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La voce dell'Einaudi
di Antonio Galloro


 

CULTURA GENERALE
LO SAPEVATE CHE…

Curiosità scientifiche, storiche, geografiche, economiche
e di varia cultura

a cura di Antonio Galloro

(1)-Nell’era primaria o paleozoica, risalente a 570 milioni di fa circa, la Calabria era un arcipelago di isole ed emergevano, al di sopra del livello del mare, soltanto le alte cime dei monti della Sila, delle Serre e dell’Aspromonte.
Verso la fine dell’era successiva o mesozoica, databile 245 milioni di anni or sono circa, man mano che il livello delle acque marine si abbassava, fuoriuscivano da esse, anche per effetto della spinta di forze orogenetiche, le vette dei monti del Pollino, della Sila, della catena paolana, delle Serre, del Poro e dell’Aspromonte.
Le pianure costiere, di formazione quaternaria, si sarebbero formate più tardi, grazie al lento e costante accumularsi di abbondante materiale detritico, trasportato, dalle alte montagne a valle, dai fiumi locali.

(2)-L’Istmo di Catanzaro, che nella preistoria, come si è detto sopra (si veda il punto n. 1), era completamente ricoperto dal mare, è stato, nell’antichità, al centro di grandi interessi di viabilità, legati al settore commerciale, ed oggetto di studio, per quanto concerne il campo della scienza ingegneristica, applicata ai trasporti marittimi o navali, al punto che si è più volte pensato di operarne il taglio e di scavarvi un canale artificiale, al fine di rendere più agevole il passaggio dal mar Tirreno a quello Ionio e viceversa.
Gina Algranati (Basilicata e Calabria, Torino, 1929, pp. 189-190), infatti, ricorda, che «il pensiero di creare in quel tratto un canale appunto che congiungesse Jonio e Tirreno, sorse in tempi storici fin dall’antichità. Si attribuisce per primo a Donisio siracusano un tal progetto; molto più tardi, a distanza di secoli, Don Pietro di Toledo, tirannico viceré di Spagna, accarezzò l’idea di far passare il mare attraverso l’istmo, per facilitare il trasporto (verso Napoli) del frumento che la Puglia e la ferace Piana di Crotone producevano, ma anche questa volta il progetto fu messo a dormire. Una compagnia commerciale, con a capo il duca di Torlonia, lo riprese nel 1839, proponendo di impiegarvi suoi capitali, purché gli fossero riservati privilegi per 99 anni; ma la strada ferrata venne a risolvere in diverso modo la questione delle comunicazioni».
In verità, l’aspetto morfologico della Stretta di Catanzaro è stato gravemente violentato nell’anno 71 av. Cr., mentre la Repubblica romana era tenacemente impegnata nell’ardua impresa di domare quella famosa e tragica rivolta di schiavi, guidata da Spartaco, che tanto l’ha impensierita.
Il pretore Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma e futuro triumviro dell’Urbe con Cesare e Pompeo, infatti, avendo costretto il Gladiatore trace ed il suo numeroso esercito di schiavi a rifugiarsi nell’estrema punta meridionale del Bruzio, per impedirne la fuga per via di terra ed intrappolarli, ha ordinato ai suoi soldati di costruire una trincea profonda quindici piedi, corrispondenti a circa 4 metri e mezzo, e larga altrettanti, che, partendo dal Golfo di S. Eufemia, giungesse a quello di Squillace, i cui segni sono stati cancellati dal tempo.
Per altri storici, invece, i Romani, tra le due insenature bruzie, non avrebbero scavato un fossato, ma addirittura costruito un muro fortificato, della lunghezza di circa 54 chilometri.
D’altronde, era impossibile che Spartaco ed i suoi cercassero scampo per via di mare, sia per il tradimento dei pirati cilici, che, con le loro navi, avrebbero dovuto trasportare i rivoltosi nella vicina isola di Sicilia e che, dopo aver intascato il nolo delle imbarcazioni promesse, li hanno abbandonati al proprio destino sulle spiagge dell’attuale Calabria e sia pure per lo stretto pattugliamento delle coste bruzie da parte delle navi romane.
Questo immane lavoro «si rivelerà una fatica inutile; il blocco sarà forzato di notte, in prossimità della costa occidentale, ma per i resti dell’armata servile, direttasi a settentrione, i giorni sono ormai contati. Raggiunti e costretti ad accettare battaglia nelle vicinanze del fiume Silarus (Sele), gli schiavi ribelli saranno fatti a pezzi, Spartaco sarà ucciso nella mischia e con lui la rivoluzione sarà spenta nel sangue» (Reina G., La Calabria, Milano, 1989, p. 26).

(3)-Esiste tutta una serie di sorprendenti coincidenze fra l’uccisione di John F. Kennedy e quella di Abramo Lincoln, entrambi presidenti degli USA., che è stata ricavata da alcune ricerche, compiute da “Theosophy”, rivista mensile della società teosofica di Los Angeles.
Ecco, in sintesi, le impressionanti analogie:
1)-Tutti e due si sono impegnati molto nel promuovere il riconoscimento dei diritti civili;
2)-Lincoln è stato eletto nel 1860, Kennedy nel 1960;
3)-Tutti e due sono stati uccisi in un venerdì, alla presenza delle loro mogli;
4)-I loro successori, tutti e due chiamati Johnson, erano degli Stati del sud, democratici, ed avevano prima servito nel senato degli USA;
5)-Andrew Johnson, che è subentrato a Lincoln, era nato nel 1808; Lyndon B. Johnson, succeduto a Kennedy, nel 1908;
6)-John Wilkes Booth, che ha ucciso Lincoln, era nato nel 1839; Lee Harvey Oswald, che ha assassinato Kennedy, nel 1939;
7)-Sia Booth che Oswald sono stati uccisi, per tapparne la bocca, prima che cominciasse il loro processo;
8)-Ambedue, Booth e Oswald, erano sudisti e favorivano idee impopolari;
9)-Ambedue le mogli di questi presidenti hanno perso dei bambini, mentre risiedevano alla Casa Bianca;
10)-Il segretario del presidente Lincoln, che si chiamava Kennedy, lo aveva avvisato di non andare a teatro la notte in cui è stato ucciso;
11)-La segretaria di Kennedy, il cui nome era Lincoln, lo aveva consigliato di non recarsi a Dallas (Texas), perché avrebbe corso un grave pericolo.


CULTURA POPOLARE
Lu zzappaturi

di Antonio Galloro

L’antico canto popolare, che qui proponiamo in lingua vernacolare sannicolese, ci è stato gentilmente trasmesso a voce da Elisabetta Bellissimo, nata a San Nicola da Crissa il 28-09-1921 ed ancora vivente -«nubile per sua libera scelta», secondo una felice espressione coniata per lei dal dr. Ciccio Merincola, meglio conosciuta in paese con il matronimico “Lisa de Cecilia”.
E’, costei, con l’avanzare del tempo, che seppellisce nell’oblío ogni umano ricordo, e con la scomparsa delle generazioni più attempate, che degli eventi narrati sono state protagoniste o testimoni dirette, una delle ultime preziose memorie storiche e custodi di quelle antiche tradizioni popolari locali, che hanno caratterizzato la vita dei Sannicolesi, la cui attività economica è stata sempre prevalentemente agricola.
Questo breve canto di tradizione orale è di contenuto particolarmente agreste, patrimonio culturale, questo, che “Lisa de Cecilia” ha acquisito nel corso della sua lunga vita, trascorsa nel faticoso lavoro dei campi.
Esso mette in particolare evidenza, all’interno delle tristi condizioni di vita che riguardavano il mondo contadino, la dura e dolorosa esistenza, che era costretto a condurre lo zappatore.
Costui, infatti, nonostante si ammazzasse di fatica (e che razza di fatica era costretto a svolgere!) tutti i santi giorni, senza sosta, dall’alba al tramonto, era pur sempre condannato a vivere nella più nera miseria, per l’assai magro guadagno che riusciva a trarre dal suo lavoro, sia che lo eseguisse per conto proprio che altrui.
Ed, alla fine di una giornata interamente trascorsa a lavorare la terra, aveva le ossa così rotte dalla stanchezza da non avere, al tramonto, quando finiva di lavorare per la mancanza della luce solare, nemmeno la forza fisica per ritirasi a casa, se non camminando lentamente, piano piano («trappa-trappa», v. 3: per il significato espresso da questo antico avverbio modale calabrese, si veda G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, Ravenna, 1996 [I ediz. 1975], p. 725, sub voce).
Quanto contrasta il penoso rientro a casa del nostro lavoratore della terra con quello, tutto allegro e spensierato dello zappatore, di cui ci parla Leopardi nel suo idillio Il sabato del villaggio, che, sia pure in circostanze diverse e per motivi legati all’imminente festività del sabato, «riede alla sua parca mensa,/ fischiando» (w. 28-29)!
L’esatta misura di quanto realmente il contadino fosse fisicamente spossato, alla fine dello sfiancante lavoro di zappatura giornaliero, ci viene fornita dal suo singolare comportamento domestico.
Egli, infatti, una volta rincasato, si sentiva così sfinito da desiderare soltanto andare subito a dormire per riposarsi e, dopo che si era messo a letto, gli capitava spesso di non essere neppure in grado di ricambiare le effusioni d’amore rivoltegli, con calorosa manifestazione d’affetto, dalla moglie, certamente meno stanca di lui.
La stoppa, indicata come termine di confronto, per  significare la condizione di estrema stanchezza dello zappatore («su’ fattu stuppa», v. 6), fa certamente riferimento ad antiche espressioni figurate della lingua italiana, del tipo “sentirsi -o “avere”- le gambe di stoppa”, nel senso di sentirsele così deboli e fiacche da non avere nemmeno la forza di reggersi in piedi o di stare in posizione eretta.
Ci preme sottolineare come in nessuno dei dizionari dialettali della nostra regione e neppure in alcuna delle molte opere riguardanti gli scavi linguistici o gli studi e le ricerche compiuti sui vari dialetti calabresi, dall’antichità ai nostri giorni, da G. Rohlfs, G. B. Marzano, L. Accattatis, F. Mosino ed altri studiosi locali, da noi pazientemente setacciati, sia stato possibile rinvenire la locuzione vernacolare «sentirsi stuppa» o l’altra, «essere fattu stuppa», riportata nel canto esaminato, per spiegare la quale, dunque, abbiamo dovuto, necessariamente, fare ricorso al lessico letterario.  

Lu zzappaturi

Poveru zzappaturi, zappa zappa,
dinari alla sua pezza mai nde ngruppa
la sira si ricogghie trappa trappa
si caccia li cciappette e va e si curca.
E la mugghiere nci dice:-«Abbrazza, abbrazza!»
«Cammu mabbrazzu, ca su’ fattu stuppa!»
 


LA LETTERATURA COME MAESTRA DI VITA

IL VALORE DELLA LIBERTÀ INDIVIDUALE
 NELLA TRADIZIONE LETTERARIA PIÙ ANTICA
ATTRAVERSO LA LETTURA DI UNA FAVOLA DI FEDRO

di Antonio Galloro

1. INTRODUZIONE

Sulla sacralità ed inviolabilità del principio della totale libertà dell’individuo -ma potremmo ampliare il concetto, fino ad includere, più in generale, quella dei popoli e della loro piena autonomia- e sulla sua legittima difesa, ad ogni costo, contro ogni esterna forma di oppressione e dominazione, si è molto detto e scritto, nel corso dei secoli. Nella vastissima produzione letteraria esistente in argomento, abbiamo pensato di fermare la nostra attenzione su una favola di Fedro, Il lupo ed il cane (Fabulae Aesopiae, III, 7. Titolo originale: Lupus ad canem, che alcuni studiosi, ad litteram, traducono Il lupo [rivolto n.d.a.] al cane), sottoponendone la lettura ai nostri giovani studenti, perché apprezzino l’alta significazione morale in essa espressa e ricordino che la libertà personale di ogni essere vivente supera tutti i tesori del mondo, al punto che non vi è somma d’oro o denaro che bastino a compensarla: «non v’è denaro che possa pagare la libertà» (Ulpiano, lib. 9, 2, De Statu lib., 40, 7).
Crediamo di non sbagliare, nel ritenere che questo apologo, che inneggia alla libertà dell’individuo, sia stato particolarmente caro all’animo di Fedro, rispetto a tutti gli altri da lui composti, poiché fa specifico riferimento ad un momento particolare della sua dolorosa vicenda personale.
Egli, infatti, è stato costretto a vivere a Roma, dov’era giunto dalla nativa Tracia (o Macedonia), dapprima come schiavo e, poi, come liberto dell’imperatore Augusto, che, però, ha deciso di affrancarlo, grazie ai suoi meriti intellettuali.
Nessuno meglio di lui, dunque, per esperienza diretta, poteva sapere quanto fosse doloroso vivere nell’umiliante condizione di servitù ed aver nutrito, nel proprio animo, la segreta speranza di poter, un giorno non lontano, riacquistare quella libertà, che qualsiasi uomo, al di là del suo status sociale, ha ricevuto in dono, ab origine, dal Creatore.
Del resto, lo stesso Cicerone riconosce che «la libertà di una persona consiste nella possibilità che essa ha di vivere come vuole» (Paradox, 34).

2. AVVERTENZA ALLA TRADUZIONE DEL TESTO LATINO

Dell’apologo preso in esame, contraddistinto da una struttura linguistico-espositiva alquanto semplice e da un impianto narrativo breve, abbiamo voluto effettuare una traduzione in lingua italiana piuttosto libera e, quindi, non sempre fedele e rispettosa, ad litteram, del testo favolistico latino.
Si è inteso superare così la tradizionale e classica  brevitas di Fedro, che costituisce una delle caratteristiche compositive essenziali ed inconfondibili della sua arte descrittiva ed il solo mezzo, di cui ha potuto avvalersi, per comunicare, con immediatezza, ai lettori il suo immancabile messaggio morale.
Allo scopo di esporre in maniera più chiara ed articolata l’argomento sviluppato da Fedro e rendere più efficace ed espressivo il significato dell’insegnamento trasmessoci, abbiamo voluto arricchire il lessico del racconto e rielaborarne ed amplificarne il contenuto, pur nel pieno rispetto dell’integrità del pensiero letterario, espresso dal Poeta in questo suo conciso componimento.
Alla traduzione sono state apportate, dunque, delle ulteriori specifiche argomentative e sono state poste in particolare rilievo talune sfumature, apparentemente insignificanti, ma assai utili per comprendere appieno l’esatto svolgimento dei fatti narrati e seguire più da vicino le varie fasi del dialogo, che si è svolto fra i due animali protagonisti, tutto incentrato sul susseguirsi incalzante di rapide e vivaci battute, fondate sul modello del “botta e risposta”.
Anche l’innesto di opportuni nessi logici e cronologici, operato ogni qualvolta volta se ne sia ravvisata la necessità, si è reso indispensabile, al fine di poter meglio correlare gli scindibili rapporti di causa ed effetto degli eventi accaduti e seguirli, passo passo, nella loro successione temporale.
D’altronde, senza la descrizione di alcuni particolari e l’inserimento di brevi spiegazioni ed informazioni mancanti nel testo e volutamente taciute dallo stesso Autore, in ossequio alla brevità da lui scelta, non avremmo saputo o potuto cogliere, nella giusta dimensione, i tratti distintivi della psicologia dei suoi personaggi e delinearne, in maniera netta e precisa, i relativi comportamenti.
Non va sottaciuto, infatti, come, spesso, sia proprio la stessa eccessiva brevitas, vanto della tecnica compositiva di Fedro, per la quale egli si è dovuto difendere contro chi gli rimproverava un’eccessiva concisione (III, 10, w. 59-60), a rendere meno chiara l’intelligenza di alcune sue favole.
Questo difetto è imputabile al fatto che il Favolista latino, tutto intento ad impartire ai lettori una ben precisa lezione morale, non si è sempre curato, a suo tempo, di fornire, dei protagonisti delle sue favolette, vale a dire degli animali parlanti, che incarnano e simboleggiano i vizi e le virtù propri dell’uomo, una dettagliata descrizione, per delinearne, con cura, gli aspetti ed i tratti comportamentali, ma si è limitato, invece, a fornirci una semplice descrizione, che fosse solo funzionale allo scopo del suo racconto.
Abbiamo cercato, dunque, di caratterizzare meglio gli animali parlanti fedriani, dato che il Poeta «raramente ha il dono della penetrazione psicologica», e «non sempre intuisce che il segreto artistico di un favolista è racchiuso nella sua capacità di trasformare la favola in novella» (F. Cupaiolo, Storia della letteratura latina, Napoli, 194, pp. 290 e 293).
Lo stesso N. Terzaghi (Storia della letteratura latina. Da Tiberio a Giustiniano, Milano, 1934, p. 39)  è profondamente convinto che «disgraziatamente, spesso la brevità (di Fedro, scilicet) diventa oscurità, ed allora la favola fallisce al suo scopo».
Per conferire maggiore chiarezza al pensiero di Fedro, abbiamo pensato bene di trasformare l’originaria struttura espositiva del suo racconto, redatto in poesia, in un’altra di tipo prosastico, che, grazie alla sua maggiore ampiezza, ha certamente il pregio di rivelarsi più intelligibile: questa forma espositiva, in definitiva, è quella impiegata nella redazione di una fiaba, novella e racconto in generale.

3. TRADUZIONE DEL TESTO LATINO

Quanto sia dolce la libertà, lo dimostrerò ora, molto chiaramente e brevemente, in questa mia favoletta.
Un lupo, magro e stremato dalla fame, incontrò per caso, un giorno, un cane grasso e ben pasciuto. Appena i due fermarono, allo scopo di salutarsi a vicenda, il lupo chiese al cane: «Come mai, di grazia, hai una così florida salute e dove mai trovi il cibo, per ingrassare così tanto? Io, infatti, che sono di gran lunga più forte di te, sono costretto a morire, ogni giorno, di fame».
Il cane, con tutta semplicità e franchezza, poiché non aveva nulla da nascondere, rispose: «Ci sarebbe anche per te la possibilità di godere della stessa condizione di vita, se, però, fossi capace e disposto ad offrire al mio padrone un servizio uguale a quello che presto io». Replicò il lupo: «Quale servizio?» Il cane ribattè: «Devi fare, di giorno, la guardia al suo portone e proteggere, di notte, la casa dai ladri». Il lupo, cui non sembrava vero di cambiare vita, felice dell’avvenire che gli si prospettava con così poca fatica, riprese: «Per quanto mi riguarda, sono pronto a seguirti; infatti, poiché sono costretto a vivere sempre ramingo nei boschi, dove conduco un’esistenza assai dura e dove, di continuo, mi tocca sopportare la neve e le violente piogge, sarebbe molto più facile, per me, vivere al riparo, sotto un tetto, e saziarmi di cibo in abbondanza, senza far nulla e, soprattutto, senza preoccupazioni di sorta per l’avvenire!». «Allora vieni con me», concluse il cane. Mentre i due si avviavano verso la casa del padrone, il lupo si accorse, improvvisamente, che il collo del cane era spelato e logorato e gliene chiese il motivo: «E queste escoriazioni da dove derivano, amico mio, come ti sono capitate o come te le sei prodotte?».
Il cane, avendo subito capito la gravità della situazione e trovandosi in grande imbarazzo per come stessero volgendo le cose, cercò di minimizzare il fatto e rispose evasivamente: «Non ci pensare, è roba da niente!». La risposta, sfuggente ed evasiva, fornita dal cane, insospettì enormemente il lupo, il quale grandemente desideroso di conoscere meglio come stessero realmente le cose, domandò maggiori ragguagli sul fatto, esclamando: «Ad ogni modo, dimmelo, ti  prego». Il cane, nel vano tentativo di giustificare la necessità di portare al collo la catena, causa delle lacerazioni sotto accusa, precisò la questione, affermando: «Poiché appaio ai miei padroni aggressivo e feroce, ogni tanto mi legano alla catena, perché dorma durante il giorno e stia sveglio, invece, per fare la guardia alla loro casa, quando scende la notte: al calar della sera, però, mi slegano ed allora sono libero di andarmene dove mi pare e piace. Il pane mi viene portato spontaneamente, senza che io debba chiederlo o cercarlo, e, per di più, il padrone, dalla sua mensa, mi allunga sempre qualche osso; i servi mi gettano pezzi di cibo ed ognuno mi porge la parte di pietanza, di carne o di pesce che ha di troppo e che, quindi, rifiuta di mangiare, perché non ne ha più voglia. Così, senza fatica da parte mia, ogni giorno il mio ventre si riempie».
Il lupo, a questo punto, per nulla convinto della validità delle giustificazioni addotte dal cane, fortemente preoccupato che tanto la serenità e la soddisfazione apparentemente mostrate dal suo aspetto ben pasciuto quanto l’esaltazione da lui fatta circa gli aspetti piacevoli della sua condizione di vita potessero nascondere, effettivamente, qualche amara e triste verità, come, del resto, ben dimostravano le escoriazioni prodotte al suo collo dalla catena impostagli dal padrone di cui era schiavo, lo volle mettere alla prova, ponendogli un’ultima  risolutiva domanda.
Era, questa, la più importante di tutte, perché dalla sua risposta dipendeva il proprio avvenire: «Orbene, dimmi un po’, se ti dovesse saltare in mente ed avessi voglia di farlo, avresti tu la libertà di andartene piacevolmente a zonzo? Il tuo padrone ti concederebbe il permesso di soddisfare questo tuo desiderio?». Il cane, con ferma decisione, rispose: «Certamente, questo non mi è proprio possibile!». Allora il lupo, alla risposta negativa del cane, terminò il discorso, dicendo: «Goditi pure, cane, gli enormi vantaggi e le delizie che ti offre il tuo padrone  e che tu tanto decanti, perché io non voglio essere un re a prezzo della libertà. Del resto, non saprei che farmene di tutte le comodità, che mi offre il tuo padrone, se poi non fossi libero di andare dove voglio e di poter disporre liberamente di me stesso». 

4. IL TEMA DELLA LIBERTÀ INDIVIDUALE NEL GENERE FAVOLISTICO FIORITO PRIMA E DOPO FEDRO

Fedro, per l’argomento di questa favola -come, del resto, per quello di molte altre ancora-, afferma di essersi ispirato ad Esòpo, favolista greco  ed il più famoso di tutta l’antichità, vissuto nel VI sec. av. Cr., che lo stesso Poeta latino riconosce, nel prologo dell’intera sua opera, come il vero inventore di tal genere letterario. Il Poeta latino, però, si è notevolmente distaccato dal modello esopico (Favole, CCXXVI), conferendo al suo componimento un tocco del tutto personale ed originale, mediante l’apporto di elementi così nuovi e diversi, rispetto a quelli già presenti nell’apologo greco, da arricchirne  considerevolmente la struttura linguistico-espositiva e sostanziarne ulteriormente il contenuto. Anche Esòpo, dunque, ha svolto il tema della libertà individuale in un’analoga favola, che presenta una conclusione quasi identica a quella di Fedro, seppure più breve:«Se c’è un lupo che mi è caro, Dio gli risparmi questa amara sorte: meglio sopportare la fame, piuttosto che il peso del collare imposto dal padrone». Vale la pena, a questo punto, ricordare come la materia della favola Il lupo ed il cane, dopo la versione di Esòpo e di Fedro, sia stata ripresa da altri poeti di varia nazionalità, fino a trovare posto anche nella raccolta del più grande favolista francese, Jean de La Fontaine, vissuto nel XVII secolo (Le favole, I, 5), che dell’apologo ci ha fornito una rielaborazione tutta personale, abbastanza distaccata, per impianto compositivo,  dai due modelli classici, cui si è ispirato.
Eminenti studiosi di letteratura latina non esitano ad accostare la favola di Fedro Il lupo ed il cane, da noi esaminata, a quella de Il topo di città ed il topo di campagna, così come la conosciamo nella raccolta di Esopo (Favole, 243) e, soprattutto, nella rielaborazione di Orazio (Satire, 2, 6, w. 79-117), senza dimenticare che persino Fedro ha mostrato un certo interesse per l’argomento dei due sorci, secondo quanto riferito dal Codex Voissianus, 8, 15.
Tale analogia scaturisce dalla giusta considerazione che «eguale ne è la tendenza, come elogio della libertà in confronto del bene acquistato con la rinunzia ad essa» (N. Terzaghi, op. cit., p. 34). Questa  acuta osservazione critica, tuttavia, ad uno sguardo superficiale dell’argomento trattato nell’apologo oraziano, può certamente apparire quanto meno strana, se non addirittura assurda. Infatti, una prima e sommaria lettura della celebre, bellissima ed umanissima favola dei due topi potrebbe benissimo indurre chiunque a pensare che essa sia stata composta da Orazio non già con l’intento di celebrare anche la libertà dell’individuo, ma solo con l’esclusivo scopo di esaltare la vita rustica, perché semplice e sana, tranquilla e serenatrice dell’animo umano, dove ognuno può vivere secondo natura e riposarsi dalla fatica quotidiana, a discapito di quella urbana, cui è contrapposta, che, sin da allora, appariva al Venosino fortemente chiassosa, rumorosa, piena di pericoli e, quindi, fonte di continue preoccupazioni (Si vedano, a questo proposito, i motivi ispiratori delle odi di G. Parini La vita rustica e La salubrità dell’aria).

5. CONSIDERAZIONI CRITICHE

La morale, che propone la favola di Fedro, efficacemente enunciata nell’espressione regnare nolo, liber ut non sim mihi («non voglio essere un re, così da non poter disporre liberamente di me»: v. 27), su cui è bene che ognuno di noi rifletta attentamente, è l’esaltazione della libertà, intesa come il bene celeste più grande, dolce e prezioso, di cui possa godere l’uomo.
Anche in questo apologo, dunque -come, del resto, in tutti gli altri-, attraverso la rappresentazione degli assai diversi comportamenti degli animali parlanti -il lupo ed il cane appunto-, ha voluto impartici un’altra delle sue breves lectiones vitae, rappresentandoci due ben precise categorie di persone ed esprimendoci, a chiare note, quella stridente contraddizione, che esiste, ab immemorabili, all’interno della società civile di tutti i tempi.
Vi sono, infatti, degli uomini, che sono sempre pronti a rinunciare alla libertà personale, in cambio  di una vita confortevole ed agiata e di immediati vantaggi materiali, che ottengono dai loro protettori, nei cui confronti, però, sono tenuti all’assolvimento di alcuni obblighi ed ai quali devono assicurare un’assidua fedeltà ed un’incessante prestazione di servigi.
Ve ne sono altri, invece, che, pur di vivere in assoluta indipendenza ed essere padroni delle proprie azioni, non intendono, in qualità di novelli clientes, legarsi e, quindi, sottomettersi ad alcun potente patronus e, proprio perché non godono né di protezione né di alcun privilegio, sono costretti a vivere la loro vita quotidiana, in mezzo a mille difficoltà, sopportando quegli enormi, pesanti ed indicibili sacrifici, che la vita riserva a ciascun essere vivente.
Ma quante sono, in verità, nell’attuale consorzio umano, quelle persone, che hanno il coraggio di rinunciare ad una vita immersa nel benessere, piena di comodità e benefici, come quella goduta dal cane, per viverne, invece, un’altra uguale a quella del lupo, il quale, pur se sfinito dalla magrezza, per effetto di una lunga fame, e duramente provato dalle durezze di un’esistenza randagia, ha optato, senza alcuna esitazione, per un’altra senz’altro scomoda e dolorosa,  ma di sicuro pienamente libera  e non sottoposta alle voglie ed ai capricci del padrone? E’ importante far notare con quanta energia e forza d’animo il lupo condanni «il cieco opportunismo» del cane, che, pur di assicurarsi, quotidianamente, un tozzo di pane ed un’esistenza tranquilla, accetta di vivere «una vita senza ideali» e di condurre una vita fatta di compromessi, che lo costringono a portare al collo una catena e lo rendono schiavo dei suoi padroni, dalla cui volontà e disponibilità dipendono le poche ore di libertà, che gli vengono concesse. Esso, infatti, nel congedarsi dal cane, nonostante la cordialità iniziale, «non definisce più il suo interlocutore come amice, ma, più semplicemente, al fine di evidenziarne meglio il distacco e la differenza, come canis, quasi a voler prendere le distanze da un essere ben diverso da sé, e perciò biasimevole» (G. Agnello, Fulgentia limina. Antologia di scrittori latini per il biennio, Zanichelli, Bologna, 1996, p. 20, nota ai w. 21-27 e relativo commento). Una singolare stranezza, nell’assegnazione dei ruoli, da parte di Fedro, ai suoi personaggi-animali, che va subito messa in rilievo, è la scelta del lupo, quale paladino della libertà.
Egli, infatti, solitamente, sull’esempio di Esopo, lo descrive, nelle sue favole, come un animale sleale e feroce, infido e rapace, arrogante e prepotente, quant’altri mai, contro i più deboli ed indifesi: valga per tutte l’arcinota favola Lupus et agnus, che lo vede contrapposto al timido agnello, con cui si apre l’intera raccolta favolistica di Fedro, amara parabola della ragione del più forte, che, oltre tutto, con pari insolenza, pretende di ammantare di legalità la propria prepotenza. Qui, al contrario, viene presentato come un puro campione della libertà ed un vero assertore dell’antischiavitù, manifestando, senza alcun tentennamento o indugio, uno sfrenato amore per la vita libera nella selva, anche se dura e stremata dalla fame, dove, per sopravvivere, è costretto a combattere, ogni giorno, contro le molte difficoltà della vita.
E, piuttosto che rinunciare al godimento di quell’immenso bene che è costituito dalla libertà, che ad esso come a qualsiasi altro essere vivente è stato elargito gratuitamente, sin dalla nascita, da madre Natura, preferisce morire di fame, ma libero, così come è venuto al mondo. E’ molto probabile che Fedro, elevando il lupo alla dignità di difensore della libertà individuale, abbia voluto sottolineare come tale condizione di vita sia un bene prezioso e caro a tutti gli esseri viventi e come, al contrario, la sua privazione sia un male talmente aborrito da qualsiasi creatura da incutere paura persino ad un animale forte, feroce, coraggioso e sprezzante di ogni forma di pericolo come il lupo.

6. IL CONCETTO DI LIBERTÀ INDIVIDUALE NELLA LETTERATURA ITALIANA MODERNA

Il grande insegnamento di difendere ad ogni costo la propria libertà e dignità, impartito dal lupo al cane, non può che richiamarci alla mente La caduta, celeberrima ode composta da G. Parini nel 1785, vibrante di contenuti umani, morali e civili, che dev’essere benissimo considerata il vero ritratto dell’Autore e del suo ideale umano, la fedele rappresentazione della coerenza e dell’integrità morale del Poeta. Questo componimento lirico racconta del Parini, che, camminando a piedi per le vie di Milano -le sue precarie condizioni economiche, infatti, non gli consentivano di poter disporre di una carrozza-, in una rigida e piovosa giornata invernale, è caduto per terra, perché era  ormai vecchio e claudicante. E’ riuscito a rialzarsi dal suolo, grazie al soccorso prestatogli da un passante, il quale, avendolo riconosciuto, gli ha fornito dei consigli, per uscire dalla povertà, esortandolo, tra l’altro, a bussare alla porta dei potenti, per ottenerne la protezione ed i favori, se voleva vivere una vita tutt’altro che grama e dolente, come quella che era costretto a condurre.
Il Poeta, dopo aver ringraziato il soccorritore per averlo aiutato, ha subito respinto sdegnosamente i suoi suggerimenti, che offendevano la sua coscienza di uomo onesto e poeta  libero, replicandogli che rifiutava nettamente l’incitamento a mettersi sotto le ali protettive di un potente signore, che avrebbe potuto sì soccorrerlo nei momenti del bisogno, proteggerlo in tutte le necessità e beneficarlo ad ogni sua richiesta, ma soltanto in cambio della sua servile compiacenza, di una bassa adulazione e, dunque, della perdita totale della sua personale libertà di poeta, la cui arte, asservita ai potenti, aveva solo la funzione di divertire gli ozi degli aristocratici. Il Poeta, respingendo ogni atteggiamento servile e qualsivoglia compromissione di cortigianeria e, con essa, l’idea di doversi arrampicare per «l’erte scale» (w. 49-50) dei nobili milanesi del suo tempo, cui chiedere favori d’ogni genere, ha concluso il suo discorso, sostenendo, con assoluta fermezza e convinzione, di voler preferire un’onesta e dignitosa povertà ad una ricchezza ottenuta disonestamente.
Questo suo risoluto rifiutarsi di dover varcare la soglia dei palazzi dei personaggi autorevoli e/o nobili di quel tempo può benissimo accostarsi all’espressione dantesca «come è duro calle/lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale» (“Paradiso”, XVII, w. 59-60), con cui l’Alighieri, exul florentinus immeritus, si fa predire, dal trisavolo Cacciaguida, nel suo viaggio ultraterreno, le amarezze e le umiliazioni, provate durante il suo ventennale doloroso esilio, per le varie contrade d’Italia. A conclusione di questa nostra fatica, non possiamo esimerci dallo  stabilire un’ulteriore stretta analogia, esistente tra il contenuto morale dell’apologo di Fedro, quello  espresso dal componimento poetico del Parini, entrambi già esaminati, ed il tema affrontato da L. Ariosto, nella prima delle sue Satire (w. 1-24, 85-189, 238-246, 262-265), diretta al fratello Alessandro, in cui ha inteso difendere la propria dignità di uomo e la personale libertà ed indipendenza morale di poeta, nei confronti dei potenti, anche a costo di vivere in miseria, condannando, per questa ragione, coloro che non sapevano astenersi dall’esternare adulazioni verso i signori del suo tempo.
Il Poeta, infatti, aveva opposto, da poco, un netto rifiuto al cardinale Ippolito d’Este, suo signore, appena nominato arcivescovo di Buda, che gli chiedeva di seguirlo in Ungheria, quale suo domestico e segretario personale, nonostante questi lo minacciasse, in caso di disubbidienza, di privarlo della sua protezione e di alcuni “benefici”, che ne assicuravano la sopravvivenza.
Le motivazioni addotte dall’Ariosto, per giustificare il suo diniego ad accompagnare, in terra ungherese, il principe della Chiesa cattolica, -e che, in modo particolare, facevano riferimento al suo precario stato di salute ed al rigore del clima di quella fredda regione-  erano, in effetti, solo pretestuose e nascondevano una ben diversa verità.
Egli, una volta per tutte, anche a costo di rimanere senza mezzi di sussistenza, ha voluto separarsi definitivamente dall’alto prelato, al fine di poter conservare integra la propria dignità di uomo e libertà di poeta, spesso indecentemente calpestate dal rozzo cardinale.
Dopo averne subite tante, era arrivato alla determinazione che sarebbe stato meglio per lui sopportare pazientemente una decorosa condizione di miseria piuttosto che farsi di nuovo servo di un uomo rozzo ed avaro, arrogante e focoso, iracondo ed irrequieto, come il suo vecchio padrone, di cui ormai non riusciva a sopportare più il pessimo carattere. La satira ariostesca è una vera e propria esaltazione ed affermazione della libertà morale del Poeta, non accomodante e servile come tanti cortigiani del suo tempo, tanto che, a detta del critico F. Flora, essa potrebbe meritatamente intitolarsi “Alla libertà”.