CULTURA GENERALE
LO SAPEVATE CHE…
Curiosità scientifiche, storiche, geografiche,
economiche
e di varia cultura
a cura di Antonio Galloro
(1)-Nell’era
primaria o paleozoica, risalente a 570 milioni di fa
circa, la Calabria era un arcipelago di isole ed
emergevano, al di sopra del livello del mare, soltanto
le alte cime dei monti della Sila, delle Serre
e dell’Aspromonte.
Verso la fine dell’era successiva o mesozoica, databile
245 milioni di anni or sono circa, man mano che il
livello delle acque marine si abbassava, fuoriuscivano
da esse, anche per effetto della spinta di forze
orogenetiche, le vette dei monti del Pollino, della
Sila, della catena paolana, delle Serre, del Poro e
dell’Aspromonte.
Le pianure costiere, di formazione quaternaria, si
sarebbero formate più tardi, grazie al lento e costante
accumularsi di abbondante materiale detritico,
trasportato, dalle alte montagne a valle, dai fiumi
locali.
(2)-L’Istmo
di Catanzaro, che nella preistoria, come si è detto
sopra (si veda il punto n. 1), era completamente
ricoperto dal mare, è stato, nell’antichità, al centro
di grandi interessi di viabilità, legati al settore
commerciale, ed oggetto di studio, per quanto concerne
il campo della scienza ingegneristica, applicata ai
trasporti marittimi o navali, al punto che si è più
volte pensato di operarne il taglio e di scavarvi un
canale artificiale, al fine di rendere più agevole
il passaggio dal mar Tirreno a quello Ionio e viceversa.
Gina Algranati (Basilicata e Calabria, Torino,
1929, pp. 189-190), infatti, ricorda, che «il pensiero
di creare in quel tratto un canale appunto che
congiungesse Jonio e Tirreno, sorse in tempi storici fin
dall’antichità. Si attribuisce per primo a Donisio
siracusano un tal progetto; molto più tardi, a distanza
di secoli, Don Pietro di Toledo, tirannico viceré di
Spagna, accarezzò l’idea di far passare il mare
attraverso l’istmo, per facilitare il trasporto (verso
Napoli) del frumento che la Puglia e la ferace Piana di
Crotone producevano, ma anche questa volta il progetto
fu messo a dormire. Una compagnia commerciale, con a
capo il duca di Torlonia, lo riprese nel 1839,
proponendo di impiegarvi suoi capitali, purché gli
fossero riservati privilegi per 99 anni; ma la strada
ferrata venne a risolvere in diverso modo la questione
delle comunicazioni».
In verità, l’aspetto morfologico della Stretta di
Catanzaro è stato gravemente violentato nell’anno 71 av.
Cr., mentre la Repubblica romana era tenacemente
impegnata nell’ardua impresa di domare quella famosa e
tragica rivolta di schiavi, guidata da Spartaco,
che tanto l’ha impensierita.
Il pretore Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco
di Roma e futuro triumviro dell’Urbe con Cesare e Pompeo,
infatti, avendo costretto il Gladiatore trace ed il suo
numeroso esercito di schiavi a rifugiarsi nell’estrema
punta meridionale del Bruzio, per impedirne la
fuga per via di terra ed intrappolarli, ha ordinato ai
suoi soldati di costruire una trincea profonda quindici
piedi, corrispondenti a circa 4 metri e mezzo, e larga
altrettanti, che, partendo dal Golfo di S. Eufemia,
giungesse a quello di Squillace, i cui segni sono stati
cancellati dal tempo.
Per altri storici, invece, i Romani, tra le due
insenature bruzie, non avrebbero scavato un fossato, ma
addirittura costruito un muro fortificato, della
lunghezza di circa 54 chilometri.
D’altronde, era impossibile che Spartaco ed i suoi
cercassero scampo per via di mare, sia per il tradimento
dei pirati cilici, che, con le loro navi, avrebbero
dovuto trasportare i rivoltosi nella vicina isola di
Sicilia e che, dopo aver intascato il nolo delle
imbarcazioni promesse, li hanno abbandonati al proprio
destino sulle spiagge dell’attuale Calabria e sia pure
per lo stretto pattugliamento delle coste bruzie da
parte delle navi romane.
Questo immane lavoro «si rivelerà una fatica inutile; il
blocco sarà forzato di notte, in prossimità della costa
occidentale, ma per i resti dell’armata servile,
direttasi a settentrione, i giorni sono ormai contati.
Raggiunti e costretti ad accettare battaglia nelle
vicinanze del fiume Silarus (Sele), gli schiavi ribelli
saranno fatti a pezzi, Spartaco sarà ucciso nella
mischia e con lui la rivoluzione sarà spenta nel sangue»
(Reina G., La Calabria, Milano, 1989, p. 26).
(3)-Esiste
tutta una serie di sorprendenti coincidenze fra
l’uccisione di John F. Kennedy e quella di
Abramo Lincoln, entrambi presidenti degli USA., che
è stata ricavata da alcune ricerche, compiute da “Theosophy”,
rivista mensile della società teosofica di Los Angeles.
Ecco, in sintesi, le impressionanti analogie:
1)-Tutti e due si sono impegnati molto nel promuovere il
riconoscimento dei diritti civili;
2)-Lincoln è stato eletto nel 1860, Kennedy nel 1960;
3)-Tutti e due sono stati uccisi in un venerdì, alla
presenza delle loro mogli;
4)-I loro successori, tutti e due chiamati Johnson,
erano degli Stati del sud, democratici, ed avevano prima
servito nel senato degli USA;
5)-Andrew Johnson, che è subentrato a Lincoln, era nato
nel 1808; Lyndon B. Johnson, succeduto a Kennedy, nel
1908;
6)-John Wilkes Booth, che ha ucciso Lincoln, era nato
nel 1839; Lee Harvey Oswald, che ha assassinato Kennedy,
nel 1939;
7)-Sia Booth che Oswald sono stati uccisi, per tapparne
la bocca, prima che cominciasse il loro processo;
8)-Ambedue, Booth e Oswald, erano sudisti e favorivano
idee impopolari;
9)-Ambedue le mogli di questi presidenti hanno perso dei
bambini, mentre risiedevano alla Casa Bianca;
10)-Il segretario del presidente Lincoln, che si
chiamava Kennedy, lo aveva avvisato di non andare a
teatro la notte in cui è stato ucciso;
11)-La segretaria di Kennedy, il cui nome era Lincoln,
lo aveva consigliato di non recarsi a Dallas (Texas),
perché avrebbe corso un grave pericolo.
CULTURA
POPOLARE
Lu
zzappaturi
di Antonio Galloro
L’antico
canto popolare, che qui proponiamo in lingua vernacolare
sannicolese, ci è stato gentilmente trasmesso a voce da
Elisabetta Bellissimo, nata a San Nicola da Crissa il
28-09-1921 ed ancora vivente -«nubile per sua libera
scelta», secondo una felice espressione coniata per lei
dal dr. Ciccio Merincola, meglio conosciuta in paese con
il matronimico “Lisa de Cecilia”.
E’, costei, con l’avanzare del tempo, che seppellisce
nell’oblío ogni umano ricordo, e con la scomparsa delle
generazioni più attempate, che degli eventi narrati sono
state protagoniste o testimoni dirette, una delle ultime
preziose memorie storiche e custodi di quelle antiche
tradizioni popolari locali, che hanno caratterizzato la
vita dei Sannicolesi, la cui attività economica è stata
sempre prevalentemente agricola.
Questo breve canto di tradizione orale è di
contenuto particolarmente agreste, patrimonio culturale,
questo, che “Lisa de Cecilia” ha acquisito nel corso
della sua lunga vita, trascorsa nel faticoso lavoro dei
campi.
Esso mette in particolare evidenza, all’interno delle
tristi condizioni di vita che riguardavano il mondo
contadino, la dura e dolorosa esistenza, che era
costretto a condurre lo zappatore.
Costui, infatti, nonostante si ammazzasse di fatica (e
che razza di fatica era costretto a svolgere!) tutti i
santi giorni, senza sosta, dall’alba al tramonto, era
pur sempre condannato a vivere nella più nera miseria,
per l’assai magro guadagno che riusciva a trarre dal suo
lavoro, sia che lo eseguisse per conto proprio che
altrui.
Ed, alla fine di una giornata interamente trascorsa a
lavorare la terra, aveva le ossa così rotte dalla
stanchezza da non avere, al tramonto, quando finiva di
lavorare per la mancanza della luce solare, nemmeno la
forza fisica per ritirasi a casa, se non camminando
lentamente, piano piano («trappa-trappa», v. 3: per il
significato espresso da questo antico avverbio modale
calabrese, si veda G. Rohlfs, Nuovo dizionario
dialettale della Calabria, Ravenna, 1996 [I ediz.
1975], p. 725, sub voce).
Quanto contrasta il penoso rientro a casa del nostro
lavoratore della terra con quello, tutto allegro e
spensierato dello zappatore, di cui ci parla Leopardi
nel suo idillio Il sabato del villaggio,
che, sia pure in circostanze diverse e per motivi legati
all’imminente festività del sabato, «riede alla sua
parca mensa,/ fischiando» (w. 28-29)!
L’esatta misura di quanto realmente il contadino fosse
fisicamente spossato, alla fine dello sfiancante lavoro
di zappatura giornaliero, ci viene fornita dal suo
singolare comportamento domestico.
Egli, infatti, una volta rincasato, si sentiva così
sfinito da desiderare soltanto andare subito a dormire
per riposarsi e, dopo che si era messo a letto, gli
capitava spesso di non essere neppure in grado di
ricambiare le effusioni d’amore rivoltegli, con calorosa
manifestazione d’affetto, dalla moglie, certamente meno
stanca di lui.
La stoppa, indicata come termine di confronto, per
significare la condizione di estrema stanchezza dello
zappatore («su’ fattu stuppa», v. 6), fa certamente
riferimento ad antiche espressioni figurate della lingua
italiana, del tipo “sentirsi -o “avere”- le gambe di
stoppa”, nel senso di sentirsele così deboli e fiacche
da non avere nemmeno la forza di reggersi in piedi o di
stare in posizione eretta.
Ci preme sottolineare come in nessuno dei dizionari
dialettali della nostra regione e neppure in alcuna
delle molte opere riguardanti gli scavi linguistici o
gli studi e le ricerche compiuti sui vari dialetti
calabresi, dall’antichità ai nostri giorni, da G. Rohlfs,
G. B. Marzano, L. Accattatis, F. Mosino ed altri
studiosi locali, da noi pazientemente setacciati, sia
stato possibile rinvenire la locuzione vernacolare
«sentirsi stuppa» o l’altra, «essere fattu stuppa»,
riportata nel canto esaminato, per spiegare la quale,
dunque, abbiamo dovuto, necessariamente, fare ricorso al
lessico letterario.
Lu
zzappaturi
Poveru zzappaturi, zappa zappa,
dinari alla sua pezza mai nde ngruppa
la sira si ricogghie trappa trappa
si caccia li cciappette e va e si curca.
E la mugghiere nci dice:-«Abbrazza, abbrazza!»
«Cammu mabbrazzu, ca su’ fattu stuppa!»
LA LETTERATURA COME MAESTRA DI VITA
IL VALORE DELLA
LIBERTÀ INDIVIDUALE
NELLA TRADIZIONE LETTERARIA PIÙ ANTICA
ATTRAVERSO LA LETTURA DI UNA FAVOLA DI FEDRO
di Antonio
Galloro
1. INTRODUZIONE
Sulla
sacralità ed inviolabilità del principio della totale
libertà dell’individuo -ma potremmo ampliare il
concetto, fino ad includere, più in generale, quella dei
popoli e della loro piena autonomia- e sulla sua
legittima difesa, ad ogni costo, contro ogni esterna
forma di oppressione e dominazione, si è molto detto e
scritto, nel corso dei secoli. Nella vastissima
produzione letteraria esistente in argomento, abbiamo
pensato di fermare la nostra attenzione su una favola di
Fedro, Il lupo ed il cane (Fabulae Aesopiae,
III, 7. Titolo originale: Lupus ad canem, che
alcuni studiosi, ad litteram, traducono Il
lupo [rivolto n.d.a.] al cane),
sottoponendone la lettura ai nostri giovani studenti,
perché apprezzino l’alta significazione morale in essa
espressa e ricordino che la libertà personale di ogni
essere vivente supera tutti i tesori del mondo, al punto
che non vi è somma d’oro o denaro che bastino a
compensarla: «non v’è denaro che possa pagare la
libertà» (Ulpiano, lib. 9, 2, De Statu lib., 40,
7).
Crediamo di non sbagliare, nel ritenere che questo
apologo, che inneggia alla libertà dell’individuo, sia
stato particolarmente caro all’animo di Fedro, rispetto
a tutti gli altri da lui composti, poiché fa specifico
riferimento ad un momento particolare della sua dolorosa
vicenda personale.
Egli, infatti, è stato costretto a vivere a Roma,
dov’era giunto dalla nativa Tracia (o Macedonia),
dapprima come schiavo e, poi, come liberto
dell’imperatore Augusto, che, però, ha deciso di
affrancarlo, grazie ai suoi meriti intellettuali.
Nessuno meglio di lui, dunque, per esperienza diretta,
poteva sapere quanto fosse doloroso vivere
nell’umiliante condizione di servitù ed aver nutrito,
nel proprio animo, la segreta speranza di poter, un
giorno non lontano, riacquistare quella libertà, che
qualsiasi uomo, al di là del suo status sociale,
ha ricevuto in dono, ab origine, dal Creatore.
Del resto, lo stesso Cicerone riconosce che «la libertà
di una persona consiste nella possibilità che essa ha di
vivere come vuole» (Paradox, 34).
2.
AVVERTENZA ALLA TRADUZIONE DEL
TESTO LATINO
Dell’apologo preso in esame, contraddistinto da una
struttura linguistico-espositiva alquanto semplice e da
un impianto narrativo breve, abbiamo voluto effettuare
una traduzione in lingua italiana piuttosto libera e,
quindi, non sempre fedele e rispettosa, ad litteram,
del testo favolistico latino.
Si è inteso superare così la tradizionale e classica
brevitas di Fedro, che costituisce una delle
caratteristiche compositive essenziali ed inconfondibili
della sua arte descrittiva ed il solo mezzo, di cui ha
potuto avvalersi, per comunicare, con immediatezza, ai
lettori il suo immancabile messaggio morale.
Allo scopo di esporre in maniera più chiara ed
articolata l’argomento sviluppato da Fedro e rendere più
efficace ed espressivo il significato dell’insegnamento
trasmessoci, abbiamo voluto arricchire il lessico del
racconto e rielaborarne ed amplificarne il contenuto,
pur nel pieno rispetto dell’integrità del pensiero
letterario, espresso dal Poeta in questo suo conciso
componimento.
Alla traduzione sono state apportate, dunque, delle
ulteriori specifiche argomentative e sono state poste in
particolare rilievo talune sfumature, apparentemente
insignificanti, ma assai utili per comprendere appieno
l’esatto svolgimento dei fatti narrati e seguire più da
vicino le varie fasi del dialogo, che si è svolto fra i
due animali protagonisti, tutto incentrato sul
susseguirsi incalzante di rapide e vivaci battute,
fondate sul modello del “botta e risposta”.
Anche l’innesto di opportuni nessi logici e cronologici,
operato ogni qualvolta volta se ne sia ravvisata la
necessità, si è reso indispensabile, al fine di poter
meglio correlare gli scindibili rapporti di causa ed
effetto degli eventi accaduti e seguirli, passo passo,
nella loro successione temporale.
D’altronde, senza la descrizione di alcuni particolari e
l’inserimento di brevi spiegazioni ed informazioni
mancanti nel testo e volutamente taciute dallo stesso
Autore, in ossequio alla brevità da lui scelta,
non avremmo saputo o potuto cogliere, nella giusta
dimensione, i tratti distintivi della psicologia dei
suoi personaggi e delinearne, in maniera netta e
precisa, i relativi comportamenti.
Non va sottaciuto, infatti, come, spesso, sia proprio la
stessa eccessiva brevitas, vanto della tecnica
compositiva di Fedro, per la quale egli si è dovuto
difendere contro chi gli rimproverava un’eccessiva
concisione (III, 10, w. 59-60), a rendere meno chiara
l’intelligenza di alcune sue favole.
Questo difetto è imputabile al fatto che il Favolista
latino, tutto intento ad impartire ai lettori una ben
precisa lezione morale, non si è sempre curato, a suo
tempo, di fornire, dei protagonisti delle sue favolette,
vale a dire degli animali parlanti, che incarnano e
simboleggiano i vizi e le virtù propri dell’uomo, una
dettagliata descrizione, per delinearne, con cura, gli
aspetti ed i tratti comportamentali, ma si è limitato,
invece, a fornirci una semplice descrizione, che fosse
solo funzionale allo scopo del suo racconto.
Abbiamo cercato, dunque, di caratterizzare meglio gli
animali parlanti fedriani, dato che il Poeta «raramente
ha il dono della penetrazione psicologica», e «non
sempre intuisce che il segreto artistico di un favolista
è racchiuso nella sua capacità di trasformare la favola
in novella» (F. Cupaiolo, Storia della letteratura
latina, Napoli, 194, pp. 290 e 293).
Lo stesso N. Terzaghi (Storia della letteratura
latina. Da Tiberio a Giustiniano, Milano, 1934, p.
39) è profondamente convinto che «disgraziatamente,
spesso la brevità (di Fedro, scilicet) diventa
oscurità, ed allora la favola fallisce al suo scopo».
Per conferire maggiore chiarezza al pensiero di Fedro,
abbiamo pensato bene di trasformare l’originaria
struttura espositiva del suo racconto, redatto in
poesia, in un’altra di tipo prosastico, che, grazie alla
sua maggiore ampiezza, ha certamente il pregio di
rivelarsi più intelligibile: questa forma espositiva, in
definitiva, è quella impiegata nella redazione di una
fiaba, novella e racconto in generale.
3.
TRADUZIONE DEL TESTO LATINO
Quanto sia
dolce la libertà, lo dimostrerò ora, molto chiaramente e
brevemente, in questa mia favoletta.
Un lupo, magro e stremato dalla fame, incontrò per caso,
un giorno, un cane grasso e ben pasciuto. Appena i due
fermarono, allo scopo di salutarsi a vicenda, il lupo
chiese al cane: «Come mai, di grazia, hai una così
florida salute e dove mai trovi il cibo, per ingrassare
così tanto? Io, infatti, che sono di gran lunga più
forte di te, sono costretto a morire, ogni giorno, di
fame».
Il cane, con tutta semplicità e franchezza, poiché non
aveva nulla da nascondere, rispose: «Ci sarebbe anche
per te la possibilità di godere della stessa condizione
di vita, se, però, fossi capace e disposto ad offrire al
mio padrone un servizio uguale a quello che presto io».
Replicò il lupo: «Quale servizio?» Il cane ribattè:
«Devi fare, di giorno, la guardia al suo portone e
proteggere, di notte, la casa dai ladri». Il lupo, cui
non sembrava vero di cambiare vita, felice dell’avvenire
che gli si prospettava con così poca fatica, riprese:
«Per quanto mi riguarda, sono pronto a seguirti;
infatti, poiché sono costretto a vivere sempre ramingo
nei boschi, dove conduco un’esistenza assai dura e dove,
di continuo, mi tocca sopportare la neve e le violente
piogge, sarebbe molto più facile, per me, vivere al
riparo, sotto un tetto, e saziarmi di cibo in
abbondanza, senza far nulla e, soprattutto, senza
preoccupazioni di sorta per l’avvenire!». «Allora vieni
con me», concluse il cane. Mentre i due si avviavano
verso la casa del padrone, il lupo si accorse,
improvvisamente, che il collo del cane era spelato e
logorato e gliene chiese il motivo: «E queste
escoriazioni da dove derivano, amico mio, come ti sono
capitate o come te le sei prodotte?».
Il cane, avendo subito capito la gravità della
situazione e trovandosi in grande imbarazzo per come
stessero volgendo le cose, cercò di minimizzare il fatto
e rispose evasivamente: «Non ci pensare, è roba da
niente!». La risposta, sfuggente ed evasiva, fornita dal
cane, insospettì enormemente il lupo, il quale
grandemente desideroso di conoscere meglio come stessero
realmente le cose, domandò maggiori ragguagli sul fatto,
esclamando: «Ad ogni modo, dimmelo, ti prego». Il cane,
nel vano tentativo di giustificare la necessità di
portare al collo la catena, causa delle lacerazioni
sotto accusa, precisò la questione, affermando: «Poiché
appaio ai miei padroni aggressivo e feroce, ogni tanto
mi legano alla catena, perché dorma durante il giorno e
stia sveglio, invece, per fare la guardia alla loro
casa, quando scende la notte: al calar della sera, però,
mi slegano ed allora sono libero di andarmene dove mi
pare e piace. Il pane mi viene portato spontaneamente,
senza che io debba chiederlo o cercarlo, e, per di più,
il padrone, dalla sua mensa, mi allunga sempre qualche
osso; i servi mi gettano pezzi di cibo ed ognuno mi
porge la parte di pietanza, di carne o di pesce che ha
di troppo e che, quindi, rifiuta di mangiare, perché non
ne ha più voglia. Così, senza fatica da parte mia, ogni
giorno il mio ventre si riempie».
Il lupo, a questo punto, per nulla convinto della
validità delle giustificazioni addotte dal cane,
fortemente preoccupato che tanto la serenità e la
soddisfazione apparentemente mostrate dal suo aspetto
ben pasciuto quanto l’esaltazione da lui fatta circa gli
aspetti piacevoli della sua condizione di vita potessero
nascondere, effettivamente, qualche amara e triste
verità, come, del resto, ben dimostravano le
escoriazioni prodotte al suo collo dalla catena
impostagli dal padrone di cui era schiavo, lo volle
mettere alla prova, ponendogli un’ultima risolutiva
domanda.
Era, questa, la più importante di tutte, perché dalla
sua risposta dipendeva il proprio avvenire: «Orbene,
dimmi un po’, se ti dovesse saltare in mente ed avessi
voglia di farlo, avresti tu la libertà di andartene
piacevolmente a zonzo? Il tuo padrone ti concederebbe il
permesso di soddisfare questo tuo desiderio?». Il cane,
con ferma decisione, rispose: «Certamente, questo non mi
è proprio possibile!». Allora il lupo, alla risposta
negativa del cane, terminò il discorso, dicendo: «Goditi
pure, cane, gli enormi vantaggi e le delizie che ti
offre il tuo padrone e che tu tanto decanti, perché io
non voglio essere un re a prezzo della libertà. Del
resto, non saprei che farmene di tutte le comodità, che
mi offre il tuo padrone, se poi non fossi libero di
andare dove voglio e di poter disporre liberamente di me
stesso».
4.
IL TEMA DELLA
LIBERTÀ INDIVIDUALE NEL GENERE FAVOLISTICO FIORITO
PRIMA E DOPO FEDRO
Fedro, per
l’argomento di questa favola -come, del resto, per
quello di molte altre ancora-, afferma di essersi
ispirato ad Esòpo, favolista greco ed il più famoso di
tutta l’antichità, vissuto nel VI sec. av. Cr., che lo
stesso Poeta latino riconosce, nel prologo dell’intera
sua opera, come il vero inventore di tal genere
letterario. Il Poeta latino, però, si è notevolmente
distaccato dal modello esopico (Favole, CCXXVI),
conferendo al suo componimento un tocco del tutto
personale ed originale, mediante l’apporto di elementi
così nuovi e diversi, rispetto a quelli già presenti
nell’apologo greco, da arricchirne considerevolmente la
struttura linguistico-espositiva e sostanziarne
ulteriormente il contenuto. Anche Esòpo, dunque, ha
svolto il tema della libertà individuale in un’analoga
favola, che presenta una conclusione quasi identica a
quella di Fedro, seppure più breve:«Se c’è un lupo che
mi è caro, Dio gli risparmi questa amara sorte: meglio
sopportare la fame, piuttosto che il peso del collare
imposto dal padrone». Vale la pena, a questo punto,
ricordare come la materia della favola Il lupo ed il
cane, dopo la versione di Esòpo e di Fedro, sia
stata ripresa da altri poeti di varia nazionalità, fino
a trovare posto anche nella raccolta del più grande
favolista francese, Jean de La Fontaine, vissuto nel
XVII secolo (Le favole, I, 5), che dell’apologo
ci ha fornito una rielaborazione tutta personale,
abbastanza distaccata, per impianto compositivo, dai
due modelli classici, cui si è ispirato.
Eminenti studiosi di letteratura latina non esitano ad
accostare la favola di Fedro Il lupo ed il cane,
da noi esaminata, a quella de Il topo di città ed il
topo di campagna, così come la conosciamo nella
raccolta di Esopo (Favole, 243) e, soprattutto,
nella rielaborazione di Orazio (Satire, 2, 6, w.
79-117), senza dimenticare che persino Fedro ha mostrato
un certo interesse per l’argomento dei due sorci,
secondo quanto riferito dal Codex Voissianus, 8,
15.
Tale analogia scaturisce dalla giusta considerazione che
«eguale ne è la tendenza, come elogio della libertà in
confronto del bene acquistato con la rinunzia ad essa»
(N. Terzaghi, op. cit., p. 34). Questa acuta
osservazione critica, tuttavia, ad uno sguardo
superficiale dell’argomento trattato nell’apologo
oraziano, può certamente apparire quanto meno strana, se
non addirittura assurda. Infatti, una prima e sommaria
lettura della celebre, bellissima ed umanissima favola
dei due topi potrebbe benissimo indurre chiunque a
pensare che essa sia stata composta da Orazio non già
con l’intento di celebrare anche la libertà
dell’individuo, ma solo con l’esclusivo scopo di
esaltare la vita rustica, perché semplice e sana,
tranquilla e serenatrice dell’animo umano, dove ognuno
può vivere secondo natura e riposarsi dalla fatica
quotidiana, a discapito di quella urbana, cui è
contrapposta, che, sin da allora, appariva al Venosino
fortemente chiassosa, rumorosa, piena di pericoli e,
quindi, fonte di continue preoccupazioni (Si vedano, a
questo proposito, i motivi ispiratori delle odi di G.
Parini La vita rustica e La salubrità
dell’aria).
5.
CONSIDERAZIONI CRITICHE
La morale,
che propone la favola di Fedro, efficacemente enunciata
nell’espressione regnare nolo, liber ut non
sim mihi («non voglio essere un re, così da non
poter disporre liberamente di me»: v. 27), su cui è bene
che ognuno di noi rifletta attentamente, è l’esaltazione
della libertà, intesa come il bene celeste più grande,
dolce e prezioso, di cui possa godere l’uomo.
Anche in questo apologo, dunque -come, del resto, in
tutti gli altri-, attraverso la rappresentazione degli
assai diversi comportamenti degli animali parlanti -il
lupo ed il cane appunto-, ha voluto impartici un’altra
delle sue breves lectiones vitae,
rappresentandoci due ben precise categorie di persone ed
esprimendoci, a chiare note, quella stridente
contraddizione, che esiste, ab immemorabili,
all’interno della società civile di tutti i tempi.
Vi sono, infatti, degli uomini, che sono sempre pronti a
rinunciare alla libertà personale, in cambio di una
vita confortevole ed agiata e di immediati vantaggi
materiali, che ottengono dai loro protettori, nei cui
confronti, però, sono tenuti all’assolvimento di alcuni
obblighi ed ai quali devono assicurare un’assidua
fedeltà ed un’incessante prestazione di servigi.
Ve ne sono altri, invece, che, pur di vivere in assoluta
indipendenza ed essere padroni delle proprie azioni, non
intendono, in qualità di novelli clientes,
legarsi e, quindi, sottomettersi ad alcun potente
patronus e, proprio perché non godono né di
protezione né di alcun privilegio, sono costretti a
vivere la loro vita quotidiana, in mezzo a mille
difficoltà, sopportando quegli enormi, pesanti ed
indicibili sacrifici, che la vita riserva a ciascun
essere vivente.
Ma quante sono, in verità, nell’attuale consorzio umano,
quelle persone, che hanno il coraggio di rinunciare ad
una vita immersa nel benessere, piena di comodità e
benefici, come quella goduta dal cane, per viverne,
invece, un’altra uguale a quella del lupo, il quale, pur
se sfinito dalla magrezza, per effetto di una lunga
fame, e duramente provato dalle durezze di un’esistenza
randagia, ha optato, senza alcuna esitazione, per
un’altra senz’altro scomoda e dolorosa, ma di sicuro
pienamente libera e non sottoposta alle voglie ed ai
capricci del padrone? E’ importante far notare con
quanta energia e forza d’animo il lupo condanni «il
cieco opportunismo» del cane, che, pur di assicurarsi,
quotidianamente, un tozzo di pane ed un’esistenza
tranquilla, accetta di vivere «una vita senza ideali» e
di condurre una vita fatta di compromessi, che lo
costringono a portare al collo una catena e lo rendono
schiavo dei suoi padroni, dalla cui volontà e
disponibilità dipendono le poche ore di libertà, che gli
vengono concesse. Esso, infatti, nel congedarsi dal
cane, nonostante la cordialità iniziale, «non definisce
più il suo interlocutore come amice, ma, più
semplicemente, al fine di evidenziarne meglio il
distacco e la differenza, come canis, quasi a
voler prendere le distanze da un essere ben diverso da
sé, e perciò biasimevole» (G. Agnello, Fulgentia
limina. Antologia di scrittori latini per il biennio,
Zanichelli, Bologna, 1996, p. 20, nota ai w. 21-27 e
relativo commento). Una singolare stranezza,
nell’assegnazione dei ruoli, da parte di Fedro, ai suoi
personaggi-animali, che va subito messa in rilievo, è la
scelta del lupo, quale paladino della libertà.
Egli, infatti, solitamente, sull’esempio di Esopo, lo
descrive, nelle sue favole, come un animale sleale e
feroce, infido e rapace, arrogante e prepotente,
quant’altri mai, contro i più deboli ed indifesi: valga
per tutte l’arcinota favola Lupus et agnus, che
lo vede contrapposto al timido agnello, con cui si apre
l’intera raccolta favolistica di Fedro, amara parabola
della ragione del più forte, che, oltre tutto, con pari
insolenza, pretende di ammantare di legalità la propria
prepotenza. Qui, al contrario, viene presentato come un
puro campione della libertà ed un vero assertore
dell’antischiavitù, manifestando, senza alcun
tentennamento o indugio, uno sfrenato amore per la vita
libera nella selva, anche se dura e stremata dalla fame,
dove, per sopravvivere, è costretto a combattere, ogni
giorno, contro le molte difficoltà della vita.
E, piuttosto che rinunciare al godimento di
quell’immenso bene che è costituito dalla libertà, che
ad esso come a qualsiasi altro essere vivente è stato
elargito gratuitamente, sin dalla nascita, da madre
Natura, preferisce morire di fame, ma libero, così come
è venuto al mondo. E’ molto probabile che Fedro,
elevando il lupo alla dignità di difensore della libertà
individuale, abbia voluto sottolineare come tale
condizione di vita sia un bene prezioso e caro a tutti
gli esseri viventi e come, al contrario, la sua
privazione sia un male talmente aborrito da qualsiasi
creatura da incutere paura persino ad un animale forte,
feroce, coraggioso e sprezzante di ogni forma di
pericolo come il lupo.
6.
IL CONCETTO DI LIBERTÀ INDIVIDUALE NELLA LETTERATURA
ITALIANA MODERNA
Il grande
insegnamento di difendere ad ogni costo la propria
libertà e dignità, impartito dal lupo al cane, non può
che richiamarci alla mente La caduta, celeberrima
ode composta da G. Parini nel 1785, vibrante di
contenuti umani, morali e civili, che dev’essere
benissimo considerata il vero ritratto dell’Autore e del
suo ideale umano, la fedele rappresentazione della
coerenza e dell’integrità morale del Poeta. Questo
componimento lirico racconta del Parini, che, camminando
a piedi per le vie di Milano -le sue precarie condizioni
economiche, infatti, non gli consentivano di poter
disporre di una carrozza-, in una rigida e piovosa
giornata invernale, è caduto per terra, perché era
ormai vecchio e claudicante. E’ riuscito a rialzarsi dal
suolo, grazie al soccorso prestatogli da un passante, il
quale, avendolo riconosciuto, gli ha fornito dei
consigli, per uscire dalla povertà, esortandolo, tra
l’altro, a bussare alla porta dei potenti, per ottenerne
la protezione ed i favori, se voleva vivere una vita
tutt’altro che grama e dolente, come quella che era
costretto a condurre.
Il Poeta, dopo aver ringraziato il soccorritore per
averlo aiutato, ha subito respinto sdegnosamente i suoi
suggerimenti, che offendevano la sua coscienza di uomo
onesto e poeta libero, replicandogli che rifiutava
nettamente l’incitamento a mettersi sotto le ali
protettive di un potente signore, che avrebbe potuto sì
soccorrerlo nei momenti del bisogno, proteggerlo in
tutte le necessità e beneficarlo ad ogni sua richiesta,
ma soltanto in cambio della sua servile compiacenza, di
una bassa adulazione e, dunque, della perdita totale
della sua personale libertà di poeta, la cui arte,
asservita ai potenti, aveva solo la funzione di
divertire gli ozi degli aristocratici. Il Poeta,
respingendo ogni atteggiamento servile e qualsivoglia
compromissione di cortigianeria e, con essa, l’idea di
doversi arrampicare per «l’erte scale» (w. 49-50) dei
nobili milanesi del suo tempo, cui chiedere favori
d’ogni genere, ha concluso il suo discorso, sostenendo,
con assoluta fermezza e convinzione, di voler preferire
un’onesta e dignitosa povertà ad una ricchezza ottenuta
disonestamente.
Questo suo risoluto rifiutarsi di dover varcare la
soglia dei palazzi dei personaggi autorevoli e/o nobili
di quel tempo può benissimo accostarsi all’espressione
dantesca «come è duro calle/lo scendere e ‘l salir per
l’altrui scale» (“Paradiso”, XVII, w. 59-60), con cui
l’Alighieri, exul florentinus immeritus, si fa
predire, dal trisavolo Cacciaguida, nel suo viaggio
ultraterreno, le amarezze e le umiliazioni, provate
durante il suo ventennale doloroso esilio, per le varie
contrade d’Italia. A conclusione di questa nostra
fatica, non possiamo esimerci dallo stabilire
un’ulteriore stretta analogia, esistente tra il
contenuto morale dell’apologo di Fedro, quello espresso
dal componimento poetico del Parini, entrambi già
esaminati, ed il tema affrontato da L. Ariosto, nella
prima delle sue Satire (w. 1-24, 85-189, 238-246,
262-265), diretta al fratello Alessandro, in cui ha
inteso difendere la propria dignità di uomo e la
personale libertà ed indipendenza morale di poeta, nei
confronti dei potenti, anche a costo di vivere in
miseria, condannando, per questa ragione, coloro che non
sapevano astenersi dall’esternare adulazioni verso i
signori del suo tempo.
Il Poeta, infatti, aveva opposto, da poco, un netto
rifiuto al cardinale Ippolito d’Este, suo signore,
appena nominato arcivescovo di Buda, che gli chiedeva di
seguirlo in Ungheria, quale suo domestico e segretario
personale, nonostante questi lo minacciasse, in caso di
disubbidienza, di privarlo della sua protezione e di
alcuni “benefici”, che ne assicuravano la sopravvivenza.
Le motivazioni addotte dall’Ariosto, per giustificare il
suo diniego ad accompagnare, in terra ungherese, il
principe della Chiesa cattolica, -e che, in modo
particolare, facevano riferimento al suo precario stato
di salute ed al rigore del clima di quella fredda
regione- erano, in effetti, solo pretestuose e
nascondevano una ben diversa verità.
Egli, una volta per tutte, anche a costo di rimanere
senza mezzi di sussistenza, ha voluto separarsi
definitivamente dall’alto prelato, al fine di poter
conservare integra la propria dignità di uomo e libertà
di poeta, spesso indecentemente calpestate dal rozzo
cardinale.
Dopo averne subite tante, era arrivato alla
determinazione che sarebbe stato meglio per lui
sopportare pazientemente una decorosa condizione di
miseria piuttosto che farsi di nuovo servo di un uomo
rozzo ed avaro, arrogante e focoso, iracondo ed
irrequieto, come il suo vecchio padrone, di cui ormai
non riusciva a sopportare più il pessimo carattere. La
satira ariostesca è una vera e propria esaltazione ed
affermazione della libertà morale del Poeta, non
accomodante e servile come tanti cortigiani del suo
tempo, tanto che, a detta del critico F. Flora, essa
potrebbe meritatamente intitolarsi “Alla libertà”.
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