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Cuore di montanari
di Nicola Alberto Mannacio


U

n pianoro a forma ellittica,quasi un'ampia aiuola, fra torrenti e fiumare, verso cui degrada leggermente, ricco di vegetazione. Qua e là sorgono casette bianche, linde, profumate di ossigeno, che scende, ricco di aromi, dal semicerchio di montagne, allineate su lo sfondo, ricoperte da un fitto manto di verde, dalle mille gradazioni verde cupo, grigio, chiaro - risonanti di una sinfonia di tonalità e di sfumature, che richiamano alle più belle tavolozze dei nostri paesaggisti. E fra i tanti valloncelli, di cui è ricco quello sfondo boschivo, erosioni, dal giallo sabbioso, e forre scoperte di vegetazione e chiazze di terra, arsa come steppa. Su lo sfondo, a levante, il pianoro discende, poi si perde nella vallata, che sbocca all' Ionio, lontano, corrusco sotto i raggi del sole: è golfo di Squillace. Su quell'isola d'incanto, che misura non meno di cento ettari, di fronte al mare che sembra un richiamo a un'altra vita, abitano oltre quaranta famiglie di contadini, attaccati alle loro terre come a un nido, dalle quali, malgrado il richiamo di mille suggestioni, non sanno ancora allontanarsi, perchè qui vi erano vissuti i loro genitori, forse anche i loro nonni. Non li congiunge dai paesi viciniori che una sola strada su cui possono passare carri trainati da buoi; anzi, sino a pochi anni or sono, di quella povera gente, estraniata quasi dal mondo, curva sempre al lavoro della terra, si ricordava soltanto il fisco... Ogni domenica, il capo famiglia, o la massaia, scende a valle presso l'abitato più vicino e quivi compra le provviste più necessarie per la settimana; al ritorno si recano tutti in chiesa. Una chiesetta bianca e linda, dove ogni domenica, un giovane sacerdote - sia che piova o faccia buon tempo - si reca a celebrare la messa.

Dietro la chiesa e' una casetta con due vani: in uno è una scuola sussidiata dallo Stato, nell'altra abita con la vecchia mamma una giovane maestra, la missionaria di quella buona gente, cui parla il linguaggio di una vita, che valga a strapparla dalla crassa ignoranza, in cui altrimenti dovrebbe vivere. Una casetta linda, bianca di calce, con le pareti adorne di un elegante alfabetiere e di molte oleografie raffiguranti i fasti più salienti dell'unificazione e della indipendenza della Patria. Alla parete di fronte agli scolari un grande e bellissimo quadro: una copia dell'artistico e celebre quadro del crocifisso del Donatello. Pochi banchi pulitissimi, una predella, un tavolino, uno scaffale con libri. Tutti adatti ad educare, non solo gli scolari, ma tutti quelli che, amanti della lettura, desiderassero ancora istruirsi ed educare l'animo ai più alti e teneri sentimenti. Su lo sfondo, quasi a contatto con la faggeta, è una palazzina ben costruita.

Colà, sino a pochi anni or sono, vi si recava, nei mesi estivi di maggiore calura, uno dei proprietari di quelle terre, un vecchio, ricco signore, assai buono, caritatevole, il quale richiamava attorno a se, con affetto paterno, quei bravi villani, s'intratteneva affabilmente con essi, e specialmente con i bambini, cui offriva chicche, balocchi e mille ghiottonerie. Lo chiamavano il nonno, ed erano pronti a soddisfare qualunque suo desiderio. Bastava ch'egli si facesse su l'uscio, perchè tutti quei bambini vi accorressero per attendere un comando o ave un ninnolo. Facevano a gara, quei piccoli, per portar al nonno il latte, le uova fresche, la frutta, la carne che si recavano, appositamente per lui, a comprare nel paese più vicino. Da pochi anni, però, nè quel signore, nè la moglie, richiamati forse dai figli oramai grandi, non andavano più a villeggiare in quel luogo: essi erano richiamati certo verso la Sila, a Cambarie, a Zomaro... al villaggio Paradiso... Lì si vedeva, una sola volta l'anno, un loro segretario, che, fatti i conti con quei villici, ripartiva e non si vedeva che l'anno dopo. Durante i mesi estivi, quindi, in quelle campagne era sempre la solita monotonia, il solito silenzio, rotto spesso dal chiacchierio dei bimbi, talvolta anche dal canto nostalgico di qualche giovane che cantava, da lontano, alla bella villana, cui aveva promesso un prossimo matrimonio.

Era la sera del 19 luglio 1940. Gli alberi erano sempre orgogliosi di verde, malgrado si fosse all'inizio del sollione, le ristoppie pigolavano di quaglie, i burroni secchi, ma i ruscelli gemevano le canzoni tristi della sera. Dalle montagne circostanti scendeva verso il pianoro l'afa della giornata, e l'aria secca, irrespirabile nelle casette, già assolate spingeva tutti fuori a gustare il rezzo delle ore della notte. Difatti, dopo un paio d'ore di notte, anzi che andare a letto, quei contadini si raggruppavano tutti su l'aia di Massaro Francesco, vecchi, donne, bambini, giacchè i giovani erano tutti in guerra. Massaro Francesco era lì, con gli altri, seduto per terra, la schiena appoggiata a un sentiero; gli altri, sparsi qua e là per l'aia, discorrevano del più e del meno, ma i discorsi cadevano sempre su quanto più li interessava: la guerra, i figli, i fratelli, i padri, richiamati alle armi. I bambini scorrazzavano, qua e là pei sentieri avvolti nell'ombra della notte. Qualcuno, fra i più piccoli, dormiva anche in grembo alla mamma. Benchè si fosse lontani dai focolai dove più intensa ardeva la lotta, spesso soleva sentirsi qualche boato, più o meno lontano, talora un susseguirsi di boati con tale intensità e frequenza da far pensare a una battaglia vicina. Spesso era il rantolo tondo, orrendamente rauco di qualche aeroplano che sfrecciava superbo, ora immergendosi nelle nubi, ora sfiorando anche le cime degli abeti, quasi a toccarle. Laggiù, nel mare lontano, dove, durante il giorno, s'era inteso più intenso e più frequente il rombo secco del cannone, Massaro Francesco, senza profferire parola, per non dare sospetto, aveva affondato lo sguardo per domandare al mistero del mare e alla foschia canicolare che l'avvolgeva, una qualche notizia. Il rombo non era cessato mai, neanche quando su l'aia, quella sera, coi suoi racconti e le sue solite barzellette egli tentava distrarre la comitiva dal pensiero della guerra immane. Infatti, più di uno rideva, altri sorridevano tristemente; mentre la luna sempre solenne e bella pioveva i suoi chiarori confortevoli e sognanti.

Ad un tratto, la sua donna, che, ricantucciata e appoggiata alle pareti dell'ovile, era rimasta sino allora taciturna, non potendo più sopportare quelle distrazioni, ruppe il silenzio per rampognare il marito: - Non hai cuore, sai? . Il nostro Peppino... chi sa, a quest'ora, forse... Chi lo sa. . . se è vivo!... Non hai cuore, Francesco, non hai cuore! Tu dici le barzellette e il nostro figliuolo forse muore! Muore lontano dalla mamma sua! E disse queste ultime parole strascicandole e con un tremolio nella gola; un tremolio ch' era di pianto. Tutti tacquero. Massaro Francesco si levò dal luogo dov' era seduto, s'avviò verso la sua donna, le mise una mano sotto il mento, come per accarezzarla, come per dirle ch'egli non era meno di lei afflitto, che se parlava e tirava qualche pistolotto, che voleva essere una barzelletta, essa gli usciva dalle labbra, non dal cuore. La donna si coprì il volto con le mani, poi prese quelle del marito e se le avvicinò alle labbra come per chiedergli perdono: soffrivano entrambi. Nessuno più osò parlare. Tacevano anche i bambini, i quali già dormivano sdraiati su fascine e su la pula del grano trebbiato. Massaro Francesco s'era accucciato accanto alla sua donna.

Non era vecchio: aveva appena quarantacinque anni e, quindi, anche lui avrebbe potuto essere chiamato alle armi, magari per servizi territoriali, ed esser, così, compagno d'armi del figlio, ma era zoppo. Allo scoppio della guerra in Etiopia nel 1935, pur avendo allora quarantun anno, aveva chiesto e ottenuto di partire come volontario. Fu allora che si buscò una fucilata alla testa del femore, sì che, anche adesso, dopo vari anni, nelle giornate più rigide, spesso era obbligato a sospendere i lavori dei campi. Non si doleva, però, di questo, anzi n'era orgoglioso, e tutti rincorava quando le notizie del fronte ritardavano o non erano rassicuranti: anzi soleva chiamare «i suoi eroi» i giovani che abitavano su quel pianoro, i quali diceva lui - avrebbero saputo battersi come sempre s'erano battuti i Calabresi, in tutte le guerre. - Vedete, benchè storpio, vorrei essere al fronte soleva dire e vorrei, ve lo dico con tutta l'anima. .. vorrei dare ancora alla Patria l'altra mia anca. La darei, com'è vero Dio! Voi non potrete comprendere il tripudio, gli evviva, l'entusiasmo fra le truppe, specialmente quando il Generale De Bono, sorridente, con voce tonante, solenne, alla truppa schierata in armi comunicò che l'onta subìta nel 1896 era stata finalmente sanata: Makallè era nuovamente nostra! Voi ricordate quella data, non è vero compare Michele? Il vecchio Michele che, fino allora era rimasto muto con le spalle appoggiate alle pareti d'una cascina, si sentì tutto rimescolare. Eravamo nel 1895 - disse sollevandosi da sedere. Avevo allora 26 anni ed ero nel rigoglio della via. Si fremeva: le parole del Re Umberto, dette per noi a Napoli, nel momento del nostro imbarco, ci avevano tutti ubriacati di orgoglio. Non le ricordo? La mia devozione per lui rimarrà sempre nel mio cuore come rimarrà la devozione verso il figlio, mio coetaneo. Ricordo: Si era asserragliati nel forte di Makallè con il prode Colonnello Galliano. Eravamo, in tutto, 1200, fra cui 1000 ascari. Oh, quegli ascari! Che fedeltà, che abnegazione, che razza di eroi! Accerchiati da ogni parte dalle truppe etiopiche, non c'era via di scampo: morire di fame, di sete, d'inedia. Rimanemmo assediati in quel forte, sacro al nostro eroismo, dal 5 al 21 gennaio - 17 giorni!, senza pane, senza acqua, senza aiuti! Compresi di stupore per il nostro orgoglio, per il nostro eroismo, per la nostra fede, e il Ras e la truppa etiopica, quasi atterriti di tanti sacrifici, ci lasciarono libera la via, schierandosi dinanzi a noi sconfitti - e offrendoci l'onore delle armi. Giornate indimenticabili, compare Ciccio, giornate che rimangono nel mio cuore, come scolpite su la pietra, e accendono di viva luce i miei più intimi affetti. Voi soli, soltanto voi, bravi combattenti del 1935, avete saputo e voluto lavare quell' onta. Io lo vedo alto della persona, compreso di civico compiacimento sui ruderi dell'antico castello, il corpo eretto, lo sguardo lontano fra i nostri morti di Massaua, di Adua. Lo vedo, mentre parla e sorride, il gesto solenne, gli occhi di fuoco, comunicare il grande glorioso evento. Un lontano, roco rullìo di motore rompeva il silenzio di quella notte lunare. Tutti zittirono. Anche i bambini, i giovincelli che, ignari della grande ora e dei pericoli che incombevano sui loro più cari, sui fronti di guerra, chiacchieravano e si azzuffavano, si fermarono, zittirono... Il rombo cupo, tondo, continuo andava man mano avvicinandosi.

Massaro Francesco diede un'occhiata in giro fra le tante casette più vicine per accertarsi che nessuna luce trasparisse dalle porte o dalle finestre. Nemmeno un lucignolo era acceso. Le donne sospiravano: i più piccoli si aggrappavano alle gonnelle della mamma, si abbracciavano ad esse, quasi per chieder loro consigli, aiuto, conforto... Qualche fanciullo più grandicello, che comprendeva il pericolo incombente, si mise a gridare; altri piangevano, singhiozzavano, aggrappati al collo delle mamme. Silenzio! impose il vecchio Michele, rizzandosi in mezzo a tutti - solenne, come una figura biblica. Le parole del vecchio non furono neanche intese. Ora erano tutti in piedi: le donne si abbracciavano invocando il nome di Gesù, della Madonna, dei Santi. Una vecchia, in piedi, gesticolando, con le braccia in alto: - Gesù, aiutateci! Madonna bella, mettici tutti sotto il tuo manto! Santo Nicola mio, S. Michele - gridava - V'invochiamo, non tanto per noi, ma per i nostri giovani, Gesù e Maria, salvateci, salvateli!... Era una baraonda di grida, di pianti. - Silenzio - impose ancora Michele - Che se ne fanno della nostra vita gl' Inglesi e gli Americani? Non vanno in cerca di noi i loro aeroplani. Vanno in cerca di grossi centri, anzi delle fortificazioni da smantellare, dei magazzini statali da distruggere, delle navi d'affondare: di tutto questo essi vanno in cerca!... Calmatevi, quindi. Pregate, sì, ma con calma, con docile abbandono in Dio continuava il vecchio Michele. Certo siamo tutti sotto i flagelli divini ed umani: non vi ho detto nulla, per non impressionarvi, ma oggi, per tutta la giornata, laggiù, nello specchio d'acqua del Golfo di Squillace, verso Punta Stilo, qualche fatto d' armi c'è stato. Fu un susseguirsi, un incrociarsi di boati intensi, profondi, continui, sul mare, nel cielo: era un finimondo! - Sentite? - osservò una ragazza sui vent'anni, che fino allora era stata muta, quasi soggiogata da pensieri di morte - sentite? Tutti sentivano e penavano: il cuore piangeva, ma le labbra non osavano più pronunziare un lamento. Il rombo di un motore si andava man mano più accentuando, sembrava fosse su le loro teste. - Guardate, guardate! - esclamò Massaro Francesco, e puntò l'indice nell'azzurro del firmamento, chiaro nella luna. Tutti guadarono. Sotto il chiaro di luna si stagliava una massa nera che lasciava, dietro di sè, una scia di fumo: veniva dal mare e sfrecciava verso i monti, quasi toccando la cima dei faggi e degli abeti. - Dio sia benedetto! - gridò una donna - non viene da noi, risale le montagne. Ma... che cosa avviene? La massa nera pencola, poi una fiammata, poi un colpo spaventevole come di cannone, poi un crocchio e l'apparecchio scompare inghiottito dalla faggeta.

- Gesù e Maria, che cosa succede?.. Dal folto degli alberi un pennacchio che si lancia nello spazio e, poi, un crepitare di rami in fiamme e rumori strani come di alberi schiantati. Nessuno più osava fiatare. Anche i bimbi zittivano. La notte era già fonda. Si guardarono tutti in faccia, quasi a riunire in un'unica ansia i loro pensieri. Fu Massaro Francesco che ruppe i dubbi: Che cosa si fa? - gridò, avanzandosi in mezzo la comitiva. Rimaniamo con le mani in mano? In quella faggeta la gente muore. A chiunque appartenga quel velivolo; quelli che vi son dentro, se ancora son vivi, hanno bisogno di soccorso!... Benchè zoppicante il pover'uomo, entra in casa, prende un bastone per appoggiarsi... - Tutti voi, giovani, seguitemi: bisogna accorrere nel luogo del disastro. Restino qui, solo vecchi e bambini. E, rivolgendosi alla moglie: - Abbi cura dei figliuoli, di tutti i figliuoli e accudisci ai yecchi... Lo so, ci mettiamo in un brutto rischio, perché non sappiamo nemmeno. orientarci, ma pur bisogna muoversi!

E la carovana partì. Due, tre lanterne ad olio, qualche vecchia fascina, tolta dalle pagliaie, illuminava il viottolo, sul quale s'incamminarono. Ad un certo momento camminavano già da due ore si fermarono: avevano creduto di sentire dei rumori tra il frasca me della faggeta. Si tratteneva il respiro. Nulla. E ripresero il cammino con l'animo teso verso la sciagura, cui, da lontano, avevano assistito. Che importava loro che gli aeronautici fossero dei nemici? Non avrebbero avuto anch'essi bisogno di aiuto? Non avevano anch'essi una patria da difendere, un dovere da compiere? Siamo tutti fratelli - osservò una giovane donna - siamo cristiani, siamo figli d'un padre comune che è Dio. Anche i Musulmani sono nostri fratelli ! Non ci stanchiamo, amici, dobbiamo soccorrere quegli sventurati, a qualunque nazione appartengano. Oh, se mio marito, in un frangente simile - Dio lo liberi! - potesse anch'egli incontrare!... E un singhiozzo le morì in gola. - Via, commare - disse Massaro Francesco vostro marito ritornerà tra noi, sano e salvo, lo vedremo: la Madonna ce lo riporterà qui sano e salvo! Non si parlò per un buon tratto. La luna non si vedeva quasi più: essa scendeva al tramonto dalle montagne opposte, rossa di fuoco. Fu allora che Massaro Francesco, fermandosi osservò: - Figliuoli, lo sapete che camminiamo da tanto tempo e che - secondo me - avremmo dovuto essere già sul luogo ove è avvenuto il disastro? Guardò, verso oriente e si accorse dalla costellazione del mese che l'alba non si sarebbe fatta molto aspettare. Guardò, poi, verso la costellazione del carro; poi disse: - Ragazzi, abbiamo sbagliato strada. Noi andiamo verso levante, verso il mare. L'aeroplano quando s'incendiò veleggiava verso tramontana. Pieghiamo a sinistra.

 Si attraversò un burrone, in cui scorreva un fiumicciattolo - certamente un piccolo influente dell'Allaro. Lo attraversarono a guado, su le pietre di cui il corso era tutto costellato. Le ore passavano e già si delineava il chiarore dell'alba. - Se qualcuno non ce la fa - osservò un giovanottone robusto dal petto di atleta - andremo noi avanti, noi siamo giovani e siamo abbastanza robusti per sopportare i disagi. Massaro Francesco, fermatevi; resteranno con voi le donne più attempate. Bastiamo noi. - No, tutti avanti - rispose il povero sciancato Dio ci aiuterà a trovare quei disgraziati, soccorrere i vivi... se ce ne sono. Spuntava l'alba. La comitiva camminava da circa quattr'ore. Attraverso il groviglio di tante piante boschive e il disagio del viottolo, in quel luogo molto più impervio, sembrò a tutti vedere, attraverso le rame degli arbusti, un riflesso lontano. Non era l'aurora. Il sole sarebbe spuntato da laggiù, dal mare, donde veniva, ormai più chiaro, il biancore dell' alba. Quindi? si fermarono tutti, presaghi già di qualche cosa di nuovo: era un grande incendio che divampava nella faggeta. Tutti, morsi da un unico pensiero, da una unica ansia, si mossero verso quei riflessi rossastri, i quali, a misura che la comitiva s'avvicinava, prendevano l'aspetto in un immane incendio.

Ancora qualche chilometro, fra dirupi e pietraie, ed ecco tutti dinanzi all' immane disastro: faggi divelti, rami spezzati, e fiamme che lambivano quasi le cime dei faggi più vicini, focolai, qua e là, e un gran rogo in cui pareva avessero ammassate tonnellate di fascine, e un crepitio di legna verde in fiamme e un'afa asfissiante, un fumo denso, un nugolo di cenere, ravvivata da scintille turbinanti tra le fiamme, alimentate dal vento mattinale. Più in là, in una radura, un groviglio di spezzoni, una massa di rottami: era il velivolo che incendiava da varie ore. Tutti si fermarono, attanagliati dallo spavento, senza respiro con le orecchie tese tra il fragore e il crepitio dell' incendio, per sentire almeno un grido, una voce, un lamento: nulla. Tutta quella gente, osando contro ogni pericolo imprevedibile, si sparse qua e là dappertutto, in cerca di qualcosa ancora non vista, di qualcuno. Una rovina: non si poteva pensare ad una sciagura più tremenda. Il velivolo era addirittura sfracellato: le due semiali s'erano staccate dalla fusoliera, e bruciavano ancora. Cadaveri dappertutto: nella cabina di pilotaggio, nella fusoliera, sul cruscotto di comando, nel corridoio compreso fra gli apparati radio e il tavolo di comando. Cadaveri scaraventati oltre l'apparecchio; alcuni addirittura maciullati, anneriti dal fuoco, altri svisati, coi tronconi informi, altri ancora roghi ardenti... E dappertutto un fetore di carne distrutta, come dinanzi ad un vecchio forno crematorio. Non un gemito, non un lamento: era la morte tinta di sangue.

Tutti fermi, interdetti dinanzi a tanto immane disastro, le mani giunte, gli occhi gravi di lacrime dinanzi a quei morti. Silenzio. Un silenzio tetro, di spasimo, di tormento, che mozza la vita dei sensi, che annienta il sentimento, che grava sull' anima quasi sciolta dalla realtà. Massaro Francesco che solo non aveva perduto il senso della vita, e si aggirava dappertutto, qua e là, per assicurarsi se qualche aiuto fosse ancora possibile, si arrestò di botto sull' orlo d' un sentiero interamente sconvolto dalla caduta del velivolo: una negra, le braccia aperte, quasi a chiedere aiuto al cielo ancora azzurro, gli occhi sbarrati, quasi incerti nell' ansia di chiedere... - Venite tutti qui - gridò quando ebbe la facoltà di comprendere - accorrete! Tutti accorsero; qualcuno torse lo sguardo altrove, atterrito, altri si piegarono su quel povero corpo dilaniato, che sembrava ancora vivo, lo scossero, gli gridarono la voce dell' amore... Le pupille ebbero un lampo, rotearono nelle orbite, si fissarono... Poi le labbra si aprirono... Un gemito, un rantolo cupo, roco come se echeggiasse nel vuoto di una botte, poi una parola, forse un nome, una raccomandazione... Poi più nulla, e quegli occhi si fissarono per sempre.

Contemporaneamente una vocetta poco lontana, che sembrò un lungo lamento, un'eco, quasi, al richiamo di quella donna... Tutti accorsero. Nella cunetta del sentiero sottostante, riparata da un enorme masso sporgente, messo, quasi, lì dalla Provvidenza a protezione d'una vita, era un bambino, che poteva contare appena tre anni: un negretto. Quando vide, il piccino, tutta quella gente, alzò gli occhi, tese le mani e pronunciò delle voci gutturali, incomprensibili. Non erano gemiti, non erano preghiere. Tese ancora le manine tremanti, quasi per implorare, gemette, singhiozzò. Una donna se la prese in braccio, lo carezzò, se lo strinse al collo, lo baciò sulle gote lorde di fango, di nerofumo, di sangue aggrumato, ed egli sorrise... Tremava. Forse aveva freddo... paura. Più in là, nella parte superiore del sentiero, era il cadavere maciullato, nelle anche e nell' addome, della povera negra... della mamma! Dinanzi a tanto spettacolo nessuno fiatava: qualche donna piangeva...

Massaro Francesco, le guance nelle mani, il respiro sospeso, lui, che era aduso agli orrori della guerra, sentiva, ora, nell' anima tutta l'angoscia della morte. Guardava quel povero bimbo, povero figliuolo, lontano dalla sua patria, senza babbo né mamma, senza parenti, orfano abbandonato fra gente che non comprende la vita, la necessità della sua razza. Povero orfano - disse - bisognerà pensare per lui, solo per lui; per gli altri, informi cadaveri, anch' essi senza patria, informeremo il Comando dei Carabinieri. Non abbiamo più nulla da fare qui. Andiamo. E la carovana si mosse. La più giovane della comitiva portava in braccio il bambino, che rimaneva aggrappato al suo collo come a un palo di salvezza. Altre donne rimasero ancora, interdette, per l'orrore che incuteva, quello spettacolo di carni martoriate. Qualcuna biscicava qualche preghiera. Quando furono sul pianoro, donde erano partiti, il vecchio Michele che era rimasto lì, in attesa, all' angolo della mulattiera, andando loro incontro, lesse sul volto di tutti l'angoscia e lo sgomento, e non osò domandare. Poi si mossero tutti con lui verso l' aia ormai assolata, dove attendevano gli altri, con la maestra e la vecchia mamma e la moglie di Massaro Francesco. Questa abbracciandola con la commozione nella gola, la prese per mano, le indicò il piccolo berbero: - Bettina - le disse, con voce appena percettibile - Bettina ti ho portato un altro figlio: è il settimo per noi. E a voi - disse, rivolgendosi ai suoi piccoli a voi ho portato un altro fratellino... Bettina lo ricevette tra le braccia come una mamma. Poi si avvicinò ad una vaschetta e cominciò a lavarlo e pulirlo dappertutto. Tutti guardavano, in attesa di sapere se mai fosse riservato qualche servizio anche ad essi. - Non c'è null' altro da fare - disse il Massaro ­ tutti morti gli altri, tutti morti...

La maestra, che momentaneamente s'era assentata, tornò subito con una ciotola di latte. Il bambino che, spaventato per quanto era accaduto e per quanto accadeva, aveva paura di tutti, e frignava e tremava, sorrideva ora a quelle materne attenzioni. Bevve il latte, poi si riabbracciò alla donna; e tutti gli altri bambini, i quali, accorsi a vedere il nuovo venuto, guardavano dapprima come spaventati, aggrappati alle gonnelle delle loro mamme, ora si avvicinavano e lo baciucchiavano. Egli, povero bimbo, a tutti sorrideva come a vecchi amici!... Il sole di agosto, occhieggiando tra i rami della faggeta, concedeva a quell' idillio campestre la poesia di un amore che va oltre i confini della Patria e abbraccia, in un unico amplesso, tutti gli uomini. Lontano, nel folto della faggeta, tra i rottami d'una vita spenta per sempre, tra tanti corpi maciullati dall' ira degli uomini e dalla furia devastatrice degli eventi, è il cadavere d'una povera berbera, la mamma del negretto, vittima innocente e, forse, inconsapevole dell' ingordigia umana: le braccia aperte ad implorare un amplesso dal cielo, gli occhi sbarrati, fissi nelle orbite, rispondono forse al sorriso del bimbo vivo... Laggiù, ad oriente, su l'estremo orizzonte, dalle acque corrusche dello Ionio, su lo sfondo d'un cielo rosato, si levava una nuvolaglia fosca, foriera di tempesta. La campanella a dondolo della chiesetta suonava a gloria l'Avemaria della mattina.