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Saro e le carte (seconda parte)

Si è fatto davvero un bel giovanotto Saro. Di statura media, ma fisico armonico. I capelli neri come le ali di corvo sempre ben pettinati. Robusto come può esserlo una persona che ha incominciato a lavorare nei campi all’età di cinque anni.Una salute di ferro. Non ricorda mai un raffreddore malgrado sempre esposto all’inclemenza del tempo. Non è mai andato da un medico. Veramente un medico lo vedeva spesso, ma per altri motivi. La pelle leggermente scura come l’oliva quando incomincia a maturare. Il viso irradia simpatia e fiducia. Gli occhi parlano. Il perenne sorriso mette in mostra i bianchissimi e perfetti denti. Madre natura non era stata avara.

Quando scende in paese, lasciati i panni della campagna, veste con sobria e semplice eleganza. Se lo può permettere. Sono finiti i tempi che per avere la camicia nuova doveva aspettare la morte di qualche parente. È riuscito a trovare la strada per potersi comprare un vestito nuovo. Amico e benvoluto da tutti. Simpatico a tutti. Educato e rispettoso verso tutti. E da tutti, anche nei paesi vicini, è conosciuto come “Re di spade”. Questo titolo nobiliare gli è stato incollato addosso quando, non ancora sedicenne, durante una partita, si è trovato in mano due re di spade. Nei giuramenti che sono seguiti ha tirato in ballo tutti i santi e tutte le anime dei defunti. Lui non ne sapeva niente. Non sa spiegarsi come e perché quel re di spade sia capitato a lui. L’unica spiegazione è un difetto di fabbrica.

Adesso lavora poco in campagna. Da tanti anni non ha più le capre. L’ultimo che se ne è andato è stato Viceré. L’unico che è morto di vecchiaia. Le altre – quando ci pensa le lacrime che scivolano sulle gote non potrebbero essere più sincere – purtroppo hanno fatto una brutta fine. Non per colpa sua, sia ben chiaro. Colpa della miseria e della fame. “Mors tua, vita mea”. Non sa cosa vuol dire, ma immagina che si riferisca alla morte di qualcuno. Lo ha sentito dal vecchio Don Tarcisio mentre prendeva in mano il pollo che gli aveva portato la moglie del massaro Nicola. No, il massaro non era a conoscenza della donazione. Guai se lo avesse saputo. Un peccatore: non andava mai a Messa perché non sopportava i preti. Qualsiasi epiteto ingiurioso lo affibbiava a loro. Ma Rosamaria non vuole finire all’inferno come il marito. Bisogna aiutare la Chiesa con la carità così il Signore si ricorda di noi. Niente di meglio che dare una mano a Don Tarcisio che ha sempre difficoltà per mettere insieme pranzo e cena. Generalmente o l’una o l’altro. E quando il massaro Nicola si accorgeva che mancava un pennuto Rosamaria lo informava che la sera prima aveva visto aggirarsi una volpe. Non è peccato dire piccole bugie. Ne avevano parlato con Don Tarcisio.

Dicevamo che adesso Saro lavora poco nella campagna. Tre, quattro volte la settimana passa le serate al paese. La sua compagnia è attesa da molti. Quando rientra alla Piana del Lupo è già notte fonda. E deve, per forza, passare davanti al cimitero. È tutto tranquillo, anche se lui spesso ricorda la brutta avventura capitata al povero Tommaso. Ancora alla Piana se ne parla. Ma i morti lo conoscono fin da piccolo e certamente gli vogliono bene. E lui non passa i pomeriggi nella cantina. Beve poco e preferisce passare le serate giocando a carte.

Nel paese non mancano i giocatori incalliti. Un colonnello dell’Aeronautica, da qualche anno in pensione per una brutta ferita in Albania, appartenente ad una delle più ricche famiglie del paese. Un insegnante elementare la cui moglie ha portato in dote molte redditizie proprietà terriere e beni immobili. Un macellaio le cui tasche sono sempre colme di soldi. È molto redditizia la sua attività di compravendita di animali da macello nelle fiere paesane. Un tizio, non uno stinco di santo, che in vita sua non aveva mai fatto una sola ora di lavoro eppure era proprietario di due greggi. Spesso a questi si univano un nobile del vicino paese di Altavilla, ed altri individui che disponevano misteriosamente di contanti. Tutti accaniti e bravi giocatori di carte.

Questa era la compagnia che Saro frequentava almeno due volte la settimana e da dove riusciva a ricavare il necessario che gli consentiva di vivere decentemente e senza rompersi la schiena nei campi. Erano tutti bravissimi ed incalliti giocatori, tranne il colonnello dell’aviazione che era alquanto scarso, anche se convinto di essere il più bravo della comitiva. Ed era quello che perdeva più di tutti. Se lo poteva permettere.

Saro vince senza stravincere. Non vuole esagerare. Non vuole umiliare o irretire i compagni. Una fonte di guadagno così si deve far durare il più a lungo possibile Naturalmente aveva altri clienti, anche nei paesi vicini. Gli servivano per arrotondare e per la dote della sorella. Saro, il Re di spade, era molto ricercato dai giocatori. La sua fama aveva ormai superato i confini della zona. Si sentivano orgogliosi come pavoni soltanto nel poter dire: Ho giocato con il Re di spade. Quando, poi, qualcuno riusciva a vincere una partita, Saro aveva imparato da e con Angelo che non si deve mai strafare, se ne vantavano per mesi come se avessero vinto la seconda guerra mondiale.

Da un paio di anni la guerra è finita. Soltanto adesso incominciano a ritornare i reduci dalla prigionia. Come non ricordarsi di quel povero Peppe. Lo hanno chiamato che aveva appena vent’anni. Non era mai uscito dal paese. Lo hanno mandato in Africa. È scampato ai tedeschi che hanno fucilato trenta suoi commilitoni, e dopo El Alamein è caduto in mano agli inglesi. Lo hanno messo a lavorare in una miniera di carbone nel Galles, maltrattato e malvisto da tutti. È ritornato malato nel fisico e nella mente. Entrava in tutti gli orti a prendere frutta. Quando i proprietari lo sgridavano lui rispondeva:

Qui è roba mia. Me lo hanno detto gli inglesi. Quando cercavo qualcosa, quando tentavo di prendere qualcosa mi dicevano: qui non puoi fare niente, quando ritorni al tuo paese lì è roba tua. Adesso sono al mio paese ed è tutta roba mia.

Lo lasciavano fare, non faceva male a nessuno. Molti sono quelli che non tornarono lasciando le famiglie in mezzo alla strada. Come sempre la burocrazia italiana ha la rapidità dell’elefante, ma non la memoria. E perciò le pensioni per le vedove e gli orfani arriveranno dopo anni. Ed è anche giusto così. Lo stato non può perdere tempo per questi piccoli dettagli. E non dimenticare che il digiuno fa bene al corpo ed all’anima.

Nel paese c’è una indescrivibile miseria. La fame è l’abituale compagna di tutti. Non si esagera se si dice che la fame si vede camminare per le strade. Il danaro in circolazione è scarsissimo, e quel poco che c’è si trova strettamente in mano a pochissime persone che non hanno nessuna intenzione di dividerlo con il prossimo, anzi fanno di tutto per impossessarsi anche del poco in mano agli altri. Nel paese non si può continuare così. Impossibile trovare un lavoro in tutta la regione. Una carestia che a raccontarla nessuno ci può credere. È necessario trovare assolutamente una soluzione.

La soluzione è solo una: l’emigrazione. Andarsene. Dove? Non importa, un posto qualsiasi purché ci fosse una piccola possibilità di lavoro. A Milano, a Varese, in Francia, in Germania, in Belgio, in Argentina, in Brasile, in Canada e, per pochi fortunati, negli Stati Uniti. Più che emigrazione si è trattato di un vero esodo biblico. Già si incominciano a vedere le case abbandonate e le campagne incolte. Il termometro era la chiesa. Ogni domenica diminuivano i fedeli alle messe.

Nunzia, la sorella di Saro, conosce un bravo e bel giovane del non lontano Montesanto. Questo ragazzo era in procinto di emigrare in Canada dove già si trovava suo padre. Si era fatta una bella ragazza, Nunzia, ed i pretendenti non le mancano. Ma il giovanotto forestiero le piace. Ma c’è un ma che per poco non manda a monte il fidanzamento. Il ragazzo partirà fra qualche mese per il Canada. Pochi nel paese hanno mai sentito questo nome. Per loro esisteva soltanto “La Merica”. Poi dal polo sud al polo nord non c’era differenza. Non si arrende il giovanotto e Nunzia è d’accordo.

Ci sposiamo subito ed appena arrivo in Canada ti farò venire insieme a tutta la tua famiglia.

Quando, a notte fonda, Saro ritorna a casa dalle sue partite, passa davanti al cimitero. Spesso si avvicina all’arrugginito pesante cancello di ferro per assaporare la pace che emana quel posto. Anche lui, un giorno, riposerà in mezzo a loro. Nessun dubbio. Gli è capitato, nelle notti d’estate, di vedere delle piccole fiammelle sprigionarsi qua e là dalle vecchie tombe o dalla terra. Ha chiesto, tempo fa, ad un suo vicino della Piana del lupo il perché di tale fenomeno.

Chissà, saranno i morti che cercano di spaventarti come hanno fatto con il povero Tommaso.

Questa risposta non lo convince, come non lo ha mai convinto il racconto che compare Tommaso ancora oggi continua a ripetere ogni qualvolta lo si lascia aprire bocca. Chiede lumi al suo amico insegnante.

Saro, si tratta di un fenomeno chimico-organico molto difficile da spiegarti e che tu difficilmente potresti capire. Una cosa è certa, i morti non vogliono spaventare nessuno. I morti sono persone serie, non come noi vivi. Comunque, tu, tanto per metterti al sicuro, di tanto in tanto recita qualche preghiera.

Saro non sapeva nemmeno l’Ave Maria, quale preghiera doveva dire?

Frequentava la seconda elementare quando il maestro avvisa i ragazzi che è arrivato il tempo per la prima comunione. Da domani, tutti i giorni dopo scuola, si andrà in canonica per le lezioni di catechismo. Saro aveva dimenticato tutto, aveva altro da pensare, quando il maestro annuncia:

Oggi andremo in chiesa per la confessione. Domani è il grande giorno.

Don Tarcisio vede questo ragazzino per la prima volta.

Non ti ho mai visto al catechismo, come ti chiami?

– Mi chiamo Saro, sono il figlio di Ferdinando e di Caterina della Piana del Lupo. Non sono venuto al catechismo perchè ho le capre da custodire. Non ho tempo per altre cose.

Sai, almeno, qualche preghiera?

No, non so niente. Mi so fare il segno della Croce. Ma se non mi potete dare la comunione, non importa sarà il prossimo anno.

– No Saro, tu la comunione la puoi ricevere e, forse, meglio degli altri. Devi sapere che anche Dio ha il suo gregge e molto più grande del tuo. E sapessi quanti grattacapi gli danno queste sue pecore. Anche Dio, come vedi, è un pastore e saprà capire un suo piccolo collega.

Allora Don Tarcisio, anche Dio ha le capre.

No, figliolo, il gregge di Dio è fatto di pecore. E per la maggior parte si tratta di pecore nere.

E, camminando verso casa nella idiliaca pace notturna, per la prima volta pensa a cosa sarà il suo futuro nel paese.

Il macellaio non gode di buona salute, è più di là che di qua. Il colonnello ha manifestato l’intenzione di trasferirsi in città, la moglie non voleva stare nel paese. L’insegnante ha addosso i fratelli. Ultimamente sono troppi i soldi che perde al gioco. Il ricco pecoraio incomincia a fiutare qualcosa dei metodi che usa Saro, e lo ha già velatamente avvisato. E questo è un tipo che non scherza, meglio stare alla larga.

No, per me non c’è futuro nel paese ed ancora ho tutta la vita davanti.

Anche se a malincuore, ma anche lui deve andarsene. Deve seguire la famiglia e pensare ad un domani. D’ora in poi giocherà come meglio sa fare. Ed in poco tempo avrà il danaro necessario per il viaggio e qualcosa dovrà rimanere.

Una pioggerellina costante e fitta mai vista. L’umidità penetra fin nelle ossa. Una nebbia così spessa da non vedere nemmeno il proprio naso. Non c’è male come primo impatto con il panorama canadese. La nave è appena attraccata al porto di Halifax. Il viaggio non poteva andare meglio. Cibo mai visto al paese. Qualità ed abbondanza. I passeggeri rappresentanti di mezzo mondo. Scendono e vengono avviati verso la stazione ferroviaria. Vengono chiamati e raggruppati a seconda della loro destinazione. Saro sta nel gruppo diretto a Montreal, dove l’aspetta il cognato. In tasca ha un piccolo capitale. Circa duecentomila lire, più di duecento dollari statunitensi, ottanta marchi tedeschi, duecento franchi francesi e finanche venti sterline. Fosse durato, il viaggio, un’altra settimana li avrebbe spogliati tutti. Pensavano di essere dei grandi giocatori di carte, specialmente gli americani che viaggiavano in prima classe, ma nessuno di loro conosceva la storia del Re di spade. A Montreal, oltre al cognato, lo aspetta una pala che, ad occhio e croce, è larga mezzo metro quadro, un piccone che peserà almeno otto chili ed una carriola più capiente del carro della buonanima del massaro Antonino, che era tirato da due erculei e pazienti buoi. Fortunato, si sentiva dire con una piccola punta d’invidia.

Anche il Canada veniva fuori dalla sciagurata e devastante guerra. Anche il Canada ne pagava le conseguenze. Il costo economico è stato elevatissimo. Ha subito pesanti perdite umane, particolarmente in Normandia, in Olanda ed in Italia. Qui le truppe canadesi hanno avuto le peggiori perdite a Montecassino e ad Ortona nello sfondamento della famosa Linea Gotica. Ma il governo canadese è stato sollecito e premuroso a provvedere alle necessità dei reduci, delle vedove e degli orfani. Nessuno di loro è stato trascurato come è successo ai molti reduci che sono ancora al paese. Inoltre il Canada si è accollato l’onere di ricevere centinaia e centinaia di piccoli orfani di guerra, dal Regno Unito, assicurando loro un sicuro avvenire. Per tutti questi motivi, anche in Canada c’è crisi e disoccupazione. L’unica differenza con la povera e martoriata Europa è che le potenziali possibilità di miglioramento economico e sociale in Canada sono smisurate. E per la vastità territoriale, e per la ricchezza di materie prime. E per la elementare e straordinaria ed efficiente semplicità della burocrazia. E, infine, per la serietà e l’onesta degli amministratori della Cosa Pubblica.

Perciò Saro è considerato un fortunato ad aver trovato subito un lavoro. Usare il pesante piccone non lo spaventa. Non è che la zappa che aveva al paese e che ha tenuto in mano fin da piccolo fosse più leggera. E poi il suo forte fisico glielo permette. Ma non lo alletta affatto la prospettiva di continuare, vita natural durante, a scavare fognature. Una precisazione è d’obbligo.

Saro considera il lavoro quel qualcosa che dà la dignità alla persona. Di qualsiasi lavoro si tratti, la persona si realizza in esso. Non esistono lavori brutti, cattivi, buoni. Esiste il lavoro. Ma lui ha qualche dono naturale che potrebbe sfruttare per migliorare la situazione. E, sulla nave, ha avuto la gradita sorpresa di scoprire che anche nel resto del mondo, e non solo nel paese, esistono i giocatori di carte disposti a farsi spennare. E le sorprese, nella nuova terra, non finiscono mai.

Finita la prima settimana di lavoro, il capo cantiere gli consegna una busta. Dentro c’è una striscia di carta scritta in una strana lingua, e sì che lui sa leggere bene. Il cognato gli spiega che è la paga settimanale.

Qui ti pagano ogni settimana.

Sì, ma dove sono i soldi?

Quella carta che hai in mano sono soldi.

Veramente questo è un pezzo di carta.

Vai in banca e ti danno i soldi.

Sapeva sì, che esistevano le banche. Lui non ci aveva mai messo piede dentro.

Secondo lui, le banche sono dei negozi che invece di vendere salame, caffè, filo da cucire o altro vendono soldi. Ma soltanto a quelli che non ne hanno bisogno. Nondimeno non ha avuta nessuna difficoltà a familiarizzare con le procedure bancarie.

Anche questa è fatta. Adesso guardiamoci intorno.

Non lontano dalla sua abitazione si trova un circolo sociale con annessa sala da biliardo. Saro non ha mai visto un tavolo da biliardo, ma dopo un mese gioca da fare invidia ai vecchi campioni. Ma a lui non interessa questo sport. Nella parte posteriore della sala c’è una piccola e vecchia porta. Qualcuno entra, qualcuno esce. Ma la porta rimane sempre chiusa. Da dentro non trapela mai il minimo rumore o il suono di voci. Un cimitero. Ci vuole poco per Saro a capire cosa possa esserci dietro quella vecchia porta. Finalmente, era quello che aspettava. Non è stato facile entrare in quel clan chiuso come una cassaforte. Gente normale, apparentemente, ma che usa la bocca solo per mangiare. Il loro motto potrebbe essere un bellissimo e vecchio proverbio inglese:

Even fish would not get in trouble if he kept his mouth shut

(“Anche il pesce sarebbe stato salvo se avesse tenuto la bocca chiusa”).

D’ora in poi il sabato di Saro trascorre nel retro della sala biliardo. Giocatori esperti ed incalliti. Perciò bisogna usare tutte le accortezze quando si accorge che molti di loro sono alla sua altezza. Sanno giocare e sanno barare. E nessuno di loro, salvo tre o quattro, sono dei francescani. Saro gioca, vince e perde finché acquista la fiducia di tutti. Una sera, facendo ricorso a tutta la sua collaudata pratica, ha fatto il colpo. Mille dollari. Bei soldi. Anzi, molti soldi. Suo cognato ha comprato casa con ottocento dollari di anticipo. Un dollaro l’ora è una signora paga.

L’inverno sta entrando e questa è la prima neve. Un freddo mai immaginato costringe Saro a portare il passamontagna per la prima volta in vita sua. Sono le quattro di domenica mattina quando lasciano il tavolo. “Quando la “potiga” (bottega) chiude”. Così Saro chiamava quel posto. Quando parenti ed amici gli chiedono dove vada lui risponde, con quel suo innocente sorriso, “Alla potiga”.

A poche centinaia di metri da casa lo fermano tre individui. Avevano anche loro il passamontagna, e già era freddo, e si vedevano solo gli occhi. Parlano francese. Lui non capisce nemmeno una parola di quello che dicono. Ma quando vede una pistola a pochi centimetri dal naso, non ha bisogno di interprete per capire le loro intenzioni. Cerca di prendere tempo sperando che passasse qualcuno, cerca di aprire bocca. Ma quei tre signori avevano fretta ed incominciando a mettergli le mani addosso. Capisce che, se vuole salvare la pelle, non ha altra scelta. Apre il pesante cappotto, sbottona la camicia e consegna i soldi della vincita. Al paese andava alla Piana del lupo, un’ora di cammino, in piena notte. E sempre con soldi nelle tasche. Mai un cattivo incontro, nemmeno gli scheletri che avevano bastonato il povero compare Tommaso si facevano vedere. Qui fa tre isolati e rischia la pelle.

Quando, il sabato successivo, si ritrova al tavolo, osserva attentamente i visi di tutti cercando di carpire qualche segnale. Guarda i loro occhi, chissà qualcosa intuisce. Ma gli occhi delle persone di notte e con una pistola in faccia sono tutti uguali. E con la neve tutto diventa bianco. E Saro capisce che questa non è la gente del suo paese. Qui i rischi sono seri. Ma la fortuna è ancora una volta dalla sua parte. Una retata della polizia, un venerdì notte, chiude la “potiga” e molti suoi colleghi finiscono in galera.

Nel frattempo conosce e s’innamora, ricambiato, di una giovane e piacente vedova molisana. Il marito è morto sei mesi prima in un cantiere precipitando da un’impalcatura. I due pensano di mettersi insieme e convivere. Nemmeno parlarne. I parenti di entrambi ed i suoceri della vedova vedono lo scandalo e la mancanza di rispetto verso il morto. Ma la ragazza non ne vuol sapere di rinunciare a Saro. Lei è più calda della sabbia del Sahara e Saro, il cui forte fisico è temprato dai lavori dalla campagna, può soddisfare le sue naturali necessità. Inoltre in vita sua non aveva mai visto una donna con un corpo così sensuale. Eh no. Sarà scandalo, sarà quello che volete, ma i due sono decisi. E poi il morto avrà altro da pensare. Le cose terrene non gli interessano più.

Saro sente parlare spesso di Toronto. Stanno arrivando molti paesani ed alcuni suoi cugini. Si dice che lì ci sono molte più possibilità di guadagno e che gli italiani sono numerosi. Saro e la vedova, non più inconsolabile, prendono il treno per Toronto. Saro ha sempre saputo amministrare i suoi introiti. I soldi servono per essere spesi. Mai buttati dalla finestra. Con i risparmi, la prima cosa che fa è affittare un locale nella zona dove risiedono gli italiani e mettere su una piccola sala di biliardi. Non riesce a credere come è stato tutto facile. Per ottenere la licenza è bastata una sola giornata al costo di dieci dollari, da pagare annualmente. Un’altra cosa ha imparato. In questa terra, per vivere tranquillo, si pagano le tasse e tutti i commerci si fanno alla luce del sole. Ovviamente tranne quello che succederà nel retro della sala. La sala presa in affitto ha due camerette nel retro. A qualcosa serviranno.

Un tizio, venuto a sapere del suo amore per il gioco, gli parla di una mitica città, negli Stati Uniti, dove non si fa altro che giocare.

Ma siamo sicuri che nel mondo esiste una città così?

Sì, e si chiama Las Vegas. Lì non ci sono case normali. Solo case da gioco.

È bene provarci, vedere come stanno le cose ed, eventualmente andare a viverci.

I tre giorni passati in quella bolgia lo convincono che non è la terra promessa. No, Las Vegas non è terra per giocatori. È terra per perditori.

Silenziosamente e senza dare nell’occhio la sala biliardi è diventata di moda fra gli immigrati. Era un loro posto per incontrarsi. Non dobbiamo dimenticare che siamo nei primi anni cinquanta. Gli emigranti italiani incominciano ad arrivare solo adesso. E per loro un altro mondo. Un’altra lingua. Altra gente. Altre abitudini. Regole differenti ed inderogabili. Ed è qui che sorgono i primi confronti con la polizia.

Allora nel Nord America, per i tristemente noti fatti e personaggi con cognome italiano diventati famosi negli Stati Uniti negli anni venti-trenta, tutti gli italiani erano visti come potenziali Al Capone. Come dei Lucky Luciano in embrione. Nel Canada ancora vigevano delle leggi vittoriane ed arcaiche e puritane. Il Canada è un paese lontano, appartato dal resto del mondo. Un paese tranquillo e morigerato come una vecchia zitellona che quando incontra un uomo si fa il segno della Croce. Esiste un calvinismo moderatamente esagerato. Domenica tutto chiuso. Non giornali, non cinema, nessun tipo di lavoro è permesso. Questo è il giorno del Signore. No, nessuno di questi emigrati era un fuori legge. Nessuno aveva commesso delitti. Tutti rispettano la legge e le regole del Paese. Ma la domenica vanno a messa. Prima per un dovere di buoni cristiani e poi per incontrarsi con i paesani e con gli amici.

Finita la messa fanno quello che erano abituati a fare al paese. Si riuniscono a gruppetti, secondo il paese da dove provengono, sui larghi marciapiedi nelle vicinanze della chiesa. La polizia osserva questo strano fenomeno umano con diffidenza. Guarda tutta questa gente che fa confusione parlando ad alta voce e gesticolando come mimi. E che sarà questo? E chi sono questi? Niente niente non saranno degli anarchici. Dei carbonari? Questi non possono essere altro che dei potenziali Sacco e Vanzetti. Ancora non erano stati riabilitati, ma sempre considerati due pericolosi anarchici che la giustizia statunitense era riuscita a fermare.

Il poliziotto con il manganello in mano:

Andiamo. Circolare, circolare. Andate alle vostre case. Non potete stare qui a complottare chissà quali attentati.

E tutte le domeniche questa storia. Tre-quattro a scambiare due parole ed arriva la polizia.

Move, move, now. (circolare, circolare, subito).

Con rudezza, con arroganza e con il manganello in mano. Non si dimentichi che la guerra è appena finita. Ancora nell’aria si sente l’eco del rombo del cannone. E si tenga presente che gli italiani erano i nemici. E, cosa più triste, non si dimentichi che in Canada si sono appena chiusi i campi di concentramento dove erano stati rinchiusi gli emigrati italiani ritenuti pericolosi per la sicurezza del Paese. E non erano pochi i poliziotti inglesi e scozzesi particolarmente ostili agli italiani. Niente da fare. Questi poveri immigrati non possono permettersi il lusso, il grande lusso di stare insieme, all’aria aperta, per qualche ora. Vedere gli amici, sapere le ultime notizie dal paese, incontrare i nuovi arrivati, e qualche innocente pettegolezzo. Ma non è loro permesso. Questi italiani certamente si riuniscono per tramare chissà cosa. Possono essere pericolosi questi novelli carbonari.

Ma si tratta di gente che, sapendo di non fare alcunchè di male, non si arrende facilmente alla prepotenza di un assurdo divieto. A pochi isolati dalla chiesa c’è un piccolo parco.

Qui non disturbiamo nessuno. Ci lasceranno in pace.

E dopo la messa, si riuniscono nel parco. La prima domenica scorre tranquilla. La seconda domenica arriva la polizia a cavallo. Senza fare tanti complimenti, senza guardare in faccia nessuno, ignorando donne e bambini, i coraggiosi cavalieri si comportano come la cavalleria del colonnello Custer. Tanto, a loro giudizio, indiani o italiani è la stessa cosa. Bisogna civilizzarli questi selvaggi. Con le buone o, soprattutto con le cattive. Ed i convenuti si son dovuti allontanare. Molti di loro conciati male. Donne e ragazzini corrono spaventati e piangendo. Gli zoccoli dei cavalli fanno male. Il cavallo non ha colpa, va dove lo porta il fantino. C’è un giovane barese davvero incavolato. Ha la gamba sinistra ornata con vistosi graffi ed i pantaloni rotti. Aveva messo il vestito nuovo. La prima volta. E qualche sacrificio ha dovuto farlo per questo benedetto vestito. Ma ne vale la pena. È un bel giovane e adesso anche elegante. E va bene, nella vita ci vuole pazienza. Ma questi immigrati, che durante la settimana lavorano anche diciotto ore al giorno senza battere ciglio, non hanno nessuna intenzione di rinunciare ai loro incontri domenicali. Finita la messa il giovanotto barese e due amici se ne vanno al parco. Arrivano anche gli altri. Ed è una domenica fortunata. Riesce ad attaccare bottone con la ragazza che tanto gli piace. Ed ecco che arrivano i nostri. Sono arrivati al galoppo, come i carabinieri a Pastrengo, due poliziotti, urlando la solita filastrocca.

Move, move, now.

I coraggiosi cavalieri contro la tribù di Geronimo. Naturalmente i cavalli scalpitano e s’impennano. Manco farlo apposta. E questa è la seconda volta che il cavallo va addosso al barese, che cade nel fango, il giorno prima aveva piovuto, con la giacca nuova. Per poco non si rompe un braccio. Apre gli occhi e vede la pancia del cavallo. Sta steso nel fango con la giacca nuova e tutto ammaccato e sotto il cavallo. La pazienza ha sempre un limite. Un fulmine non è così veloce. Salta fuori dalla scomoda posizione. Un balzo felino e disarciona il poliziotto, preso di sorpresa. Lo butta faccia sotto a terra e lo pesta con tutta la rabbia che aveva accumulata. Il caos è nel parco. Chi corre a destra, chi a sinistra. Il cavallo è scappato per i fatti suoi. Sono passati pochi minuti. Il parco è vuoto. Rimane soltanto il poliziotto, ridotto davvero male, a terra ed il suo collega che cerca di assisterlo. Arriva l’ambulanza. Il cavaliere ha preso tante di quelle botte che lo debbono ricoverare in ospedale. La domenica appresso tutti al parco indisturbati. E la polizia ancora sta cercando il giovane barese.

È domenica e Saro è invitato a pranzo da suo cugino Colantone (NicolaAntonio). Mentre le donne stanno in cucina preparando la pasta al forno, i due si seggono sulla veranda per gustarsi un goccetto di vino. Non hanno fatto in tempo a portare il bicchiere alla bocca che vedono fermarsi davanti una macchina della polizia. I due, sempre con il bicchiere in mano, salutano calorosamente l’agente. Ma questo non è in vena di fraternizzare. Il suo compito è far rispettare la legge. Subito, in fretta, quel vino deve sparire. Il vino non può essere esposto al pubblico. Ma che si credono questi nuovi arrivati? Per questa volta si limita ad avvisarli, la prossima volta finiranno davanti al giudice. In questa terra, bere alcolici all’aperto è un reato serio. Si può finire in tribunale per un innocente ed innocuo bicchiere di vino. L’alcool è paragonato a Satana. Infatti, nei negozi, gestiti rigorosamente dallo Stato, che vendono gli alcolici, le bottiglie vengono tenute pudicamente nascoste all’occhio umano. L’unica cosa esposta è l’elenco con tutti i prodotti in vendita identificati ognuno da un suo numero. Il peccatore, no, no, il cliente deve compilare una distinta scrivendoci i dati anagrafici, indirizzo e numero del prodotto desiderato. Con questa va alla cassa e paga. Consegna lo scontrino ad un impiegato che, guardandolo storto come se stesse rubando la corona della regina, si reca sul retro per ritornare dopo qualche minuto con la merce puritanamente nascosta in un sacchetto di carta.

VADE RETRO SATANA.

A Nicola è successo di peggio. Sta cenando con la famiglia nel giardino di casa. Fa quello che vedeva fare a suo padre. In un bicchiere mette un goccino di vino ed abbondante acqua. Lo fa assaggiare al figlioletto di circa sette anni. Accusato di maltrattamenti di minori. Per sei mesi ha avuto per casa gli assistenti sociali. Finché si sono resi conto che era un padre attento, premuroso e veramente attaccato alla famiglia.

Un capitolo a parte meriterebbe per raccontare in tutti i suoi particolari quello che è successo a Salvatore. Insieme alla moglie decidono di fare quello che hanno sempre fatto durante l’estate. Quello che ha sempre fatto sua madre. Quello che ha sempre fatto sua nonna. Quello che ha sempre fatto tutto il paese. Le bottiglie di salsa di pomodoro da conservare per l’inverno. Fin da quando la memoria lo aiuta, non c’è mai una estate senza fare la salsa. Il giardino è abbastanza grande. Si scava una piccola fossa per il fuoco e fatto. Per procurarsi la legna è stato facile. Il capocantiere, Bill un simpatico e gioviale canadese che aveva scoperto, grazie a Salvatore, la bontà del vino e del cibo italiano, gli mette a disposizione il furgone della compagnia. E bisogna tenere presente che gli operai italiani sono ben visti da tutti e considerati i lavoratori più affidabili. Se non fosse per quella strana abitudine di riunirsi a gruppi per le strade e complottare. Marito e moglie portano fuori la caldaia, le bottiglie già piene ed accendono il fuoco. E si sa che per la legge della combustione dove c’è fuoco ci deve essere necessariamente fumo. Nemmeno il tempo di mettere la prima bottiglia nella caldaia che giunge alle loro orecchie il suono lugubre e stridente delle sirene. Arrivano due autopompe dei pompieri. Una si ferma davanti e una dietro casa. Uno sciame di pompieri si precipita in casa e nel giardino. Cercano l’incendio. Trovano la caldaia pronta per le bottiglie. L’acqua incominciava a raggiungere il punto di ebollizione. E sono stati anche fortunati, marito e moglie. Hanno trovato un vecchio giudice comprensivo. Pazienza, da adesso in poi le bottiglie si faranno a poco a poco in cucina. Ma si faranno. Di questo non c’è alcun dubbio.

Ma lasciando da parte queste piccole differenze di usi e costumi (un giorno, sicuramente, li capiranno anche loro e cambierà anche la loro opinione per il vino – e come cambierà!) per il resto si sta benissimo.

La sala biliardi è frequentatissima. Nel retrobottega i clienti non mancano. Ma Saro, da buon contadino, sa che non può passare tutta la vita contando sulle carte. È nato contadino e rimane contadino. Perciò sta con i piedi per terra senza nascondere a se stesso la realtà della vita quotidiana. Né ha dimenticato il posto dove è nato e cresciuto. E le capre che gli hanno tenuto compagnia sin dall’infanzia. Un grande dolore ha provato quando ha lasciato Melina, l’asina. Era come una bambina. Quando lo vedeva arrivare gli andava incontro trotterellando ed appoggiava delicatamente il musetto sulle tasche dei pantaloni. Sapeva che c’era sempre una leccornia per lei. Generalmente si trattava di una mela. Quelle gialle e dolci che abbondano in montagna. Era golosa ed affettuosa. E adesso è nata la piccola Caterina. E si, l’ha chiamata come la madre. Ada, la ex vedova, si è rivelata una massaia perfetta. Da tutti i punti di vista. Ed ogni giorno è più innamorata del suo Saro. Speriamo che questo benedetto uomo si decida presto a sposarsi. Anche perché i paesani ed i parenti considerano la convivenza un grande scandalo.

Sono una famiglia felice. Parlano e fanno progetti per il futuro. Ada sembra la moglie di Angelo, quello del mulo e della farina. Odia le carte da gioco e glielo ripete sempre che si presenta l’occasione. E non le piace affatto che la sera rientri sempre tardi. Ada desidera una famiglia normale. Ed anche Saro è dello stesso parere. La sala giochi gli permette di portare a casa una paga settimanale superiore alla media. Mentre il retro della sala è una piccola miniera di oro. E le miniere, prima o poi, si esauriscono. È arrivato il momento di mettere le cose in ordine. Saro è un oculato amministratore. Non ha mai dimenticato la fame. Ada risparmia su tutto quello che può e mette da parte.

Un lunedì mattina i due escono, lasciando la piccola Caterina con la vicina di casa. Debbono andare a firmare dei documenti. Consigliati ed invogliati da un agente immobiliare paesano, avevano comprato un terreno, quasi venti ettari, a pochi chilometri a sud di Toronto. La terra, in questa zona è molto fertile. È il posto ideale per una fattoria.

Ada dobbiamo andare a firmare un documento.

Saro ne abbiamo firmati cento.

Ada, con questo saranno cento e uno. Il notaio ha dimenticato qualcosa.

E, per uno, dobbiamo stare in giro una giornata.

Quando finiamo mangeremo un panino.

Arrivano al municipio e sulla porta trovano ad aspettarli Emidio, il cugino di Ada e Lorenzo, il cugino di Saro. Lorenzo, di qualche anno più grande, era per Saro come un fratello maggiore. Anche lui è cresciuto alla Piana del Lupo. È famoso, fra i paesani, per il suo vigore e la sua alacrità. Ha sempre avuto due lavori. Il giorno in un campo di golf, è cresciuto in campagna e sa tutto su come curare l’erba, e la sera con una ditta di pulizie. Ed è anche famoso per il suo italiano, che si ostina a parlare. Ha fatto il militare a Gorizia nell’immediato dopoguerra. È stato quando ha avuto il primo contatto con la lingua italiana. È stato, a dir poco, un trauma. Ci capiva poco o niente. Ancora parla dell’episodio dell’antipasto.

È il due giugno, festa della Repubblica, e perciò pranzo speciale per la truppa. È il giorno che Lorenzo fa servizio alla mensa. Arriva il colonnello e si trova davanti Lorenzo con dei vassoi in mano.

Soldato, è stato servito l’antipasto?

Signornò, signor colonnello.

Perché?

Non lo so, signor colonnello.

Adesso mi sentono. Andiamo.

Sbuffando come un bufalo, il colonnello si precipita nella sala, seguito da Lorenzo che si era fatto piccolo piccolo. Pensava fosse colpa sua. I soldati hanno già iniziato a mangiare. Hanno davanti l’antipasto. Il colonnello, improvvisamente calmo, si gira verso Lorenzo.

Soldato, lo sai cosa stanno mangiando i tuoi commilitoni?

Signorsì signor colonnello. Al mio paese si chiamano cose sotto aceto. È la prima volta che sento la parola antipasto.

Gli mette una paterna mano sulla spalla

Dimmi, da quanto non vai a casa?

Da quando sono arrivato, signor colonnello, sei mesi.

Nel pomeriggio Lorenzo viene chiamato in fureria. È certo, è sicuro che lo aspetta una punizione. L’ufficiale di servizio gli comunica che ha una settimana di licenza. Licenza premio.

Ada non capisce perché i due cugini li seguono. Lo chiede a Saro che ha tirato fuori delle carte e le tiene in mano.

Ada, ci seguono perché sono i nostri testimoni di nozze. Adesso entriamo in quell’ufficio e ci sposiamo.

La povera donna rimane a guardarlo con la bocca aperta. Almeno una volta la settimana, spesso durante i momenti d’intimità, gli chiede se ha intenzione di sposarla. E lui, sorridendo risponde che lo farà “un giorno di questi”. Ma una sorpresa così non l’avrebbe mai immaginata.

Saro, ma io mi voglio sposare in chiesa.

Ada, una cosa per volta. Usciamo da qui e andiamo da Don Bruno. Ci aspetta in chiesa.

Don Bruno aveva aiutato Saro per tutti i documenti necessari per il matrimonio. Anche se Saro in chiesa si fa vedere soltanto quando ha bisogno di qualcosa. Ma don Bruno, un bravo e paziente montanaro friulano, sa che il buon pastore va sempre dietro la pecora smarrita.

È un bel terreno quello che hanno comprato. Non lontano dal lago, sulla strada per le cascate del Niagara. È attraversato da un piccolo fiume. Nelle vicinanze stanno sorgendo i primi vigneti. Ed incomincia la costruzione della casa. Avevano i soldi sufficienti. Niente lusso. Ma che sia spaziosa e dotata di tutte le comodità che al paese non ha mai avuto. E, questo sì, una stalla. Una grande stalla. Saro ha le idee chiare. La sana indole del contadino incomincia a prevalere sulla sua natura di giocatore incallito.

Ada, accanto alla stalla farò costruire un forno. Ma non sarà una cosa moderna. Sarà come quello che aveva mia madre. Ho già parlato con i muratori, per loro sarà un lavoretto.

Inoltre i muratori lo conoscono bene perché ogni mattina, immancabilmente, ricevono le sue visite. E li sollecita a fare in fretta.

Si fa vedere spesso nella sala un giovanotto, anche lui calabrese. Sempre ben vestito e con l’aria di chi si crede importante. Saro cerca d’ignorarlo. Uno strano presentimento gli dice che quel tipo non è una buona notizia. E lo sapeva.

Senti, paesano, avrei bisogno di un piccolo prestito. Tutti mi dicono che tu sei un amico.

Incominciamo col dire che non siamo paesani. Incominciamo col dire che non siamo amici. Non ho soldi per me, figurati se ne ho da prestare.

Gli affari ti vanno bene. E, così a quattro occhi, so che c’è dell’altro. Io ti posso aiutare se qualcuno ti vuol dare fastidio.

Se qualcuno mi dà fastidio, io chiamo la polizia. Non ho bisogno dell’aiuto di nessuno.

Ascolta un consiglio da un amico…

Come te lo debbo ripetere che non sono tuo amico e non ho bisogno di consigli?

Tre giorni dopo, chiusa la sala a mezzanotte, si avvia a prendere la macchina. Un colpo di pistola gli passa ad un metro sulla testa. Un paio di clienti hanno assistito alla scena. Senza pensarci su invece di andare a casa va dalla polizia. Gli racconta della conversazione e della richiesta del prestito, del suo rifiuto e, questa notte, il colpo di pistola. Un avvertimento. La polizia già teneva d’occhio il giovanotto che andava in giro nei negozi degli italiani ad offrire protezione. Questa è Toronto, non è Chicago. E non lo diventerà mai. Faceva parte, il giovanotto, di un piccolo clan che pensava di imporre le loro leggi e vivere a spese della comunità italiana. Hanno commesso un piccolo errore: sottovalutare questi emigranti. La polizia ha potuto contare sulla piena collaborazione di tutti. Il giovanotto è finito male. Il gruppo a cui apparteneva è stato letteralmente cancellato dalla polizia. Gli italiani di Toronto hanno dimostrato che si può vivere benissimo senza essere taglieggiati da nessuno.

Per dovere di cronaca: Il giovanotto si è fatto dieci anni di carcere. Quando è uscito lo hanno ucciso.

Ada, ho messo in vendita la sala.

Mancavano piccoli dettagli perché la nuova casa fosse abitabile. E già erano incominciati i primi lavori per la futura fattoria. Nuova vita per Saro. No, che nuova vita. Sta ritornando alla sua vera vita. La campagna lo ha visto nascere e la campagna dovrà vederlo morire.

Un mese giusto e tutto è finito. Andremo a vivere nella nostra fattoria. Ada, ho parlato con un cliente del biliardo, un signore giamaicano. Fra un mese ci porterà quattro caprette. Mi spiego, sono tre femminucce ed un maschietto. Si chiameranno: Gemma, Nicolina, Peppina e Vicerè. Loro ci terranno compagnia.

 

 

È un bravissimo giovane, meglio non potevano chiedere, Cory, il marito di Caterina, ma certe cose non le può capire. Ada gli vuole bene come un figlio, ma questa volta si farà come dice lei. Adesso è un uomo maturo. Un bravo perito agrario ha trasformato la fattoria valorizzando al massimo i vigneti piantati da Saro e costruendo le prime serre. Il contadino Saro, che sicuramente starà guardando da qualche parte, sarà soddisfatto.

Non ha mai imparato la lingua inglese, Ada, ormai anziana, ma sempre piena di energia. Non lo capiva, non lo parlava e non ne sentiva la mancanza perché non le serviva. Con Cory comunicavano con gli occhi e con i gesti. Il giovane la adorava. Non aveva mai sentito tanto calore umano. La prima volta, appena Caterina lo ha conosciuto, che ha mangiato da loro ha fatto la più grande scoperta della sua vita. Gli hanno messo davanti il piatto con due melanzane piene al forno, aveva imparato da Nunzia. È rimasto meravigliato. Non aveva mai visto roba del genere.

What is this stuff?

Storceva la bocca e guardava quella cosa. La guardava con diffidenza senza avere l’ardire di provare. Dopo la seconda forchettata, non si è alzato da tavola fino all’ultima melanzana. E meno male che Ada, per cucinare, era di manica larga.

Ada chiama Cory: il mio “Mangiachecche”. Con questo termine gli italocanadesi chiamano affettuosamente i loro amici canadesi perché hanno un debole per tutto ciò che è dolce. Checca è la parola italiese per “cake” – torta.

Ascoltami bene, Caterina, di’ al nostro mangiachecche che si deve fare come dico io e come erano le volontà della buonanima di tuo padre.

Era stato chiaro Saro.

Ada, Caterina, questo dovrete fare quando morirò. Mi porterete al cimitero del paese. Lì mi troverò bene. Conosco tutti e mi conoscono tutti. Per la tomba niente sprechi. Anche una buca sarà sufficiente. L’importante è la Croce. Assicuratevi che il legno provenga dalla Piana del Lupo. E, ascoltatemi bene perché questa è la cosa più importante, mettetemi in tasca un mazzo di carte. Se c’è un al di là, come mi diceva il buon Don Tarcisio, certamente incontrerò Angelo e potremo riprendere le nostre partite. Sono sicuro che lui aspetta.

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