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Saro e le carte (prima parte)

Ma che fai, Ferdinando, cinque anni ha. Come fa a leggere le carte?

Caterina, il nostro Saro è un ragazzino sveglio. Mi sono accorto che come incomincio a parlare, mi guarda negli occhi e sa già cosa voglio dire. E, inoltre, è la prima volta che gli facciamo un regalino per il compleanno.

Lo so. Ma gli potevi regalare una camicia. Quella che indossa non serve più.

Caterina, la stoffa per la camicia costa trenta lire. Zia Rosaria ha detto che ci darà le due camicie della buonanima di zio ‘Ntoni. Una la userò io per quando vado al paese ed una l’aggiusterai per lui. Le carte sono costate una lira e mezza. E se vogliamo dirla tutta sono anche soldi suoi. Sono soldi del latte. E, poi, le carte gli terranno compagnia durante il giorno. Sta sempre solo con le capre.

Un mazzo di carte da gioco. Quelle piccole, per bambini. Piccole di formato, ma perfettamente uguali alle carte vere. Nuove, con la scatola ancora sigillata. Saro non stava nei panni. I suoi occhioni neri brillavano come il solleone. Fin da piccolo assiste quando il padre gioca a carte con gli amici. È semplicemente affascinato da quel gioco. È anche capitato, più di una volta, che correggesse il padre per una carta sbagliata. Suggerimento respinto.

Zitto tu, che sei piccolo e non capisci niente.

E quante volte, suo malgrado, si è dovuto ricredere. Il consiglio del piccolo era giusto. Piccolo sì, lo era, ma aveva imparato a conoscere le carte da gioco meglio dei grandi. Era affascinato ed intrigato da quelle figure a dai numeri. Numeri che riusciva a distinguere malgrado nella sua breve esistenza non avesse mai visto un libro. E quanti grilli aveva per la testa il piccolo Saro.

Ma il prossimo anno avrò sei anni. Ho deciso che andrò a scuola.

La povera donna, colta di sorpresa nel sentire tale impensabile cosa, ha lasciato cadere la pentola con i fagioli che stava per mettere sul fuoco. E meno male che era quella di rame.

Saro, ma chi ti ha messo queste cose in testa?

Abitavano ad una ora di cammino dal paese. Si arrivava facendo la strada normale fino al cimitero e dopo un centinaio di metri c’è un viottolo che si arrampica verso la montagna e che serve anche da scorciatoia per Santo Adelfo, il paese dall’altra parte del monte. Si attraversa un uliveto, un querceto che fornisce la ghianda per l’allevamento dei maiali, un torrente che d’inverno diventa un fiume ed i contadini debbono fare i miracoli per guadarlo, filari di maestosi olmi ed un vastissimo incolto terreno con migliaia di piante di brughiera che i contadini del vicinato usano come legna per scaldare il forno. Il padre di Saro gli aveva fatto vedere come si debbono tagliare, delicatamente e usando la piccola scure, affinché la radice potesse dar vita ad una nuova pianta. E dopo una salita mozzafiato di circa un chilometro incomincia una vasta pianura e lì si trova il casolare di Saro.

Siamo in montagna. In estate il sole picchia, in inverno il gelo è la norma. Il casolare è formato da due locali. A destra la stalla per gli animali, un’asina di nome Melina, e poi Gemma, Nicolina, Peppina le capre, e Viceré il caprone, un fornitissimo fienile e due botti per il vino. A sinistra l’abitazione della famiglia. Il locale è grande abbastanza. Il letto dei genitori riparato da una specie di parete fatta di canne, due lettini per Saro e la sorella Nunzia ed un focolare che serviva da cucina e da stufa per le gelide nottate invernali. Anche Duca, il cane di Saro dormiva con loro. Il forno per il pane era fuori accanto alla legnaia.

Il posto, famoso nel circondario per la produzione di fagioli e il formaggio pecorino, è conosciuto come La Piana del Lupo. I vecchi raccontano il perché di questo nome. In tutta la zona ci sono stati sempre i lupi. Un cucciolo ancora piccolissimo, la cui madre era stata uccisa dai pastori, si è trovato, non si sa come, in mezzo alle pecore. Il padrone del gregge lo ha trovato attaccato alle mammelle di una pecora che allattava avidamente. La pecora sembrava anche contenta di questa azione. Non ha avuto il coraggio di levarlo, anche se pensava che, piccolo o grande, sempre lupo era. Le miti creature lo hanno accettato come uno della famiglia, ed anche Duca, il cane, si è autonominato padre adottivo. Il cucciolo, con tutto quel latte a disposizione, è cresciuto robusto e forte come un torello. Coccolato da tutte le pecore, era diventato parte integrante della mandria.

Durante un inverno particolarmente freddo, una notte sono arrivati all’ovile tre lupi spinti dalla fame e sapendo di trovare il cibo. Lupetto, così lo avevano chiamato i figli del mandriano, ha difeso l’ovile battendosi come un leone. Duca dormiva nel casolare come i signori, lui non ha mai voluto abbandonare le creature che gli avevano fatto da mamma, anche se, suo malgrado, era stato costretto a litigare, e che lite, con i suoi simili. Il giorno dopo lo hanno trovato pieno di graffi, ma i lupi non sono più tornati. E da allora, per ricordare l’impresa di Lupetto il posto è stato chiamato La Piana del Lupo.

Gli è caduta la forchetta dalle mani al povero Ferdinando, nel sentire la moglie. Quel ragazzino era la sua vita. Avrebbe fatto tutto quello che era nelle sue possibilità pur di vederlo contento, ma questa novità della scuola non riusciva a capirla. La parola scuola non gli era mai passata per la testa.

Ascoltami, Saro, noi siamo contadini, ed anche fortunati perchè la terra è nostra, ma questa storia della scuola non capisco da dove viene fuori. A noi non serve sapere leggere e scrivere. Queste sono cose per ricchi. Per la gente di città. E non dimenticare che ci vogliono soldi per comprare il sillabario, i quaderni, la penna ed il calamaio. Inoltre hai le capre a cui badare ed il paese è ad una ora di cammino.

Padre, le capre le lascio legate con una corda lunga e Duca le guarderà, il cammino per il paese non mi spaventa. L’ho fatto mille volte.

Interviene Caterina:

Saro, se ti capita il turno di pomeriggio dovrai ritornare con il buio. E dovrai passare per il cimitero.

Ma, io passo sempre davanti al cimitero. Non ho paura.

Saro non ti scordare cosa è successo al malcapitato Compare Tommaso.

Compare Tommaso abitava nel casolare a poche centinaia di metri. Gran brava persona. Mai una domenica ha perso una messa. Era saggio e dispensava consigli ai vicini. Godeva la fiducia dei contadini della Piana del Lupo per la sua onestà e sincerità. Come non credergli anche se le male lingue dubitavano.

È successo tutto una domenica delle Palme. Dopo aver assistito alla Messa si è fermato a mangiare dalla sorella che viveva in paese. Aveva indossato il vestito delle feste con quella bella camicia che dieci anni prima gli aveva portato lo zio Peppe dal Brasile. Dopo pranzo ha fatto una passeggiata in paese per incontrarsi con i vecchi amici. Non c’è modo migliore di passare piacevolmente un pomeriggio con gli amici più cari che una partitina a carte e qualche bicchiere di vino. Il tempo trascorre in fretta nella cantina di Don Vito, famoso per la qualità del suo vino. Anche dai paesi vicini vengono. Moltissime le partite a briscola. Dei bicchieri tracannati si è perso il conto. Si sa, una partita tira l’altra, un bicchiere tira l’altro. È una compagnia di amici fin dall’infanzia, stanno bene insieme e non si accorgono che è già notte. Bisogna fare in fretta e rientrare alla Piana.

Il buon Tommaso ritorna a casa della sorella dove aveva lasciato l’asino che pazientemente lo aspettava. Sua moglie sarà preoccupata perché lui non fa mai tardi. Monta sull’asino e si parte. Per fortuna l’asino conosce bene la strada e non ha bisogno di guida. Passano davanti al cimitero e qui, come ha raccontato Tommaso, commette un errore che, secondo la sua interpretazione, lo ha portato a vivere la brutta avventura che non augura nemmeno ai nemici.

Sarà stato perché si sentiva stanco, anche se il vino faceva la sua parte, e mezzo assopito, ha dimenticato di recitare, come sempre lo faceva, un paio di Requiaem eternam per l’anima dei defunti. Non lo avesse mai fatto. I morti ci saranno rimasti male per questa imperdonabile dimenticanza. L’asino camminava sicuro e tranquillo, conosceva anche le pietre che calpestava, quando raggiunge il torrente a monte del cimitero. Improvvisamente succede l’impensabile. Compare Tommaso, uomo abituato a passare nottate da solo in campagna, non ha paura di niente e di nessuno. Ma quello che si presenta davanti ai suoi occhi lo atterrisce. Lui ancora lo giura e Caterina lo crede. Dall’altra parte del torrente vede quattro scheletri, sì, sì, erano quattro scheletri o forse anche cinque, armati di lunghi e nodosi bastoni. Cerca, il poveretto, di fermare l’asino. Ma questo non sente ed incomincia ad attraversare. Gli scheletri gli piombano addosso e giù bastonate da orbi. In pochi attimi si trova a gambe levate nel torrente bagnato e dolorante dalle bastonate ricevute. L’asino, ecco perché i suoi simili sono famosi per la testardaggine, ha continuato il cammino lasciando il fantino nell’acqua. Quando la moglie vede arrivare l’asino senza il marito, chiama i figli e corrono in cerca di Tommaso. Lo trovano bagnato, con il vestito mezzo rovinato e pieno di dolori. Figli e moglie ascoltano a bocca aperta la spaventosa avventura.

Tommaso domani andiamo dal Parroco a farti benedire.

Sì, domani. Ma tu cerca di salvare almeno la camicia dello zio Peppe.

Il giorno dopo Don Tarcisio, un tranquillo e paziente veneto, tutto canonica e polenta e che in vita sua non ha mai rifiutato l’invito per un bicchiere di vino, ascolta il racconto di marito e moglie con espressione grave e preoccupata, girandosi fra le labbra il mezzo toscano. E sì, don Tarcisio aveva i suoi vizi. A chi, e gli impiccioni non mancavano, glielo faceva notare, rispondeva con la famosa frase di Oscar Wilde:

Chi non ha vizi non ha virtù. Io ho molte virtù, qualche vizio mi serve.

Caritas operit multitudinem peccatorum

(“La carità pulisce tutti i peccatori”, così tradotto in poche parole e ricordando che il Vaticano ha mandato in Paradiso migliaia di persone che hanno avuto i soldi per comprare le famose indulgenze, ma questo a noi non interessa).

A Don Tarcisio veniva più facile pensare in latino, era entrato in seminario a dieci anni ed era cresciuto a pane e latino e polenta. Una, apparentemente, disinteressata occhiata all’agnello che Tommaso adagia sul tavolo della canonica, accanto ad un messale. Ad occhio e croce ha risolto il problema del pranzo per l’intera settimana santa. Don Tarcisio conosce in prima persona le ristrettezze economiche dei suoi parrocchiani.

Don Tarcisio, vi giuro che è tutto vero. Dovete fare qualcosa.

Tommaso, io ti credo. Anche se sono sicuro che i morti non vanno in giro a bastonare i vivi. Forse, forse – Don Tarcisio ricorre a tutta la diplomazia che ai preti non manca – sarai stato stanco dopo aver passato il pomeriggio nella cantina. Nondimeno, Tommaso – con mezzo sorrisetto ed aspergendo acqua santa senza risparmio – dieci Requiaem la sera per una settimana e i morti ti lasceranno in pace.

Interviene, preoccupata ed allarmata, Angela, la moglie.

Don Tarcisio, non credete che anche io debbo fare qualcosa?

Per te dieci Salve Regina per una settimana. E, Tommaso, d’ora in poi, quando passi i pomeriggi nella cantina, cerca di rientrare prima che sia buio e, se puoi, qualche bicchiere in meno. E adesso andate e che Dio vi accompagni.

E Saro adesso non è più solo. Ha le sue carte a tenergli compagnia. Anche la sera, quando va a letto, le tiene accanto adagiate sul pavimento. Passa le giornate giocando centinaia di partite contro immaginari avversari.

Compiuti i sette anni incomincia la scuola. La maestra non si spiega come un ragazzo che viene dalla campagna con i genitori analfabeti possa conoscere i numeri così bene. Non ne sbaglia uno. Ma se ne guarda bene dal mettere al corrente la maestra del perché conosce i numeri meglio di lei. A fine anno scolastico legge e scrive con la facilità e sicurezza di un vecchio studente. Alla terza elementare lascia la scuola. Non ne aveva più bisogno.

Ed anche Angelo aveva trovato la compagnia. Gli era simpatico quel ragazzino sveglio ed educato. E finalmente poteva sfogarsi a coltivare il suo vizio. Nella bisaccia aveva sempre il mazzo di carte, ma quelle vere, anche se ogni tanto gli piaceva usare le carte in miniatura. Saro non vedeva l’ora d’incontrarlo. Angelo è stato il suo grande maestro, la sua università. Gli ha insegnato tutti i trucchi che si possono adoperare per vincere la partita.

Faceva il mulattiere Angelo. Abitava alla fine della piana, dieci minuti di cammino. Passava due volte la settimana e sempre allo stesso orario, puntuale come un orologio. Portava il grano al mulino, quello sotto il cimitero di proprietà della Pica – i paesani la chiamavano così perché godeva fama di essere più ladra di una gazza – e riportava la farina ai panettieri di Santo Adelfo. Negli altri giorni trasportava un po’ di tutto, quello che capitava.

Gran brava persona Angelo. Benvoluto da tutti per il suo carattere sempre allegro e la sua disponibilità ad aiutare il prossimo. E gran lavoratore. Nemmeno le abbondanti nevicate, che sulla Piana non mancavano, lo potevano fermare. Lui ed il suo mulo sembrano indistruttibili. Ma Angelo aveva passato davvero brutti momenti a causa delle carte da gioco. Il lavoro di mulattiere, e veramente il lavoro non gli mancava, gli permetteva di mantenere la famiglia decorosamente. Si può dire che non facevano la fame. Ma il suo maledetto vizio del gioco spesso gli faceva perdere il ricavato della settimana. Immacolata, la moglie – bella donna dotata di carattere energico ed innamorata del marito – le ha tentate tutte. Ogni mattina una predica. Ogni sera una predica. Anche dal parroco lo ha portato sperando che lasciasse le carte.

Sì, Immacolata, te lo prometto. Te lo giuro. Da oggi nuova vita.

Immacolata non poteva dimenticare una massima del povero padre. Così era:

Parola de puttana no pigghiare

E juramento de lu jocaturi

Giurava, prometteva, rigiurava e riprometteva. Una settimana e punto a capo. Immacolata aspettava che si addormentasse e bruciava le maledette carte. Pochi giorni e carte nuove. Qualcosa doveva succedere per far traboccare la fatidica goccia del vaso.

Calda serata estiva. Immacolata è seduta sul gradino della soglia aspettando l’imminente arrivo del marito. Il povero uomo sta tutto il giorno camminando e la sera ha bisogno di una sostanziosa e nutriente minestra. Questa sera un bel piatto di fave e due fette di lardo, quello con il peperoncino sopra che tanto piace al marito. E, naturalmente, non può mancare il mezzo litro di rosso. Angelo spunta in fondo al viottolo dove finisce il bosco di faggi. È solo. No, non può essere solo. Anzi, non deve essere solo. Deve portare due sacchi di avena per i cavalli del marchese Miranda. Lo fa da anni questo servizio. Lui sa bene quanto il marchese ci tenga ai suoi cavalli. Perciò è stato sempre puntuale. I paesani facevano la fame, ma i cavalli del marchese non possono farla. Inoltre lui ed il mulo sono una sola cosa. Ci manca poco che se lo porti a letto con lui. Questo, ridendo, Immacolata glielo dice spesso. Cammina piano Angelo, come avesse le gambe anchilosate.

Dov’è il mulo?

Angelo, rosso in faccia, con il mezzo toscano sballottato da una parte all’altra della bocca e tremolante come la fiamma di un cero davanti ad una finestra con il vetro rotto.

È che……è che….e… e… e… il mulo è rimasto nella stalla del marchese.

E perché?

Perché che?

Angelo, tu non me la conti giusta. Dimmi dove hai lasciato il mulo. Il nostro mulo.

Te l’ho detto.

Angelo, siamo sposati da venti anni. Ti conosco, e come ti conosco. Ogni volta che mi racconti frottole non riesci a tenere fermo il sigaro. Dimmi dove è il nostro mulo.

Me l’hanno rubato.

Anna capisce che qualcosa di brutto era successo. Per poco non si mette a piangere. Si riprende subito. Ha già capito cosa deve fare.

Angelo, entriamo perché la cena è pronta. Adesso devi mangiare.

Gli mette davanti il piatto di fave e riempie di vino il gotto di alluminio. Angelo assiste incredulo. Niente niente, la storia del furto ha funzionato.

Angelo, te lo chiedo adesso per l’ultima volta. Voglio sapere, debbo sapere che fine ha fatto il nostro mulo. Qualsiasi fine.

Me lo sono giocato alle carte e l’ho perso.

Adesso lo so. Finisci di mangiare a va’ a riposare. Domattina ne parleremo.

Non era ancora l’alba quando Angelo si alza, è stato sveglio tutta la notte. Immacolata è seduta davanti al focolare. Con la mano destra regge il fucile da caccia, un calibro dodici, del marito. Nella mano sinistra tiene la sua fede matrimoniale, le due collanine d’oro che le figlie avevano ricevuto come ricordo della Cresima ed un paio di orecchini che appartenevano chissà a quale bisnonna.

Angelo, ascoltami bene. Oggi stesso andiamo a Monteleone. Vendiamo l’oro. E tu lo puoi immaginare come mi posso sentire nel privarmi della fede che mi hai dato vent’anni fa. Poi, tu, vai da quelli che te lo hanno vinto, gli dai i soldi e ti riprendi il mulo. La prossima volta che vengo a sapere che perdi un soldo alle carte ti sparo. Queste me le conservo.

E tira fuori dalle canne del fucile le due cartucce. Angelo la conosce bene, sa che non scherza affatto.

Partite innocenti quelle fra Angelo e Saro. Sono diventati grandi amici e stabili compagni di gioco. Saro è ormai un ragazzo di dodici anni. Ma ha la mentalità di un adulto e gioca a carte come un professionista. La miseria, gli stenti, il naturale egoismo umano e l’innata intelligenza gli hanno insegnato che, nella vita, un po’ di furbizia non è mai di troppo. Dal comportamento delle capre, del cane e dell’asino ha imparato che ragionando e mostrandosi umile possono aiutare a superare gli ostacoli quotidiani. E, soprattutto, frequentando certa gente del paese, ha capito che ogni tanto conviene essere o sordi o muti o ciechi. E modesti. Molto modesti. Anche ricorrendo di quando in quando alla falsa modestia.

Partite senza sale, senza eccitazione. Saro perdeva spesso. Studiava le mosse dell’avversario. L’espressione del viso, le sue mani, la maniera di muovere il sigaro secondo le carte che aveva. Aveva, dotato di vista da lince, fatto degli impercettibili segni sul retro degli assi.

Saro, tanto per dare un poco di brio alle nostre partite, giochiamoci qualcosa. Una piccola cosetta.

E vanno avanti a giocare noccioline, fette di formaggio, fichi secchi, castagne, noci, bottoni e finanche qualche fungo. Fino ad arrivare a giocarsi cinque soldi. E le partite diventano sempre più calde. Ed Angelo vince quasi sempre.

È appena cominciata la guerra ed il padre di Saro è stato richiamato nell’esercito. E la situazione della famiglia non è più come prima. Il latte delle capre era di grande aiuto. Nel campo, la madre, aiutata da Saro e dalla sorellina faceva quello che poteva. Mancava, e come mancava, la mano dell’uomo. Il grano è finito. Ancora mancano un paio di mesi per il raccolto. E quest’anno sarà alquanto scarso. Fra qualche settimana sarà difficile fare il pane.

Cercherò di fare qualcosa io, Ma’.

Saro, sei un ragazzo, non puoi fare niente. È già troppo quello che fai.

Non vi preoccupate. Ho qualche idea.

Due giorni dopo Angelo, come al solito, è di ritorno dal mulino.

Che ti vuoi giocare oggi?

Io ho venti soldi, ho venduto del latte senza che mia madre lo sapesse. Tu che metti?

Gli occhi di Angelo si illuminano. Finalmente una vera partita. La sognava da anni. E, dopotutto, non c’è il pericolo che la moglie lo venga a sapere.

Va bene. Io metto due sigari. Li ho comprati stamattina.

La prima partita la vince Angelo. La seconda, a stento, Saro. La terza, la cosiddetta bella, la stravince Angelo. Nemmeno un punto ha fatto Saro.

Fra tre giorni ritorno.

Mi trovi qui.

Seduti al solito posto, prima scaricano il mulo per farlo riposare. Non è giusto lasciare la povera bestia con il carico addosso dopo tanto cammino. Inoltre non possono prevedere la durata della partita. Ed il piccolo giocatore se ne viene con la idea che da giorni gli girava in testa.

Oggi non ho niente. Ma se tu vuoi, sempre se vuoi, io mi gioco una capra e tu un sacco di farina.

Angelo stenta a crederci. Lui può vincere il ragazzino in qualsiasi momento. Dopo centinaia di partite giocate sa che non ha difficoltà a vincere. Ed una capra non è poca cosa. Ed alla moglie dirà che l’ha comprata. Non è che le deve dire la verità.

E va bene, ci sto. Ma ti devi giocare Peppina.

Era in dolce attesa la capretta. Fra qualche settimana nasceranno i piccoli. Angelo è furbo. Quasi quasi, gli fa tenerezza il candore del ragazzo.

Bene, partita e rivincita come sempre.

Non c’è stata partita. Saro è stato distrutto. Ha resistito un paio di mani, ma poi si è dovuto arrendere. Angelo è un maestro. Sapeva giocare. L’unico suo errore è stato nell’avere insegnato al suo allievo tutti gli accorgimenti e le malizie del giocatore. E l’allievo ha imparato bene. Saro non ha aperto bocca. Se ne sta ammutolito. Ha perso.

Aiutami a caricare il mulo.

Prende Peppina per la corda e si avvia, fischiettando, verso casa. Caterina lo vede arrivare con una capra in meno.

Saro, dove è Peppina?

Si è allontanata verso il bosco e non la trovo. Ma state tranquilla. Ritornerà da sola.

Caterina contava molto sui nascituri. Aveva già trovato il compratore. Quei soldi avrebbero risolto molti problemi. È allarmata e preoccupata Caterina. Sono tre giorni che Peppina manca. Certamente si è persa. E Saro non fa niente. Non sembra nemmeno preoccupato. Benedetta innocenza. E strana cosa, perché il figlio è un ragazzo responsabile. Ha la maturità di un adulto e la scaltrezza di una volpe.

Saro, se Peppina si è persa siamo rovinati.

Non vi preoccupate, Ma’, domani ritorno con Peppina.

Solito posto, solito incontro, solito rito per scaricare il mulo. Le pietre di sempre per sedersi.

Angelo, ho pensato una cosa. Io mi gioco le tre capre e tu il mulo con la farina.

Il furbo Angelo non poteva credere a quello che sentiva. Ma, sì. Alla moglie avrebbe detto di averle comprate. Questa poteva essere la sua ultima partita. Poi basta, se no quella benedetta donna è capace di sparare veramente. Mentalmente incomincia a fare i conti su quello che gli possono rendere tre capre. Ma no, quattro. Una è già a casa. Lo sa che non è bella cosa approfittare del candore di un ragazzino. Ma è lui che lo sta chiedendo. E poi, nessuno lo saprà. Saro parla poco. Se lui vuole così.

Sei sicuro di quello che stai dicendo?

Sì, sicurissimo.

E se per caso te le vinco, a tua madre cosa dirai?

Dirò che si sono perse nel bosco, come ho fatto per Peppina. Mi ha creduto.

Contento tu contenti tutti. Partita e rivincita, come sempre. Ed eventuale bella. È quasi sera quando Caterina vede apparire Saro in fondo al sentiero. Guarda senza capire niente. Guarda ancora e ci capisce meno. C’è qualcosa che non riesce a capire, ad afferrare. Anzi, non ci capisce più niente.

Duca, il cane, è il primo, e scodinzola nel vedere Caterina, lo seguono le tre capre ed appresso Saro con il mulo ed il suo carico.

Aiutatemi a scaricare il mulo.

E… e… e… e… questo cosa è? Perché?

È roba nostra. L’ho vinto giocando alle carte con Angelo.

Hai vinto mulo e farina?

Sì.

Figlio mio, non ci possiamo tenere il mulo.

A ma’, lui se l’è tenuta la nostra capra.

Ecco come si era persa nel bosco. Ma se ci teniamo il mulo facciamo peccato. Rischiamo anche l’inferno. E non dimenticare che Angelo non è una cattiva persona. Teniamoci la farina e va subito a restituire il mulo. E promettimi di non giocare più.

Sì, io gli restituisco il mulo e lui mi deve restituire la capra.

Angelo pensa a quale scusa ricorrere. Qualcosa di grande e credibile. Lui la conosce bene. La benedetta donna questa volta gli sparerà davvero. Le due cartucce lui non le ha più trovate. E sì che ha guardato dappertutto. Sentendo il suo nome si gira e vede Saro con il mulo.

Angelo ti restituisco il mulo. Andiamo a casa tua a prendere Peppina.

E cosa dovrò dire a mia moglie. Le ho detto che te la ho pagata.

Le dirai quello che vuoi. Se vuoi il mulo mi devi dare la capra.

E per la farina che non porto, cosa le posso dire?

Angelo, sono fatti tuoi.

Va bene, andiamo. Qualcosa da dire troverò. Grazie Saro.

Non ringraziare me. Ringrazia mia madre. Io non l’avrei fatto.

 

Continua…

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".