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La vendetta

Spaghetti al ragù

La moglie di Filomeno confabula con i figli mentre il cameriere, nella sua elegante livrea, con penna e blocchetto in mano, traduce in inglese il nome dei cibi elencati.Scritto tutto ciò che moglie e figli hanno chiesto, adesso è il turno di Filomeno. Siamo nel ristorante di un elegante albergo di Roma, dalle parti di piazza Esedra. Trent’anni sono passati da quando Filomeno ha lasciato l’Italia. E adesso ritorna. E lo fa in grande stile. Se lo può permettere. La moglie, massaia vecchio stile, aveva insistito: “Filomeno, è solo per tre giorni – si sarebbero fermati a Roma per tre giorni e poi sarebbero andati nel suo paese in Calabria – possiamo fermarci in un albergo meno costoso. E, poi, non dimenticare che ci troveremo non a nostro agio in mezzo tutta quella gente con la puzza sotto il naso”. Ma Filomeno non ne vuol sapere. Trent’anni fa era stato a Roma. Presso il consolato canadese per il visto. Indossava il vestito nuovo. Il primo vestito nuovo della sua breve esistenza. Fino ad allora indossava i vestiti, rivoltati e riaggiustati dalle sorelle, che lasciavano i fratelli più grandi. Era la prassi seguita da tutte le famiglie che lui conosceva. I fratelli, man mano che crescevano, lasciavano i vestiti a quello che veniva appresso. E così via. Una catena di Sant’Antonio senza esaurimento. E camminava male. Non era abituato alle scarpe. “Eh no. Adesso me lo posso permettere. Albergo a 5 stelle”. Il cameriere finisce di scrivere le portate per moglie e figli. “Mi dica, signore”. È il turno di Filomeno.

Questa, poi, non me l’aspettavo. Mi ha chiamato signore. Niente, niente mi sta prendendo per i fondelli? Ma no. Questo lo avevo già capito. Chi ha soldi viene sempre chiamato signore. Che poi non lo sia, come io non lo sono, è una altra storia. Anche se ancora non ho capito cosa vuol dire essere signore o non esserlo. Mah!

Allora per me mi porti un chilogrammo di pasta”. “Lei vuol dire una porzione abbondante”. “No, io voglio dire un chilo di pasta con il ragù”.

Il povero cameriere rimane fermo senza aprire bocca. Non è che tutti i giorni c’è un cliente che ti chiede di avere un chilo di pasta. La clientela dell’albergo è abituata ai consommé, alla bechamelle, alla cotoletta con il tartufo, al risotto con lo zafferano iraniano e roba del genere. Adesso ti presenti tu e mi chiedi un chilo di pasta con il ragù. Va bene che il cliente ha sempre ragione, ma io non so come risolvere questa situazione. Né posso offendere il cliente. Rischio di perdere il lavoro. La cosa migliore è chiamare il maître. Se la sbrigasse lui.

Che Filomeno sia una buona forchetta non ci sono dubbi. Si vede subito. Non molto alto, un omone grande e grosso. Gran mangiatore e gran bevitore. Un bel faccione ingentilito da un perenne sorriso. Una capigliatura nera corvina adorna la sua testa. Ha appena varcato la soglia dei quarantadue anni. Ed ecco che arriva il cosiddetto maître. Veramente Filomeno aveva pensato che fosse qualche cliente che doveva sposarsi. Se no, così elegante, che ci faceva in un ristorante? Ma poi si è ricordato delle famose 5 stelle, anche se a lui sembrava una carnevalata. “Signore – e ci risiamo, pensa Filomeno – cosa possiamo servirle? Qui abbiamo tutto”. “Io voglio un chilo di pasta con il ragù”. Il maître, abituato a situazione bizzarre, non batte ciglio. “Senta, e come potremo servirla. Sa, tutta in un piatto non ci va. Vuole che la si metta in due o tre piatti?” “No. Tutta in una capiente scodella, please – e ti pareva che non gli scappava la parola inglese! -“. “E mi dica, che tipo di pasta deve essere?” “Spaghetti vanno bene”. Filomeno capisce che la sua richiesta non è cosa di tutti i giorni e capisce che il maître, da bravo ed ipocrita diplomatico, si trattiene a stento dal porre la fatidica domanda: “Ma perchè un chilo di pasta?”. E decide di andargli incontro. “Senta, Lei ordini gli spaghetti. E mentre aspettiamo io Le dirò il motivo di questa mia strana, per voi, richiesta. Ma mi deve lasciar parlare in inglese. Sa, io parlo soltanto il dialetto calabrese”. Il maître chiede scusa e si allontana. Ritorna dopo pochi minuti. “Sono andato io personalmente in cucina per ordinare i suoi spaghetti. Sono tutto orecchi. Mi dica”. E qui sapremo il perché del chilo di pasta.

Filomeno è l’ultimo di undici figli. Una bella ed unita famiglia di contadini. Mezzadri, per essere più precisi. Vivono nelle campagne ai piedi dell’Aspromonte. Si recano al paese soltanto alla domenica per la messa. Su questo la madre era inflessibile. La messa è per tutti. Che poi il padre ne approfittasse per farsi una partitina a carte nell’osteria del paese, sono fatti che a noi non interessano; tanto la madre per il quieto vivere e per l’affetto verso il marito faceva finta di non sapere niente. Grandissimi ed infaticabili lavoratori. E maschi e femmine. Filomeno con il fratello Gesualdo, un anno più di lui, malgrado la tenerissima età, badavano alle pecore. Ne avevano undici. Una fonte inesauribile di alimenti e maglie. Il latte, il formaggio e la lana, che dalle pecore, senza lasciare il casolare si trasformava, grazie alla maestria delle donne in maglie e calze. Gli inverni erano freddi e spesso nevicava. Le pecore erano una ricchezza. Ma qui incomincia il problema di Filomeno. La sera, al tocco dell’Angelus, tutta la famiglia ritornava dal campo e si sedeva a mangiare. Ragazzi e ragazze che lavoravano sodo – che, se vogliamo, dire sodo è un eufemismo – pieni di salute e di vigore. Arrivavano affamati. La scodella nel centro e tutti a mangiare. E quel branco di lupi affamati puliva la scodella come fosse passato un uragano. Ed il piccolo Filomeno, il meno svelto, rimaneva sempre affamato. Una volta al mese, di domenica, si mangiava pasta. Il padre andava a comprarla a Polistena. Filomeno adora la pasta. Ma, sempre a causa di quel simpatico branco di lupi affamati, rimane sempre con un palmo di naso. Riuscire a fare due o tre forchettate era già un successo. Va bene che dopo la sorella maggiore gli dava altro cibo, ma lui voleva, adorava la pasta. Ed allora ogni domenica della pasta quando lui riusciva a prendere l’ultimo striminzito filo, guardava tutti e ripeteva: “Verrà il giorno che mangerò un chilo di pasta”. La famiglia rideva. Ma lui sapeva che quella promessa fatta a se stesso un giorno, presto o tardi, si sarebbe materializzata. La sorella maggiore sposa un giovane emigrato in Canada. E tutta la famiglia emigra. Filomeno è ancora un ragazzino. Di mente sveglia e scevra di nozione alcuna, assorbe subito la lingua inglese riuscendo a parlare quasi senza accento. A sedici anni vanno, lui ed il fratello Gesualdo, a lavorare in una panetteria italiana. Sono ben visti da tutti e apprezzati dai proprietari: sono laboriosi ed onesti. All’inizio dell’inverno viene a lavorare, come autista, uno strano italiano. Eh sì, strano perché parlava spesso l’italiano. E pochi lo capivano. Ha subito simpatizzato con quei due simpatici ragazzi. Parlando del più e del meno chiede ai due quale fosse il loro compito in campagna essendo i due così giovani. Filomeno gli racconta che lui e Gesualdo si occupavano delle pecore. Dalla a alla zeta. Le portavano al pascolo dove c’era la migliore erba, al mattino, ancora buio, le mungevano e dividevano il latte: una parte che la sorella portava da vendere al paese, una parte per le ricotte e poi quello che serviva a fare il formaggio. Il formaggio era molto importante: durante l’inverno, quando il campo non dà quasi niente, risolve il problema della cena. Ma il lavoro più importante dei due era la tosatura delle pecore. I due fratellini erano diventati dei veri esperti. Anche dei vicini li chiamavano. Lo strano italiano li scruta un po’ e poi: “Sentite, ma voi allora sapevate usare le forbici e quella macchinetta che rassomiglia a quella dei barbieri”. “Siamo maestri” rispondono i fratelli. “Ed allora perché non andate a fare un corso per parrucchieri? Qui ci sono molte scuole”. “Anche serali?”. “Sì, anche serali”. Detto fatto. I fratelli frequentano la scuola per nove mesi. Non incontrano difficoltà ad apprendere. Ne escono con il diploma di parrucchieri. Lavorano per un paio d’anni presso un parrucchiere nel centro di Toronto. Imparano tutti i segreti del mestiere. Adesso sono pronti e preparati per mettersi a lavorare da soli.

Aprono una parruccheria in una cittadina a sud di Toronto. Un successo che loro non avrebbero mai sognato. Innanzitutto sono bravi. Poi sono simpatici e ci sanno fare. Una piccola miniera. Debbono assumere altri quattro lavoranti. Affari a gonfie vele.

Ma Filomeno non ha mai dimenticato quello che per mesi ripeteva nelle campagne ai piedi dell’Aspromonte nelle domeniche della pasta. Ed ecco giunto il momento della sua vendetta. È una vita che ci pensa. Un chilo di pasta da mangiare in Italia. Dove la desiderava. E spunta il cameriere con una scodella fumante. “Signore – gli dice il maître – la pasta gliela offre la direzione dell’albergo. Lei è sempre il benvenuto. E buon appetito”. E mentre Filomeno mangiava in quella grande scodella, poteva vedere gli altri avventori del ristorante che guardavano, cercando di non farsi vedere. E finiti gli spaghetti ha fatto la scarpetta. E non è vero che la vendetta è un piatto che va servito freddo. “La vendetta è un piatto che va servito caldo”.

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".