“La quiete dopo la tempesta”

Tempesta

Passata è la tempesta. (1)

Nessuno si sogna di far festa. (2)

Il sole rifà di nuovo capolino

Asciugando le mutande del piccino. (3)

 

Arcobaleno

La faccia nera (4), e sparando moccoli

Sull’aia si affaccia il contadino. (5)

Urla: “Madonna guarda che casino”.

Mentre in casa Ginevra (7) taglia i troccoli.(6)

 

 

Egli guarda con occhio sgomento

Il pantano formatosi nei prati.Diluvio

S’è perduto quasi tutto il frumento

E i ravanelli (8) si sono rovinati.

 

 

La gallina anch’essa vienefuori,

quand’è sicura che la pioggia è finita.

poi comincia a cantare a squarciagola (9)

“Anch’oggi ho fatto l’uovo: questa è la vita”.

 

 

(1)   L’autore ha fatto la scoperta dell’acqua calda. Non si è mai vista una tempesta che non passa.

(2)   L’autore non riesce a trovare nessun motivo per il quale i villici debbano fare festa.

(3)   L’autore, malgrado avesse condotto approfondite ricerche (spendendo prezioso tempo e danaro) non è in grado di precisare se le mutande del pargolo erano bagnate perché lo stesso si era fatta la pipì addosso, oppure perché la (di lui) genitrice li aveva lavati. Oppure, altra affascinante ipotesi, il pargoletto era stato sotto la tempesta. Il mistero rimarrà.

Pasta fresca(4)   Non si tratta di un contadino di razza nera – come qualcuno potrebbe erroneamente pensare. La faccia si era oscurata perché il suddetto contadino era tremendamente incazzato. L’autore non se la sente di dargli torto.

(5)   Da notare come il contadino ha saputo fare uso del suo stato di “Homo sapiens”. Era entrato in casa per evitare di bagnarsi. I motivi possono essere  due: mica fesso oppure l’homo sapiens non possedeva l’ombrello. In fondo son fatti suoi.

(6)   Il lettore pignolo ed impiccione si chiederà che cavolo c’entrano i troccoli con la tempesta. L’illustre autore, molto diligentemente, sagacemente e pazientemente dà le seguenti spiegazioni: sono fatti che al lettore non riguardano, mica il medico gli ha ordinato di leggere questa bellissima ed immortale poesia. I troccoli all’illustre autore piacciono – si tratta di una qualità di pasta casareccia largamente usata nel foggiano.

(7)   Ginevra è la donna di casa. Non sappiamo se è la di lui moglie o la di lui concubina. Potrebbe anche trattarsi della vicina di casa. Ma non dimentichiamo che sono fattacci suoi.

(8)   Al contadino stanno particolarmente a cuore i ravanelli. Non riesce a mangiare l’insalata senza di essi. In fondo sono gusti e fatti suoi. Memento: quisquis pro cazzis suis.

(9)   Il solito lettore, alquanto rompiscatole ed impiccione, osserverà che la gallina non ha nessun motivo per cantare: fare le uova è il suo mestiere. L’illustrissimo autore, sempre con tanta pazienza, fa notare al solito lettore rompieccetera che la sopracitata gallina – Volatis Plumacea – ha tutto il diritto di cantare. Il mondo è pieno di galline che cantano e, per giunta, senza mai aver deposto un solo uovo.

 

Gallina

Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936, registrato all'anagrafe come Giuseppe Nicola Dafni De Gennaro. Ha conseguito la licenza media a Serra San Bruno, la ginnasiale a Nicotera, la maturità classica al liceo italiano "Cristoforo Colombo" di Buenos Aires. Iscritto alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Buenos Aires, lascia gli studi dopo aver dato 21 esami. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (da 41 anni), ha fatto innumerevoli viaggi negli USA, con alcune permanenze. Ha visitato sedici volte la Spagna, dove ha trascorso alcuni inverni. Conosce qualche decina di Paesi, dove è stato non come turista, ma come viaggiatore. In Italia, oltre che in Calabria, ha vissuto per tre anni a Roma e due a Lecce. Parla fluentemente il calabrese (lingua madre), l'italiano, lo spagnolo, l'inglese, il francese, oltre ad un più che ottimo portoghese. "Parlicchia" e scrive qualche altra lingua. Avidissimo lettore, ha letto centinaia e centinaia di libri. Tra i migliori, annovera l'Inferno di Dante (dice di non aver mai capito il Paradiso), l'Iliade di Omero, Don Chisciotte di Cervantes, Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez (il suo scrittore preferito), Platero y yo di Juan Ramon Jimenez. Apprezza Leopardi, Garcia Lorca, Pirandello, Neruda, Ivo Andric, Joseph Conrad, Verga, Rigoni Stern, Camoes, Philip Roth, Corrado Alvaro, Jorge Amado, Asturias, Dino Campana, i russi tutti, Dos Passos, Jack London e molti altri. Adora la musica classica: Bach, Albinoni, Rodrigo, Vivaldi. Ascolta flamenco (vero), il tango (vero) e la musica folk. Ha sempre letto Topolino. Dedica due ora la sera alle parole crociate. Si definisce forse l'unico utopista che, se viene chiamato "comunista", lo considera un complimento. Ha un grande, anzi grandissimo amore per gli animali. Nel 2012 ha pubblicato La transumanza - Storie di un paese in viaggio.

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