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La nostra scuola

E si fa presto a dire: vado a scuola. Ti alzi, apri il rubinetto dell’acqua calda, al tavolo colazione da Mulino Bianco, una sbirciata al televisore per vedere com’è il tempo, indossi il cappottino firmato, zainetto ultimo grido, telefonino in mano, auto guidata da premurosi genitori, ed eccoti all’edificio scolastico. Scuole elementari e scuole medie in tutti i paesi.

Noi vecchi non siamo affatto invidiosi. Anzi siamo contenti per voi e per le comodità di cui godete. Ma non dimentichiamo la nostra scuola nell’immediato dopoguerra. Cioè la nostra, di quei pochi che ancora muovono i piedi su questa valle di lacrime. Paesi, i nostri, dimenticati da Dio e dagli uomini. E ragazzi dimenticati da governi, da politici, dal clero, da tutti. E non mi riferisco alle coccole, ma alle necessità vitali. Non per niente Cristo si era fermato ad Eboli, anche se io ho i miei dubbi che ci sia mai arrivato. E siamo arrivati fin qui a raccontarla (sempre che qualcuno si prenda la briga di leggere).

Parlo del mio paese. Degli anni che vanno dal 1940 al 1950. Guerra e dopoguerra. Non si aveva alcun aiuto da nessuna parte. E non esagero: tutto e dico tutto doveva essere usato attentamente, anche il gesso dovevamo usare con “giudizio”. Sapevamo, per sentito dire dalla Signorina Ferro (lei voleva fare qualcosa del genere per noi, ma nessuno la ascoltava) – a proposito, era questa una bravissima insegnante e la più rigorosa che si poteva trovare sul pianeta, usava più la bacchetta sulle mani che le parole, e qualcuno di noi aveva i calli per le tante meritate bacchettate, ma si scioglieva quando a primavera qualche ragazzo le portava le prime violette – dicevo, sapevamo che da qualche parte c’era, per gli alunni, la “refezione”, cioè davano da mangiare. Da noi niente. L’unica cosa che ci davano, ed in abbondanza, era “olio di fegato di merluzzo” un intruglio così disgustoso da ricordarlo ancora. Io e Nicola Iori avevamo trovato il modo di disfarcene: il medico ce lo metteva in bocca, noi lo trattenevamo e appena fuori dalla porta lo sputavamo e correvamo a lavarci la bocca.

Non sapevamo nemmeno che esistessero gli edifici scolastici. Le aule erano ai quattro cantoni del paese. Erano dei frigoriferi. Se ricordo bene c’era una donna – la moglie di Giamba – che provvedeva ad accendere gli scaldini che finivano sempre sotto il tavolo dell’insegnante. Il mio ricordo: due aule erano nel municipio al pian terreno. Due grandi finestre, con vetri mezzi rotti, ci facevano stare freschi. Abbiamo patito il freddo più noi che i siberiani. E mai – dico mai – un lamento, anche perché non c’era con chi lamentarsi. Una era nello scantinato. Qui non c’erano finestre ed una sola lampadina (in seguito è stata trasferita altrove perché il locale serviva per la banda locale e se arrivava, di quando in quando, “Il carro di Tespi” cioè quattro scalcinati saltimbanco). Altre due aule erano alla “Cutura” nell’edificio dove abitava Don Peppino Racco ed una famiglia che noi conoscevamo come “Li Buccheri”. Una era accanto la casa del sarto “Tabaccu”, dietro una stradina della Salita San Nicola a sinistra, appena passata la casa del Maestro Renda (una grande persona ed un eccellente educatore). Questa era la migliore aula perché il posto era riparato e non c’era vento. Ed una era sotto la casa del Maestro Mannacio (di fronte alla casa di “Peppe de quatthrurana” – una persona imponente che ci metteva soggezione con quei maestosi baffi (colorati dalla nicotina dell’immancabile mezzo toscano) alla Radetzky. Ed a pochi metri c’era Mastro Ferdinando, il maniscalco ed, all’occasione, ramaio. Ed una era dietro la Chiesa del Rosario a destra della casa del Dr. Tromby. I ragazzi eravamo numerosi ed allora si dovevano fare due turni. La campana (compito di Mastro Vincenzo, il barbiere) suonava alle nove per il turno mattutino ed all’una per il pomeridiano. L’aula: banchi vecchi e malandati, la cattedra dell’insegnante, le foto del duce e del re con in mezzo il Crocefisso e la lavagna. In qualcuna c’era una vecchia carta geografica dell’Italia. Qualche vetro rotto non mancava favorendo i freddi spifferi.

Ed ecco la giornata. Ti alzi e ti devi lavare. L’acqua gelata ti svegliava subito, eccome. Quando mia madre mi lavava le orecchie rimanevano insensibili per un paio d’ore. Entravano in ibernazione. Usavamo il sapone fatto in casa (buonissimo). Una ciotola di latte – freschissimo perché era appena passata la signora con le capre – con il pane (purtroppo non per tutti) e via (ogni tanto c’era anche un goccino di caffè; naturalmente surrogato di orzo o ceci e fatto alla turca, con la “cciculatera”). Il caffè introvabile e carissimo. Non avevamo borsa o zaino; qualche femminuccia aveva la borsa fatta dalla madre. Il libro, due quaderni a righe – uno per la brutta ed uno per la bella copia – un quaderno a quadretti per la matematica, una matita, la penna ed il calamaio. Quando l’inchiostro finiva – era più quello che ci cadeva – andavamo dalla “Salinara” che ce lo riempiva (mi pare costasse 5 lire). Alla quarta elementare compravamo l’album per il disegno e dei colori. Tenevamo i libri come una reliquia. La prima cosa che si faceva si foderava la copertina. Usavamo, spesso, quella carta azzurrognola che i negozianti usavano per mettere la pasta (eh sì, allora la pasta si vendeva sfusa. L’igiene era molto aleatoria). Il libro doveva essere tenuto in buone condizioni così da poter essere usato il prossimo anno. La prima cosa era il saluto al re ed al duce. E con la scusa del fascismo i nostri genitori si dovevano accollare un’altra spesa. Eravamo chiamati – la megalomania fascista non aveva limiti – “figli della lupa” e dovevamo portare la divisa: camicia nera, due strisce bianche a croce sul torace ed il “fez” (a proposito, una ventina di anni fa ne ho comprato uno in Egitto e lo conservo. Mai dire mai: potrebbe servire.)

E poi incominciavano le dolenti note con “l’ispezione igienica”. Mani sul banco e l’insegnante a guardare che siano pulite. Dava anche un’occhiata alle orecchie (ricordo un giorno che la signorina Pasceri, era di Capistrano, una donna di età indefinita che non sorrideva mai, – ma che dopo il primo mese ci aveva messo già in condizione di scrivere- guardando le orecchie di un ragazzino gli disse, prima di mandarlo a casa a lavarsi: “Ccà potimu chiantare lu pethrusinu”). Ma, malgrado l’acqua ghiacciata, eravamo puliti. E mantenevamo pulita la misera e disadorna aula. Gli insegnanti erano bravissimi e ce la mettevano tutta. Usavano, a man bassa, e la carota ed il bastone. E se prendevamo qualche bacchettata dall’insegnante e lo venivano a sapere i nostri genitori, a casa il resto e con gli interessi. Gli insegnanti provvedevano alla nostra cultura, i genitori provvedevano alla nostra educazione. Vedevamo l’insegnante come fosse una luce che ci stava facendo scoprire un nuovo mondo. Avevamo per loro un rispetto quasi divino. Il Maestro Nicola Alberto Mannacio era per noi la persona più importante del pianeta. Ci rivolgevamo a loro con: Signor Maestro o Signora Maestra e prima di parlare chiedevamo permesso. Loro ci rispettavano e ci facevano sentire importanti. Ogni qualvolta imparavamo una nozione nuova per loro era una festa. Il loro non era un lavoro: era – niente retorica, solo verità – una missione.

Si andava avanti fino alla quinta elementare (molti ragazzi lasciavano la scuola alla terza elementare – e, se la mia senile memoria non mi inganna, anche alla terza elementare c’erano degli esami – per giustificate ragioni: aiutavano i genitori nei lavori nei campi, oppure andavano a bottega ad imparare un mestiere. Eh sì, la nostra era una civiltà contadina con i pro ed i contro. L’abbiamo abbandonata troppo in fretta. Peccato. Errore imperdonabile. Ancora i giovani possono fare qualcosa – Ma già alla terza elementare sapevano scrivere bene e, credetemi, sapevano distinguere il congiuntivo dal condizionale e sapevano tutto di Garibaldi e Mazzini. E sapevano dove era Crema e dove era Cremona. Non mi piace fare paragoni e non conosco la scuola di adesso. Ma sentendo parlare qualche giovane politico preferisco quei miei compagni che hanno lasciato con la terza elementare (sarà la senilità? Uh). Alla quinta elementare facevamo gli esami. E non era il nostro insegnante dell’anno l’esaminatore. Ed erano esami veri e non facili e senza aiuti e senza raccomandazioni. Il tema per l’italiano. Il problema per la matematica, e poi l’orale con storia, geografia e geometria. La maggior parte dei ragazzi li superavamo. Pochi erano quelli che invecchiavano sui banchi, e sempre gli stessi. E generalmente erano ragazzi che volevano imparare un mestiere. E tutti sono diventati degli esperti artigiani.

E per quelli che volevano continuare con lo studio incominciava la via crucis. Per accedere alla prima media era necessario, conditio sine qua non, fare gli esami di ammissione. E le scuole medie erano a Vibo ed a Serra (c’era una sezione distaccata dellistituto San Giuseppe di Vibo). E, malgrado fosse un paese grande, nemmeno a Pizzo c’erano le scuole medie. Ma lì i ragazzi erano favoriti: c’era il treno delle Ferrovie Calabro-Lucane che li portava la mattina a Vibo e li riportava alla fine della giornata scolastica. I pendolari scolastici. Anche io l’ho fatto per molti mesi. Frequentavo la prima media a Vibo e stavo a Vibo Marina con mio padre che costruiva l’albergo di Trepiccioni. Il treno era una vecchia vaporiera. Partiva da Vibo marina ed arrivava a Mileto. Il suo fumo si poteva scorgere dalle Eolie. Ricordo che subito prima della stazione di Longobardi c’era una galleria. Non mi spiego come non siamo tutti morti asfissiati. Si partiva da Vibo Marina alle sette e si ripartiva da Vibo città alle 14 perché molti studenti terminavano le lezioni alle 13.30. Gli esami di ammissione: ovviamente per le famiglie si trattava di una spesa da affrontare. E ci voleva il “foglio di riconoscimento” rilasciato dal comune (una specie di carta d’identità) su carta da bollo di 100 lire. E questo non lo ho mai dimenticato: quando al comune ci rilasciavano questo foglio ci facevano apparire come dei privilegiati che abbiamo usufruito di un grande favore e non di un semplice diritto. (mah! temporibus illis o tutto rimane immutato?). E ci voleva la fotografia dello scolaro. C’era a Capistrano il fotografo Lo Moro: altre 100 lire per due copie e 5 km all’andata e 5 km al ritorno a piedi per due volte. La prima a fare le foto e dopo 4-5 giorni andare a ritirarle. Poi presentare la domanda, sempre in carta da bollo da 100 lire (la carta da bollo e le marche da bollo sono sempre state le vie più sporche e subdole dei governi per derubare la gente. Ed, imperturbabili, continuano). E per presentare la domanda una persona doveva andare a Vibo. Altri soldi per la corriera. E poi c’erano gli esami. Si doveva stare almeno dieci giorni. Se si conosceva qualcuno o c’era qualche paesano una fortuna, altrimenti, altra spesa, affittare un letto. E sperare di essere promossi, altrimenti a settembre altro viaggio. Superati gli esami di ammissione, naturalmente dopo la promozione, la frequenza, a Vibo o a Serra, della prima media. Niente, penseranno i ragazzi di oggi. Esci e vai a scuola. Manco per niente. Doveva andare un genitore a trovare la pensione per un letto ed i pasti. Era una spesa non trascurabile. Non tutte le famiglie se la potevano permettere. Erano sacrifici da tutte le parti. Ad inizio anno scolastico iniziava la transumanza scolastica. La corriera sempre piena. E costava, per Vibo, 250 lire (era una bella cifra. Costava tutto caro oppure non c’erano soldi in giro?). Molti di noi, quando si ritornava da Vibo per le vacanze, prendevano la corriera per Filogaso – ditta Genco – perchè costava 100 lire. E poi a piedi al paese. Ma della residenza fuori paese parleremo, se ce ne sarà l’occasione, una altra volta.

Mah, forse la colpa è stata nostra: nascere in quel contesto storico di guerra e di miseria. Abbiamo fatto di necessità virtù. E non è vero che non avevamo niente: avevamo tutto: scrittori, grandissimi giornalisti, commediografi, famosi pittori, filosofi, dignità, educazione, cultura, giornali, riviste che trattavano tutti gli argomenti, e libri. A prezzi decenti. E noi li compravamo. Avevamo l’acqua dei fiumi pulita. Cento volte abbiamo bevuto. Avevamo l’aria pulita. La fame poteva attendere. Si mangiava per vivere, non si viveva per mangiare.

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Peppino De Gennaro

Nato a San Nicola da Crissa nel 1936. Ha vissuto in Argentina, in Uruguay, in Cile, in Canada (dove vive). Avidissimo lettore, grande amante degli animali. Ha pubblicato "La transumanza - Storie di un paese in viaggio".