“Breve cronaca dal cielo”

Un decollo perfetto. Siamo già in quota di crociera. Dovremmo essere dalle parti di Montreal. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. I piloti italiani sono, senza alcun dubbio, tra i migliori del mondo.

Breve considerazione: se l’Italia avesse i politici bravi come i piloti sarebbe un’oasi, un Eden. Ma questo è sognare. Scordatevi, come non detto.

Istruzioni di sicurezzaE, come sempre, appena l’aereo raggiunge la quota di crociera, sugli schermi televisivi appare la bella hostess che ci dice cosa fare nel malaugurato caso che l’aereo precipitasse. E, ancora non ho capito se sono seri o scherzano. Ci dicono che sotto il sedile c’è il salvagente. Sì, sì. Il salvagente. Perché secondo la logica di qualche Solone se l’aereo cade in mare da quell’altezza, uno, tranquillamente e prendendosi tutto il suo tempo, ha qualche remotissima possibilità di poter recitare un padre, una ave od un gloria. Ah, non solo. Alla fine, con un sorriso accattivante, ci invita, sempre che l’aereo dovesse andare giù, a dare una mano al nostro vicino. Andiamo, un po’ di serietà.

– Lia, per cortesia, da’ una occhiata fuori se vedi passare qualcuno.

– E, secondo te, chi dovrei vedere fuori da queste parti?

– Che ne so. Qualche Angelo. Qualche Santo che si fa la pennichella sulle nuvole. Loro abitano da queste parti.

Una rapida occhiata al televisore davanti a me e leggo:

Altitudine 11.000 metri.

Velocità 867 km per ora.

Distanza all’arrivo 6430 km (abbiamo fatto già 600 km).

Temperatura all’esterno -58.

È già passata la hostess con i giornali. Ho preso La Repubblica, il Corriere della Sera e l’Espresso. Li leggerò a destinazione.

Debbo smettere perché hanno portato il cibo. E chi deve mangiare a quest’ora!

Non l’avessi mai pensato. Un’occhiata e vedo che tutti mangiano come lupi affamati. E bevono, e come bevono. Io mi limito alla frutta, al dolce ed un discreto caffè.

Volo notturnoÈ circa mezzanotte. Abbiamo lasciato Toronto, in perfetto orario, alle 22.25 con destinazione Roma. Ancora siamo in territorio canadese. Stiamo attraversando la provincia della Nova Scotia. Fra un’oretta incomincerà l’attraversamento dell’Atlantico.

Anche se stento a crederci, mi trovo in cielo. Sotto di me non c’è niente. Il nulla assoluto. Il vuoto che più vuoto non si può.

Spesso e volentieri, durante le mie mattutine passeggiate, indugio volentieri a godermi, nel laghetto vicino casa, le anatre che scendono sull’acqua. A circa cento metri di altezza incomincia un’armoniosa e perfetta semicirconferenza verso il basso. Gli utimi metri, con delicatezza e grazia, con le ali leggermente ricurve che servono da freno, arrivano sull’acqua quasi senza toccarla. Nemmeno una goccia si alza benché siano grossi uccelli. Ma, fra i volatili, il più elegante, secondo la mia modesta opinione, è il gabbiano. Ha tutto: grazia, velocità e classe da campione. E fame, sempre fame. Un giorno, in Cartagena de las Indias, mangiavamo, io e José, nel patio di una trattoria. Come un giavellotto, un gabbiano si prende l’uovo dal piatto davanti a José.

Torniamo a noi. Ricordo a fine anni cinquanta quando, trovandomi nella provincia di Mendoza (Argentina) ai piedi delle Ande ho visto volare il condor. Che spettacolo: maestoso e regale. E, per la cronaca, ho visto anche l’aquila. Volava a cerchio man mano scendeva. Certamente aveva puntato la preda. Da noi, in Canada, si possono vedere.

Madre natura ha dotato gli uccelli di ali. E loro volano.

Ma l’essere umano non ha ali, e pertanto non può volare.

E l’unico sprovveduto e disgraziato che ha cercato di farlo ci ha rimesso le penne. Ovviamente non quelle delle ali. Queste erano fatte di cera e il povero Icaro, dimenticandosi di stare nella calda e solatia Grecia, è stato fregato dal sole. Chissà se, forse, Icaro si fosse trovato in Canada o in Russia, dove il sole latita, non sarebbe riuscito nel suo intento. Nondimeno questa poco geniale impresa lo ha reso famoso ed ancora dopo duemila e più anni ci ricordiamo sempre di questo sfortunato personaggio. Anche se, detto fra di noi, se l’è andata a cercare, la morte.

Aspetta, aspetta. Ho dovuto interrompere di scrivere per qualche minuto. È passata la hostess e mi ha chiesto se voglio bere qualcosa.

– Un bicchiere d’acqua. Grazie (guardando con cupidigia le bottiglie di vino).

L’equipaggio, tutto, sempre con il sorriso sulla bocca, malgrado ne debbano sentire d’ogni sorta. I viaggiatori cafoni e maleducati non mancano mai.

Torniamo a noi.

Dio tra le nuvoleE non sono solo, qui, nel cielo. Insieme a me ci sono circa duecentottanta persone. Giovani, vecchi, bambini, belli, brutti, stupidi, geniali, nervosi, taciturni mi stanno intorno. Ci sono rappresentanti di tutte le razze. Aspetta, sì. Mentre andavo al bagno ho visto una signora con la corona del Rosario in mano.

– Signora – stavo per dirle – da qui Dio la sente meglio. È più vicino.

E non siamo noi che voliamo. No, ci troviamo in una specie di elegante contenitore che sembra stare fermo appoggiato su un solido blocco di cemento. Non proprio sempre fermo. Ci sono momenti che fa i capricci.

E come dimenticarlo!

È il ventuno dicembre del 1993. L’aereo, un Boeing 737, è partito da Francoforte con destino Malaga alle 13.30. Mah, valli a capire questi tedeschi con la loro mania di rispettare gli orari calcolando anche i secondi. Fatti loro.

Non c’è un posto vuoto. Infatti Lia è seduta nella terza fila mentre io sono nell’ultima, con accanto due simpatici giovani che già si sono scolata una bottiglia di vino. Io, questo per mettere le cose al loro posto, innamorato del vino, sull’aereo bevo soltanto e rigorosamente acqua. Poi, e questo anche per rimettere le cose al loro posto, mi rifaccio quando sono sulla terraferma.

Abbiamo appena lasciato le Alpi e siamo quasi sui Pirenei. Escono le hostess con i carrelli per servire la colazione.

Io sono alle prese con un cruciverba particolarmente ostico. Mi si chiede nome e cognome di un tizio che ha scritto una commedia dal titolo “Il Marescalco”. E chi sarà mai questo Carneade?

Una parentesi per dovere di cronaca: poi, a destinazione, l’ho trovato il nome del Carneade: Pietro Aretino.

Così, di punto in bianco, come si fosse incontrato un fosso, l’aereo cade per diversi secondi. Si ferma di botto. Rumore di piatti e bicchieri rotti e sparsi nel coridoio. Ed incomincia uno spaventoso sballottamento. La giovanissima hostess, il viso bianco come il latte, mi si siede accanto allacciandosi la cintura.

Ci troviamo nel bel mezzo di una spaventosa perturbazione. L’aereo viene sballottato come un fuscello. Sembra una trottola in mano ad un bambino.

E pazienza. Un giorno o l’altro si deve pur morire. E io, allora, ero solito fare una bella assicurazione appena messo piede nell’aeroporto. Così i figli, se mai avessero deciso di piangere, lo avrebbero fatto con un occhio.

La hostess era letteralmente atterrita. Mi ha detto che non aveva mai visto niente del genere. Mi prende la mano e mi dice:

Aeroplano– Ser, (quando i giovani, che usano la lingua inglese, non si rivolgono più con il “mister” ma usano il “ser”, è indice della nostra avanzata età) crede che l’aereo precipiterà?

La guardo, le metto una paterna mano sulla spalla e le rispondo:

– Senti bella, a noi, se l’aereo cade, non importa. Non è mica nostro. Se l’aereo cade, noi non ci rimettiamo nemmeno un centesimo.

Mi guarda con la faccia confusa. Ci pensa per qualche secondo – non è che i tedeschi siano famosi per l’umorismo – e poi scoppia in una solenne risata. Intanto i due giovanotti accanto si divertivano come bambini. Ecco la palese dimostrazione che il vino fa sempre bene.

E questa spaventosa danza è durata almeno per dieci minuti. Per noi dieci anni.

Il comandante, cosciente che la colpa era sua perché oggigiorno con la tecnologia di cui dispongono poteva evitare la turbolenza, si è scusato e per “l’inconfortevole passaggio” . Sì, sì. L’inconfortevole passaggio che ci aveva dato e perché non c’era più niente da mangiare. E chi aveva fame? Ce la siamo fatta sotto.

Arrivati a Malaga, mentre stiamo per scendere, si avvicina la ragazza, ormai mia grande amica, con una bottiglia di Champagne, di ottima marca, in mano.

– For you and your wife. Buon Natale.

Torniamo a noi.

Il rumore dei potenti motori ci giunge ovattato. Almeno a quelli che ci troviamo nelle prime file. E circa duecento ottanta persone siamo qui in cielo. Meglio non pensare come possa, un bestione del genere, mantenersi a questa altitudine e correre così veloce. Perché per essere pesante, è pesante. Tonnellate e tonnellate che stanno senza appoggio. Vedo, con la coda dell’occhio, passare un signore che peserà più di un centinaio di chili. Il mio primo pensiero è stato di avvisarlo di non camminare. Così pesante farà precipitare l’aereo. Non l’avessi mai pensato.

A-ah. Ci siamo. È come se l’aereo abbia sceso uno scalino. Così, una bottarella. Si accende la luce: allacciare le cinture. Tempo perso per me. Vecchia abitudine di stare sempre con la cintura allacciata. Un balletto durato pochi minuti.

Il televisore si spegne. Adesso tutti tutti a nanna. Meglio così. Molte volte ho pensato (questa sarà la mia quarantesima volta che attraverso l’Atlantico via cielo) che la miglior cosa da fare è mettersi a dormire. Veramente attraversare l’Atlantico in nave è una altra cosa, particolarmente quando si è giovani. Nella malaugurata, ma sempre possibile idea che l’aereo precipiti, almeno non te ne accorgi e passi tranquillamente da un sonno all’altro. E pensi, e pensi, e pensi senza spiegarti, da ignorantone in materia, come farà questo dinosauro a stare qui. Anche se gli esperti ci fanno sapere con statistiche, numeri e fatti che l’aereo è più sicuro della bicicletta. Se lo dicono loro… Io, personalmente, ancora non l’ho capito come fa a stare lassù.

C’è silenzio. Soltanto qualche lampadinetta accesa e l’alone rosso dei segnali che indicano le uscite.

Siamo nel dicembre dell’anno 1957. Mio padre ed io ci troviamo nella punta estrema della Patagonia, esattamente a Rio Gallegos, e dobbiamo andare ad Usuahia, l’ultimo posto del mondo abitato. “La fin del mundo”.

Il commissario, nostro amico, della locale polizia ci aveva procurato un passaggio con un allevatore la cui fattoria – estancia – era a pochi chilometri da Usuahia. Ci rechiamo all’aeroporto, così almeno era chiamato il posto, anche se il tutto era una casetta prefabbricata con dentro due doganieri che passavano il tempo a bere “Mate” – di tutto puo fare a meno un Argentino, ma non toccargli il Mate. Per loro è la bevanda degli dei – e una pista in terra battuta.

L’aereo, se ricordo bene era un piccolo Piper a due posti, ci stava aspettando. Un simpatico giovanottone inglese ci invita a bordo. Prima sorpresa. La piccola cabina aveva già un passeggero. Imponente, posa regale, dall’aspetto pacifico e rassicurante, sedeva un grande montone – beh, meglio chiamarlo Ariete, noblesse oblige. Il giovanotto, da buon inglese, fa le presentazioni:

Ariete– Questo è Paco. Pura razza Merinos. Lo abbiamo acquistato all’esposizione agricola di Buenos Aires.

Ci sediamo, mio padre ed io, con in mezzo il montone, su due striminziti sedili ricavati da vecchie poltrone. Le cinture, il ragazzo ci ha raccomandato di stringerle bene – sapeva che si ballava, il simpatico bugiardo che ci aveva detto “il volo sarà una passeggiata”- erano fatte di grezza canapa.

È bene sapere che quella parte del mondo è maledettamente ventosa. Praticamente Eolo abita lì. Quando si stava per le strade di Rio Gallegos, gli amici mi prendevano in giro chiedendomi se avessi messo dei sassi nelle tasche per evitare di essere portato via dal vento. Eh sì, perché sono nato magro e tale morirò. E, per giunta, mi son trovato sempre bene a convivere con la mia magrezza.

Torniamo a noi.

Il piccolo aereo viene sballottato da una parte all’altra come un foglio di vecchio giornale. Il montone bello tranquillo come fosse nato su un aereo. Il giovane pilota canticchiava come fosse seduto ad un tavolo di un picnic. I venti aumentano d’intensità quando attraversiamo il canale di Magellano. Vediamo l’acqua che bolle come in una pentola. Eh sì, perché non voliamo molto in alto. Il giovanotto ci ha spiegato che a quella altitudine prendevamo meno vento. E meno male! Speriamo bene, anche perché il montone, come ci ha spiegato il giovanotto, è costato carissimo. Ha vinto, chiaro che il giovanotto non l’ariete, una combattuta asta per poterselo aggiudicare. Potevamo stare tranquilli. Il montone sarebbe arrivato a destinazione sano e salvo. E, naturalmente, noi con lui. Ma per il giovane pilota, viva la sincerità, la priorità era l’ariete.

E adesso cercherò di farmi una oretta di sonno anche io. Tutti dormono. Non si vede nessuno. Sì, si sente qualcuno che russa.

Quasi due ore e mi sento come nuovo. Una bella lavata – dentifricio e spazzolino complimenti della compagnia, ed anche un paio di calze che io ho subito usato perché in aereo sto più comodo senza scarpe – un bel bicchiere di aranciata ed a noi.

Siamo quasi sull’Irlanda. Si è appena acceso il monitor che ci dà tutti i dati del volo. La gente incomincia a muoversi. Ormai ci manca poco per l’arrivo, un paio d’ore. È giorno ed incominciano ad alzarsi le tendine dagli oblò. Sento, con ansia e desiderio, il tanto agognato aroma di caffè. Lo sto aspettando come un bimbo aspetta Babbo Natale. Ai miei tempi si aspettava la vecchia Befana.

Ma questo è un altro paio di maniche.

Forse faccio in tempo a raccontare questa.

Agosto 1994. Abbiamo un biglietto Stand By. Dobbiamo andare da Malaga a Francoforte. Alta stagione, pertanto aeroporti affollatissimi. È la Costa del Sol, in estate, un formicaio. Riusciamo a trovare un posto, con la compagnia di bandiera spagnola Iberia, per Madrid. L’importante è lasciare l’Andalucia.

A Madrid andiamo dalla tedesca Lufthansa.

– Aspettate, aspettate. L’aereo è pieno. Aspettate, vedremo.

Ci chiamano all’ultimo secondo.

– Salite.

Arriviamo sull’aereo. Erano tutti già sistemati. E noi dove ci dovremmo sedere?

Esce il pilota ed incomincia a parlarci in tedesco.

– No, guardi. Ci deve parlare in inglese.

Cabina di pilotaggio IberiaCi chiede se abbiamo mai viaggiato in cabina di comando. Rispondiamo no. Ci chiede se abbiamo paura e se viaggiamo spesso. Sì all’ultima domanda, no alla prima. Entriamo nella cabina e la porta si chiude dietro di noi. Io mi siedo nel seggiolino dietro il pilota, Lia dietro il copilota. Ci mostrano come allacciare la complicatissima cintura e come slacciarla.

– Perché – ci dice il pilota – sappiate che se, nella malaugurata idea dovesse succedere qualcosa, noi non abbiamo tempo di pensare a voi.

Chiaro e tondo.

Il volo è tranquillo. Dominavamo lo spazio. Quando passavamo su qualche città ci dicevano il nome. Si parla di tante cose. Simpatici i due teutonici piloti.

L’atterraggio è stato perfetto e vederlo dalla cabina di comando è, per noi estranei al mestiere, una esperienza interessantissima, specialmente l’atterraggio.

Il monitor ci mostra che siamo quasi sopra Torino. Smetto adesso, e, se tutto va bene – perché, pare, i momenti cruciali sono il decollo e l’atterraggio – chiuderò a destinazione. Naturalmente se le cose dovessero andare storte tutto questo scrivere sarebbe tempo perso. E se tutto va bene, continuerò dopo. E, se tutto non va bene nessuno saprà che ho passato la nottata scrivendo.

Adesso va meglio. Sto seduto sulla terraferma. Come al solito è andato tutto bene.

L’atterraggio è stato perfetto. Siamo passati su Roma, ma sinceramente non si vedeva niente. Non so perché, ma tutti hanno fretta di scendere. Va bene che il volo è durato quasi nove ore, ma ormai minuto più, minuto meno, non fa differenza. Imbocchiamo l’entrata del tunnel e già possiamo sapere chi sono gli italiani. Tutti con il telefono in mano.

– Sì, sì, mo arrivamme.

– Abbiamo arrivato, Marietta.

– Ah, si’ tu. Nente, mi parìa ca no arrivavamu cchiù.

– Sì, sì. Stasera ti racconto tutto.

– Guagliò, non ti dico come l’aereo ha ballato (niente vero).

– Carmela, rinci a u picciriddu ca ‘nci pottai ‘n rigalu.

– Semo arrivati, prepara quella cosa.

– Nicola, mi so ‘nsegnato l’ingrisi.

Ed altre amenità del genere.

Tutti fatti personali messi lì come panni stesi al sole.

Una signora grida così forte che la potrebbero sentire anche senza telefono.

E così via. In pochi minuti sapevamo vita e miracoli di tutti.

Noi extracomunitari usciamo quieti, con la faccia seria e stanca come andassimo incontro alla ghigliottina.

Anche perché non eravamo ancora giunti a destinazione. Dovevamo ancora prendere un altro aereo.

E sul nuovo aereo, da Roma a Catania, mi son seduto e addormentato come un neonato dopo la poppata.

Mi sveglia il gomito di Lia:

– Guarda, abbiamo l’Etna di sotto.

Era calmo. Solo un fil di fumo. Evidentemente Vulcano era già al lavoro. E ci credo; con tutte queste guerre che ci sono su questo pianeta, il lavoro non gli manca.

Etna

Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936, registrato all'anagrafe come Giuseppe Nicola Dafni De Gennaro. Ha conseguito la licenza media a Serra San Bruno, la ginnasiale a Nicotera, la maturità classica al liceo italiano "Cristoforo Colombo" di Buenos Aires. Iscritto alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Buenos Aires, lascia gli studi dopo aver dato 21 esami. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (da 41 anni), ha fatto innumerevoli viaggi negli USA, con alcune permanenze. Ha visitato sedici volte la Spagna, dove ha trascorso alcuni inverni. Conosce qualche decina di Paesi, dove è stato non come turista, ma come viaggiatore. In Italia, oltre che in Calabria, ha vissuto per tre anni a Roma e due a Lecce. Parla fluentemente il calabrese (lingua madre), l'italiano, lo spagnolo, l'inglese, il francese, oltre ad un più che ottimo portoghese. "Parlicchia" e scrive qualche altra lingua. Avidissimo lettore, ha letto centinaia e centinaia di libri. Tra i migliori, annovera l'Inferno di Dante (dice di non aver mai capito il Paradiso), l'Iliade di Omero, Don Chisciotte di Cervantes, Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez (il suo scrittore preferito), Platero y yo di Juan Ramon Jimenez. Apprezza Leopardi, Garcia Lorca, Pirandello, Neruda, Ivo Andric, Joseph Conrad, Verga, Rigoni Stern, Camoes, Philip Roth, Corrado Alvaro, Jorge Amado, Asturias, Dino Campana, i russi tutti, Dos Passos, Jack London e molti altri. Adora la musica classica: Bach, Albinoni, Rodrigo, Vivaldi. Ascolta flamenco (vero), il tango (vero) e la musica folk. Ha sempre letto Topolino. Dedica due ora la sera alle parole crociate. Si definisce forse l'unico utopista che, se viene chiamato "comunista", lo considera un complimento. Ha un grande, anzi grandissimo amore per gli animali. Nel 2012 ha pubblicato La transumanza - Storie di un paese in viaggio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *