“Don Luis” (terza parte)

Ma la pioggia ed il fango hanno fermato l’avanzata italiana. La battaglia di Guadalajara è stata una disfatta per l’esercito italiano. E Mussolini ha punito il generale Bergonzoli destituendolo.
Le provvidenziali torrenziali piogge avevano creato tanto di quel fango che i mezzi della divisione italiana si sono impantanati. E sono stati costretti alla ritirata, anche perché è mancato loro l’aiuto dell’aviazione impegnata nel nord-ovest. Famoso il crudele bombardamento di Guernica immortalato dal famoso dipinto di Picasso.
Incontrando Xavier, Luigi gli dice:
– Hai visto che avevo ragione quando ti dicevo che Dio ci avrebbe aiutati?
– Luis, con tutto il rispetto, il tuo Dio ci poteva pensare prima ed evitare tutto questo bailamme. Per non parlare dei morti.

Guerra civile spagnolaEd anche per l’esercito repubblicano la battaglia di Guadalajara è stata una vittoria di Pirro.
I massicci aiuti della Germania e dell’Italia ai falangisti sono stati decisivi per la disfatta dei repubblicani. Ed i falangisti non facevano prigionieri. Passavano tutti per le armi. Il loro credo era che si dovevano annientare i comunisti. Ed a Granada hanno fucilato il grande poeta Federico Garcia Lorca nascondendo chissà dove il suo corpo. Infatti ancora non si è potuta localizzare la sua tomba. Chi ha avuto la possibilità, fra gli intellettuali particolarmente cercati dai falangisti, si è rifugiato in Latino America. Rafael Alberti, Pablo Casal, Manuel de Falla ed altri.
La compagnia di Luigi si è spostata a Segovia. Da qui, quasi decimata, a Medina. Da qui, i pochi rimasti vivi, sono riusciti a raggiungere Santander dopo le ultime gravi perdite e il conseguente sbandamento a Vitoria. Luis si considera fortunato di aver conosciuto Micaela Feldman, conosciuta come “La Capitana”. Era nata in Argentina nella provincia di Santa Fè da famiglia di ebrei russi. Con il marito, mentre stavano in Francia, si arruolano nelle file dei repubblicani. Il marito muore durante la battaglia di Atiensa e lei prende il suo posto al comando del plotone. Ancora giovane, circa trentacinquenne, e molto bella. Morirà in Francia a novanta anni.
A Santander ci sono due navi argentine, La 25 de Mayo e la Tucuman, che da qualche mese provvedono a mettere in salvo in Francia gli scampati alla belluina furia franchista.
Luigi incontra Jordi, la cui famiglia è scappata in Argentina già da un anno, che è uno degli organizzatori di questo esodo.
– Luis, questo è l’ultimo viaggio della Tucuman. La 25 de Mayo ne farà un altro. Una parte di questi sfollati si fermerà in Francia, hanno ancora qualche speranza di poter ritornare a casa, il resto proseguirà per il Sud America.
Io raggiungerò la mia famiglia in Argentina.
– Jordi, anche la mia avventura in Europa è finita. I fascisti hanno vinto.
Mi hanno cacciato dall’Italia e mi stanno cacciando dalla Spagna. Sono il perditore. Verrò anche io in Sud America.
Il viaggio è lungo. La nave sarebbe dovuta fermarsi per rifornimenti a Lisbona. Ma il governo portoghese del crudele e feroce dittatore Salazar, schierato con i falangisti, non lo ha permesso. Hanno dovuto fare scalo a Tangeri e da qui alle Canarie.
Un centinaio di Galiziani sono sbarcati a Rio de Janeiro ed a Santos. Si troveranno a casa, perché la loro lingua, il “Gallego” è simile al portoghese.
Il prossimo scalo il porto di Montevideo.
Un comitato per l’accoglienza degli esiliati sale a bordo della Tucuman.
Un breve e concitato consulto con Jordi e Luigi decide di fermarsi in Uruguay.
È l’unico paese veramente democratico del latinoamerica. È un esempio di democrazia in tutto il mondo.
MontevideoUn piccolo paese con meno di tre milioni di abitanti.
Una repubblica dove il presidente è in carica soltanto per un anno.
Massimo rispetto per i diritti umani. Assistenza sanitaria gratis per tutti.
Un piccolo esercito che, al contrario degli altri paesi latinoamericani, non ha mai fatto una rivoluzione.
Una solida economia grazie al suo sistema bancario ed all’agricoltura.
Luigi trova subito lavoro come impiegato presso una grande compagnia di navigazione.
Lo conoscono tutti come “Luis el Catalano”.
Semplice la spiegazione. Nella compagnia ci sono due meccanici originari di Tarragona. Con loro Luigi usa la lingua catalana. E tutti sono convinti che anche lui è catalano.
E Luigi, che già si sente stanco della vita e parla il meno possibile, non ha mai chiarito l’equivoco.
Le autorità uruguaiane gli hanno fornito dei documenti provvisori. Aveva perso tutto quando sono scappati da Medina. Adesso lo debbono credere sulla parola.
Era stato all’Ambasciata italiana per ottenere il rilascio dei suoi veri documenti. Ma quando sono arrivate le informazioni che è stato un nemico del fascio e che ha fatto parte delle brigate internazionali contro le truppe italiane, gli hanno detto chiaro e tondo di scordarsi di essere italiano.
Li avrebbe ottenuti soltanto nel 1950 quando le missioni italiane all’estero si sono normalizzate.
Nota, e con piacere, Luigi che l’Uruguay è un paese dove la gente legge molto. I giornali escono con tre edizioni giornaliere ed i libri vendutissimi.
Jordi e famiglia si trovano a Punta del Est per le vacanze estive e vanno a trovare il vecchio caro amico Luis. Jordi, a Buenos Aires, ha tre avviate librerie.
– Luis, tu conosci i libri. Tu ami i libri. Metti su una libreria. Ti darò una mano.
La ruota della vita è sempre in movimento. Incominciano ad arrivare molti italiani. Questa volta è il turno dei fascisti. Scappano dall’Italia per sfuggire alle loro scelleratezze.
La libreria “del Catalano” diventa popolare. Un punto d’incontro per gli intellettuali. Lo riforniscono abbondantemente le case editrici argentine, sempre molto attive. Porta molti libri italiani Sono richiesti e si vendono.

Incomincia ad arrivare, due volte la settimana, il Corriere della Sera. È stampato su una finissima carta velina. I ragazzi la usano addirittura per arrotolare le sigarette. Arriva la rivista “Il Borghese” molto popolare fra i repubblichini. Esaurite tutte le settimane le bellissime riviste satiriche “Il Travaso” ed il “Marco Aurelio”.
La “Settimana Enigmistica” la più richiesta.
Le cose vanno più che bene. Lavora con lui una giovane impiegata, Soledad, cui vuole bene come una figlia.
Ma Luigi è sempre malinconico. Per lui la vita non ha più nessuno scopo.
Cacciato in mala maniera dalla sua terra. Un ritorno in Italia è impensabile.
Della sua famiglia non sa più niente. Da quando ha lasciato l’Italia ha perso i contatti. E, poi, a chi scrivi? Meglio ricordarli come una volta che avere altre brutte notizie.
Si sente già vecchio per ricominciare daccapo per l’ennesima volta.
Cacciato dalla Spagna, sua seconda patria.
Pertanto di ritornare nella sua Calabria nemmeno pensarlo. A fare che? È una vita che sta lontano. Aveva otto anni quando Don Mariano lo ha portato via. Ricorda quella mattina che lo ha fatto salire sul treno. Un mostro di ferro con una lunga scia di fumo.
– E no. Io su quel coso non ci salgo. Ho paura.
Il buon don Mariano lo ha dovuto portare su in braccio.
Tornasse adesso nemmeno i pochi fratelli, risparmiati dalle malattie, lo avrebbero riconosciuto.
Gli hanno portato via Rosella, l’unica donna che aveva amato. Passavano, i due, le serate a fare progetti per il futuro. No, abitare in città, mai. Avrebbero comprato una casetta nella campagna toscana fra Livorno e Cecina. In fondo Luigi è rimasto sempre un contadino. Anche Rosella sarà felice di vivere a contatto della natura.
Sì, ma il terreno sarà di grandezza moderata. Non è che hanno molto tempo libero per coltivarlo. Ma questo sì. Ci dovranno essere almeno dieci galline.
Alla Fiumara, Luigi, aveva Lisa. Così chiamava la sua gallina. Gli stava sempre dappresso. Lo seguiva come un cane. Era sicuro che capiva tutto quello che le diceva.
Sognare non costa niente. È, forse, l’unica forma di vita veramente felice.
Adesso è sveglio. Questa è la realtà e Luigi si sente già un vecchio. Forse è arrivata l’ora di farla finita.
Stanno sistemando, Luigi e Soledad, il carico di libri appena ricevuti. Una richiestissima collana con tutte le opere di Pirandello.
– Buon giorno.
Entra un piccoletto ben vestito e dal passo dinamico, salutando in italiano.
– Mi hanno detto che qui posso trovare giornali e libri italiani.
Sposta lo sguardo, Luigi, dai libri al nuovo entrato. La sua vita torna indietro di venti anni. Vede qualcosa che non avrebbe mai pensato potesse vedere.
Una strana rossastra cicatrice, va dal sopracciglio sinistro fino all’orecchio, risalta sul viso del nuovo cliente.
– Bevi, puttanella comunista, bevi. E dopo tocca a te, bischero.
No. Non ci possono essere dubbi. Anche la voce è rimasta uguale. Un timbro di voce che è stato sempre nell’orecchio di Luigi.
FascistaEh sì. È sicuramente lui.
E Luigi, da persona coerente e da buon calabrese, ha sempre mantenuto le sue promesse.
È diventato un cliente fisso il piccoletto. Frequentava la trattoria “Vecchia Calabria”. E Don Rocco è come un confessore. Conosce vita e miracoli di tutti.
– Don Luis, questo signore è stato un importantissimo dirigente del partito fascista fino alla Repubblica di Salò. Era il terrore anche dei suoi stessi camerati. Insieme ad altri, e con passaporto del Vaticano, è arrivato in Argentina con una ottima situazione finanziaria. A Buenos Aires è riuscito a farsi dei nemici. Pare che qualcuno abbia cercato di farlo fuori. Inoltre è stato riconosciuto da molti ebrei italiani da lui perseguitati. È stato costretto a scappare. In Italia non può ritornare, in Brasile non lo hanno accettato. Tramite i camerati locali, il governo dell’Uruguay gli ha dato un visto provvisorio. Vive in un elegante appartamento sulla centrale Avenida 18 de Julio.
Aveva sei anni, e come dimenticarlo, quando il fratello di suo padre, un giovane di venti anni, era stato ammazzato per vendetta. Una parola spesso sentita alla Fiumara. Luigi non lo ha mai potuto capire. La vendetta è qualcosa che non può far parte della società civile. È soltanto una legge tribale.
Luigi non vuole e non può vendicarsi. È che, per amore e rispetto di Rosella, ha una promessa da mantenere. Promessa fatta vedendo Rosella spogliata della sua dignità e del suo decoro.
Sua madre gli ha insegnato che la promessa è come il debito. Si deve pagare.
Un bicchiere di olio di ricino e le ha impedito di alzarsi dalla sedia.
E meno male che il vecchio usciere, litigando con quel giovanotto in camicia nera che rideva sguaiatamente, è riuscito a portarle della roba che apparteneva alla moglie.
Quel giovanotto, piccoletto, nervoso, con una strana e marcata cicatrice che dal sopracciglio sinistro arriva all’orecchio.
I debiti bisogna pagarli e le promesse bisogna mantenerle.

Alla riapertura pomeridiana di un caldissimo gennaio, Soledad è stranamente in ritardo.
– Scusate , Don Luis. La curiosità mi ha fatto ritardare. Vi do una brutta notizia. Questa mattina hanno trovato morto ammazzato quel nostro cliente italiano. Sapete Don Luis, quel piccoletto con la cicatrice in fronte.
– Che peccato, Soledad.
E con un impercettibile sussurro aggiunge:
– Adesso Rosella riposerà in pace.
La ragazza non ha fatto caso al commento di Don Luis.
La polizia, dalle informazioni avute dall’Ufficio Stranieri e dall’Ufficio Politico, è convinta, anzi certa, che gli autori del delitto vengano dall’Argentina, dove la vittima aveva lasciato alcuni conti in sospeso. Anche se, a voler dire il vero, il signore ha lasciato conti da pagare dappertutto. E, adesso, è arrivato il momento di saldarli.
E, guardando al suo passato, non c’era altra maniera per farlo.
La polizia lo ha trovato steso sul costoso tappeto persiano con un coltello da macellaio conficcato nel petto.
Evidentemente conosceva l’assassino perché la porta non era stata manomessa ed i vicini non avevano sentito rumori strani.
Bicchieri di brandySul tavolino due bicchieri ed una bottiglia di un noto brandy spagnolo.
E, con tutta probabilità, il morto stava leggendo. C’era, appoggiata sulle gambe, una rivista italiana. Una intera pagina pubblicizzava una conosciutissima marca italiana di purganti.
– Mah, non credo che a lui servirà più questa roba.
Ha commentato, sorridendo, il giovane poliziotto prendendo in mano il giornale.
– Sergente, possiamo andare?
– Si, Ramiro. Per noi è tutto chiaro. Qualcuno è venuto dall’Argentina a fare il lavoretto. E, per noi, è umanamente impossibile controllare le migliaia di persone che, giornalmente, vengono dall’Argentina. Inoltre, dalle informazioni che ho avuto dal ministero degli Esteri, il tipo è stato “un muy grande hijo de puta y nadie lo va a llorar”. Caso chiuso, Ramiro.
Entra Soledad nella libreria con l’aria di chi aveva novità.
– Don Luis, ho visto, passando davanti la chiesa di San Pedro, i funerali dell’italiano. Certamente doveva trattarsi di una persona importante. Pensate che c’era anche il Nunzio Apostolico. Credo che c’erano anche dei parenti, perché due signori vestivano a lutto. Avevano la camicia nera.
– No, cara Soledad. Quelle persone non portavano il lutto. Il lutto, anzi i lutti, li hanno arrecati agli altri. Ah, Soledad, dimenticavo. Domattina, se hai qualche faccenda da sbrigare, ed a te il da fare non manca mai, sei libera.
Apriremo nel pomeriggio.
Sono le sette e mezzo in punto quando arriva il ragioniere Latina. Era abituato ad aprire prestissimo, Don Luis “il Catalano” o “el Tano” anche “el Comunista”. Si era perso il conto di tutti i soprannomi che nel tempo gli hanno appioppato. Nondimeno era, maggiormente, conosciuto come un intellettuale dalla preparazione umanistica enciclopedica. E un fine bibliofilo e bibliologo. A lui ricorrono spesso le biblioteche della locale università. Ben voluto ed ammirato anche per la sua modestia.
È sabato mattina e ci sono i giornali e riviste nuove. L’aereo, l’Alitalia fa servizio con il Sud America due volte la settimana già da qualche anno, è arrivato venerdì sera.
Il ragionier Latina, puntuale come può essere un uomo che ha a che fare con i numeri, viene a ritirare i giornali per il presidente della banca dove lui lavora come cassiere.
RagioniereIl cassiere in banca!
Al paese, nel cuore dell’Abruzzo non lontano dal Gran Sasso, c’era un signore che faceva il cassiere in una banca di Avezzano. Era considerato l’uomo più fortunato del pianeta. Quando, la sera, passeggiava sul corso cittadino non poteva fare a meno di mostrare al mondo intero la catena in oro che sul gilet reggeva l’orologio.
Perciò non è stato a pensarci due volte quando gli hanno proposto di emigrare in Uruguay con un lavoro in banca garantito.
Non era molto che era ritornato dalla prigionia, due anni si era fatti dopo il periodo di villeggiatura in Grecia dove il Cavaliere Mussolini lo aveva spedito per rompere le reni ai greci, trova un lavoro, con relativa miserrima paga, in una piccola cooperativa di pastori locali.
Poi ha avuto la felice idea di convolare a nozze con Antonietta. Una bellissima ragazza dalle forme procaci ed invitanti. Un petto che miracolosamente si tratteneva da venire fuori del reggiseno. Labbra turgide da peccatrice. Le gambe, meglio non parlarne.
Sempre allegra, briosa, dinamica e di buon umore, al contrario del ragioniere che poteva rappresentare la tranquillità personificata.
Sì, i giornali per il presidente, perché lui i soldi per comprarli non li ha. Deve aspettare che il signor presidente finisca di leggerli e li depositi nel cestino della cartaccia. E nemmeno una rapida occhiata può dare perché il signor presidente li vuole intonsi ed immacolati.
Purtroppo, o per fortuna, le banche in Uruguay sono più numerose dei negozi di frutta e verdura. Ed il ragioniere Latina, cassiere in banca, anzi no, ma per essere più precisi il presidente gli aveva detto che era capo-cassiere, guadagna quattro volte meno del muratore che vive nell’appartamento accanto al suo. Ogni tanto ci fa un pensierino e chissà che un giorno non mandi al diavolo il presidente e la sua banca.
E, poi, meglio scordarsi delle male lingue. Non mancano mai. Si trovano dappertutto.
Qualcuno ha messo in giro la voce che quando il capo cassiere ragioniere Latina va a ritirare i giornali, il signor presidente passa a visitare la vivace e dinamica e sensuale Antonietta.
E lasciamoli sparlare.
E, tanto per usare un poco di pragmatismo, il ragioniere non dimentica quello che spesso diceva il nonno, il saggio maniscalco del paese.
E lo ripeteva spesso:
“Le corna sono come i denti. Quando spuntano fanno male, dopo servono per mangiare”.
Strano che la libreria sia ancora chiusa. Don Luis è sempre stato mattiniero. Ma il ragioniere si accorge che dentro la luce è accesa.
– Ecco, lo dicevo io. Don Luis è dentro. Meglio bussare.
Non risponde nessuno. Uno spiraglio, una fessura nella tenda della finestra e si può vedere l’interno della libreria.
Fuori dalla libreriaArriva Soledad. Spinta da uno strano presentimento, dice lei.
Anche lei vuole andare alla finestra a guardare dentro. Il ragioniere Latina la prende sottobraccio e la allontana. Nella libreria si vedevano due gambe penzolare dal soffitto.
Entrano nel panificio accanto e chiamano la polizia. Soledad consegna le chiavi al poliziotto. Questi entra. Passano soltanto un paio di minuti, ma è sembrata una eternità. Da fuori si sente un tonfo. È caduto qualcosa di pesante. Il poliziotto ha tagliato la corda dalla quale pendeva il corpo esanime di don Luis.
Accanto due buste.
Nella prima chiede a Soledad, che ha voluto sempre bene come una figlia, che faccia cremare il suo corpo e che le ceneri siano sparse in un bosco di eucalipti dove andava spesso a pensare.
Nella seconda il testamento. Lascia la libreria e tutto il contenuto del suo appartamento a Soledad.
C’è anche un pezzettino di carta dove chiede scusa a tutti per il disturbo che sta arrecando. Cerchino di capire, non poteva evitarlo.
E per Soledad c’è anche l’anello di rame che don Luis portava sempre al dito.

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936, registrato all'anagrafe come Giuseppe Nicola Dafni De Gennaro. Ha conseguito la licenza media a Serra San Bruno, la ginnasiale a Nicotera, la maturità classica al liceo italiano "Cristoforo Colombo" di Buenos Aires. Iscritto alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Buenos Aires, lascia gli studi dopo aver dato 21 esami. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (da 41 anni), ha fatto innumerevoli viaggi negli USA, con alcune permanenze. Ha visitato sedici volte la Spagna, dove ha trascorso alcuni inverni. Conosce qualche decina di Paesi, dove è stato non come turista, ma come viaggiatore. In Italia, oltre che in Calabria, ha vissuto per tre anni a Roma e due a Lecce. Parla fluentemente il calabrese (lingua madre), l'italiano, lo spagnolo, l'inglese, il francese, oltre ad un più che ottimo portoghese. "Parlicchia" e scrive qualche altra lingua. Avidissimo lettore, ha letto centinaia e centinaia di libri. Tra i migliori, annovera l'Inferno di Dante (dice di non aver mai capito il Paradiso), l'Iliade di Omero, Don Chisciotte di Cervantes, Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez (il suo scrittore preferito), Platero y yo di Juan Ramon Jimenez. Apprezza Leopardi, Garcia Lorca, Pirandello, Neruda, Ivo Andric, Joseph Conrad, Verga, Rigoni Stern, Camoes, Philip Roth, Corrado Alvaro, Jorge Amado, Asturias, Dino Campana, i russi tutti, Dos Passos, Jack London e molti altri. Adora la musica classica: Bach, Albinoni, Rodrigo, Vivaldi. Ascolta flamenco (vero), il tango (vero) e la musica folk. Ha sempre letto Topolino. Dedica due ora la sera alle parole crociate. Si definisce forse l'unico utopista che, se viene chiamato "comunista", lo considera un complimento. Ha un grande, anzi grandissimo amore per gli animali. Nel 2012 ha pubblicato La transumanza - Storie di un paese in viaggio.

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