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Gente nostra
di Nicola Alberto
Mannacio
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E
ra il mese di aprile del 1906. Tutta Napoli, ammantata sempre
di bellezza, di fiori, di luce, nelle sue marine e nelle alture
che la fanno corona, respirava già l'effluvio della primavera:
le aiuole dei giardinetti, tiepide del riflesso delle marine
specialmente quelle di via Caracciolo, avvolte più che che
altre, in un tepore di vita nuova, si rivestivano, per un
prodigio della natura, di un più soave ammanto floreale. Dal
Vomero scendeva l'aria fresca, ma non fredda delle alture, e
carezzava di un afflato amoroso la brezza che saliva dal mare.
Carlo Battazzi, studente universitario della facoltà di Lettere
e Filosofia, dopo pochi giorni di riposo, trascorsi in famiglia
nella natia Calabria, era ritornato a Napoli per riprendere i
suoi studi e preparare la tesi di laurea. Abitava in una casetta
nei pressi di piazza Carlo III, non lontana dall'albergo dei
poveri, la quale, in quel tempo, era un rione quasi disabitato,
pieno di pozzanghere e poco illuminato: qualche fanale a gas qua
e là, e nulla più. La padrona di casa, una donna sui
sessant'anni, vedova, con un solo figlio, sottufficiale di
artiglieria, gli aveva offerto una cameretta - quella che soleva
occupare il figlio, quando, si recava in licenza - a trenta lire
al mese, con l'obbligo, da parte della locatrice, di cucinarle
un po' di cibo, quando rincasava a mezzogiorno, o anche più
tardi, e mettere in ordine la camera. Si chiamava Gaetanina.
Ritornando, quella mattina, dalla Calabria, il giovane aveva
portato con se un po' di provviste, delle quali si sarebbe
servito per la cena, mentre per l'acquisto di quanto poteva
occorrergli per il pranzo, si sarebbe recato in uno spaccio
vicino, pagando a fine di ogni mese. Entrando in casa, tutto
nero del fumo della locomotiva, prima ancora di lavarsi, aveva
aperto la valigia, e, dopo aver dato alla padrona di casa, in
regalo, un po' di quelle provviste, ripulitosi, era uscito per
provvedersi di quanto gli sarebbe occorso per il pranzo. Nel
pomeriggio, poiché nella notte, durante il viaggio non aveva
dormito affatto, andò a letto per rinfrancarsi del sonno
perduto. Quando si svegliò erano quasi le venti. Prese quel
gruzzoletto, quello datogli dal padre per sbarcare il lunario
sino alla fine del mese, lo contò, lo ricontò, fece il suo
bilancio preventivo e si persuase che, in ogni caso, avrebbe
potuto pure recarsi al teatro due volte, come nei precedenti
mesi. E poiché, in piazza Garibaldi, uscendo dalla stazione
ferroviaria, aveva letto, su di un cartellone murale che si era
riaperto il teatro Nuovo e che, quella sera, si sarebbe esordito
con una commedia di Scarpetta - il celebre D. Felice, allora
ancora vivo - pensò di recarvisi, tanto più che, avendo dormito
profondamente, poteva anche perdere parte di quella nottata, al
teatro. Era, Carlo, un ammiratore di Scarpetta e delle sue
commedie, commedie d'arte - come si usava, allora - impostate su
un ritmo napoletano, con un folklore che faceva vivere e
rivivere, tutta intensa, la vita di quella che era la metropoli
meridionale, della bella Napoli, il simbolo, più che oggi, della
spensieratezza e del brio. - Si - disse a un tratto rivolgendosi
alla Signora Gaetanina - Questa sera si andrà al «Teatro Nuovo»
per ridere con D. Felice. - Lo sà, signor Carlo, quanto e'
accaduto a Scarpetta, quando, pieno di zeppo di danari, volle
comprare un villino? Ma che villino! Avesse visto! Dunque,
dicevo, che su una facciata di esso aveva fatto scrivere: - Qui
rido io! E bene, sapete che avvenne? Che, poi, D. Felice cadde
in bassa fortuna, che gli affari del teatro andarono a male e
dovette vendere il villino. Sapete che ha fatto il nuovo
proprietario? Cassò quella scritta e aggiunse l'altra: Ride bene
chi ride l'ultimo! Che uomo geniale, però, quel D. Felice! E che
uomo di mondo! Non gliene sfugge una! Su quel palco, al teatro,
e' tutta Napoli che parla, dall' Immacolatella a Toledo, al
Vomero! - Lo so, cara Signora Gaetanina - rispose Carlo - Lo so,
ed e' per questo che noi, sentendolo nelle sue commedie,
viviamo, con lui, tutta la vita di Napoli. Voi specialmente, che
siete nata a Napoli, lo sentite più vicino perché e' proprio
nell'anima vostra che Napoli canta tutte le sue passione, i
ravvedimenti, le virtù... Non e' così? - Così e' - Riattaccava
la Signora Gaetanina - Beato voi che a tetro potete andare
almeno qualche volta al mese! Io mi devo accontentare di
assistere a qualche commedia di Scarpetta quando mio figlio
viene in licenza. Buon figlio, sapete, il mio Gennarino, buon
figlio! Egli, ora, e' sergente maggiore, e'... dove diavolo e'?
Che testa!... Oh! Ecco e' a Udine, ma presto sarà promosso
maresciallo e... speriamo ch'egli, allora, possa venir qui a
prestar servizio nel nostro distretto... Sapete?... quella
caserma a Foria, a due passi da qui - la caserma Garibaldi.
Allora speriamo che non sia solo... Eh! non sarà solo... perché
gli sto preparando una bella mogliettina, proprio bella: non va
a balli, come tante altre, come quella... che abita di rimpetto
- e strizzò l'occhi ammiccando - una giovane che vive modesta
e... poi - che dico? - E' davvero di una bellezza rara, ecco! Se
la vedeste! Ma no, non ve la voglio presentare, abita in questi
paraggi, coi genitori. E ha anche, da parte, un discreto
gruzzoletto, più di dieci mila lire, dicono. Non c'e' male...
No, non ve la presento. Voi giovani fate sempre i cascamorti, e
potrete lasciare mio figlio a bocca asciutta, proprio non vi
affiderei una cagnetta... ridete? E' così, proprio così, signor
Carlo. Voi tutti sembrate buoni, insensibili, ma... eccoti una
femmina, e diventate subito irrequieti... si scrivono, sapete? E
come sono profumate quelle lettere! Che credete voi? Che venendo
qui lui, in licenza, e, andando a casa dell'amorosa, si bacino?
Ma, neppur per sogno! Queste cose non si devono fare e... non si
fanno! E ancora ridete? Volete prendermi in giro? Vi dico la
verità, la santa verità: non li ho mai visti, quei due giovani,
baciucchiarsi; mai!... Oh, come sarò contenta di averli in casa,
entrambi, con me! - Con voi? - disse Carlo, sbarrando gli occhi
- Con voi? Poveretti!... - Che cosa dite?... - Niente, pensavo
ad altro... - Sono già le venti; e' tardi, riprese la signora.
Se credete, fate un po' di cena, e, se volete andare a teatro
per le ventuno, affrettatevi. Il teatro Nuovo - lo sapete - e'
un po' lontanuccio da qui... Carlo Battazzi sedette al suo
modestissimo desco, mangiò. Sapeva egli, che quanto Donna
Gaetanina diceva sul conto del figliuolo non era affatto vero:
sapeva, invece, che quando i due fidanzati si appartavano dagli
occhi indiscreti di lei, o quando, di sera, uscivano a passeggio
e si attardavano nei giardinetti di Foria e, al chiaro di luna,
si sedevano, ebri di amore, fra il verde e i fiori, allora non
finivano di carezzarsi e di baciarsi. Questo lo sapeva Donna
Gaetanina, o almeno, lo pensava, ed e' perciò, che certi tasti
non doveva toccarli. Ma, che volete?... Le donne, specialmente
le meridionali, parlano molto e, spesso, anche a sproposito...
Quando ebbe finito di cenare, Carlo si alzò, mentre ella
continuava a parlare, e fece atto di andarsene. - Buonanotte,
signora - disse, prendo la chiave dell'uscio. Domani vi
racconterò la trama della commedia e vi spiegherò che cosa
sogliono fare i fidanzati quando la mamma va in cucina o rifà il
letto nella camera accanto... o quando sono a passeggio... soli.
E sorridendo si allontanò. Anche Donna Gaetanina sorrise e
avrebbe continuato a parlare ancora, ma Carlo non le diede il
tempo e uscì. Benché la piazza fosse poco illuminata, c'era
ancora gente che la teneva desta. Egli risalì Foria sino alla
caserma Garibaldi, lì incontrò un tram a cavalli - allora la
corsa costava due soldi e v'erano i tramvai a cavallo - vi salì
e fu' in via Roma, oltre piazza della Carità, da lì, imboccando
una traversa, in pochi minuti, fu' al tetro Nuovo che già erano
le ventuno, ora stabilita per l'ingresso al teatro. Quando uscì
era già passata la mezzanotte: i tramvai erano rientrati al
deposito e, se non si voleva tornare a casa a piedi, bisognava
noleggiare una carrozzella fra le poche che ancora circolavano,
a doppia tariffa. Le sue scarse risorse non gli potevano
permettere tanto lusso, e si avviò a piedi... Il cielo si era
fatto scuro e, per di più, si sentivano dei brontolii che
potevano rassomigliare a quelli che si sogliono udire, di
inverno, quando e' prossima a cadere la neve. In oltre si
accorse che, camminando, sentiva sotto le suole delle scarpe
qualcosa di morbido, di farinoso. Qualcuno di quelli che
uscivano dal teatro si piegava sino al selciato per osservare di
che si trattasse: lui fece lo stesso. Non v'era dubbio: la
strada era tutta cosparsa di una polvere grigia, che attutiva il
rumore dei passi. Più tardi si videro cadere dei fiocchi... non
poteva essere neve; s'era d'aprile e non faceva affatto freddo,
anzi v'era nell'aria un afa sciroccale, quasi insolita a Napoli.
I tuoni, i soliti brontolii, intanto erano più frequenti...
Quando fu al largo, volgendo lo sguardo, inavvertitamente, verso
il Vesuvio, vide la sua cima tutta avvolta in una nuvola di
fuoco, come sogliono vedersi, d'estate, i campi delle ristoppie,
cui il contadino appicca il fuoco prima dell'aratura; e, più in
alto, oltre il cratere, nell'azzurro cupo della notte,
rischiarato, da un debole chiarore lunare, una colonna di fumo
nero con riflesse di fuoco in basso e sui fianchi del monte,
cinereo in alto, come se avvampasse un incendio. Carlo dovette
porsi un fazzoletto tra la bocca e il naso: la pioggia di cenere
si rendeva sempre più fitta e pesante, l'aria era quasi
irrespirabile. Talora cadevano anche dei lapilli ed egli non
aveva neanche l'ombrello per ripararsi, così come facevano altri
passanti. Quando fu in piazza Dante, per giungere più presto a
casa, imboccò delle stradette quasi deserte, illuminate soltanto
con pochi fanali a gas. Camminava in fretta, perché quella
cenere lo infastidiva, gli mozzava il respiro, e voleva
rincasare al più presto. Ma a un tratto si fermò. Da un angolo
buio della strada gli parve venissero dei fiochi lamenti. Si
fermò, stette in ascolto, guardò attentamente: qualcosa si
muoveva nell'ombra di quell'angolo, d'onde sembrava venissero i
lamenti. A Napoli, in quei tempi, era possibile - di notte
specialmente - che un mariuolo o una manata di scugnizzi
ordissero qualche trama o che uno di essi male intenzionato,
facesse da palo ai malandrini. I lamenti si ripeterono. Che cosa
fare? Carlo ruppe ogni indugio e si avvicinò. In fondo alla via,
in un angolo avvolto nell'ombra, attraverso i riflessi di un
lampione, che mandava una luce scialba e sonnolenta, era un
portone cui si accedeva per alcuni gradini. Li sovrastava una
larga terrazza, sorretta da quattro pilastri, che proiettavano
un'ombra più cupa tutto intorno. Attraverso quell'ombra, Carlo
intravide che qualcuno si muoveva. Quando i lamenti si
ripeterono, più prolungati, più insistenti, Carlo gridò: - Che
cosa avete?... che volete? Gli fu risposto con altri lamenti,
quasi gemiti, seguiti da balbettii, che avrebbero voluto
chiedere aiuto. Carlo si avvicinò, dapprima con sospetto, poi,
avendo compreso che qualcosa di grave era per accadere, affrettò
il passo, fu sotto la terrazza. Nell'ombra fitta nulla
s'intravedeva, ma s'intesero ancora altri lamenti, questa volta
più supplichevoli. Guadagnò i pochi scalini, annaspò nell'ombra,
toccò, capì che un corpo umano era riverso su di essi... sfregò
un fiammifero: era un giovinetto sui quindici o sedici anni. Gli
occhi, dapprima chiusi, si apersero. Volevano dir qualcosa;
infatti guardarono tremolanti Carlo e... dissero tutto! Che cosa
fare? La strada era deserta a quell'ora, né si sentiva alcun
rumore, vicino o lontano, di qualche carrozzella notturna. Carlo
poteva contare ventiquattro o venticinque anni: alto, robusto,
di quella robustezza non rara tra i giovani calabresi, era stato
arruolato tra i bersaglieri e aveva posticipato il servizio
militare sino a ventisei anni per compiere gli studi
universitari. Aveva la forza di un Ercole e, spesso, da solo,
rimuoveva la suppellettile più pesante della casa. Non stette a
pensarci due volte. Afferrò il ragazzo sotto le ascelle con le
sue larghe e poderose mani - tanto larghe da abbracciare quasi
completamente il dorso - e se lo caricò su le spalle. Non sapeva
neanche lui dove dovesse andare... Attraversò a saltelloni varie
strade e fu presto a Foria, di fronte ai giardinetti. All'angolo
di Via Duomo v'era, allora, un bar, i cui camerieri, a
quell'ora, calavano le saracinesche. Si avvicinò ad esso con
quel carico, entrò e lo depose su di un divano... Pallido di un
pallore cadaverico, la bocca semi aperta... il poveretto
respirava con un tremito nella gola, rassomigliante al respiro
affannoso di un moribondo... I camerieri si spaventarono,
credettero a qualcosa di più grave, a un delitto forse, e si
avvicinarono, sgranando gli occhi. Non era morto; era un povero
ammalato che aveva bisogno di essere, prima di tutto,
rifocillato. - Due tazze di caffè - gridò Carlo, e quelli
attaccarono le macchine. Glielo avvicinarono alle labbra smunte,
quasi livide. Il ragazzo, prima riluttante, sorbì lentamente il
caffè e parve subito rianimarsi. - C'è, qui vicino, una farmacia
notturna - osservò uno dei camerieri, e senza attendere
l'approvazione degli altri, saltò fuori e, dopo poco, ritornò
con un giovane che aveva in mano qualcosa. Gli fu praticata una
iniezione di canfora... Dopo pochi minuti, che parvero secoli,
il ragazzo respirò profondamente, aprì interamente gli occhi,
aprì anche le labbra, forse per dir qualcosa, ma non poté... Si
attese... Ma ecco un rumore di carrozza, che scendeva dai
portici della Galleria V. Emanuele. Carlo fu su l'uscio: era una
carrozza vuota, che si avviava forse verso la rimessa. La fermò,
raccontò al cocchiere quanto era avvenuto. - Qual è il prezzo? -
domandò Carlo. - Ma, via, salite... Attendete: bisognerà far
salire prima l'ammalato - rispose il cocchiere. E saltò giù da
serpa. Caricarono il giovane sul sedile interno della
carrozza... Carlo, come ricordando qualcosa, tornò nel bar. -
Sono uno studente - disse - non posso pagarvi per quanto
meritate e per quanto merita il farmacista... - e cacciò la mano
nella tasca del panciotto, dove era solito tenere in serbo pochi
soldi. Ma quelli: - Via! Abbiamo compiuto tutti un'opera di
carità cristiana - risposero. La carrozza si mosse. - Dove? -
domandò il cocchiere, mentre saliva in serpa accanto a lui. -
Piazza Carlo III, numero 14. Quando furono all'uscio di casa,
Carlo, aprendolo, dal fondo della scala gridò: - Donna Gaetanina,
Donna Gaetanina, presto; ho bisogno di voi! - Vengo - rispose la
vecchia, con un vocione rauco, sonnolento - vengo subito! E,
infatti dopo poco, eccola sul pianerottolo della scala non
ancora completamente vestita. - Che c'è - gridò la donna,
presaga di qualcosa di più grave - Misericordia che c'è? Gesù e
Maria, ma ch'è successo? San Gennaro mio, aiutateci voi. E scese
le scale a precipizio, attaccandosi alla ringhiera per non
cadere, tanto si sentiva venir meno. - San Gennaro mio, Madonna
Santa di Pompei, Madonna dell'Arco aiutateci voi - andava
ripetendo, piagnucolando. Che c'è, professore - gridò poi
rivolgendosi a Carlo. - Niente parole, signora mia - rispose lo
studente - vedete: è un giovanotto... è ammalato... - Ma... non
abbiamo letti, noi, lo sapete. E poi, un giovanotto che non
conosciamo neanche... Bisogna portarlo all' ospedale... Non era,
poi, molto lontano da Foria... l'ospedale degli Incurabili ! -
Per questa notte, signora, occuperà il mio letto e lo
veglierò... io! Ha bisogno d'essere vegliato. Voi siete
religiosa, potete insegnarmi che l'amore del prossimo e' il
fondamento del cristianesimo. E noi siamo cristiani, non è
vero?... Cristiani nei fatti. - Certo, siamo cristiani, avete
ragione, siamo cristiani, e il Signore valuterà le nostre
azioni. Un chicco di grano, benedetto da Lui, ne produrrà
cinquanta, cento... - Bravo, signora, così è. Domani si vedrà il
da farsi. Il Signore ci darà consiglio. - Sicuro, si vedrà, si
dovrà pur vedere, io son povera... Ma... ma se Dio ci liberi! (e
disse ciò a bassa voce) dovesse morire nella notte? In casa mia,
morti? Dovrei sloggiare domani; no, a casa mia no! Il Signore
non vuole questo... E, poi, io son povera e neanche voi, signor
Carlo, siete ricco, lo so io: domani, sicuro, domani si dovrà
vedere il da farsi. Siamo cristiani, sì, ma il Signore non vuole
il nostro danno. Speriamo che stanotte non succeda nulla!...
Deposero quel corpo sul letto di Carlo. E, intanto, poiché dal
pasto di mezzogiorno, era rimasto un po' di brodo, lo riscaldò e
lo si diede a bere... Il ragazzo, confortato ancora da quella
bevanda, si rianimò ancora, e, dopo qualche ora, poté sorbire
anche un po' di latte, che sarebbe servito a Carlo per
l'indomani,... Poi parlò. - Mi chiamo Ludovico Menici e sono
calabrese. Mio padre emigrò in Argentina quando io ero ancora in
fasce, e lì fu impiegato, come agricoltore, in una Azienda molto
lontana dai centri urbani, con un salario proprio misero. In
ogni modo, quanto gli davano poteva bastare per lui e - perché
no? - anche per la famiglia, giacché mia madre, ancora giovane,
sapeva arrangiarsi in tutte le maniere. Quando volle cambiare
masseria avemmo, sì, il suo nuovo indirizzo, ma alle nostre
lettere, non rispose più. Sono già passati quindici anni, da
allora!... Come avremmo potuto vivere senza un aiuto? Non vi
racconto gli stenti, le privazioni! Ci mancava tutto. A dodici
anni aiutavo la mamma nei lavori, e, quando arrivava la corriera
o i1 treno, io ero sempre lì per aiutare i viaggiatori a portare
i bagagli. Era impossibile continuare a vivere così; e allora la
mamma decise di mettersi a servire in qualche buona famiglia,
anche lontano dalla residenza, e mandare me provvisoriamente a
garzone in un bar, in un negozio, dovunque avessi potuto vivere
col mio lavoro... Pensavamo che il salario della mamma potesse
bastarci per vestirci almeno, giacché, tanto io che lei avremmo
accettato di servire solo a patto che ci somministrassero anche
il cibo. Non fu così: il salario delle domestiche in Calabria è
proprio misero, e quindi, proprio insufficiente per noi. E
allora l'anno scorso mia madre prese il coraggio a due mani e
decise di partire alla volta di Napoli e lasciare me a garzone
presso un mandriano del luogo,il quale, oltre alle spese
cibarie, avrebbe dovuto vestirmi, darmi le scarpe, la
biancheria... E la povera mamma partì. Ricordo le sue lacrime:
quanto soffrimmo entrambi nel momento del distacco! Trovò da
servire qui vicino, a Secondigliano, dove percepisce venti lire
al mese. Ne mandava a me dieci per quanto potesse occorrermi:
una leccornia, un piccolo divertimento nelle giornate di festa,
un bisogno qualsiasi... Qualche volta - col permesso della
padrona la mamma veniva anche a trovarmi e rimaneva due o tre
giorni con me, durante i quali, rendendosi conto del trattamento
del quale dovevo accontentarmi, soffriva non poco per me, e
tornava al suo lavoro piangendo. Infatti, io soffrivo molto
davvero, ma sopportavo tutto in silenzio: non volevo che la
mamma, conoscendo le angherie, i soprusi, le privazioni alle
quali ero soggetto, dovesse soffrire un rammarico maggiore di
quello che la lontananza da me le faceva già soffrire. La povera
mamma, venendo a trovarmi, diceva che mi ero fatto grande, sì,
ma che m'ero anche fatto magro, pallido, e che certamente
soffrivo. Forse il cibo insufficiente, il lavoro eccessivo per
la mie età... lo negavo: dicevo che non mi mancava nulla, che
stavo benissimo... E, invece, non solo non mi nutrivo perché il
cibo era scarso e, quasi sempre, poco condito, ma, d'inverno,
soffrivo anche il freddo per via che avevo un solo vestito,
sgualcito sempre, spesso sbrindellato, perché nessuno me lo
rattoppava e... perché... anche perché i miei vestiti e la mia
biancheria - una sola camicia e un solo paio di mutande - erano
sempre fra quelli smessi dal massaro o da qualcuno dei figli
grandi, raccorciati alla meglio o rattoppati dalla moglie.
Sicché quando, per il sudiciume, dovevano essere risciacquati,
dovevo spesso aspettare che asciugassero, seduto alla vampa del
focolare e indossarli talora quando non erano completamente
asciutti. Da qui tossi, raffreddori, influenze, che nessuno mi
curava.... L'altro giorno non ne potei più: il massaro, che
soleva talora anche darmi delle busse, mi picchiò tanto forte e
mi rivolse così brutte parolacce da offendere anche la mamma,
che durante la notte feci alfine la grande risoluzione. Dormivo
nella stalla. Quando fui sicuro che anche gli altri dormivano,
mi alzai, presi quel po' di denari che soleva mandarmi la mamma,
e che non avrei avuto mai occasioni di spendere, mi misi in
tasca un tozzo di pane, uscii alla chetichella (guai se il
massaro mi avesse preso in fallo! Sarei morto sotto le sue
scudisciate) imboccai la via maestra attraverso il bosco e fui
alla stazione ferroviaria che albeggiava. Allo sportello chiesi
un biglietto per Secondigliano, spiegando ch'è una cittadina nei
pressi di Napoli. Il funzionario sorrise: - Mio caro figliuolo -
disse - a Secondigliano non potrai recarti direttamente. Ti darò
un biglietto per Napoli. Qui chiederai informazioni da qualche
vigile, che ti avvierà verso Porta Capuana, poco lontana, e da
Porta Capuana con un tranvai, dopo circa venti minuti, sarai a
Secondigliano. Mi parve di capire, ma, ripensandoci, mi accorsi
che non avevo capito nulla. Il Signore mi avrebbe provveduto per
via come... già mi aveva provveduto sino a quel momento. Partii
con un accelerato e fui qui ieri sera ch'era già notte. Il
vocio, il frastuono dei viaggiatori mi stordirono. Domandai a
qualcuno quello che avrei dovuto fare per continuare il viaggio.
Mi dissero tante cose, ma io non capii nulla. Erano già le
ventidue, non sapevo che cosa fare. A chi avrei dovuto
rivolgermi? Un vecchietto ch'era stato mio compagno di viaggio
da Paola Paola, capite?... il paese di San Francesco, mi
rincuorò, mi mostrò la sala d'aspetto, mi disse: - Rimani qui
fino a domani, poi qualcuno ti avvierà... E rotavo per seguire
il suo consiglio, quando un altro mi disse: - Senti, figliuolo,
vieni con me. Mi sembrava fosse un buon giovane, caritatevole, e
acconsentii. Camminammo, camminammo insieme un bel po'... Io non
ne potevo più: dalla mattina non avevo mangiato che quel tozzo
di pane. Non ne potevo più, credetemi... Chiesi al mio compagno
di riposarmi su alcuni scalini protetti da una terrazza forse là
dove mi raccoglieste, privo di sensi. E, infatti, mi sedetti,
forse mi sdraiai... Poi non capii più nulla. A questo punto del
suo racconto il povero ragazzo, stracco morto per la fatica e
per le emozioni di quanto aveva raccontato e sofferto, piegava
il capo e richiudeva gli occhi. - Vuoi dormire? - domandò la
signora, che certamente voleva ritornare presto a letto. Il
ragazzo non rispose. - E' bene che riposi, povero ragazzo -
disse Carlo - lasciamolo riposare. Egli si sdraiò su un vecchio
divano; la signora Gaetanina in camera sua per ricoricarsi.
Erano passate più di due ore e Carlo non trovava modo di
assopirsi almeno per un quarto d'ora. Ludovico smaniava,
smaniava; talora anche singhiozzava con un singhiozzo lento,
stanco che gli moriva nella strozza. Allora Carlo si alzava, gli
passava la mano sulla fronte, lo carezzava, gli rivolgeva tante
affettuose parole. - Domani sarà mia cura avviarti a
Secondigliano: e' a pochi chilometri da qui, rivedrai la
mamma... Riposa, caro... Verso le otto, era già giorno da un
pezzo, si accertò che il ragazzo finalmente dormiva, né lo
disturbavano i rumori che la signora faceva nella stanza attigua
per riassettare la casa: il poveretto, stremato di forze,
digiuno da due giorni, ora dormiva sodo. Carlo, in punta di
piedi usci, si recò in un bar vicino dove sapeva che si faceva
uso del telefono e chiamò, a Secondigliano, i signori dove
sapeva che lavorava la mamma di Ludovico. Gli risposero che
pochi giorni prima, sembrandole misero il salario assegnatole,
s'era licenziata e s'era recata a Napoli in cerca di lavoro. Non
sapevano altro. Tornando a casa Carlo a passo lento, come chi
pensa e ripensa, non sapeva più a qual partito appigliarsi,
vedeva ad un tratto, distrutti i progetti per ridare presto la
mamma a quel povero figliuolo. Passando dinanzi ad una latteria
comprò un po' di latte e quanto gli sarebbe occorso per un po'
di cibo a mezzogiorno. Ancora il suo gruzzoletto era efficiente:
in seguito, qualche Santo l'avrebbe provveduto... Bisognava
rivolgersi alla Questura: non c'era altro da fare. E neanche
questa avrebbe potuto dargli subito qualche notizia, giacché
solo da pochi giorni la donna aveva cambiato residenza. Che
fare? Dire a Ludovico una bugia, non c'era altro da fare: dirgli
che, prima di andare a Secondigliano era necessario,
indispensabile che si rifocillasse, che si rimettesse, che...
stesse bene; e che d'altronde, al suo mantenimento, a Napoli,
avrebbe pensato lui, Carlo. Già aveva comunicato a Ludovico che
anche lui era calabrese, che non l'avrebbe mai abbandonato. Il
sentire una voce amica, e, più che altro, il suo dialetto, lo
aveva rinfrancato non poco: gli sembrava di essere a casa sua. E
un'altra cosa avrebbe potuto aggiungergli Carlo: che la via per
Secondigliano, a causa dell'eruzione del Vesuvio, era
interrotta, perché ingombra di cenere ed altri ciottoli simili a
zavorra, che in nessun modo la strada poteva essere transitata,
che anche i tranvai avevano sospeso le loro corse, che non si
poteva passare neanche coi soliti sciarabanchi napoletani. Tutto
questo, in parte, era vero, si che fu facile persuadere Ludovico
che bisognava attendere. Quando Ludovico si svegliò, sorbì
volentieri un po' di latte, credette ciecamente alle parole di
Carlo, perche profferite con accento fraterno, e si accontentò
di aspettare che l'eruzione del Vesuvio si calmasse. E intanto
Carlo si diede da fare in Questura, in attesa che essa chiedesse
le più ampie informazioni. Oltre che da un senso di giustizia,
tutti si sentivano spinti da un senso di umanità, di carità
anzi, di cui tutti i calabresi si sentono animati, specialmente
quando ci si rivede lontani da casa, in condizioni di bisogno.
Anche la signora Gaetanina si mostrava più umana, quasi
caritatevole. Ritornato a casa, seduto allo scrittoio con i
gomiti sul banco e la testa fra le mani, andava almanaccando che
cosa, frattanto, si potesse fare, giacché per le sue molto
discrete condizioni finanziarie, non poteva protrarre, ancora
per molto tempo, quello stato di cose: e anche perché non aveva
l'animo di consegnare alla Questura quel povero ragazzo,
lasciando che se la sbrigassero gli uffici competenti: gli
sarebbe sembrata, questa, una risoluzione molto semplicista del
problema e, direi quasi, egoistica. Lo dominava un profondo
sentimento religioso, quel sentimento che, sin da bambino, gli
avevano ispirato i genitori, alieni da forme convenzionali o da
fariseismo. A qualunque costo quel povero ragazzo avrebbe dovuto
essere aiutato; consegnarlo alla questura, così, senza cercare
ogni mezzo di aiuto per lui, sarebbe stato non degno di un
cristiano. In questura gli avevano assicurato che non sarebbe
stato difficile rintracciare la donna, ma che qualche tempo era
pur necessario... . Mentre Carlo andava annaspando per trovare
una qualche risoluzione a questo suo problema morale, la padrona
di casa gli si parò davanti, le mani ai fianchi, guardando lo
come chi volesse dir qualcosa e intendesse essere ascoltata. -
Ebbene, che c'è, signora? - disse Carlo, dopo averla guardata
anche lui, come chi chieda una risposta. - Mi viene in mente
qualcosa che pure devo dirvi... Lo so, sono una sciocca, ma
talora anche i consigli degli scemi sono da prendersi in
considerazione. Sapete, non lontano da qui, abita un gran
galantuomo, un Conte, dove io stessa, pochi anni or sono,
lavorai, in qualità di cameriera tutto fare. E' un gran medico
che dirige una clinica, della quale è lui stesso il
proprietario. Uno di quelli, sa che in medicina fa proprio dei
miracoli. E' conosciuto in tutta Italia, e forse in tutto il
mondo. Anche voi, certamente, pur non avendone avuto mai
bisogno, lo avrete inteso nominare. Come si chiama? oh, Dio! non
ricordo bene, ma conosco la casa e posso accompagnarvi. E' un
sant'uomo, sapete, uno di quelli che non pensano due volte
quando devono compiere un atto di carità. Della moglie, poi, non
vi dico nulla!... Sentitemi: molte volte gl'ignoranti come me
posson valere più di un addottrinato...Io penso che se ci
presentassimo, io e voi, da lui, forse potremmo ottenere che
questo figliuolo fosse assunto, per ora, come inserviente nella
clinica. Un lavoro da poco. Poi... da una cosa nasce cosa, e
potrebbe, in seguito, rimanere anche come infermiere. Il suo
avvenire potrebbe così essere scontato a metà, e noi... Voi mi
capite, signor Carlo: non si può tenere a lungo questo ragazzo
qui... Il vostro borsellino, prima di tutto, è sempre molto
scarso. Anzi penso che se in questo mese vostro padre non
soccorrerà con un supplemento, si andrà molto male. Parlo per il
vostro bene, io. Lo sapete: quando nulla mi porterete in casa,
io nulla vi potrò cucinare... e inoltre ricordatevi che a fine
mese esigo la mia paga: eh! signor mio, in ciò, s'intende, non
si discute. E poi, scusate, un'altra osservazione,
un'osservazione d'una donna sciocca, sapete che io sono
obbligata soltanto verso di voi... Capisco, si, che quanto fate
voi e quanto potrò fare io, è un'opera di carità, ma... fino a
un certo punto. Anche io vivo delle carità di quelli che
vogliono sovvenirmi e di quanto mi manda mensilmente quel bravo
ragazzo di mio figlio. Guai se mi venisse meno il suo aiuto!...
Carlo aveva ascoltato quella donna con molto interesse. I suoi
consigli, dati con. intenzione, avrebbero potuto certo giovare
non poco, e, per quanto riguardava i suoi interessi di
locatrice, non era da meravigliarsene ch'ella battesse sempre su
un chiodo. Capisco - disse Carlo quando ella mostrò di aver
finito di parlare - capisco, signora, voi sarete ricompensate,
e, per quanto riguarda il nostro Calabresino, accetto il vostro
assennato consiglio: si andrà al più presto dal signor Conte.
Quando, signora? - Stasera. Lo troveremo certo a casa, dalle
sette in poi. In ogni modo, è bene farci precedere da una
telefonata. Non se lo fece ripetere due volte, Carlo. In due
salti fu di nuovo nel vicino bar. Lì seppe il nome
dell''illustre clinico e il numero del telefono. Sarebbe
rincasato, la sera, alle ore venti. A quest'ora - era già notte
da un pezzo - Carlo e la signora Gaetanina si avviarono verso la
casa del dottore. Su la strada si accorgono che la pioggia di
cenere continua ancora: è necessario aprire gli ombrelli, e
turarsi, col fazzoletto, bocca e narici. Camminavano senza
parlare. Per le strade pochissima gente. A un tratto la signora
ha un'esclamazione rabbiosa: «Mannaggia l'anima di chi t'ha
muortu»! - Che c'è, signora? - le chiede Carlo. - «No 'u viriti?»
- Un lapillo, grosso quanto un ciottolo di breccia stradale,
cadendo, gli aveva forato la stoffa dell'ombrello, su cui si
vedeva uno squarcio non indifferente. - Pure questo ci voleva -
brontolava la signora fra i denti - pure questo... Tre lire per
comprare un nuovo ombrello! Tre lire, capite? - Non pensateci,
signora - diceva Carlo per rinfrancarla - non pensateci; anche
di questo danno sarete ricompensata... E' vero, io ho pochi
quattrini, ma... vi prometto che sarete ricompensata. E
ripresero il cammino, mentre, si ripetevano in lontananza i
rantoli e i brontolii del Vesuvio. In breve furono alla casa del
dottore. Dopo brevi convenevoli con la Contessa, che ricordava
bene la vecchia Gaetanina sin da quando era in quella casa come
cameriera, si venne al sodo. Ludovico sarebbe stato assunto
l'indomani, per ora almeno, come inserviente nella clinica
diretta dal marito; in seguito, quando, cioè, si fossero
conosciute le sue possibilità lavorative si sarebbe potuto
provvedere diversamente. Frattanto la questura avrebbe
provveduto alla ricerca della mamma. E l'indomani, prima delle
nove ,Carlo e Gaetanina erano in clinica, presso l'Ufficio
dell'Economo, cui già il Conte aveva raccomandato l'assunzione
quale inserviente, del giovinetto calabrese, che si accompagnava
con loro. - Attenzione e pulizia! - gli disse con un certo
sussiego l'economo, squadrandolo. Sarai, per ora, adibito alla
pulizia delle scale; in seguito vedremo. E gli furono consegnati
scopa e strofinacci, gli furono assegnate le scale da scopare e
da lavare e gli furono mostrate le fontanine dove avrebbe
attinto l'acqua per la lavatura. E Ludovico si mise all'opera.
Lavorava di malavoglia: il suo pensiero era fisso alla mamma, al
massaro, da cui era fuggito, di notte, alle privazioni sofferte,
dalle quali finalmente s'era liberato. - Perché non si va dalla
mamma? - pensava. E guardava spesso verso il Vesuvio per
accertarsi se mai venisse a cessare l'eruzione. Esso continuava
a vomitare sempre fuoco, lava, cenere, lapilli: da San Giuseppe
Vesuviano e dagli altri paesi, siti alle pendici del Vulcano,
tutti gli abitanti avevano sloggiato. Anche da Napoli molte
famiglie erano andate via: ad Aversa, a Sessa, ad Afragola...
Bisognava attendere - così pensava Ludovico - assolutamente
attendere che quel diluvio diminuisse, che cessasse. Era venuta
notizia ch'era sprofondato il tetto del mercato di Monte
Oliveto, ch'erano sprofondati vari tetti, ch' erano sprofondati
anche parecchi impiantiti di balconi e di terrazze. Oramai
Napoli, quella città ch'era sembrata sempre ebra di vita,- era
diventata una città morta. Poche erano le famiglie rimaste in
città: quelle che non ne avevano i mezzi e quelle che non
avevano altrove parenti e amici intimi che le ospitassero.
Dinanzi a tutti i tabernacoli eretti come si costuma a Napoli,
sui crocicchi delle vie, specialmente dinanzi a quelli dedicati
al Patrono S. Gennaro, erano accesi lampade e ceri, e in molti
rioni si vedevano anche processioni di donne e uomini
salmodianti, dietro una Croce o un quadro di Santi. I bambini
piangevano. Ludovico, ignaro di tutto questo trambusto, ora
lavorava con lena, sempre obbediente, sempre attento, ma con
l'animo sempre teso verso il giorno in cui, cessata, o almeno
diminuita, l'eruzione del Vesuvio, e sgombra, infine, la via,
egli potesse recarsi a Secondigliano per ricongiungersi alla
mamma. La questura, intanto, lavorava sodo nella ricerca della
donna, ma ancora non era venuta a capo di nulla. Ed erano già
trascorsi tre giorni da quando Carlo aveva denunziato quanto era
accaduto.
L'alba del quarto giorno fu più triste delle altre. Una
nuvolaglia nera, diffusa, e ancor più pesante, copriva il cielo
e l'orizzonte intorno al Vesuvio, e, dai suoi fianchi, scendeva
un canale di lava incandescente, mentre del Monte Somma
s'intravedevano solo i fianchi, avvolti in una nuvolaglia. I
tranvai non cigolavano affatto sui binari ammantati di cenere,
nemmeno quelli che, partendo da Porta Capuana, andavano verso
Aversa, passando da Secondigliano, da S. Antimo e da tanti altri
paesi. Questa volta i fiocchi di cenere erano frammisti alla
pioggia, sì che le vetrate delle finestre e dei negozi - quei
pochi che sfidando un probabile pericolo, rimanevano aperti si
vedevano imbrattate come da uno strato di calce liquida. Qualche
raro passante camminava nel centro della strada per evitare la
caduta di cornicioni, di tegole. di balaustre, come era avvenuto
nei giorni precedenti. Dai paesi vesuviani venivano ancora
notizie più gravi: tutti ormai s'erano spopolati e i cittadini
fuggivano a piedi o su calessini, sfidando la bufera di cenere e
lapilli, verso luoghi più sicuri. Ludovico, nei momenti in cui
il lavoro sostava, guardando l'orizzonte e spingendo lo sguardo
nelle strade, sospirava: ora a Secondigliano non si poteva
andare davvero... C'era stata, è vero, qualche breve schiarita,
ma la pioggia di cenere con lapilli, non era cessata mai. La
sera calò presto, prima del solito, giacché il cielo s'era
abbuiato ancor di più per la cortina di cenere più spessa che
velava l'azzurro. Ludovico, quindi, consumato un po' di cena,
sempre triste, ma mai distratto dal lavoro che gli era stato
assegnato e di cui, anzi, si compiaceva, andò a letto,
confortato sempre dalla speranza che la nuova alba gli fosse
apportatrice di liete notizie. Dormì, sognò la mamma, il suo
paesello ai margini del bosco, il suo padrone, ed ebbe paura di
quella sua vita seminata di spine e di travagli. Forse ancora
non erano trascorse due ore, quando il ragazzo fu svegliato di
soprassalto. Un vocio trattenuto, un calpestio; poi di nuovo
silenzio e la voce profonda del medico di guardia: - Portatela
al letto N. 6 di questa corsia, vengo subito. Tornò il silenzio,
un silenzio penoso per il povero Ludovico, che non sapeva che
cosa potesse essere avvenuto. Certo la richiesta di un pronto
soccorso per un accidente, per un infortunio... Chi era quel
poveretto, che in quella triste nottata, trovandosi fuori,
chiedeva l'aiuto sollecito, pressante di un medico, di un
chirurgo? Il ragazzo tremava, non per sé, ma per il povero
infortunato, del quale, per altro, non si udiva alcun lamento.
Che fosse un moribondo? Avrebbe voluto alzarsi, vedere, ma a che
pro? Quale aiuto avrebbe potuto apportar lui, semplice
inserviente, ignorante di tutto, e specialmente di quanto si
potesse fare in frangenti simili ? Non era passata mezz'ora ed
ecco alcuni passi pesanti, ma solleciti che si andavano man mano
avvicinando: era sempre il medico di guardia, ma, questa volta,
con la sua capo-sala. S'intese una voce dalla corsia vicina,
sempre quella del medico - Non presenta ferite esterne, il
respiro, è vero, è alquanto affannoso, ma ciò dipende certo
dallo choc di cui l'infortunata è ancora succube. Non credo vi
sia nulla da impensierire. Lasciatela in stato d'immobilità, in
posizione supina. Credo ch'ella, già in preda allo spavento,
provocato dalla caduta della balaustra, dalla quale i vigili
l'hanno tratta, sia, ora in preda ad un attacco di cardiopalmo
nervoso. Presto si risolverà. Domani faremo osservazioni più
sicure, più precise. Ed intanto continuava a tastarle il polso:
quindi, dopo essersi piegato per sentire anche le pulsazioni del
cuore aggiunse: - Per ora è sufficiente l'iniezione praticata -
fra un'ora, se occorrerà, la ripeterete. Intanto si comunichi
ogni cosa alla questura, alla quale certamente i vigili avranno
presentato il loro verbale. Non si sa mai che cosa possa
avvenire. Albeggiava quando alla portineria della clinica si
presentavano una guardia di Pubblica Sicurezza e un giovane
signore: era, questi, Carlo, che, avvertito dalla questura, si
recava con un vigile alla clinica per constatare, con lui, se
quella donna, per caso, fosse la mamma di Ludovico. Entrarono in
corsia col medico di guardia e l'infermiera: la donna aveva
ripreso i sensi, muoveva le labbra, ma era addirittura afona.
Capì il dottore che tale afonia potesse dipendere dal fatto che
la donna, avendo perso i sensi, era rimasta con la bocca aperta
e che, perciò, aveva potuto anche ingoiare della cenere. Le fece
perciò somministrare un po' di aranciata che ella bevve, a sorsi
lunghi, con molto gusto, mostrando, così, di sentirsi meglio: la
bevanda le aveva lavato l'esofago, sì che le sue parole
cominciavano ad avere una tonalità. Seguirono alcune brevi
domande, alle quali la donna rispose con voce bassa, quasi
lamentevole: mostrava di soffrire molto e nel corpo e
nell'anima. Capì, il dottore, che bisognava, oltre il fisico,
sollevare quell'anima, sopraffatta sicuramente da tante
sofferenze, dare ad essa il senso di una nuova vita. Vi fu un
momento molto emozionante: la donna guardava il medico, quasi
volesse domandargli qualcosa, e questi, alla sua volta, guardava
con insistenza, la donna, quasi avesse voluto scrutare da quegli
occhi i moti dolorosi dell' anima per lenirne le sofferenze. Poi
ella, non potendo forse più contenere la piena dei ricordi e
delle ambasce, richiuse gli occhi, che si riempirono di lacrime,
singhiozzò, pianse... - « Figghiu, figghiu miu»! - gridò con uno
sforzo che esprimeva l'ansia e nella voce e nell'anima. - Il mio
dialetto! - gridò anche il medico. - E' una calabrese questa
donna! Dimmi: - Come ti chiami? Non rispose la donna, riaprì gli
occhi soffocando un singhiozzo. Affannava... Era un affanno che
saliva dal petto, ma le moriva in gola... - San Franciscu de
Paula, pe' carità, guardalu Tu!". E, dopo un po' di pausa,
continuò nel suo dialetto: - Acqua benedetta dal Santo, cerva
fortunata che Lo accompagnasti nelle Sue orazioni nella grotta
scavata dalle Sue mani benedette... E poi: - Fornace ardente,
vampe benedette, che nemmeno sfioraste il caro agnellino del
Santo, salvate il mio figliuolo, salvatelo, Santo dei
miracoli!... - La poveretta è in preda al delirio. Dinanzi alla
sua mente ammalata passano le visioni dell'Eremo di Paola, e fra
tali immagini è la figura del figlio, forse del suo unico
figlio. Ne sappiamo quanto basta per supporre quali ambasce
struggano il suo cuore di mamma. Poi, rivolgendosi alla suora,
che stringeva fra le sue mani quello dell'ammalata, aggiunse: -
Una canfora, sorella, ha bisogno ancora di una canfora...
Ludovico, intanto, si alzava da letto usciva nel corridoio, si
avvicinava alla porta della corsia, restava lì, in attesa, con
lo sguardo fisso alla pietosa scena che si svolgeva, a quella
donna, avvolta nella penombra della notte, in quella corsia...
consunta dal dolore, forse dall'inedia... Anche lui avrebbe
voluto parlare a quella donna, a quell'infelice, di cui,
inconsapevole, sentiva i dolori, dolorando con lei... Un
presentimento, infatti, un'ansia nuova gli mordeva il cuore:
avrebbe voluto saper qualcosa anche lui, anche lui si sentiva
legato a quella donna, che ancora non aveva neanche vista. Le
espressioni dialettali che la parve di sentire avevano
maggiormente sconvolto il suo animo. - Chi sa - pensava - chi
sa? E non potrebbe essere ella la mamma mia, la povera mamma,
che mi chiede, che mi raccomanda col nostro Santo di Paola?
Rabbrividì. S'intese prendere per mano... Si mosse... Pian
piano, in punta di piedi, si avanzò verso il letto dell'inferma
accanto a cui, questa volta, era, oltre che l'infermiera e il
medico, anche il signor Carlo, il questurino e una seconda
suora, accorsa dal capezzale di un letto vicino verso quella
poveretta, che, pur non mostrando ferite di sorta, era tanto
accasciata, smunta, avvilita. A vederla abbattuta sui guanciali,
con gli occhi sbarrati, senza moto, si sarebbe detto ch'era in
agonia. La suora le praticò l'altra iniezione, già ordinata dal
medico. Dopo pochi momenti, durante i quali nessuno aveva osato
parlare, la donna cominciò a girare intorno gli occhi, posandoli
ora su l'uno ora su l'altro delle persone che l'erano accanto:
essi andavano in cerca di qualcuno che non ravvisava... - «Figghiu
miu, figghiu miu!» - e ricominciò a singhiozzare più forte con
accento più sano, con voce più piena. - Come vi chiamate? -
continuò il medico - dite... su: Come vi chiamate? - Teresa
Monaci - rispose la poveretta in un supremo sforzo, e ricadde
sui guanciali. Una voce rauca, tremula echeggiò in quel momento
nella corsia, un grido, che non sappiamo sia stato di dolore, di
sorpresa, represso subito dalle mani che Ludovico portò
inconsapevolmente alla bocca. La mamma era lì, nell'ospedale,
forse gravemente inferma, forse ferita, forse... moribonda. -
Mamma, mamma... è la mamma mia!... e Ludovico si fece largo fra
quelli ch'erano attorno all'ammalata. Ella volse gli occhi,
sollevò le braccia. Avrebbe voluto parlare, gridare... Non poté.
Credette, certo, che quella fosse una visione, ma quando quelle
braccia poterono posarsi attorno al collo del figliuolo, quando
le labbra di quel ragazzo si posarono su le sue guance scarne e
smunte, quando ella poté fissare bene quella cara, inaspettata
visione, allora credette ai suoi occhi, allora le lacrime
trovarono il loro sbocco, il singhiozzo si fece più aperto, ella
poté, parlare, gridare: - Figlio, figlio mio! - E se lo
stringeva al petto - o gli passava le mani, sui capelli, su le
guance e balbettava, parlava, rideva piangeva. Grazie, Signore,
grazie! Figlio mio, caro, caro, caro! - E lo baciucchiava e lo
toccava ancora come per assicurarsi che non fosse un sogno, che
non fosse una visione, un inganno. Era lui, il suo figliuolo che
non vedeva da tanti mesi, da cui non aveva notizie da vari
giorni, era Ludovico, e lei era la mamma adorata, nel cui seno
quel caro figliuolo avrebbe finalmente trovato sicurezza,
conforto, tranquillità. .. Quando la piena degli affetti si fu
alquanto quietata e Teresa poté finalmente riconoscersi e
guardare agli astanti, Ludovico trovò le parole per dire,
mostrandole il signor Carlo: - Guarda, mamma, questo è il mio
salvatore; tutto dobbiamo a lui, e al medico e... - Guardò
attorno: fra quella gente c'era un'altra donna, v'era la signora
Gaetanina, ch' era accorsa lì, per sapere, per accertarsi... Le
mani sui fianchi, nella sua posizione abituale di quando
qualcosa le mulinava per il cervello, assisteva a quella scena,
pietosa insieme e allegra, e si asciugava gli occhi col
grembiule. Carezzava, questa volta, il figliuolo con grande
effusione di affetto e guardava a Carlo, come per dirgli: -
Siete davvero buono: il Signore vi benedica, il Signore vi
benedica... Teresa finalmente ebbe la forza di rivolgere lo
sguardo alle suore, al medico, a Carlo, muto per la grande
commozione. Voleva capire finalmente in qual luogo si trovasse e
guardava a tutti con quegli occhi che sanno ringraziare senza
parole. Il medico si avvicinò ancora al capezzale, le strinse le
mani nelle sue, che tremavano per la commozione, le disse: -
Parlerò col Direttore, è un gran buon uomo, comprenderà la
vostra storia. Resterete qui in clinica, avrete il vostro
salario, voi e il vostro figliuolo, si vedrà poi, quando vi
sarete rimessa completamente, a quale servizio potreste essere
adibiti entrambi. Teresa sorrise ed ebbe la forza di avvicinare
alle labbra le mani del medico e baciarle con effusione. Non
seppe ringraziare diversamente. Sorrisero tutti gli altri e le
rivolsero tante affettuose parole. Dall'ampia vetrata della
corsia, dopo tanti giorni opachi, sotto una pioggia di cenere e
di lapilli, filtrava finalmente un pallido raggio di sole. Là,
in fondo, tra uno squarcio di azzurro, attorniati di nubi
diafane, sfrangiate d'oro, si stagliavano, netti, il Vesuvio e
il Monte Somma. Era l'aurora. |
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