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La storia di Antonio: ‘Io, nato cieco in una famiglia di emigrati e chi mi ha guidato nella vita’

  • Redazione
  • ottobre 11, 2017
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Per trentanove anni fisioterapista innamorato del suo lavoro.
In una lettera consegnata a catanzaroinforma.it le vicende di tutta una vita

di Laura Cimino

Altro che diversamente abile. Antonio è un vulcano. Altro che non vedente. Antonio ci vede con la nitidezza dei ricordi, col cuore e con le sue mani. Le mani che per 39 anni sono state lo strumento del suo lavoro, il fisioterapista. Una storia professionale e umana di grande profondità raccontata dal catanzaroinforma.it che oggi si impreziosisce di nuovi dettagli. Si tratta di una lunga lettera consegnata al giornale, (cliccando qui la versione integrale, utile anche per rimettere in contatto Antonio con i compagni del collegio) una lettera che è anche un pezzo di storia di Calabria e di Italia e un riconoscimento pubblico: quello all’Unione italiana ciechi. Ma andiamo con ordine. C’è la storia personale.

Una storia di una famiglia contadina, di un paese di Calabria, di emigrazione. Di dieci figli, sette emigrati come il papà, a 45 anni costretto ad andare a cercare lavoro in Canada, e di Antonio che è il nono dei dieci, e che viene alla vita senza vista.

Sarà un insegnante a indirizzare la madre di Antonio verso la strada da seguire: quella dell’istruzione, per costruirsi un futuro. Anni di povertà, difficili. Il ragazzo a nove anni viene sradicato da casa e trasferito all’istituto Gioeni di Catania. Qui c’è un incontro che gli cambia la vita, quello con ‘Giuseppina Manzoni suor Anna Celsa mia maestra per sempre’. ‘Ricordo nitidamente il mio primo giorno in Istituto – scrive Antonio – sono bastati pochi attimi a farmi percepire di essere in un posto molto accogliente; c’erano tanti ragazzi che stavano pranzando che al mio saluto in dialetto hanno risposto all’unisono con una gran risata’.

Ma è una gioia che dura poco. Sono molti i momenti di tristezza per un ragazzo venuto su lontano dalla famiglia e dal suo paese. Ci sono però nella crescita delle figure guida. Sua madre, la maestra, e poi l’associazione, l’Unione Italiana Ciechi. ‘Se oggi non ci fosse l’Unione Italiana Ciechi – sottolinea – nessun cieco sarebbe un vero cittadino. Il codice civile vigente in quel periodo considerava i ciechi in quanto tali, inabilitati, per troppo tempo in Italia e non solo sono rimasti isolati dal contesto civile. Rintanati a casa, o segregati in pseudo istituti dove il concetto di istruzione era del tutto sconosciuto, per sopravvivere si affidavano alla carità delle persone. L’Unione non solo ha tolto dall’emarginazione e dall’analfabetismo i ciechi ma li ha inseriti a pieno titolo nella società. In 97 anni di storia l’associazione ha promosso e fatto approvare diverse centinaia di leggi in favore dei ciechi nell’ambito dell’istruzione, del lavoro, pensionistico, per l’abbattimento delle barriere architettoniche, per l’accessibilità ai siti internet e per tanti altri settori. Ha ottenuto per legge la tutela e la promozione dei ciechi. Un’associazione ‘antica, grande, gloriosa, solidale – sono le parole di Antonio – sempre pronta a lottare per una vera e completa integrazione sociale dei ciechi’.

E poi c’è un altro ricordo personale, questo con un nome e cognome. Il maestro Domenico Renda, che indirizza la madre del ragazzo a farlo studiare. ‘Un uomo sensibile, altruista, riservato, generoso, concreto. Non si è solo limitato ad occuparsi in maniera diciamo burocratica di me, con il tempo sono entrato a far parte in qualche modo della sua famiglia. fin dalla prima volta ciò che mi ha colpito in lui è stata la voce. Ricordo la sua risata forte, larga, fragorosa che io ho definito a cascata, un galantuomo con la grande capacità di ascoltare. Lui ha continuato a seguire la mia crescita fino a quando sono entrato nel modo del lavoro, quando mi sono sposato e sono nati i miei due figli’. Solo qualche anno fa la scoperta: ‘Era stato lui a rendere possibile il mio inserimento nel mondo dell’istruzione. Il maestro Renda – è il ricordo – non veniva ogni estate per farmi una semplice visita, bensì essendo io diventato una sua creatura era legittimo da parte sua informarsi di come andassero le cose, credo che in qualche modo si sentisse orgoglioso di me’. Una lunga storia d’amore, quella di Antonio. Quella per sua moglie Anna, infermiera, conosciuta all’ospedale. Per i due figli e per il lavoro di fisioterapista, che gli permette di essere stimato, di realizzarsi, e di ‘creare’, a sua volta, la salute ed il benessere dei tanti pazienti passati per le sue mani.

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