LA STORIA DI ANTONIO

Catanzaro, 2 ottobre 2017

Tu, hai rappresentato per me la parte della mia vita più importante, certamente la più fondamentale; gentile maestra,

questa lettera avrei voluto e dovuto scrivertela tanto tempo fa ma ho sempre rinviato.

Oggi eccomi a scriverti per parlarti un pò di me, ma soprattutto per raccontarti di persone come te che mi sono profondamente care.

E’ innegabile che la scuola elementare rappresenti per un bambino il primo vero banco di prova con l’educazione e l’ istruzione intese nel significato più profondo del termine;  per me, grazie alla tua presenza è stata determinante, tu sei riuscita a dare la giusta direzione alla mia vita.

Ricordo nitidamente il mio primo giorno in Istituto, sono bastati pochi attimi a farmi percepire di essere in un posto molto accogliente; c’erano tanti ragazzi che stavano pranzando che al mio saluto in dialetto hanno risposto all’unisono con una gran risata. La mia gioia però è durata pochissimo perché dopo un poco tempo  ho sentito fortissimo la mancanza dei miei familiari.

Io, nono di dieci figli di una famiglia contadina, di emigrati, mio padre all’età di 45 anni è stato costretto a cercare lavoro in Canada, lì è rimasto per più di 8 anni; stessa sorte è toccata a sette dei miei fratelli, in meno di 20 venti anni sono tutti emigrati.

Quando mio padre partì avevo appena tre anni, da quel momento mia madre si è dovuta sobbarcare il peso di una famiglia così numerosa,  ed  in più la mia cecità, sì  io ero nato cieco e questo la assillava giorno e notte.

Non potendo pensare di fare di me un apprendista contadino ha incominciato a scervellarsi per trovare il modo affinchè il futuro fosse per me meno tortuoso. Lei, analfabeta, probabilmente aveva sentito dire che sarei potuto andare in qualche collegio ma non aveva alcuna idea di come affrontare la questione che giorno dopo giorno la impensieriva sempre più.

In diverse occasioni mi ha spiegato che dopo un pò di tempo che mio padre stava già in Canada lei aveva iniziato a parlare della mia situazione in paese, lo ha fatto con gli amministratori, con alcuni medici, con il farmacista, con il parroco, con un parlamentare, tutti ad incoraggiarla dicendole che si sarei potuto entrare in collegio, ma a sue spese.

Lei, non essendo economicamente in grado di sostenere qualsiasi spesa, per un certo periodo ha dovuto desistere nel suo intento. Comunque sempre impegnata nel tentativo assai difficile di trovare una vera soluzione al mio problema, sempre da sola, alternava periodi di pausa a momenti di ripresa della sua ricerca, intanto il tempo passava ed io avevo compiuto 7 anni ma di andare a scuola neanche a parlarne.

Dai miei sette anni in poi il grande desiderio di mia madre nel vedermi sistemato realmente sembrava potersi realizzare, la sua estenuante ricerca aveva subito  una forte accelerazione.

Un insegnante l’aveva persuasa che a farmi studiare ci sarebbe riuscita, le aveva spiegato che le spese necessarie le avrebbe sostenuto l’amministrazione provinciale di Catanzaro  e così  con due anni di ritardo

all’età di nove sono stato sdradicato da casa mia e trapiantato all’istituto Gioeni di Catania e lì ho iniziato a frequentare la scuola elementare, con te mia maestra.

Maestra, inutile dirti che per moltissimo tempo l’allontanamento dalla mia famiglia l’ ho vissuto malissimo per anni ogni volta che dovevo rientrare dopo le vacanze due giorni prima iniziava il mio pianto ininterrotto.

Eppure in istituto avevo incominciato a fare amicizia non solo con i compagni di classe ma con tantissimi altri ragazzi, a scuola me la cavavo bene, insomma malgrado l’assenza totale di qualsiasi libertà ed il vitto scarso e non sempre di buona qualità, tutto procedeva, ma a me come del resto, a tutti mancava l’affetto familiare che niente e nessuno era in grado di sostituire.

Sai maestra, se l’insegnante Domenico Renda non avesse con fermezza preso la decisione di procedere senza ulteriori indugi, per far si che le legittime aspettative di mia madre si realizzassero, io non avrei intrapreso nessuno studio.

Il maestro Renda uomo sensibile, altruista, riservato, generoso, concreto, molto disponibile non si è solo limitato ad occuparsi in maniera diciamo burocratica di me, ma ha seguito più o meno da lontano l’evolvere della situazione, e con il tempo sono entrato a far parte in qualche modo della sua famiglia, ho avuto l’opportunità d’incontrarlo verso la fine degli ultimi anni della scuola elementare e fin dalla prima volta ciò che mi ha colpito in lui è stata la voce, chiara molto gradevole da ascoltare.

Ricordo la sua risata forte, larga, fragorosa che io ho definito a cascata, un galantuomo con la grande capacità di ascoltare. Lui ha continuato a seguire la mia crescita fino a quando sono entrato nel modo del lavoro, quando mi sono sposato e sono nati i miei due figli, ed io che per moltissime estati ho avuto la gioia di conversare con lui a casa mia a volte per ore, oggi non posso che essergli grato.

Nel  maggio del  1987 esattamente 30 anni fa ho appreso con immenso dolore della sua morte e come tutto il paese sono andato al suo funerale. Fin dalle primissime volte che l’ho incontrato mi sono sentito a mio agio, lui seduto a fianco a me voleva sapere come andava la mia vita in istituto, si interessava di tutto ciò che mi riguardava, dire che gli devo eterna gratitudine, che gli sarò sempre devoto per tutto ciò che ha fatto per me, per il grande impegno e la tanta energia profusa, per vedermi crescere istruito nel migliore dei modi possibili, è il minimo che possa fare.

Solo qualche anno fa ho scoperto la verità, che era stato lui a rendere possibile il mio inserimento nel mondo dell’istruzione. Il maestro  Renda non veniva ogni estate per farmi una semplice visita, bensì essendo io diventato una sua creatura era legittimo da parte sua informarsi di come andassero le cose, credo che in qualche modo si sentisse orgoglioso di me.

Cara maestra, da poco più di 5 anni sono andato in pensione, volendo fare un bilancio della mia vita fino ad oggi devo ritenermi abbastanza fortunato per aver conosciuto delle persone davvero speciali, mia madre non solo perché mi ha messo al mondo ma per aver avuto forza di volontà e costanza, che ha fatto in modo di darmi un futuro vero, poi ci sei tu che tanto mi hai dato trasmettendomi i primi elementi del sapere insegnandomi a scrivere e a leggere.

Assieme a te e a mia madre, persone fuori dal comune, c’è l’amico maestro Renda del quale ti ho già parlato.

Ma oltre a voi tre vi è un’ Associazione che definire speciale, essenziale nella vita dei ciechi italiani è assai riduttivo. Sai meglio di me quanto essa ha fatto e continua tutt’ora a fare per i ciechi, se oggi non ci fosse

l’Unione Italiana Ciechi nessun cieco sarebbe un vero cittadino. Non va mai dimenticato che il codice civile vigente in quel periodo considerava i ciechi in quanto tali, inabilitati, per troppo tempo in Italia e non solo sono rimasti isolati dal contesto civile.

Rintanati a casa, o segregati in pseudo istituti dove il concetto di istruzione era del tutto sconosciuto, per sopravvivere si affidavano alla carità delle persone di buon cuore.

L’Unione non solo ha tolto dall’emarginazione e dall’analfabetismo i ciechi ma li ha inseriti a pieno titolo nella società. In 97 anni di storia l’associazione ha promosso e fatto approvare diverse centinaia di leggi in favore dei ciechi nell’ambito dell’istruzione, del lavoro, pensionistico, per l’abbattimento delle barriere architettoniche, per l’accessibilità ai siti internet e per tanti altri settori. Ha ottenuto per legge la tutela e la promozione dei ciechi.

L’Unione questa antica, grande, gloriosa, solidale associazione sempre pronta a lottare per una vera e completa integrazione sociale dei ciechi, quanta importanza ha avuto per me, se non ci fosse stata, cara maestra, non ci saremmo mai conosciuti, e tutti gli sforzi profusi da mia madre e dall’amico Renda si sarebbero frantumati ed io sarei vissuto analfabeta ed emarginato per sempre.

In assenza dell’Unione oggi i ciechi sarebbero soltanto poveri ciechi, in tutti i sensi.

Nel giugno del 1966 quando ho lasciato l’istituto Gioeni  mi sono ripromesso di ritornarci presto  per rivederti ed incontrare in città i compagni di classe e di collegio, ma purtroppo a Catania non ci ho più rimesso piede.

Con te, ci siamo sentiti numerose volte, telefonicamente tu mi hai reso partecipe della festa dei tuoi 50 anni di suora ed io ho condiviso con te la notizia del mio matrimonio.

Cara maestra, sai quante volte ti avrei voluto al mio fianco, per parlare di vari argomenti, e perché no, affinchè tu mi insegnassi ancora qualcosa, tutto ciò non è più possibile, noi non ci possiamo più incontrare, almeno su questa terra.

Poco più di 3 anni fa ci hai lasciati, sei scesa per sempre dalla tua cattedra; maestra fingiamo per un attimo di ritornare in classe, tu in cattedra ed io dal banco a porti un a domanda assai difficile, ma tu non darmi una finta risposta: dimmi  maestra, esiste davvero un’altra vita in un altro mondo e come si sta?

Questa mia lettera è priva di un indirizzo perché l’affido all’immenso affetto, alla grande ammirazione che nutro per te, loro sapranno fartela recapitare;

ciao Giuseppina Manzoni  suor Anna Celsa mia maestra per sempre, tuo ex allievo grande amico ed estimatore Antonio Carnovale.

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