“Pablo Neruda”

– Paolo, qualche programma per questa sera?

– Non lo so. Ma potrei parlare con Aitana. Tu avrai ancora quel vino.

– Sì, ma non credo durerà a lungo. Ascolta bene Paolo, guarda che se qualcuno mi chiederà di cantare me ne andrò di mala maniera.

– Sta’ tranquillo Dafni, è gente che sa che in Italia non esiste soltanto “O Sole Mio”.

Questa canzone, peraltro bellissima e famosissima, è stata l’incubo del povero Dafni per molto tempo in Argentina. E lo sarebbe stato anche in seguito in altri paesi.

Una festicciola fra amici nel giardino di Paco, con relativo “asado”, il famoso arrosto argentino. Paolo si porta appresso Dafni.

Asado

Non c’erano ancora, in Buenos Aires, molti italiani perché la maggior parte andava a vivere nelle cittadine limitrofe e perché il costo della vita era più basso e perché c’era più lavoro per via delle moltissime costruzioni che servivano per i nuovi immigrati.

Paolo introduce all’allegra comitiva Dafni, l’italiano. Sorrisi e cordiali strette di mano.

L’arrosto è squisito, il vino scorre misuratamente. Si parla della guerra appena finita.

Trini, carina e formosetta, si alza, zittisce i presenti e con faccia seria e tono solenne annuncia:

– E adesso il nostro simpatico italiano ci canterà “O Sole Mio”.

Calorosi applausi e Trini – il vero nome è Trinidad ed è nata a Burgos, la città del Cid Campeador – si siede soddisfatta dell’annuncio.

Dafni si gira verso Paolo:

– Non sapevo che c’era un altro italiano.

E scruta la comitiva in cerca di questo italiano che canterà “O Sole Mio”. Rimangono tutti in attesa e Dafni cerca di scoprire il misterioso italiano.

Si alza ancora la formosetta Trini, si avvicina a Dafni e gli mette una mano sul braccio, e con un sorrisetto intrigante e civettuolo:

– Andiamo, facci sentire la tua voce. Non per niente l’Italia è conosciuta come il paese del bel canto.

Il malcapitato e disgraziato italiano sta cercando di capire qualcosa. Impossibile pensare che lui potesse cantare. Difficile trovare sulla faccia della terra una persona stonata come lui.

– Trini, io non so cantare. Non ho mai cantato.

– Non scherzare Dafni, gli italiani sono famosi per il canto.

– Sì, sarà anche così, ma io questo sinceramente non lo sapevo.

E questo era verissimo. Il povero Dafni non aveva la minima idea che l’Italia fosse il paese del bel canto. Mai sentito nella sua nativa Calabria. Chissà, forse perché Cristo si era già fermato ad Eboli.

Trini insiste convinta di quello che dice:

– Dai, andiamo, tutti gli italiani sanno cantare.

– Non metto in dubbio che gli italiani sappiano cantare, ma io personalmente non so cantare, non ho mai cantato e mai canterò.

Ricorda Dafni l’unica esperienza come cantante. Aveva dieci anni e frequentava l’oratorio.

Il ragioniere Gatila, dirigente assieme all’avvocato Marseche della locale Azione Cattolica, deve formare il coro per le funzioni religiose.

Il giovane Gatila è il figlioccio della madre di Dafni e pertanto tratta questo come fosse un fratellino.

Arriva il giorno delle prove. C’è anche l’organista. Quando apre bocca il piccolo cantante, che un giorno avrebbe dovuto portare per il mondo la fama di “O sole mio”, il Gatila e l’organista si guardano.

Il Gatila, con prontezza di spirito, gli dice:

– Senti Dafni, ci ho pensato bene. Penso che tu sei più adatto a fare il chierichetto. La prossima settimana incominceremo i corsi.

Ed ecco terminata , dopo appena un paio di minuti, la luminosa carriera canora di Dafni.

E le richieste sono continuate. Anzi, una volta a Francoforte, Klaus, un conoscente tedesco, al rifiuto sdegnoso di Dafni di cantare, ha esclamato:

– È impossibile che ci sia un italiano che non sappia cantare.

Da allora, quando il già vecchio Dafni sente “O Sole Mio” si tappa le orecchie. L’incubo continua.

VitigniSi trattava di tre bottiglie di Barolo di Serralunga e tre bottiglie di Ruffino, rigorosamente d’annata, che il consigliere per l’emigrazione presso l’Ambasciata italiana a Buenos Aires aveva regalato a Dafni in occasione della prima timida fiera del vino italiano in Argentina, siamo nel 1958.

Anche se l’Argentina produce un ottimo vino che niente ha da invidiare all’Europa, terreno e clima lo permettono e gli agricoltori sono spagnoli e italiani, si voleva far conoscere i vini “Nobili” italiani.

– Allora, Dafni, facciamo cosi: parlerò con Aitana e ti farò sapere.

– Mi trovi qui a casa di Victor.

Dove c’è anche Miguel, un più che discreto pianista; Angel, un pittore peruviano abituato a fare i salti mortali per sbarcare il lunario e che spesso trovava rifugio qui ed , ovviamente, Victor, il padrone di casa, un bravo giornalista con il pallino di fare l’attore teatrale. Infatti aveva interpretrato, in un piccolo teatro per amatori, “A porte chiuse” di Jean Paul Sartre ricevendo lusinghiere critiche.

Il nonno di Victor è arrivato in Argentina nei primi anni del novecento. E lui si vantava con orgoglio di questo nonno italiano, anzi Calabrese.

Una vita avventurosa e travagliata, la sua.

Giovane contadino, Giomo viveva nelle campagne della Locride. Lavorava, insieme alla famiglia, a mezzadria le terre di un Barone.

A vent’anni è dovuto partire per il servizio militare. Ventiquattro mesi di vita e di lavoro persi. Ma lo stato non capiva certe cose.

Nondimeno a qualcosa gli era servito. La cosa più importante: aveva imparato la lingua italiana. Eh sì, prima parlava soltanto il dialetto del suo paese e non si era mai preoccupato di sapere se esistessero altre lingue.

È stato l’intero periodo fra la Toscana e la Liguria.

Ha imparato a leggere e scrivere. È stata la scoperta di un nuovo mondo e una redenzione dalla schiavitù. È nato la seconda volta.

Ed ha imparato tutti i segreti delle armi da fuoco. Ed anche questo gli sarebbe tornato utile nel suo travagliato futuro.

Era un altro Giomo quello che è ritornato nelle sue campagne e nella sua famiglia. Un Giomo che ha capito che il mondo, la vita, l’essere umano non è quello che si conosce nelle campagne calabresi in questo fine ottocento.

Giomo aveva acquistato autostima e il senso della dignità.

Sì, Giomo si chiamava. Ma lo sapeva solo il figlio, cioè il padre di Victor che ha raccontato la sua vita prima di morire.

Ma il suo nome sarà sempre Nicola Stilo. Così si è fatto registrare al porto di Napoli quando è partito per l’Argentina con il piroscafo “Sorrento” e da allora questo è stato il suo nome. Giomo non esisteva più.

Arrivato a casa, felice di ritornare in famiglia, ha scoperto qualcosa che doveva cambiare per sempre la sua esistenza.

Anna contadinaAnna era la bellissima sorella. Tutti i giovanotti delle vicine campagne le avevano messi gli occhi addosso. Non aveva che scegliere.

Il Signorino, così doveva essere chiamato il figlio del barone-padrone, più o meno coetaneo di Giomo, passa dal casolare durante una battuta di caccia. La vede, le piace, la vuole.

Senza mezzi termini va, lui ed il barone padre – non ha mai negato niente all’unico figlio erede del titolo e del feudo – dai genitori e:

– Dite ad Anna di lasciare aperta la finestra della sua camera tutti i lunedì sera. E non dimenticate di tenere i cani legati.

Impossibile per Anna solo pensare a rifiutarsi o ribellarsi.

I genitori, nel loro piccolo limitato mondo ed abituati a vivere sempre come schiavi, si sono sentiti onorati della scelta del Signorino.

E da un anno, tutti i lunedì si ripeteva un triste rito. La madre scaldava una caldaia d’acqua perché Anna si facesse il bagno e dopo indossasse la camicia da notte – regalo del signorino – ancora con odore di bucato.

Dopo cena, a sera inoltrata, sentivano un calesse fermarsi dietro il casolare e dopo il rumore della finestra che si chiudeva.

I cani abbaiavano inutilmente. Loro, soltanto loro, non lo avrebbero permesso. Gli animali non barattano la loro dignità.

Anna ha cercato qualche volta di protestare. Quel tizio, pallido e viscido, le faceva schifo. Ma un paio di ceffoni della madre la rimettevano al suo posto.

E non dimenticasse che adesso dormiva in un letto vero che il signorino si era premurato di mandare insieme ad un nuovo catino. Al signorino, delicato e viziato, cresciuto nell’ovatta, non piaceva il rude materasso pieno di paglia, quello che usavano i fortunati cafoni.

Rientra Giomo dal militare, ritemprato nel fisico (per lui abituato ai lavori della campagna dodici ore al giorno, le attività della vita castrense sono state una palestra) e la coscienza di essere diverso da quello che gli volevano far credere i signori.

I genitori, conoscendo solo la sottomissione dei poveri, lo avvisano che i lunedì sera deve tenere i cani legati perché il Signorino veniva a trovare Anna.

Giomo capisce e non risponde. Esce fuori a trovare la sorella che sta sbucciando le fave da essiccare al sole per l’inverno.

– Anna, sei tu che hai voluto quella specie di uomo?

– No Giomo. Sapessi come mi sento umiliata e sporca quando debbo soddisfare i suoi sporchi desideri. Ma cosa posso fare io, Giomo? Cosa possiamo fare noi? È nostro destino sottostare alla volontà dei signori.

– Eh no, cara sorella. Non sono più disposto a fare la parte dello schiavo. Questa la pagheranno tutti.

Alla solita ora arriva il signorino.

Giomo entra nella stanza mentre si sta spogliando.

– Come ti permetti di entrare dove ci sono io?

– Questa è casa mia e quella è mia sorella.

– Questa casa fa parte del mio feudo. E quello che faccio non ti riguarda. Esci immediatamente fuori.

Giomo è stato sempre di poche parole. Poche ma appropriate.

– Ti do una possibilità. Esci e scordati di mia sorella, ed io dimenticherò tutto. Farò finta che non è successo niente.

– Come ti permetti di parlarmi così? Io qui sono il padrone di tutto e di tutti. Domani te la farò pagare.

– Non ci sarà domani per te.

Ricorda il primo istruttore che ha avuto quando ha incominciato la vita militare:

– Vi raccomando, mirate sempre al petto, in alto e leggermente a sinistra. Per il nemico non ci sarà scampo.

Anna, atterrita e piangente, sta accovacciata sul letto nella sua immacolata camicia bianca che ancora odora di bucato.

Una fucilata calibro dodici non perdona nessuno.

Apre la finestra e butta fuori il corpo inerte di quello che voleva essere chiamato signorino.

– Anna, mettiti a dormire. Adesso sei libera. E domani sarai più libera.

– Scappa Giomo, scappa. Se ti prendono ti ammazzano.

– Sì Anna, scapperò appena il lavoro sarà completato.

BriganteSaluta i genitori, che ancora non si erano resi conto di ciò che stava succedendo, prende un sacco mettendoci dentro quattro stracci e si allontana. Non prima di aver accarezzato i suoi fidati ed amati cani. Sì, sentirà la loro mancanza. Spesso, durante la ferma, li ha sognati. Adesso il randagio sarà lui. L’importante è che loro abbiano ancora una casa.

È mattino presto quando due stallieri stanno preparando il cavallo per il barone. Giomo aspetta paziente dietro un secolare albero d’ulivo a circa trenta metri. Esce il signore seguito da due premurosi servi. Uno degli stallieri congiunge le due mani portandole all’altezza dell’inguine. Il barone appoggia sopra il suo nobile e lucidissimo stivale e salta in sella.

Giomo, tenendo sempre presente le istruzioni ricevute da militare, prende la mira e per il barone è finita.

Giomo, conosciuto dai contadini della zona come persona mite e sempre pronto ad aiutare il prossimo, sa che non aveva altra scelta. Anna, bellissima ma indifesa e vulnerabile, non doveva sopportare ancora le feudali prepotenze di un individuo il cui unico merito era quello di essere il figlio di un ricco ed arrogante possidente.

Giomo sparisce.

Trova subito accoglienza presso un famoso brigante di Polistena.

Dopo un paio di anni si rende conto che non può passare tutta la vita nascondendosi e sa che per lui non ci sarà mai scampo. Lo aspetterà sempre una robusta corda.

Per fortuna, grazie alla vita militare, si sapeva muovere.

Arriva a Napoli.

Il piroscafo “Sorrento” partirà per l’Argentina fra due giorni. Lui ha in tasca circa cento lire, frutto di una “visita” presso un ricco usuraio di Bovalino.

Sì lui, da brigante, non ha mai tolto un soldo ai contadini. Anzi qualcuno di loro è stato vendicato dei torti subiti.

Si mette d’accordo con il rappresentante dell’armatore per pagare metà tariffa e lavorare durante il lungo viaggio.

– Come ti chiami?

– Nicola Stilo.

Il primo nome che gli è venuto in mente. Ricorda che da ragazzo è andato ad una fiera a Stilo per vendere dei conigli.

Oggi è nato Nicola Stilo. Giomo dissolto nel nulla.

L’Argentina, dall’economia prevalentemente agricola, ha bisogno di gente come lui esperta nei segreti del campo.

Persona stimata e ben voluta da tutti, riesce dopo qualche anno a comprare dei terreni assicurandosi il futuro per lui ed il figlio.

Sì, sì. Aveva sposato la bella e dolce Conchita, la figlia di don Pepe, un bravo fabbro originario di Medina del Campo, nella Castiglia.

Victor è orgoglioso di questo nonno. Orgoglioso delle sue origini calabresi.

Suona il telefono. Victor risponde.

– Dafni, è per te.

– Dimmi Paolo.

– Andiamo a casa di Aitana. Porta quelle bottiglie di vino perché ci sarà un importante ospite cileno.

– Allora alle nove a casa di Aitana.

Victor, ascolta e sorride. Il suo italiano è perfetto. Ha letto tutto Pirandello.

– Dafni, chi è Aitana.

– Una nostra amica. Una simpatica ragazza figlia di spagnoli.

– Ascolta Dafni, nella lingua castigliana esiste una sola ragazza con questo nome, ed è la figlia del famoso poeta spagnolo Rafael Alberti.

Dafni aveva letto e sentito di questo Alberti durante qualche lezione di letteratura spagnola, ma non sapeva altro.

Rafael AlbertiRafael Alberti, nato a Puerto de Santa Maria, Cadice, da una famiglia italiana che commerciava in vini, faceva parte della corrente letteraria di Federico Garcia Lorca, andaluso come lui. Insieme ad altri scrittori come Pedro Salinas, Guillen ed altri hanno costituito il più interessante movimento poetico del ventesimo secolo. Erano noti come “La generazione del millenovecentoventisette”.

Sotto la dittatura del generale Primo de Rivera, Alberti è stato il massimo esponente che favoriva l’instaurazione della Repubblica.

Poi è arrivato Franco con le sue falangi ed aiutato dall’Italia fascista e dalla Germania nazista. Picasso ne ha immortalato le stragi nel suo più famoso dipinto, “La Guernica”.

Durante la guerra civile spagnola è incominciata la caccia a questi intellettuali, tutti facenti parte del partito comunista, da parte dei falangisti fascisti di Francisco Franco. Garcia Lorca è stato ucciso ed il suo corpo non è stato mai trovato. Lo scrivente ha visitato, nel 1991, la sua casa a Granada ed ha conosciuto la sorella ancora in vita.

Rafael Alberti ha fatto in tempo a scappare in Argentina. Adesso vive qui insieme alla maggior parte degli esuli politici spagnoli. Una foltissima comunità di intellettuali ed operai che pur non possedendo nemmeno un vecchio archibugio ancora fa tremare il dittatore Franco.

Oltre a lui c’è anche Manuel de Falla, il famoso compositore di “El amor brujo (l’amore stregone) ed altra bellissima musica. Pablo Casals, il più grande violoncellista vivente, è riparato a Cuba, dove tutt’ora vive.

Ad un certo punto Rafael Alberti ha lasciato l’Argentina per l’Italia dove è vissuto per molti anni.

Ha divorziato dalla moglie, Maria Teresa Leon, per sposare un’intellettuale italiana di quarant’anni più giovane. Alla morte di Franco è ritornato nella Spagna. È stato eletto deputato per il partito comunista, ma ha lasciato dopo pochi mesi deluso dalla politica e dai politici.

Nel 1996 Dafni si trova in Andalucia. Viene a sapere da un amico sivigliano che Rafael Alberti è ritornato, insieme alla giovane moglie, nel suo paese: El puerto de Santa Maria de Cadiz.

La regione Andalucia gli ha conferito l’ambito titolo di “Figlio prediletto dell’Andalucia”.

Dafni sente il dovere di andare a salutarlo. Purtroppo, o per fortuna, madre natura non guarda in faccia nessuno. Poeti, analfabeti, ricchi, giovani, vecchi, poveri – beh, questi sono il bersaglio preferito – un giorno o l’altro saranno tutti uguali. Non era più il brillante ed elegante e forbito intellettuale che quando apriva bocca incantava i presenti. Il morbo di Alzheimer lo ha cancellato. Il grande poeta Rafael Alberti non esiste più. Assistito dalla giovane moglie italiana alla quale andrà tutta l’eredità. È quello che dicono i loro amici.

Il posto fissato per l’incontro, alle nove di sera, è l’angolo della Avenida Corrientes (conosciuta come la “calle que nunca duerme” – la strada che non dorme mai – perché vi si trovano teatri, cinema, night club, sale da ballo etc), con la Nueve de Julio, conosciuta (e forse a ragione) come la “calle mas ancha del mundo – la strada più larga del mondo. Nel mezzo vi si erge maestoso e solenne il famoso obelisco. Vi si trova il rinomato e universalmente conosciuto teatro lirico “Colon”, uno dei più famosi teatri lirici del pianeta. Qui si sono esibiti i migliori cantanti lirici ed i più famosi direttori d’orchestra. E qui Dafni ha avuto la fortuna ed il privilegio di stringere la mano del celeberrimo musicista Igor Stravinskji che si trovava a Buenos Aires per dirigere la sua immortale composizione “L’uccello di Fuoco”.

A proposito della parola Colon, è bene tener presente che non vuol dire altro che Colombo. Gli spagnoli hanno pensato bene di ispanizzare il cognome del grande navigatore.

L’appuntamento alle nove perché nei paesi di cultura iberica la serata non incomincia mai prima delle dieci.

Come dimenticare, per Dafni, un significativo piccolo episodio accadutogli mentre si trovava a Siviglia.

Parlando con un conoscente, si lamentava che gli spagnoli fanno troppo tardi la sera. E, un po’sgarbatamente gli chiede:

– Scusa, ma se la sera fate così tardi, quando andate a lavorare?

– Quando abbiamo tempo – gli risponde l’amico seraficamente.

Pertanto, geloso cultore delle tradizioni, Paolo arriva alle nove e mezzo trovando Dafni, maniaco della puntualità, che sbuffava come un toro.

Ma lo sguardo innocente di Paolo ed il suo perenne sorriso sono semplicemente disarmanti.

Una meravigliosa persona Paolo. Benché nato in Argentina, si è sempre considerato italiano.

Una travagliata storia familiare alle spalle. Ne ha sofferto e continua a soffrirne.

Quando i genitori si sono separati, lui è rimasto a vivere con la madre. Ma questo non è valso a diminuire il suo attaccamento al padre.

La madre, di origine spagnola, è sempre vissuta nell’agiatezza. Il padre, Donato, originario di un paesino del Salernitano, era cresciuto a braccetto della povertà.

È arrivato in Argentina nel 1921, subito dopo la grande guerra, quando finalmente l’esercito italiano ha deciso di privarsi dei suoi servizi. Era uno dei famosi ragazzi del 1899, mandati al fronte, o meglio detto al macello, dopo la disastrosa disfatta di Caporetto.

Ragazzi di appena diciotto anni, qualcuno di loro non ancora compiuti, mandati al fronte dopo appena qualche settimana di addestramento.

TrinceaQuattro anni ha perso per la Patria. Dopo appena due mesi che stava al fronte, è stato fatto prigioniero, una notte che ha sbagliato strada ed è andato a finire nella trincea nemica, dai soldati di Cicco Peppe – così era chiamato dai soldati italiani l’imperatore Francesco Giuseppe.

Dopo sei mesi di prigionia in una cittadina, Erlsbach, riesce a scappare. Arrivato in territorio italiano è stato subito rispedito allo stessissimo posto, alla stessissima trincea dove era prima.

Questo sì: l’esercito gli ha dato una medaglietta e centocinquanta lire, che Donato ha gelosamente custodite nella tasca che aveva cucito nella maglia interna e serviva da portamonete.

Parte da Gorizia per il suo paese. Ritornava, anche se sapeva che ormai non c’era più nessuno ad aspettarlo.

Il padre non lo aveva mai conosciuto. Era sparito, si proprio sparito, al servizio dello Stato.

E perché no. Anche l’Italia vuole le sue colonie, dimenticando che l’italiano, per natura e carattere non è un colonizzatore. La colonia, l’italiano la può associare tuttalpiù con l’acqua. L’acqua di Colonia. È stato mandato in Africa il padre di Donato e son passati circa due anni prima che qualcuno si prendesse la briga di avvisare la madre che il marito era “morto eroicamente al servizio della patria”.

Ed altrettanto eroicamente la madre è dovuta andare a Napoli al servizio di una ricca famiglia lasciando Donato ed il fratellino Paolo con la vecchia nonna.

Aveva appena quindici anni quando un’epidemia di colera, frequente allora, si porta via la madre. Donato va a Napoli a prendere le poche e misere appartenenze della madre e l’ultimo mese di paga che i signori gli avevano magnanimamente riconosciuto.

Nel mentre, il colera è arrivato anche al paese. Al ritorno deve sotterrare, lui da solo, la nonna ed il fratellino a cui era tanto attaccato.

E trattandosi di un’epidemia, Donato è stato “fortunato” ad avere le due casse da morto gratis. Le ha fornite il comune.

E Donato è ritornato nella bottega di falegname nella quale lavorava fin da quando aveva sette anni. Era già più che un piccolo bravo artigiano.

Finché lo stato, che si era dimenticato di suo padre, si è ricordato di lui.

Fra una tradotta, così venivano chiamati i convogli ferroviari ad esclusivo uso dei militari, e l’altra ha impiegato una settimana per arrivare a Napoli un mattino all’alba. Tanto non aveva fretta. Nessuno lo aspettava. L’unica fretta era quella di levarsi di dosso quella divisa testimone di orrori, massacri, ingiustizie e lutti. Per lui continui lutti fin dalla nascita.

Il treno militare per Salerno sarebbe partito il giorno dopo. E non era poi tanto sicuro.

Donato se ne va in giro per la città finché arriva al porto.

Un formicaio. Una confusione mai vista nemmeno sul monte Grappa. Centinaia e centinaia di persone.

Scaricatori indaffarati, sudati ed imprecanti. Il loro è un lavoro duro e massacrante. Debbono fare in fretta e per il carico e per lo scarico. Forse si stava meglio nelle piantagioni di cotone dell’Alabama.

Ragazzini, sporchi e laceri, chiedendo con brutale insistenza l’elemosina e cercando di infilare le loro innocenti e svelte manine nelle tasche di qualche malcapitato.

Prostitute di tutte le età in cerca di clienti.

Passeggeri che sbarcano sorridenti e passeggeri che si imbarcano tristi.

Donne che piangono come fossero ad un funerale.

C’è persino un uomo con un vaso da notte per chi avesse impellente necessità. Usava una vecchia coperta militare come paravento. Camminava e ripeteva monotonamente:

– Chi vo cacà, chi vo cacà…

Il triste e lamentoso suono delle sirene delle navi che si allontanano salutate da centinaia di fazzoletti agitati furiosamente da ignote mani. Quel pezzetto di stoffa sbandiereggiante è l’ultima cosa che vede il passeggero e che ricorderà sempre con tristezza.

Infinite, innumerevoli sono state le occasioni che Dafni, partecipando ad una riunione fra amici con davanti un disinibitorio bicchiere di vino ed in diverse e lontanissime parti del mondo, ha sentito dai vari Nicola, Filippo, Peppe, Antonio (ormai diventati Philipp, Tony, Josè, Joe, Nicolas, Domingo o Dominick, financo Sam):

– Mi ricordo quando la nave si staccava dal molo tutta quella gente che salutava agitando i fazzoletti. Non c’era nessuno della mia famiglia. Eppure ero certissimo che tutte quelle persone fossero lì anche per me.

PiroscafoPiccole storie di piccoli sconosciuti personaggi, di eroi senza medaglia che non hanno mai cercato la gloria, ma solo la sopravvivenza. Ma che rappresentano il lato migliore dell’umanità.

Ci sono due uomini seduti ad un tavolino coperto da carte e qualche timbro.

C’è qualcuno che si avvicina, parlano un po’ e poi tirano fuori dei soldi che vengono consegnati ai due uomini seduti, che in cambio danno un foglio di carta, dopo averlo ripetutamente timbrato.

Donato, incuriosito, si avvicina al tavolo.

Il più anziano dei due uomini lo guarda e gli dice:

– Vuoi partire anche tu?

– Per dove?

– Per l’Argentina. Il bastimento, Nettunia è il suo nome, partirà questa sera. Il biglietto costa centoventicinque lire.

Donato aveva in tasca un bel gruzzoletto. Più di millecinquecento lire. Aveva sempre risparmiato su quella misera diaria che gli corrispondeva l’esercito. Solo una medaglia al valore – beh, adesso che ci pensa la chiamerebbe medaglia all’incoscienza – gli aveva fruttato trecentocinquanta lire. E queste le ha dovute anche sudare. L’esercito, con la consueta logica dei burocrati, gli ha detto che quei soldi erano destinati alla madre.

– Sì, va bene. Ma glieli dovete portare voi i soldi dove si trova mia madre.

– Scusate, quando avete detto che parte il bastimento?

– Questa sera.

Un mese dopo sbarca Donato nel porto di Buenos Aires. Un mondo nuovo che non avrebbe mai potuto immaginare.

Lo spaventano le strade alberate incredibilmente larghe e che non finiscono mai. I marciapiedi larghi quanto le strade del suo paese. Lo incuriosiscono i ragazzini che strillano a squarciagola i titoli dei giornali che reggono sotto il braccio. Vorrebbe capire che fanno quelle persone sedute nei balconi con una luccicante cannuccia in bocca. Incomincia già a piacergli quella strana musicale lingua.

Moltissimi i cavalli. Belli, eleganti, possenti.

Le donne dai capelli neri come le ali del corvo e gli occhi come una oliva.

Per un istante gli passano davanti agli occhi le inumane trincee di Caporetto e le case distrutte di Vittorio Veneto. Certe ferite sono dure da rimarginare.

Con un gesto della mano allontana questi tristi ricordi.

Una nuova terra. Una nuova vita. Un nuovo e deciso Donato.

Trova subito lavoro come falegname. È un bravo artigiano. Sveglio ed esperto, malgrado la giovane età. Lavora anche diciotto ore al giorno. Ha dimenticato cosa significhi la parola domenica.

Dopo due anni è proprietario di una piccola bottega per la costruzione di mobili.

Conosce e sposa Manuela, brava ragazza, anche se viziata dai genitori asturiani che posseggono un albergo.

Nasce Rosa, la chiama come la sfortunata madre, e Paolo come il fratellino che ha dovuto sotterrare con le sue mani.

Dopo circa dieci anni, ormai Donato non è più un falegname, è un industriale, la modesta bottega iniziale adesso ha circa trecento dipendenti che producono mobili ed infissi molto apprezzati, conosce una giovane e giunonica tedesca e divorzia.

Per Paolo è stato uno choc dal quale non si è più ripreso. È rimasto a vivere con la madre e la sorella. Adorava, e ne sentiva la mancanza, il padre che provvedeva al loro mantenimento senza risparmi.

Si sforzava di sorridere. Nel viso, dai tratti infantili ed irregolari, si poteva leggere il suo tormento interiore che travagliava la sua giovane esistenza. I suoi occhi, penetranti e più tristi di quelli di una piccola foca canadese che guarda i suoi carnefici. Gli amici lo chiamavano affettuosamente, si faceva voler bene da tutti, Shopenhauer.

Ha frequentato fin dalla prima media la scuola italiana Cristoforo Colombo.

Dopo la maturità ha incominciato a lavorare in una grande compagnia di assicurazioni. Già a ventitré anni si era fatto un nome.

FlamencoHa introdotto Dafni nel mondo del flamenco, che conosceva ed amava, e della musica spagnola come la Zarzuela – un genere lirico musicale spagnolo un po’ operetta, un po’ sceneggiata – e le immortali composizioni di Manuel de Falla, di Rodrigo e Albeniz. Hanno avuto la fortuna di assistere ad un concerto, nel teatro Colon, di Andres Segovia, il più grande chitarrista mai esistito.

Durante i frequenti viaggi verso la Spagna, Dafni e la moglie hanno avuto la fortuna – loro la considerano tale – di conoscere il vero flamenco gitano – el cante hondo – che aveva ammaliato Garcia Lorca.

Il Barrio de Triana in Siviglia, Utrera, Jerez de la Frontera, Ojen, Sanlucar de Barrameda, luoghi dove hanno potuto ascoltare i migliori esponenti del fandango.

È bene precisare che c’è una grande differenza fra il flamenco che si offre ai turisti e quello che ascoltano i conoscitori ed amatori.

Il vero “cante hondo” si ascolta nei piccoli paesi, nelle campagne e nelle allegre e rumorose riunioni dei meravigliosi gitani. Loro sono la vera genuina espressione di questa triste e struggente musica che riesce ad arrivare nella parte più intima dell’essere umano.

Garcia Lorca diceva che c’è dentro “El duende”.

Uno spirito che ti avvolge, ti conquista e ti sarà fedele compagno durante la tua esistenza.

I gitani dicono che per cantare il flamenco servono tre cose: “Saber llorar, saber quejarse y saber sufrir” (saper piangere, sapere lamentarsi e sapere soffrire).

Sì, chi interpreta questo melodico e dolce lamento, soffre. Una chitarra che sappia “parlare”, un “cantaor” (cantante) che sappia soffrire abbastanza ed un paio di persone che accompagnino battendo ritmicamente il palmo delle mani, ed ecco il “cante hondo”.

Paolo è dotato di natura mite ed incapace di dire di no. È Capace di fare debiti, sempre difficili da ripagare, pur di aiutare il prossimo.

– Dafni, dai, cosa vuoi che sia mezz’ora di ritardo di fronte l’eternità. Ricordati che il tempo non ha fine. Andiamo a casa di Aitana, e dammi quelle bottiglie non vorrei ti cadessero.

Una moderna costruzione sull’Avenida Pueyrredon a pochi isolati dalla Avenida Santa Fè vicino la fermata della metropolitana.

Una piccola parentesi per dare a Cesare quel che è di Cesare. La metropolitana di Buenos Aires si estende tentacolarmente su tre livelli e raggiunge tutti i punti nevralgici dell’immensa città. Le stazioni pulite con le pareti artisticamente istoriate. Le numerose scale meccaniche, in Italia ancora rare, perfettamente funzionanti. I vagoni moderni e ben tenuti.

È considerata una delle più belle e funzionali metropolitane al mondo al pari di quelle di Londra e di Mosca.

Questa piccola precisazione per rendere giustizia ad una nazione, siamo negli anni cinquanta, che i giornali italiani continuano a definire “paese in via di sviluppo”.

Sì, gli articoli elettronici, auto e macchinari in genere sono molto costosi. Ma la sanità è gratis per tutti. L’università gratis, ma bisogna meritarsela non perdendo esami, cioè non fare l’universitario vita natural durante. Viene premiata la meritocrazia.

Il sistema pensionistico da fare invidia ai paesi cosiddetti sviluppati. Un moderno ed umano sistema di welfare che aveva fortemente voluto Evita Peron, malgrado le pagliacciate e le esagerazioni del marito, generale Juan Peron, che da bravo dittatore non poteva comportarsi altrimenti.

Se Sparta piange, Atene non ride.

Sì, c’è anche tanta miseria e arretratezza. Particolarmente nel nord del paese. Ma l’Europa non è da meno. Basta andare in un paese del Portogallo, della Grecia, della Spagna, della Calabria, della Sicilia o della Basilicata. Cristo non si era fermato ad Eboli, si era fermato alle Alpi.

E non possiamo dimenticare gli ascensori. Modernissimi e velocissimi, mentre in Italia esistevano soltanto quelle piccole lugubri gabbie di ferro nero. Ed in molti di loro bisognava inserire una moneta da dieci lire.

A Cesare quel che è di Cesare.

Entrano, Paolo e Dafni, nell’ampio e sobriamente elegante ingresso. Dafni ricorda a Paolo che se qualcuno si azzarderà a chiedergli di cantare “O Sole Mio” se ne andrà di mala maniera. Paolo sorride intonando le prime parole della famosa, e per Dafni un incubo, canzone.

La loro conversazione si svolgeva in lingua italiana mentre solitamente usano il castigliano.

Il portiere, occupatissimo a studiare le corse dei cavalli del giorno dopo – levate tutto agli argentini, ma non toccate i cavalli. Assidui frequentatori degli ippodromi e grandi scommettitori, come del resto è Paolo, che spesso vi lascia l’intero stipendio – alza appena un occhio e, alquanto seccato per la inopportuna interruzione, si rivolge ai due:

– Il signor Vittorio non c’è. È fuori con la famiglia.

– Guardi che a noi del suo signor Vittorio non interessa niente. Noi andiamo a casa della famiglia Alberti.

– Va bene – risponde il portiere ritornando alla sua occupazione equestre.

Paolo, sempre curioso ed impiccione, chiede:

– Scusi, chi è questo signor Vittorio?

– È il signor Mussolini, il figlio del vostro duce. Abita nell’attico.

Ironia della sorte. Rafael Alberti, uno dei fondatori del partito Comunista Spagnolo che deve vivere in esilio per colpa del fascista Franco, abita sotto il figlio del padre del fascismo. Il caso si diverte.

Non è facile trovarsi davanti i due maggiori poeti viventi rappresentanti della cultura iberoamericana e della lingua spagnola. E non è facile per due giovani amanti della cultura stringere la mano del più grande poeta sul pianeta.

– E ci sono anche io “fra cotanto senno” – pensa l’impacciato Dafni.

NerudaOspite della famiglia Alberti è il loro grande vecchio amico Pablo Neruda.

Non alto, rotondetto, faccia solare e pulita, capelli alquanto scarsi, occhi espressivi e penetranti. Ti guarda ed hai l’impressione che ti legga nel pensiero. La voce fioca e un po’ monotona. Si comporta con i due ragazzi come se fosse il vicino della porta accanto.

Immenso genio. Immensa semplicità.

Il suo vero nome è: Ricardo Eliecer Neftalì Reyes Basoalto.

Adesso è in Argentina perché esule. Ha avuto sempre un rapporto difficile con i vari governi del Cile. Comunista dichiarato convinto e militante.

È stato esiliato molte volte. Ma le sue idee non sono mai cambiate.

I soliti convenevoli e strette di mano e Neruda, con i suoi squisiti modi, mette a loro agio i due ragazzi palesemente imbarazzati.

– Olà, muchachos, fatemi vedere quel vino.

Paolo e Dafni si sono allentati e rilassati. Mostrano le bottiglie. Neruda le guarda attentamente:

– Chavales, questo è vino buono. È vino nobile. Noi cileni lo conosciamo il vino. Siamo produttori e intenditori.

E fa una piccola cronistoria enologica. Parla delle migliori zone vinicole e della varietà di vitigni. Si sofferma sul fatto che il Cile è l’unica nazione al mondo dove la vite non viene attaccata dalla filossera.

– Dafni, da quale parte d’Italia vieni?

– Vengo dalla Calabria, signore.

– E bravo, allora vieni dalla Magna Grecia. Vieni dalla culla della cultura. Sono certo che sai che quei cafoni dei romani, che non pensavano ad altro che a dominare il mondo, come gli americani oggi, vi mandavano i figli a scuola.

Ha parlato a lungo della Locride, di Mileto, di Sibari. Parlava di quelle terre come se fosse appena ritornato dal visitarle. Una breve succinta grande lezione sulla cultura greco-latina.

Platone, Senofonte, Ovidio, Catullo, Orazio, del quale ci ha descritto il suo viaggio da Venosa a Roma e delle sue soste nelle osterie dove chiedeva delle donnine di facili costumi. Ne parlava come se li avesse conosciuti di persona.

Paolo e Dafni ascoltavano a bocca aperta ringraziando la buona sorte per tale inaspettato premio.

Parla degli emigranti e dei loro problemi. È rammaricato per l’Europa uscita con le ossa rotte dall’insana guerra.

Lui conosce la povertà. Il padre era contadino e povero. Gli ha trasmesso l’amore per la campagna, per la natura e per i deboli. In seguito il padre ha trovato lavoro come operaio nelle ferrovie. Riuscivano a campare.

Era molto orgoglioso di quel padre che era, così diceva:

– Povero di soldi, ma ricchissimo di onestà e dignità.

Intanto il vino era sparito.

Alberti, sempre allegro, invita Neruda a recitare qualcosa. C’era un registratore marca “Geloso” allora modernissimo, che oggi farebbe morire dalle risate i ragazzi.

Il grande Vate incomincia a recitare. Il suo stile di declamare era inversamente proporzionale al suo genio di poeta. Era abbastanza monotono. Certamente non era Gassman. Dafni conserva ancora, gelosamente, il vecchio nastro.

Paolo e Dafni camminano, nella notte umida, per la lunga Avenida Santa Fè verso il rione Palermo. Si complimentano a vicenda per il colpo di fortuna. La grande, irrepetibile, incredibile fortuna aver incontrato, loro due sconosciuti ragazzi, il più grande poeta del secolo.

La lunghissima strada che scorre per vari chilometri da Plaza Alvear fino a Plaza Palermo, è illuminata ed animata. Nell’aria si espande il profumo delicato dei tigli.

Roma, anni '60Roma, metà anni sessanta. Dafni vive, provvisoriamente, a Roma. Fino ad adesso tutto è stato provvisorio per Dafni.

Angel, un comune amico, l’inviato di un giornale argentino, lo informa che si trova a Roma Paolo e lo sta cercando.

A Roma si era trasferita Milagros, la ragazza paraguayana che era stata a lungo la ragazza di Paolo. Ragazza pacata e sobria – e molto religiosa – lo aveva lasciato non riuscendo ad accettare la sua vita non molto ortodossa, e per la sua inveterata abitudine di lasciare buona parte dei suoi guadagni all’ippodromo. Milagros era di Asuncion. Bellissima, madre di etnia guarany e padre uno squattrinato hidalgo spagnolo, frequentava la facoltà di architettura presso l’Università di Buenos Aires.

Aveva vinto una borsa di studio per un anno per l’Accademia delle Belle Arti di Roma. Era discretamente dotata, ma aveva il vantaggio di essere la nipote di un arcivescovo molto influente che ricopriva un’importante carica nel Vaticano. E provvedeva al mantenimento della famiglia dello squattrinato hidalgo genitore di Milagros.

E presso lo zio abitava in un elegante appartamento dietro via della Conciliazione.

Pertanto Dafni sa dove trovare il suo grande amico.

Non sanno molto della loro vita durante i quattro anni senza avere contatti.

L’unico mezzo di comunicazione è la lettera. Telefono, nemmeno parlarne. Rari, costosi ed inefficienti. Seduti in una vecchia osteria di Via Appia Nuova vicino al Quarto Miglio, con davanti una bottiglia del soave e delicato vino di Frascati, si raccontano vicendevolmente gli ultimi avvenimenti delle loro gitane vite.

Dafni lo informa che lui, nel frattempo, ha contribuito all’incremento demografico del pianeta. Paolo non vede l’ora di fare la conoscenza con i nuovi terrestri e, magari, essere il loro padrino.

Paolo è triste e scoraggiato. È anche molto dimagrito. La madre è morta due anni prima e lui ha perso il suo più importante punto di riferimento.

Gli amici intimi, meno uno, avevano lasciato l’Argentina per diversi Paesi.

La sorella si è sposata. In questa occasione è venuto fuori la vera indole di Paolo e la sua maniera di comportarsi.

L’appartamento della madre era destinato in eredità ai due figli. Metà ciascuno. Paolo aveva già deciso di trasferirsi in Europa.

– Rosa, io non ci voglio stare più in Argentina. Ho deciso di trasferirmi in Europa. Ho trovato un buon lavoro a Barcellona. L’appartamento è tuo. Io non voglio niente. E, parliamoci chiaro, Rosa, se prendo soldi da te, finiranno tutti all’ippodromo. Sorellina adorata, consideralo il mio regalino di nozze.

– Ascolta Dafni, è una multinazionale che ha bisogno di gente come noi. Fra tre mesi apriranno gli uffici di Barcellona. C’è posto anche per te se vuoi.

– Anche subito. Nessun dubbio. Ma sei sicuro?

– Certissimo. Il manager è un americano molto amico di mio padre.

L’appuntamento è fra tre mesi. I due amici conoscono quella zona della Catalogna. Paolo cercherà un appartamentino per Dafni in un paesino alle porte di Barcellona andando verso Badalona. Dafni Ricorda che i mezzi economici sono scarsi se non esistenti.

– Non ti preoccupare. Risolveremo come abbiamo sempre fatto.

Non potevano aspettarsi di meglio che trasferirsi nella loro Spagna.

L’Italia è bella. Bellissima. È un museo a cielo aperto. Ma i due amici non riescono ad abituarsi più alla vita italiana.

Non criticano, non disprezzano, non denigrano, non bocciano, non giudicano, non negano.

Semplicemente non ci si trovano più a loro agio.

Dafni fa il contabile presso una piccola società. Pochi mesi e la buona sorte sarebbe stata al suo fianco.

Arriva a casa una sera e trova la moglie nervosa.

– Oggi son venuti a cercarti i Carabinieri. Non mi hanno detto il motivo. Vogliono parlare con te al più presto possibile.

I Carabinieri? E che vogliono da un tizio che si è sempre impicciato dei fattacci suoi?

Mette a dura prova le meningi per cercare di ricordare quale reato può aver commesso.

Niente affiora nella sua memoria.

VigileMa, a proposito della “longa manus” della legge italiana, non può fare a meno di sorridere ricordandosi di un curioso episodio che lo ha visto come protagonista.

Roma, mattino all’alba. Dafni passa un semaforo con il rosso. L’immancabile vigile lo ferma:

– Che fa, concilia? Lei è in contravvenzione.

– Guardi che c’è poco da conciliare. Non ho una lira in tasca.

Il vigile, notando il suo vestito di ottima fattura ed il suo aspetto di benestante, lo guarda incredulo.

– Che fai, scherzi? – passando dal lei al confidenziale tu.

– Magari. Ma è la verità.

– E va bene, dammi un pacchetto di sigarette e rompiamo il verbale.

– Non ti posso dare niente perché non ho niente.

E si allontana mettendo in tasca il foglio che gli ha dato il vigile.

Naturalmente non paga la multa e si dimentica dell’episodio, non conoscendo il lato comico della burocrazia italiana.

Arriva a casa dopo una giornata di duro lavoro. Siamo a Toronto nell’inverno del 1972. Ha nevicato incessantemente tutta la giornata e non è un divertimento guidare un camion in quelle condizioni climatiche.

C’è la posta sul tavolo della cucina. Fa bella mostra di se una busta più grande del normale e di color rosso. Una raccomandata.

Sulla parte sinistra spicca l’emblema del comune di Roma. SPQR.

Una lettera raccomandata contiene indubbiamente delle comunicazioni importanti.

Bisognava aprirla, anche se non mancava la tentazione di cestinarla.

Sorpresa delle sorprese.

Il comune di Roma chiede che fosse inviata immediatamente le somma di lire trentaduemila. Si trattava di una vecchia contravvenzione mai “saldata”.

Il colpevole, il latitante, il grande truffatore, veniva minacciato di gravissime pene se non avesse “provveduto all’immediato inoltro a stretto giro di posta dell’importo sopra menzionato, in caso di mancato pagamento si ricorrerà al recupero coatto” ed altre castronerie che solo i burocrati sanno scrivere.

La multa originale era di cinquemilalire, ma con il ritardo e altre legali “sanzioni pecuniarie” la somma era arrivata “alla cifra a margine menzionata”.

Dafni conosceva bene il buon umore dei romani. Era stato un lettore del Travaso e del Marco Aurelio, due stupende riviste satiriche. Ma che si arrivasse a tanto stentava a crederci.

Come risolvere il problema?

È stata una piccola reazione più forte di lui.

Prende un foglio di carta bianca immacolata, vi scrive sopra a caratteri stampatello un comunissimo consiglio invitando i riceventi della lettera di andare gentilmente in un certo posto. E sempre in stampatello aggiunge: Nondimeno se mandate qualcuno a casa mia a riscuotere vi assicuro che pagherò tutto, sempre fermo restando l’invito di sopra. Spedisce la lettera raccomandata con ricevuta di ritorno.

Ancora sta aspettando i castighi minacciati.

Spesso la realtà supera la fantasia.

Arriva dai Carabinieri alla caserma del Tuscolano. Lo riceve un giovane e cordiale brigadiere.

– Abbiamo già rintracciato il padre tramite l’Ambasciata argentina. Siamo venuti da lei contattati dalla polizia francese. In tasca aveva il suo indirizzo, era in macchina alle porte della città di Perpignan non lontano dal confine spagnolo. Pensano che si tratti di overdose.

No, non può essere overdose. Paolo non conosceva droghe. Nemmeno la marijuana fumava, e sì che costava meno del tabacco. L’unica droga che conoscevano era un buon bicchiere di vino.

Paolo era semplicemente stanco di vivere.

Ha trovato il grande coraggio di scrivere la parola fine.

Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936, registrato all'anagrafe come Giuseppe Nicola Dafni De Gennaro. Ha conseguito la licenza media a Serra San Bruno, la ginnasiale a Nicotera, la maturità classica al liceo italiano "Cristoforo Colombo" di Buenos Aires. Iscritto alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Buenos Aires, lascia gli studi dopo aver dato 21 esami. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (da 41 anni), ha fatto innumerevoli viaggi negli USA, con alcune permanenze. Ha visitato sedici volte la Spagna, dove ha trascorso alcuni inverni. Conosce qualche decina di Paesi, dove è stato non come turista, ma come viaggiatore. In Italia, oltre che in Calabria, ha vissuto per tre anni a Roma e due a Lecce. Parla fluentemente il calabrese (lingua madre), l'italiano, lo spagnolo, l'inglese, il francese, oltre ad un più che ottimo portoghese. "Parlicchia" e scrive qualche altra lingua. Avidissimo lettore, ha letto centinaia e centinaia di libri. Tra i migliori, annovera l'Inferno di Dante (dice di non aver mai capito il Paradiso), l'Iliade di Omero, Don Chisciotte di Cervantes, Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez (il suo scrittore preferito), Platero y yo di Juan Ramon Jimenez. Apprezza Leopardi, Garcia Lorca, Pirandello, Neruda, Ivo Andric, Joseph Conrad, Verga, Rigoni Stern, Camoes, Philip Roth, Corrado Alvaro, Jorge Amado, Asturias, Dino Campana, i russi tutti, Dos Passos, Jack London e molti altri. Adora la musica classica: Bach, Albinoni, Rodrigo, Vivaldi. Ascolta flamenco (vero), il tango (vero) e la musica folk. Ha sempre letto Topolino. Dedica due ora la sera alle parole crociate. Si definisce forse l'unico utopista che, se viene chiamato "comunista", lo considera un complimento. Ha un grande, anzi grandissimo amore per gli animali. Nel 2012 ha pubblicato La transumanza - Storie di un paese in viaggio.

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