimondi, poche volte mi sbaglio nelle mie previsioni.
Lui arrossisce come una signorinella. Era la timidezza in persona. E parla a bassa voce.
Un gran bravo ragazzo, educato e rispettoso, che tutte le madri vorrebbero come figlio. La conversazione fra i due gruppetti, con l’aiuto di Bacco, è andata avanti per circa un’ora.
I brindisi dedicati alla vittoria di Gimondi non si contavano.
Ricordo benissimo che ad un certo punto mi ha chiesto come era il Brasile. E sembrava affascinato dai miei racconti.
L’ultimo brindisi e ci salutiamo.
– Allora, Gimondi, lo vedremo anche il prossimo anno?
E qui risponde l’ingegnere:
– No, non ritornerà. L’anno venturo Gimondi passerà nei professionisti. Farà parte della squadra di Adorni.
Lo saluto.
– In bocca al lupo, Gimondi. Lei sarà un grande ciclista.
– Grazie, grazie – sempre arrossendo.
L’anno dopo non seguivo le vicende sportive. Avevo altre priorità. E, siceramente, non ricordavo assolutamente niente dell’incontro con i ciclisti in una trattoria dei Castelli romani.
Era un giorno di luglio. Non ricordo dove mi trovavo. Passo davanti un’edicola e vedo grandi titoli su tutti i giornali.
FELICE GIMONDI PRIMO AL TOUR.
E lui, esordiente, ha vinto la più importante corsa.
Ed io ho ricordato tutta la serata passata accanto ad un giovane e sconociuto ciclista.
Da quel momento la carriera di Felice Gimondi è stata sempre in ascesa. Ha vinto tutto. Ha avuto una carriera brillantissima, anche se in quel periodo c’erano corridori del calibro di Merckx.
Io lo seguivo sui giornali. Non so perché, ma sentivo qualcosa che mi faceva partecipe ai suoi successi. Che stupida idea!
E, da quello che leggevo sui giornali, oltre ad essere diventato un grande campione, è rimasto anche un grande gentiluomo. Ha saputo comportarsi sempre da vero signore.
Chissà se qualcuno potrebbe far leggere questa notarella al Signor Felice Gimondi.
Sono certo che qualcosa ricorderà.
Se non altro, ricorderà la bontà del vino Est Est Est.

 

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".