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Cuore di montanari
di Nicola Alberto
Mannacio
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U
n
pianoro a forma ellittica,quasi un'ampia aiuola, fra torrenti e
fiumare, verso cui degrada leggermente, ricco di vegetazione.
Qua e là sorgono casette bianche, linde, profumate di ossigeno,
che scende, ricco di aromi, dal semicerchio di montagne,
allineate su lo sfondo, ricoperte da un fitto manto di verde,
dalle mille gradazioni verde cupo, grigio, chiaro - risonanti di
una sinfonia di tonalità e di sfumature, che richiamano alle più
belle tavolozze dei nostri paesaggisti. E fra i tanti
valloncelli, di cui è ricco quello sfondo boschivo, erosioni,
dal giallo sabbioso, e forre scoperte di vegetazione e chiazze
di terra, arsa come steppa. Su lo sfondo, a levante, il pianoro
discende, poi si perde nella vallata, che sbocca all' Ionio,
lontano, corrusco sotto i raggi del sole: è golfo di Squillace.
Su quell'isola d'incanto, che misura non meno di cento ettari,
di fronte al mare che sembra un richiamo a un'altra vita,
abitano oltre quaranta famiglie di contadini, attaccati alle
loro terre come a un nido, dalle quali, malgrado il richiamo di
mille suggestioni, non sanno ancora allontanarsi, perchè qui vi
erano vissuti i loro genitori, forse anche i loro nonni. Non li
congiunge dai paesi viciniori che una sola strada su cui possono
passare carri trainati da buoi; anzi, sino a pochi anni or sono,
di quella povera gente, estraniata quasi dal mondo, curva sempre
al lavoro della terra, si ricordava soltanto il fisco... Ogni
domenica, il capo famiglia, o la massaia, scende a valle presso
l'abitato più vicino e quivi compra le provviste più necessarie
per la settimana; al ritorno si recano tutti in chiesa. Una
chiesetta bianca e linda, dove ogni domenica, un giovane
sacerdote - sia che piova o faccia buon tempo - si reca a
celebrare la messa.
Dietro la chiesa e' una casetta con due vani: in uno è una
scuola sussidiata dallo Stato, nell'altra abita con la vecchia
mamma una giovane maestra, la missionaria di quella buona gente,
cui parla il linguaggio di una vita, che valga a strapparla
dalla crassa ignoranza, in cui altrimenti dovrebbe vivere. Una
casetta linda, bianca di calce, con le pareti adorne di un
elegante alfabetiere e di molte oleografie raffiguranti i fasti
più salienti dell'unificazione e della indipendenza della
Patria. Alla parete di fronte agli scolari un grande e
bellissimo quadro: una copia dell'artistico e celebre quadro del
crocifisso del Donatello. Pochi banchi pulitissimi, una
predella, un tavolino, uno scaffale con libri. Tutti adatti ad
educare, non solo gli scolari, ma tutti quelli che, amanti della
lettura, desiderassero ancora istruirsi ed educare l'animo ai
più alti e teneri sentimenti. Su lo sfondo, quasi a contatto con
la faggeta, è una palazzina ben costruita.
Colà, sino a pochi anni or sono, vi si recava, nei mesi estivi
di maggiore calura, uno dei proprietari di quelle terre, un
vecchio, ricco signore, assai buono, caritatevole, il quale
richiamava attorno a se, con affetto paterno, quei bravi
villani, s'intratteneva affabilmente con essi, e specialmente
con i bambini, cui offriva chicche, balocchi e mille
ghiottonerie. Lo chiamavano il nonno, ed erano pronti a
soddisfare qualunque suo desiderio. Bastava ch'egli si facesse
su l'uscio, perchè tutti quei bambini vi accorressero per
attendere un comando o ave un ninnolo. Facevano a gara, quei
piccoli, per portar al nonno il latte, le uova fresche, la
frutta, la carne che si recavano, appositamente per lui, a
comprare nel paese più vicino. Da pochi anni, però, nè quel
signore, nè la moglie, richiamati forse dai figli oramai grandi,
non andavano più a villeggiare in quel luogo: essi erano
richiamati certo verso la Sila, a Cambarie, a Zomaro... al
villaggio Paradiso... Lì si vedeva, una sola volta l'anno, un
loro segretario, che, fatti i conti con quei villici, ripartiva
e non si vedeva che l'anno dopo. Durante i mesi estivi, quindi,
in quelle campagne era sempre la solita monotonia, il solito
silenzio, rotto spesso dal chiacchierio dei bimbi, talvolta
anche dal canto nostalgico di qualche giovane che cantava, da
lontano, alla bella villana, cui aveva promesso un prossimo
matrimonio.
Era la sera del 19 luglio 1940. Gli alberi erano sempre
orgogliosi di verde, malgrado si fosse all'inizio del sollione,
le ristoppie pigolavano di quaglie, i burroni secchi, ma i
ruscelli gemevano le canzoni tristi della sera. Dalle montagne
circostanti scendeva verso il pianoro l'afa della giornata, e
l'aria secca, irrespirabile nelle casette, già assolate spingeva
tutti fuori a gustare il rezzo delle ore della notte. Difatti,
dopo un paio d'ore di notte, anzi che andare a letto, quei
contadini si raggruppavano tutti su l'aia di Massaro Francesco,
vecchi, donne, bambini, giacchè i giovani erano tutti in guerra.
Massaro Francesco era lì, con gli altri, seduto per terra, la
schiena appoggiata a un sentiero; gli altri, sparsi qua e là per
l'aia, discorrevano del più e del meno, ma i discorsi cadevano
sempre su quanto più li interessava: la guerra, i figli, i
fratelli, i padri, richiamati alle armi. I bambini
scorrazzavano, qua e là pei sentieri avvolti nell'ombra della
notte. Qualcuno, fra i più piccoli, dormiva anche in grembo alla
mamma. Benchè si fosse lontani dai focolai dove più intensa
ardeva la lotta, spesso soleva sentirsi qualche boato, più o
meno lontano, talora un susseguirsi di boati con tale intensità
e frequenza da far pensare a una battaglia vicina. Spesso era il
rantolo tondo, orrendamente rauco di qualche aeroplano che
sfrecciava superbo, ora immergendosi nelle nubi, ora sfiorando
anche le cime degli abeti, quasi a toccarle. Laggiù, nel mare
lontano, dove, durante il giorno, s'era inteso più intenso e più
frequente il rombo secco del cannone, Massaro Francesco, senza
profferire parola, per non dare sospetto, aveva affondato lo
sguardo per domandare al mistero del mare e alla foschia
canicolare che l'avvolgeva, una qualche notizia. Il rombo non
era cessato mai, neanche quando su l'aia, quella sera, coi suoi
racconti e le sue solite barzellette egli tentava distrarre la
comitiva dal pensiero della guerra immane. Infatti, più di uno
rideva, altri sorridevano tristemente; mentre la luna sempre
solenne e bella pioveva i suoi chiarori confortevoli e sognanti.
Ad un tratto, la sua donna, che, ricantucciata e appoggiata alle
pareti dell'ovile, era rimasta sino allora taciturna, non
potendo più sopportare quelle distrazioni, ruppe il silenzio per
rampognare il marito: - Non hai cuore, sai? . Il nostro
Peppino... chi sa, a quest'ora, forse... Chi lo sa. . . se è
vivo!... Non hai cuore, Francesco, non hai cuore! Tu dici le
barzellette e il nostro figliuolo forse muore! Muore lontano
dalla mamma sua! E disse queste ultime parole strascicandole e
con un tremolio nella gola; un tremolio ch' era di pianto. Tutti
tacquero. Massaro Francesco si levò dal luogo dov' era seduto,
s'avviò verso la sua donna, le mise una mano sotto il mento,
come per accarezzarla, come per dirle ch'egli non era meno di
lei afflitto, che se parlava e tirava qualche pistolotto, che
voleva essere una barzelletta, essa gli usciva dalle labbra, non
dal cuore. La donna si coprì il volto con le mani, poi prese
quelle del marito e se le avvicinò alle labbra come per
chiedergli perdono: soffrivano entrambi. Nessuno più osò
parlare. Tacevano anche i bambini, i quali già dormivano
sdraiati su fascine e su la pula del grano trebbiato. Massaro
Francesco s'era accucciato accanto alla sua donna.
Non era vecchio: aveva appena quarantacinque anni e, quindi,
anche lui avrebbe potuto essere chiamato alle armi, magari per
servizi territoriali, ed esser, così, compagno d'armi del
figlio, ma era zoppo. Allo scoppio della guerra in Etiopia nel
1935, pur avendo allora quarantun anno, aveva chiesto e ottenuto
di partire come volontario. Fu allora che si buscò una fucilata
alla testa del femore, sì che, anche adesso, dopo vari anni,
nelle giornate più rigide, spesso era obbligato a sospendere i
lavori dei campi. Non si doleva, però, di questo, anzi n'era
orgoglioso, e tutti rincorava quando le notizie del fronte
ritardavano o non erano rassicuranti: anzi soleva chiamare «i
suoi eroi» i giovani che abitavano su quel pianoro, i quali
diceva lui - avrebbero saputo battersi come sempre s'erano
battuti i Calabresi, in tutte le guerre. - Vedete, benchè
storpio, vorrei essere al fronte soleva dire e vorrei, ve lo
dico con tutta l'anima. .. vorrei dare ancora alla Patria
l'altra mia anca. La darei, com'è vero Dio! Voi non potrete
comprendere il tripudio, gli evviva, l'entusiasmo fra le truppe,
specialmente quando il Generale De Bono, sorridente, con voce
tonante, solenne, alla truppa schierata in armi comunicò che
l'onta subìta nel 1896 era stata finalmente sanata: Makallè era
nuovamente nostra! Voi ricordate quella data, non è vero compare
Michele? Il vecchio Michele che, fino allora era rimasto muto
con le spalle appoggiate alle pareti d'una cascina, si sentì
tutto rimescolare. Eravamo nel 1895 - disse sollevandosi da
sedere. Avevo allora 26 anni ed ero nel rigoglio della via. Si
fremeva: le parole del Re Umberto, dette per noi a Napoli, nel
momento del nostro imbarco, ci avevano tutti ubriacati di
orgoglio. Non le ricordo? La mia devozione per lui rimarrà
sempre nel mio cuore come rimarrà la devozione verso il figlio,
mio coetaneo. Ricordo: Si era asserragliati nel forte di Makallè
con il prode Colonnello Galliano. Eravamo, in tutto, 1200, fra
cui 1000 ascari. Oh, quegli ascari! Che fedeltà, che
abnegazione, che razza di eroi! Accerchiati da ogni parte dalle
truppe etiopiche, non c'era via di scampo: morire di fame, di
sete, d'inedia. Rimanemmo assediati in quel forte, sacro al
nostro eroismo, dal 5 al 21 gennaio - 17 giorni!, senza pane,
senza acqua, senza aiuti! Compresi di stupore per il nostro
orgoglio, per il nostro eroismo, per la nostra fede, e il Ras e
la truppa etiopica, quasi atterriti di tanti sacrifici, ci
lasciarono libera la via, schierandosi dinanzi a noi sconfitti -
e offrendoci l'onore delle armi. Giornate indimenticabili,
compare Ciccio, giornate che rimangono nel mio cuore, come
scolpite su la pietra, e accendono di viva luce i miei più
intimi affetti. Voi soli, soltanto voi, bravi combattenti del
1935, avete saputo e voluto lavare quell' onta. Io lo vedo alto
della persona, compreso di civico compiacimento sui ruderi
dell'antico castello, il corpo eretto, lo sguardo lontano fra i
nostri morti di Massaua, di Adua. Lo vedo, mentre parla e
sorride, il gesto solenne, gli occhi di fuoco, comunicare il
grande glorioso evento. Un lontano, roco rullìo di motore
rompeva il silenzio di quella notte lunare. Tutti zittirono.
Anche i bambini, i giovincelli che, ignari della grande ora e
dei pericoli che incombevano sui loro più cari, sui fronti di
guerra, chiacchieravano e si azzuffavano, si fermarono,
zittirono... Il rombo cupo, tondo, continuo andava man mano
avvicinandosi.
Massaro Francesco diede un'occhiata in giro fra le tante casette
più vicine per accertarsi che nessuna luce trasparisse dalle
porte o dalle finestre. Nemmeno un lucignolo era acceso. Le
donne sospiravano: i più piccoli si aggrappavano alle gonnelle
della mamma, si abbracciavano ad esse, quasi per chieder loro
consigli, aiuto, conforto... Qualche fanciullo più grandicello,
che comprendeva il pericolo incombente, si mise a gridare; altri
piangevano, singhiozzavano, aggrappati al collo delle mamme.
Silenzio! impose il vecchio Michele, rizzandosi in mezzo a tutti
- solenne, come una figura biblica. Le parole del vecchio non
furono neanche intese. Ora erano tutti in piedi: le donne si
abbracciavano invocando il nome di Gesù, della Madonna, dei
Santi. Una vecchia, in piedi, gesticolando, con le braccia in
alto: - Gesù, aiutateci! Madonna bella, mettici tutti sotto il
tuo manto! Santo Nicola mio, S. Michele - gridava -
V'invochiamo, non tanto per noi, ma per i nostri giovani, Gesù e
Maria, salvateci, salvateli!... Era una baraonda di grida, di
pianti. - Silenzio - impose ancora Michele - Che se ne fanno
della nostra vita gl' Inglesi e gli Americani? Non vanno in
cerca di noi i loro aeroplani. Vanno in cerca di grossi centri,
anzi delle fortificazioni da smantellare, dei magazzini statali
da distruggere, delle navi d'affondare: di tutto questo essi
vanno in cerca!... Calmatevi, quindi. Pregate, sì, ma con calma,
con docile abbandono in Dio continuava il vecchio Michele. Certo
siamo tutti sotto i flagelli divini ed umani: non vi ho detto
nulla, per non impressionarvi, ma oggi, per tutta la giornata,
laggiù, nello specchio d'acqua del Golfo di Squillace, verso
Punta Stilo, qualche fatto d' armi c'è stato. Fu un susseguirsi,
un incrociarsi di boati intensi, profondi, continui, sul mare,
nel cielo: era un finimondo! - Sentite? - osservò una ragazza
sui vent'anni, che fino allora era stata muta, quasi soggiogata
da pensieri di morte - sentite? Tutti sentivano e penavano: il
cuore piangeva, ma le labbra non osavano più pronunziare un
lamento. Il rombo di un motore si andava man mano più
accentuando, sembrava fosse su le loro teste. - Guardate,
guardate! - esclamò Massaro Francesco, e puntò l'indice
nell'azzurro del firmamento, chiaro nella luna. Tutti guadarono.
Sotto il chiaro di luna si stagliava una massa nera che
lasciava, dietro di sè, una scia di fumo: veniva dal mare e
sfrecciava verso i monti, quasi toccando la cima dei faggi e
degli abeti. - Dio sia benedetto! - gridò una donna - non viene
da noi, risale le montagne. Ma... che cosa avviene? La massa
nera pencola, poi una fiammata, poi un colpo spaventevole come
di cannone, poi un crocchio e l'apparecchio scompare inghiottito
dalla faggeta.
- Gesù e Maria, che cosa succede?.. Dal folto degli alberi un
pennacchio che si lancia nello spazio e, poi, un crepitare di
rami in fiamme e rumori strani come di alberi schiantati.
Nessuno più osava fiatare. Anche i bimbi zittivano. La notte era
già fonda. Si guardarono tutti in faccia, quasi a riunire in
un'unica ansia i loro pensieri. Fu Massaro Francesco che ruppe i
dubbi: Che cosa si fa? - gridò, avanzandosi in mezzo la
comitiva. Rimaniamo con le mani in mano? In quella faggeta la
gente muore. A chiunque appartenga quel velivolo; quelli che vi
son dentro, se ancora son vivi, hanno bisogno di soccorso!...
Benchè zoppicante il pover'uomo, entra in casa, prende un
bastone per appoggiarsi... - Tutti voi, giovani, seguitemi:
bisogna accorrere nel luogo del disastro. Restino qui, solo
vecchi e bambini. E, rivolgendosi alla moglie: - Abbi cura dei
figliuoli, di tutti i figliuoli e accudisci ai yecchi... Lo so,
ci mettiamo in un brutto rischio, perché non sappiamo nemmeno.
orientarci, ma pur bisogna muoversi!
E la carovana partì. Due, tre lanterne ad olio, qualche vecchia
fascina, tolta dalle pagliaie, illuminava il viottolo, sul quale
s'incamminarono. Ad un certo momento camminavano già da due ore
si fermarono: avevano creduto di sentire dei rumori tra il
frasca me della faggeta. Si tratteneva il respiro. Nulla. E
ripresero il cammino con l'animo teso verso la sciagura, cui, da
lontano, avevano assistito. Che importava loro che gli
aeronautici fossero dei nemici? Non avrebbero avuto anch'essi
bisogno di aiuto? Non avevano anch'essi una patria da difendere,
un dovere da compiere? Siamo tutti fratelli - osservò una
giovane donna - siamo cristiani, siamo figli d'un padre comune
che è Dio. Anche i Musulmani sono nostri fratelli ! Non ci
stanchiamo, amici, dobbiamo soccorrere quegli sventurati, a
qualunque nazione appartengano. Oh, se mio marito, in un
frangente simile - Dio lo liberi! - potesse anch'egli
incontrare!... E un singhiozzo le morì in gola. - Via, commare -
disse Massaro Francesco vostro marito ritornerà tra noi, sano e
salvo, lo vedremo: la Madonna ce lo riporterà qui sano e salvo!
Non si parlò per un buon tratto. La luna non si vedeva quasi
più: essa scendeva al tramonto dalle montagne opposte, rossa di
fuoco. Fu allora che Massaro Francesco, fermandosi osservò: -
Figliuoli, lo sapete che camminiamo da tanto tempo e che -
secondo me - avremmo dovuto essere già sul luogo ove è avvenuto
il disastro? Guardò, verso oriente e si accorse dalla
costellazione del mese che l'alba non si sarebbe fatta molto
aspettare. Guardò, poi, verso la costellazione del carro; poi
disse: - Ragazzi, abbiamo sbagliato strada. Noi andiamo verso
levante, verso il mare. L'aeroplano quando s'incendiò veleggiava
verso tramontana. Pieghiamo a sinistra.
Si attraversò un burrone, in cui scorreva un fiumicciattolo -
certamente un piccolo influente dell'Allaro. Lo attraversarono a
guado, su le pietre di cui il corso era tutto costellato. Le ore
passavano e già si delineava il chiarore dell'alba. - Se
qualcuno non ce la fa - osservò un giovanottone robusto dal
petto di atleta - andremo noi avanti, noi siamo giovani e siamo
abbastanza robusti per sopportare i disagi. Massaro Francesco,
fermatevi; resteranno con voi le donne più attempate. Bastiamo
noi. - No, tutti avanti - rispose il povero sciancato Dio ci
aiuterà a trovare quei disgraziati, soccorrere i vivi... se ce
ne sono. Spuntava l'alba. La comitiva camminava da circa
quattr'ore. Attraverso il groviglio di tante piante boschive e
il disagio del viottolo, in quel luogo molto più impervio,
sembrò a tutti vedere, attraverso le rame degli arbusti, un
riflesso lontano. Non era l'aurora. Il sole sarebbe spuntato da
laggiù, dal mare, donde veniva, ormai più chiaro, il biancore
dell' alba. Quindi? si fermarono tutti, presaghi già di qualche
cosa di nuovo: era un grande incendio che divampava nella
faggeta. Tutti, morsi da un unico pensiero, da una unica ansia,
si mossero verso quei riflessi rossastri, i quali, a misura che
la comitiva s'avvicinava, prendevano l'aspetto in un immane
incendio.
Ancora qualche chilometro, fra dirupi e pietraie, ed ecco tutti
dinanzi all' immane disastro: faggi divelti, rami spezzati, e
fiamme che lambivano quasi le cime dei faggi più vicini,
focolai, qua e là, e un gran rogo in cui pareva avessero
ammassate tonnellate di fascine, e un crepitio di legna verde in
fiamme e un'afa asfissiante, un fumo denso, un nugolo di cenere,
ravvivata da scintille turbinanti tra le fiamme, alimentate dal
vento mattinale. Più in là, in una radura, un groviglio di
spezzoni, una massa di rottami: era il velivolo che incendiava
da varie ore. Tutti si fermarono, attanagliati dallo spavento,
senza respiro con le orecchie tese tra il fragore e il crepitio
dell' incendio, per sentire almeno un grido, una voce, un
lamento: nulla. Tutta quella gente, osando contro ogni pericolo
imprevedibile, si sparse qua e là dappertutto, in cerca di
qualcosa ancora non vista, di qualcuno. Una rovina: non si
poteva pensare ad una sciagura più tremenda. Il velivolo era
addirittura sfracellato: le due semiali s'erano staccate dalla
fusoliera, e bruciavano ancora. Cadaveri dappertutto: nella
cabina di pilotaggio, nella fusoliera, sul cruscotto di comando,
nel corridoio compreso fra gli apparati radio e il tavolo di
comando. Cadaveri scaraventati oltre l'apparecchio; alcuni
addirittura maciullati, anneriti dal fuoco, altri svisati, coi
tronconi informi, altri ancora roghi ardenti... E dappertutto un
fetore di carne distrutta, come dinanzi ad un vecchio forno
crematorio. Non un gemito, non un lamento: era la morte tinta di
sangue.
Tutti fermi, interdetti dinanzi a tanto immane disastro, le mani
giunte, gli occhi gravi di lacrime dinanzi a quei morti.
Silenzio. Un silenzio tetro, di spasimo, di tormento, che mozza
la vita dei sensi, che annienta il sentimento, che grava sull'
anima quasi sciolta dalla realtà. Massaro Francesco che solo non
aveva perduto il senso della vita, e si aggirava dappertutto,
qua e là, per assicurarsi se qualche aiuto fosse ancora
possibile, si arrestò di botto sull' orlo d' un sentiero
interamente sconvolto dalla caduta del velivolo: una negra, le
braccia aperte, quasi a chiedere aiuto al cielo ancora azzurro,
gli occhi sbarrati, quasi incerti nell' ansia di chiedere... -
Venite tutti qui - gridò quando ebbe la facoltà di comprendere -
accorrete! Tutti accorsero; qualcuno torse lo sguardo altrove,
atterrito, altri si piegarono su quel povero corpo dilaniato,
che sembrava ancora vivo, lo scossero, gli gridarono la voce
dell' amore... Le pupille ebbero un lampo, rotearono nelle
orbite, si fissarono... Poi le labbra si aprirono... Un gemito,
un rantolo cupo, roco come se echeggiasse nel vuoto di una
botte, poi una parola, forse un nome, una raccomandazione... Poi
più nulla, e quegli occhi si fissarono per sempre.
Contemporaneamente una vocetta poco lontana, che sembrò un lungo
lamento, un'eco, quasi, al richiamo di quella donna... Tutti
accorsero. Nella cunetta del sentiero sottostante, riparata da
un enorme masso sporgente, messo, quasi, lì dalla Provvidenza a
protezione d'una vita, era un bambino, che poteva contare appena
tre anni: un negretto. Quando vide, il piccino, tutta quella
gente, alzò gli occhi, tese le mani e pronunciò delle voci
gutturali, incomprensibili. Non erano gemiti, non erano
preghiere. Tese ancora le manine tremanti, quasi per implorare,
gemette, singhiozzò. Una donna se la prese in braccio, lo
carezzò, se lo strinse al collo, lo baciò sulle gote lorde di
fango, di nerofumo, di sangue aggrumato, ed egli sorrise...
Tremava. Forse aveva freddo... paura. Più in là, nella parte
superiore del sentiero, era il cadavere maciullato, nelle anche
e nell' addome, della povera negra... della mamma! Dinanzi a
tanto spettacolo nessuno fiatava: qualche donna piangeva...
Massaro Francesco, le guance nelle mani, il respiro sospeso,
lui, che era aduso agli orrori della guerra, sentiva, ora, nell'
anima tutta l'angoscia della morte. Guardava quel povero bimbo,
povero figliuolo, lontano dalla sua patria, senza babbo né
mamma, senza parenti, orfano abbandonato fra gente che non
comprende la vita, la necessità della sua razza. Povero orfano -
disse - bisognerà pensare per lui, solo per lui; per gli altri,
informi cadaveri, anch' essi senza patria, informeremo il
Comando dei Carabinieri. Non abbiamo più nulla da fare qui.
Andiamo. E la carovana si mosse. La più giovane della comitiva
portava in braccio il bambino, che rimaneva aggrappato al suo
collo come a un palo di salvezza. Altre donne rimasero ancora,
interdette, per l'orrore che incuteva, quello spettacolo di
carni martoriate. Qualcuna biscicava qualche preghiera. Quando
furono sul pianoro, donde erano partiti, il vecchio Michele che
era rimasto lì, in attesa, all' angolo della mulattiera, andando
loro incontro, lesse sul volto di tutti l'angoscia e lo
sgomento, e non osò domandare. Poi si mossero tutti con lui
verso l' aia ormai assolata, dove attendevano gli altri, con la
maestra e la vecchia mamma e la moglie di Massaro Francesco.
Questa abbracciandola con la commozione nella gola, la prese per
mano, le indicò il piccolo berbero: - Bettina - le disse, con
voce appena percettibile - Bettina ti ho portato un altro
figlio: è il settimo per noi. E a voi - disse, rivolgendosi ai
suoi piccoli a voi ho portato un altro fratellino... Bettina lo
ricevette tra le braccia come una mamma. Poi si avvicinò ad una
vaschetta e cominciò a lavarlo e pulirlo dappertutto. Tutti
guardavano, in attesa di sapere se mai fosse riservato qualche
servizio anche ad essi. - Non c'è null' altro da fare - disse il
Massaro tutti morti gli altri, tutti morti...
La maestra, che momentaneamente s'era assentata, tornò subito
con una ciotola di latte. Il bambino che, spaventato per quanto
era accaduto e per quanto accadeva, aveva paura di tutti, e
frignava e tremava, sorrideva ora a quelle materne attenzioni.
Bevve il latte, poi si riabbracciò alla donna; e tutti gli altri
bambini, i quali, accorsi a vedere il nuovo venuto, guardavano
dapprima come spaventati, aggrappati alle gonnelle delle loro
mamme, ora si avvicinavano e lo baciucchiavano. Egli, povero
bimbo, a tutti sorrideva come a vecchi amici!... Il sole di
agosto, occhieggiando tra i rami della faggeta, concedeva a
quell' idillio campestre la poesia di un amore che va oltre i
confini della Patria e abbraccia, in un unico amplesso, tutti
gli uomini. Lontano, nel folto della faggeta, tra i rottami
d'una vita spenta per sempre, tra tanti corpi maciullati dall'
ira degli uomini e dalla furia devastatrice degli eventi, è il
cadavere d'una povera berbera, la mamma del negretto, vittima
innocente e, forse, inconsapevole dell' ingordigia umana: le
braccia aperte ad implorare un amplesso dal cielo, gli occhi
sbarrati, fissi nelle orbite, rispondono forse al sorriso del
bimbo vivo... Laggiù, ad oriente, su l'estremo orizzonte, dalle
acque corrusche dello Ionio, su lo sfondo d'un cielo rosato, si
levava una nuvolaglia fosca, foriera di tempesta. La campanella
a dondolo della chiesetta suonava a gloria l'Avemaria della
mattina. |
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