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Gente nostra
di Nicola Alberto Mannacio


E

ra il mese di aprile del 1906. Tutta Napoli, ammantata sempre di bellezza, di fiori, di luce, nelle sue marine e nelle alture che la fanno corona, respirava già l'effluvio della primavera: le aiuole dei giardinetti, tiepide del riflesso delle marine specialmente quelle di via Caracciolo, avvolte più che che altre, in un tepore di vita nuova, si rivestivano, per un prodigio della natura, di un più soave ammanto floreale. Dal Vomero scendeva l'aria fresca, ma non fredda delle alture, e carezzava di un afflato amoroso la brezza che saliva dal mare. Carlo Battazzi, studente universitario della facoltà di Lettere e Filosofia, dopo pochi giorni di riposo, trascorsi in famiglia nella natia Calabria, era ritornato a Napoli per riprendere i suoi studi e preparare la tesi di laurea. Abitava in una casetta nei pressi di piazza Carlo III, non lontana dall'albergo dei poveri, la quale, in quel tempo, era un rione quasi disabitato, pieno di pozzanghere e poco illuminato: qualche fanale a gas qua e là, e nulla più. La padrona di casa, una donna sui sessant'anni, vedova, con un solo figlio, sottufficiale di artiglieria, gli aveva offerto una cameretta - quella che soleva occupare il figlio, quando, si recava in licenza - a trenta lire al mese, con l'obbligo, da parte della locatrice, di cucinarle un po' di cibo, quando rincasava a mezzogiorno, o anche più tardi, e mettere in ordine la camera. Si chiamava Gaetanina. Ritornando, quella mattina, dalla Calabria, il giovane aveva portato con se un po' di provviste, delle quali si sarebbe servito per la cena, mentre per l'acquisto di quanto poteva occorrergli per il pranzo, si sarebbe recato in uno spaccio vicino, pagando a fine di ogni mese. Entrando in casa, tutto nero del fumo della locomotiva, prima ancora di lavarsi, aveva aperto la valigia, e, dopo aver dato alla padrona di casa, in regalo, un po' di quelle provviste, ripulitosi, era uscito per provvedersi di quanto gli sarebbe occorso per il pranzo. Nel pomeriggio, poiché nella notte, durante il viaggio non aveva dormito affatto, andò a letto per rinfrancarsi del sonno perduto. Quando si svegliò erano quasi le venti. Prese quel gruzzoletto, quello datogli dal padre per sbarcare il lunario sino alla fine del mese, lo contò, lo ricontò, fece il suo bilancio preventivo e si persuase che, in ogni caso, avrebbe potuto pure recarsi al teatro due volte, come nei precedenti mesi. E poiché, in piazza Garibaldi, uscendo dalla stazione ferroviaria, aveva letto, su di un cartellone murale che si era riaperto il teatro Nuovo e che, quella sera, si sarebbe esordito con una commedia di Scarpetta - il celebre D. Felice, allora ancora vivo - pensò di recarvisi, tanto più che, avendo dormito profondamente, poteva anche perdere parte di quella nottata, al teatro. Era, Carlo, un ammiratore di Scarpetta e delle sue commedie, commedie d'arte - come si usava, allora - impostate su un ritmo napoletano, con un folklore che faceva vivere e rivivere, tutta intensa, la vita di quella che era la metropoli meridionale, della bella Napoli, il simbolo, più che oggi, della spensieratezza e del brio. - Si - disse a un tratto rivolgendosi alla Signora Gaetanina - Questa sera si andrà al «Teatro Nuovo» per ridere con D. Felice. - Lo sà, signor Carlo, quanto e' accaduto a Scarpetta, quando, pieno di zeppo di danari, volle comprare un villino? Ma che villino! Avesse visto! Dunque, dicevo, che su una facciata di esso aveva fatto scrivere: - Qui rido io! E bene, sapete che avvenne? Che, poi, D. Felice cadde in bassa fortuna, che gli affari del teatro andarono a male e dovette vendere il villino. Sapete che ha fatto il nuovo proprietario? Cassò quella scritta e aggiunse l'altra: Ride bene chi ride l'ultimo! Che uomo geniale, però, quel D. Felice! E che uomo di mondo! Non gliene sfugge una! Su quel palco, al teatro, e' tutta Napoli che parla, dall' Immacolatella a Toledo, al Vomero! - Lo so, cara Signora Gaetanina - rispose Carlo - Lo so, ed e' per questo che noi, sentendolo nelle sue commedie, viviamo, con lui, tutta la vita di Napoli. Voi specialmente, che siete nata a Napoli, lo sentite più vicino perché e' proprio nell'anima vostra che Napoli canta tutte le sue passione, i ravvedimenti, le virtù... Non e' così? - Così e' - Riattaccava la Signora Gaetanina - Beato voi che a tetro potete andare almeno qualche volta al mese! Io mi devo accontentare di assistere a qualche commedia di Scarpetta quando mio figlio viene in licenza. Buon figlio, sapete, il mio Gennarino, buon figlio! Egli, ora, e' sergente maggiore, e'... dove diavolo e'? Che testa!... Oh! Ecco e' a Udine, ma presto sarà promosso maresciallo e... speriamo ch'egli, allora, possa venir qui a prestar servizio nel nostro distretto... Sapete?... quella caserma a Foria, a due passi da qui - la caserma Garibaldi. Allora speriamo che non sia solo... Eh! non sarà solo... perché gli sto preparando una bella mogliettina, proprio bella: non va a balli, come tante altre, come quella... che abita di rimpetto - e strizzò l'occhi ammiccando - una giovane che vive modesta e... poi - che dico? - E' davvero di una bellezza rara, ecco! Se la vedeste! Ma no, non ve la voglio presentare, abita in questi paraggi, coi genitori. E ha anche, da parte, un discreto gruzzoletto, più di dieci mila lire, dicono. Non c'e' male... No, non ve la presento. Voi giovani fate sempre i cascamorti, e potrete lasciare mio figlio a bocca asciutta, proprio non vi affiderei una cagnetta... ridete? E' così, proprio così, signor Carlo. Voi tutti sembrate buoni, insensibili, ma... eccoti una femmina, e diventate subito irrequieti... si scrivono, sapete? E come sono profumate quelle lettere! Che credete voi? Che venendo qui lui, in licenza, e, andando a casa dell'amorosa, si bacino? Ma, neppur per sogno! Queste cose non si devono fare e... non si fanno! E ancora ridete? Volete prendermi in giro? Vi dico la verità, la santa verità: non li ho mai visti, quei due giovani, baciucchiarsi; mai!... Oh, come sarò contenta di averli in casa, entrambi, con me! - Con voi? - disse Carlo, sbarrando gli occhi - Con voi? Poveretti!... - Che cosa dite?... - Niente, pensavo ad altro... - Sono già le venti; e' tardi, riprese la signora. Se credete, fate un po' di cena, e, se volete andare a teatro per le ventuno, affrettatevi. Il teatro Nuovo - lo sapete - e' un po' lontanuccio da qui... Carlo Battazzi sedette al suo modestissimo desco, mangiò. Sapeva egli, che quanto Donna Gaetanina diceva sul conto del figliuolo non era affatto vero: sapeva, invece, che quando i due fidanzati si appartavano dagli occhi indiscreti di lei, o quando, di sera, uscivano a passeggio e si attardavano nei giardinetti di Foria e, al chiaro di luna, si sedevano, ebri di amore, fra il verde e i fiori, allora non finivano di carezzarsi e di baciarsi. Questo lo sapeva Donna Gaetanina, o almeno, lo pensava, ed e' perciò, che certi tasti non doveva toccarli. Ma, che volete?... Le donne, specialmente le meridionali, parlano molto e, spesso, anche a sproposito... Quando ebbe finito di cenare, Carlo si alzò, mentre ella continuava a parlare, e fece atto di andarsene. - Buonanotte, signora - disse, prendo la chiave dell'uscio. Domani vi racconterò la trama della commedia e vi spiegherò che cosa sogliono fare i fidanzati quando la mamma va in cucina o rifà il letto nella camera accanto... o quando sono a passeggio... soli. E sorridendo si allontanò. Anche Donna Gaetanina sorrise e avrebbe continuato a parlare ancora, ma Carlo non le diede il tempo e uscì. Benché la piazza fosse poco illuminata, c'era ancora gente che la teneva desta. Egli risalì Foria sino alla caserma Garibaldi, lì incontrò un tram a cavalli - allora la corsa costava due soldi e v'erano i tramvai a cavallo - vi salì e fu' in via Roma, oltre piazza della Carità, da lì, imboccando una traversa, in pochi minuti, fu' al tetro Nuovo che già erano le ventuno, ora stabilita per l'ingresso al teatro. Quando uscì era già passata la mezzanotte: i tramvai erano rientrati al deposito e, se non si voleva tornare a casa a piedi, bisognava noleggiare una carrozzella fra le poche che ancora circolavano, a doppia tariffa. Le sue scarse risorse non gli potevano permettere tanto lusso, e si avviò a piedi... Il cielo si era fatto scuro e, per di più, si sentivano dei brontolii che potevano rassomigliare a quelli che si sogliono udire, di inverno, quando e' prossima a cadere la neve. In oltre si accorse che, camminando, sentiva sotto le suole delle scarpe qualcosa di morbido, di farinoso. Qualcuno di quelli che uscivano dal teatro si piegava sino al selciato per osservare di che si trattasse: lui fece lo stesso. Non v'era dubbio: la strada era tutta cosparsa di una polvere grigia, che attutiva il rumore dei passi. Più tardi si videro cadere dei fiocchi... non poteva essere neve; s'era d'aprile e non faceva affatto freddo, anzi v'era nell'aria un afa sciroccale, quasi insolita a Napoli. I tuoni, i soliti brontolii, intanto erano più frequenti... Quando fu al largo, volgendo lo sguardo, inavvertitamente, verso il Vesuvio, vide la sua cima tutta avvolta in una nuvola di fuoco, come sogliono vedersi, d'estate, i campi delle ristoppie, cui il contadino appicca il fuoco prima dell'aratura; e, più in alto, oltre il cratere, nell'azzurro cupo della notte, rischiarato, da un debole chiarore lunare, una colonna di fumo nero con riflesse di fuoco in basso e sui fianchi del monte, cinereo in alto, come se avvampasse un incendio. Carlo dovette porsi un fazzoletto tra la bocca e il naso: la pioggia di cenere si rendeva sempre più fitta e pesante, l'aria era quasi irrespirabile. Talora cadevano anche dei lapilli ed egli non aveva neanche l'ombrello per ripararsi, così come facevano altri passanti. Quando fu in piazza Dante, per giungere più presto a casa, imboccò delle stradette quasi deserte, illuminate soltanto con pochi fanali a gas. Camminava in fretta, perché quella cenere lo infastidiva, gli mozzava il respiro, e voleva rincasare al più presto. Ma a un tratto si fermò. Da un angolo buio della strada gli parve venissero dei fiochi lamenti. Si fermò, stette in ascolto, guardò attentamente: qualcosa si muoveva nell'ombra di quell'angolo, d'onde sembrava venissero i lamenti. A Napoli, in quei tempi, era possibile - di notte specialmente - che un mariuolo o una manata di scugnizzi ordissero qualche trama o che uno di essi male intenzionato, facesse da palo ai malandrini. I lamenti si ripeterono. Che cosa fare? Carlo ruppe ogni indugio e si avvicinò. In fondo alla via, in un angolo avvolto nell'ombra, attraverso i riflessi di un lampione, che mandava una luce scialba e sonnolenta, era un portone cui si accedeva per alcuni gradini. Li sovrastava una larga terrazza, sorretta da quattro pilastri, che proiettavano un'ombra più cupa tutto intorno. Attraverso quell'ombra, Carlo intravide che qualcuno si muoveva. Quando i lamenti si ripeterono, più prolungati, più insistenti, Carlo gridò: - Che cosa avete?... che volete? Gli fu risposto con altri lamenti, quasi gemiti, seguiti da balbettii, che avrebbero voluto chiedere aiuto. Carlo si avvicinò, dapprima con sospetto, poi, avendo compreso che qualcosa di grave era per accadere, affrettò il passo, fu sotto la terrazza. Nell'ombra fitta nulla s'intravedeva, ma s'intesero ancora altri lamenti, questa volta più supplichevoli. Guadagnò i pochi scalini, annaspò nell'ombra, toccò, capì che un corpo umano era riverso su di essi... sfregò un fiammifero: era un giovinetto sui quindici o sedici anni. Gli occhi, dapprima chiusi, si apersero. Volevano dir qualcosa; infatti guardarono tremolanti Carlo e... dissero tutto! Che cosa fare? La strada era deserta a quell'ora, né si sentiva alcun rumore, vicino o lontano, di qualche carrozzella notturna. Carlo poteva contare ventiquattro o venticinque anni: alto, robusto, di quella robustezza non rara tra i giovani calabresi, era stato arruolato tra i bersaglieri e aveva posticipato il servizio militare sino a ventisei anni per compiere gli studi universitari. Aveva la forza di un Ercole e, spesso, da solo, rimuoveva la suppellettile più pesante della casa. Non stette a pensarci due volte. Afferrò il ragazzo sotto le ascelle con le sue larghe e poderose mani - tanto larghe da abbracciare quasi completamente il dorso - e se lo caricò su le spalle. Non sapeva neanche lui dove dovesse andare... Attraversò a saltelloni varie strade e fu presto a Foria, di fronte ai giardinetti. All'angolo di Via Duomo v'era, allora, un bar, i cui camerieri, a quell'ora, calavano le saracinesche. Si avvicinò ad esso con quel carico, entrò e lo depose su di un divano... Pallido di un pallore cadaverico, la bocca semi aperta... il poveretto respirava con un tremito nella gola, rassomigliante al respiro affannoso di un moribondo... I camerieri si spaventarono, credettero a qualcosa di più grave, a un delitto forse, e si avvicinarono, sgranando gli occhi. Non era morto; era un povero ammalato che aveva bisogno di essere, prima di tutto, rifocillato. - Due tazze di caffè - gridò Carlo, e quelli attaccarono le macchine. Glielo avvicinarono alle labbra smunte, quasi livide. Il ragazzo, prima riluttante, sorbì lentamente il caffè e parve subito rianimarsi. - C'è, qui vicino, una farmacia notturna - osservò uno dei camerieri, e senza attendere l'approvazione degli altri, saltò fuori e, dopo poco, ritornò con un giovane che aveva in mano qualcosa. Gli fu praticata una iniezione di canfora... Dopo pochi minuti, che parvero secoli, il ragazzo respirò profondamente, aprì interamente gli occhi, aprì anche le labbra, forse per dir qualcosa, ma non poté... Si attese... Ma ecco un rumore di carrozza, che scendeva dai portici della Galleria V. Emanuele. Carlo fu su l'uscio: era una carrozza vuota, che si avviava forse verso la rimessa. La fermò, raccontò al cocchiere quanto era avvenuto. - Qual è il prezzo? - domandò Carlo. - Ma, via, salite... Attendete: bisognerà far salire prima l'ammalato - rispose il cocchiere. E saltò giù da serpa. Caricarono il giovane sul sedile interno della carrozza... Carlo, come ricordando qualcosa, tornò nel bar. - Sono uno studente - disse - non posso pagarvi per quanto meritate e per quanto merita il farmacista... - e cacciò la mano nella tasca del panciotto, dove era solito tenere in serbo pochi soldi. Ma quelli: - Via! Abbiamo compiuto tutti un'opera di carità cristiana - risposero. La carrozza si mosse. - Dove? - domandò il cocchiere, mentre saliva in serpa accanto a lui. - Piazza Carlo III, numero 14. Quando furono all'uscio di casa, Carlo, aprendolo, dal fondo della scala gridò: - Donna Gaetanina, Donna Gaetanina, presto; ho bisogno di voi! - Vengo - rispose la vecchia, con un vocione rauco, sonnolento - vengo subito! E, infatti dopo poco, eccola sul pianerottolo della scala non ancora completamente vestita. - Che c'è - gridò la donna, presaga di qualcosa di più grave - Misericordia che c'è? Gesù e Maria, ma ch'è successo? San Gennaro mio, aiutateci voi. E scese le scale a precipizio, attaccandosi alla ringhiera per non cadere, tanto si sentiva venir meno. - San Gennaro mio, Madonna Santa di Pompei, Madonna dell'Arco aiutateci voi - andava ripetendo, piagnucolando. Che c'è, professore - gridò poi rivolgendosi a Carlo. - Niente parole, signora mia - rispose lo studente - vedete: è un giovanotto... è ammalato... - Ma... non abbiamo letti, noi, lo sapete. E poi, un giovanotto che non conosciamo neanche... Bisogna portarlo all' ospedale... Non era, poi, molto lontano da Foria... l'ospedale degli Incurabili ! - Per questa notte, signora, occuperà il mio letto e lo veglierò... io! Ha bisogno d'essere vegliato. Voi siete religiosa, potete insegnarmi che l'amore del prossimo e' il fondamento del cristianesimo. E noi siamo cristiani, non è vero?... Cristiani nei fatti. - Certo, siamo cristiani, avete ragione, siamo cristiani, e il Signore valuterà le nostre azioni. Un chicco di grano, benedetto da Lui, ne produrrà cinquanta, cento... - Bravo, signora, così è. Domani si vedrà il da farsi. Il Signore ci darà consiglio. - Sicuro, si vedrà, si dovrà pur vedere, io son povera... Ma... ma se Dio ci liberi! (e disse ciò a bassa voce) dovesse morire nella notte? In casa mia, morti? Dovrei sloggiare domani; no, a casa mia no! Il Signore non vuole questo... E, poi, io son povera e neanche voi, signor Carlo, siete ricco, lo so io: domani, sicuro, domani si dovrà vedere il da farsi. Siamo cristiani, sì, ma il Signore non vuole il nostro danno. Speriamo che stanotte non succeda nulla!... Deposero quel corpo sul letto di Carlo. E, intanto, poiché dal pasto di mezzogiorno, era rimasto un po' di brodo, lo riscaldò e lo si diede a bere... Il ragazzo, confortato ancora da quella bevanda, si rianimò ancora, e, dopo qualche ora, poté sorbire anche un po' di latte, che sarebbe servito a Carlo per l'indomani,... Poi parlò. - Mi chiamo Ludovico Menici e sono calabrese. Mio padre emigrò in Argentina quando io ero ancora in fasce, e lì fu impiegato, come agricoltore, in una Azienda molto lontana dai centri urbani, con un salario proprio misero. In ogni modo, quanto gli davano poteva bastare per lui e - perché no? - anche per la famiglia, giacché mia madre, ancora giovane, sapeva arrangiarsi in tutte le maniere. Quando volle cambiare masseria avemmo, sì, il suo nuovo indirizzo, ma alle nostre lettere, non rispose più. Sono già passati quindici anni, da allora!... Come avremmo potuto vivere senza un aiuto? Non vi racconto gli stenti, le privazioni! Ci mancava tutto. A dodici anni aiutavo la mamma nei lavori, e, quando arrivava la corriera o i1 treno, io ero sempre lì per aiutare i viaggiatori a portare i bagagli. Era impossibile continuare a vivere così; e allora la mamma decise di mettersi a servire in qualche buona famiglia, anche lontano dalla residenza, e mandare me provvisoriamente a garzone in un bar, in un negozio, dovunque avessi potuto vivere col mio lavoro... Pensavamo che il salario della mamma potesse bastarci per vestirci almeno, giacché, tanto io che lei avremmo accettato di servire solo a patto che ci somministrassero anche il cibo. Non fu così: il salario delle domestiche in Calabria è proprio misero, e quindi, proprio insufficiente per noi. E allora l'anno scorso mia madre prese il coraggio a due mani e decise di partire alla volta di Napoli e lasciare me a garzone presso un mandriano del luogo,il quale, oltre alle spese cibarie, avrebbe dovuto vestirmi, darmi le scarpe, la biancheria... E la povera mamma partì. Ricordo le sue lacrime: quanto soffrimmo entrambi nel momento del distacco! Trovò da servire qui vicino, a Secondigliano, dove percepisce venti lire al mese. Ne mandava a me dieci per quanto potesse occorrermi: una leccornia, un piccolo divertimento nelle giornate di festa, un bisogno qual­siasi... Qualche volta - col permesso della padrona la mamma veniva anche a trovarmi e rimaneva due o tre giorni con me, durante i quali, rendendosi conto del trattamento del quale dovevo accontentarmi, soffriva non poco per me, e tornava al suo lavoro piangendo. Infatti, io soffrivo molto davvero, ma sopportavo tutto in silenzio: non volevo che la mamma, conoscendo le angherie, i soprusi, le privazioni alle quali ero soggetto, dovesse soffrire un rammarico maggiore di quello che la lontananza da me le faceva già soffrire. La povera mamma, venendo a trovarmi, diceva che mi ero fatto grande, sì, ma che m'ero anche fatto magro, pallido, e che certamente soffrivo. Forse il cibo insufficiente, il lavoro eccessivo per la mie età... lo negavo: dicevo che non mi mancava nulla, che stavo benissimo... E, invece, non solo non mi nutrivo perché il cibo era scarso e, quasi sempre, poco condito, ma, d'inverno, soffrivo anche il freddo per via che avevo un solo vestito, sgualcito sempre, spesso sbrindellato, perché nessuno me lo rattoppava e... perché... anche perché i miei vestiti e la mia biancheria - una sola camicia e un solo paio di mutande - erano sempre fra quelli smessi dal massaro o da qualcuno dei figli grandi, raccorciati alla meglio o rattoppati dalla moglie. Sicché quando, per il sudiciume, dovevano essere risciacquati, dovevo spesso aspettare che asciugassero, seduto alla vampa del focolare e indossarli talora quando non erano completamente asciutti. Da qui tossi, raffreddori, influenze, che nessuno mi curava.... L'altro giorno non ne potei più: il massaro, che soleva talora anche darmi delle busse, mi picchiò tanto forte e mi rivolse così brutte parolacce da offendere anche la mamma, che durante la notte feci alfine la grande risoluzione. Dormivo nella stalla. Quando fui sicuro che anche gli altri dormivano, mi alzai, presi quel po' di denari che soleva mandarmi la mamma, e che non avrei avuto mai occasioni di spendere, mi misi in tasca un tozzo di pane, uscii alla chetichella (guai se il massaro mi avesse preso in fallo! Sarei morto sotto le sue scudisciate) imboccai la via maestra attraverso il bosco e fui alla stazione ferroviaria che albeggiava. Allo sportello chiesi un biglietto per Secondigliano, spiegando ch'è una cittadina nei pressi di Napoli. Il funzionario sorrise: - Mio caro figliuolo - disse - a Secondigliano non potrai recarti direttamente. Ti darò un biglietto per Napoli. Qui chiederai informazioni da qualche vigile, che ti avvierà verso Porta Capuana, poco lontana, e da Porta Capuana con un tranvai, dopo circa venti minuti, sarai a Secondigliano. Mi parve di capire, ma, ripensandoci, mi accorsi che non avevo capito nulla. Il Signore mi avrebbe provveduto per via come... già mi aveva provveduto sino a quel momento. Partii con un accelerato e fui qui ieri sera ch'era già notte. Il vocio, il frastuono dei viaggiatori mi stordirono. Domandai a qualcuno quello che avrei dovuto fare per continuare il viaggio. Mi dissero tante cose, ma io non capii nulla. Erano già le ventidue, non sapevo che cosa fare. A chi avrei dovuto rivolgermi? Un vecchietto ch'era stato mio compagno di viaggio da Paola Paola, capite?... il paese di San Francesco, mi rincuorò, mi mostrò la sala d'aspetto, mi disse: - Rimani qui fino a domani, poi qualcuno ti avvierà... E rotavo per seguire il suo consiglio, quando un altro mi disse: - Senti, figliuolo, vieni con me. Mi sembrava fosse un buon giovane, caritatevole, e acconsentii. Camminammo, camminammo insieme un bel po'... Io non ne potevo più: dalla mattina non avevo mangiato che quel tozzo di pane. Non ne potevo più, credetemi... Chiesi al mio compagno di riposarmi su alcuni scalini protetti da una terrazza forse là dove mi raccoglieste, privo di sensi. E, infatti, mi sedetti, forse mi sdraiai... Poi non capii più nulla. A questo punto del suo racconto il povero ragazzo, stracco morto per la fatica e per le emozioni di quanto aveva raccontato e sofferto, piegava il capo e richiudeva gli occhi. - Vuoi dormire? - domandò la signora, che certamente voleva ritornare presto a letto. Il ragazzo non rispose. - E' bene che riposi, povero ragazzo - disse Carlo - lasciamolo riposare. Egli si sdraiò su un vecchio divano; la signora Gaetanina in camera sua per ricoricarsi. Erano passate più di due ore e Carlo non trovava modo di assopirsi almeno per un quarto d'ora. Ludovico smaniava, smaniava; talora anche singhiozzava con un singhiozzo lento, stanco che gli moriva nella strozza. Allora Carlo si alzava, gli passava la mano sulla fronte, lo carezzava, gli rivolgeva tante affettuose parole. - Domani sarà mia cura avviarti a Secondigliano: e' a pochi chilometri da qui, rivedrai la mamma... Riposa, caro... Verso le otto, era già giorno da un pezzo, si accertò che il ragazzo finalmente dormiva, né lo disturbavano i rumori che la signora faceva nella stanza attigua per riassettare la casa: il poveretto, stremato di forze, digiuno da due giorni, ora dormiva sodo. Carlo, in punta di piedi usci, si recò in un bar vicino dove sapeva che si faceva uso del telefono e chiamò, a Secondigliano, i signori dove sapeva che lavorava la mamma di Ludovico. Gli risposero che pochi giorni prima, sembrandole misero il salario assegnatole, s'era licenziata e s'era recata a Napoli in cerca di lavoro. Non sapevano altro. Tornando a casa Carlo a passo lento, come chi pensa e ripensa, non sapeva più a qual partito appigliarsi, vedeva ad un tratto, distrutti i progetti per ridare presto la mamma a quel povero figliuolo. Passando dinanzi ad una latteria comprò un po' di latte e quanto gli sarebbe occorso per un po' di cibo a mezzogiorno. Ancora il suo gruzzoletto era efficiente: in seguito, qualche Santo l'avrebbe provveduto... Bisognava rivolgersi alla Questura: non c'era altro da fare. E neanche questa avrebbe potuto dargli subito qualche notizia, giacché solo da pochi giorni la donna aveva cambiato residenza. Che fare? Dire a Ludovico una bugia, non c'era altro da fare: dirgli che, prima di andare a Secondigliano era necessario, indispensabile che si rifocillasse, che si rimettesse, che... stesse bene; e che d'altronde, al suo mantenimento, a Napoli, avrebbe pensato lui, Carlo. Già aveva comunicato a Ludovico che anche lui era calabrese, che non l'avrebbe mai abbandonato. Il sentire una voce amica, e, più che altro, il suo dialetto, lo aveva rinfrancato non poco: gli sembrava di essere a casa sua. E un'altra cosa avrebbe potuto aggiungergli Carlo: che la via per Secondigliano, a causa dell'eruzione del Vesuvio, era interrotta, perché ingombra di cenere ed altri ciottoli simili a zavorra, che in nessun modo la strada poteva essere transitata, che anche i tranvai avevano sospeso le loro corse, che non si poteva passare neanche coi soliti sciarabanchi napoletani. Tutto questo, in parte, era vero, si che fu facile persuadere Ludovico che bisognava attendere. Quando Ludovico si svegliò, sorbì volentieri un po' di latte, credette ciecamente alle parole di Carlo, perche profferite con accento fraterno, e si accontentò di aspettare che l'eruzione del Vesuvio si calmasse. E intanto Carlo si diede da fare in Questura, in attesa che essa chiedesse le più ampie informazioni. Oltre che da un senso di giustizia, tutti si sentivano spinti da un senso di umanità, di carità anzi, di cui tutti i calabresi si sentono animati, specialmente quando ci si rivede lontani da casa, in condizioni di bisogno. Anche la signora Gaetanina si mostrava più umana, quasi caritatevole. Ritornato a casa, seduto allo scrittoio con i gomiti sul banco e la testa fra le mani, andava almanaccando che cosa, frattanto, si potesse fare, giacché per le sue molto discrete condizioni finanziarie, non poteva protrarre, ancora per molto tempo, quello stato di cose: e anche perché non aveva l'animo di consegnare alla Questura quel povero ragazzo, lasciando che se la sbrigassero gli uffici competenti: gli sarebbe sembrata, questa, una risoluzione molto semplicista del problema e, direi quasi, egoistica. Lo dominava un profondo sentimento religioso, quel sentimento che, sin da bambino, gli avevano ispirato i genitori, alieni da forme convenzionali o da fariseismo. A qualunque costo quel povero ragazzo avrebbe dovuto essere aiutato; consegnarlo alla questura, così, senza cercare ogni mezzo di aiuto per lui, sarebbe stato non degno di un cristiano. In questura gli avevano assicurato che non sarebbe stato difficile rintracciare la donna, ma che qualche tempo era pur necessario... . Mentre Carlo andava annaspando per trovare una qualche risoluzione a questo suo problema morale, la padrona di casa gli si parò davanti, le mani ai fianchi, guardando lo come chi volesse dir qualcosa e intendesse essere ascoltata. - Ebbene, che c'è, signora? - disse Carlo, dopo averla guardata anche lui, come chi chieda una risposta. - Mi viene in mente qualcosa che pure devo dirvi... Lo so, sono una sciocca, ma talora anche i consigli degli scemi sono da prendersi in considerazione. Sapete, non lontano da qui, abita un gran galantuomo, un Conte, dove io stessa, pochi anni or sono, lavorai, in qualità di cameriera tutto fare. E' un gran medico che dirige una clinica, della quale è lui stesso il proprietario. Uno di quelli, sa che in medicina fa proprio dei miracoli. E' conosciuto in tutta Italia, e forse in tutto il mondo. Anche voi, certamente, pur non avendone avuto mai bisogno, lo avrete inteso nominare. Come si chiama? oh, Dio! non ricordo bene, ma conosco la casa e posso accompagnarvi. E' un sant'uomo, sapete, uno di quelli che non pensano due volte quando devono compiere un atto di carità. Della moglie, poi, non vi dico nulla!... Sentitemi: molte volte gl'ignoranti come me posson valere più di un addottrinato...Io penso che se ci presentassimo, io e voi, da lui, forse potremmo ottenere che questo figliuolo fosse assunto, per ora, come inserviente nella clinica. Un lavoro da poco. Poi... da una cosa nasce cosa, e potrebbe, in seguito, rimanere anche come infermiere. Il suo avvenire potrebbe così essere scontato a metà, e noi... Voi mi capite, signor Carlo: non si può tenere a lungo questo ragazzo qui... Il vostro borsellino, prima di tutto, è sempre molto scarso. Anzi penso che se in questo mese vostro padre non soccorrerà con un supplemento, si andrà molto male. Parlo per il vostro bene, io. Lo sapete: quando nulla mi porterete in casa, io nulla vi potrò cucinare... e inoltre ricordatevi che a fine mese esigo la mia paga: eh! signor mio, in ciò, s'intende, non si discute. E poi, scusate, un'altra osservazione, un'osservazione d'una donna sciocca, sapete che io sono obbligata soltanto verso di voi... Capisco, si, che quanto fate voi e quanto potrò fare io, è un'opera di carità, ma... fino a un certo punto. Anche io vivo delle carità di quelli che vogliono sovvenirmi e di quanto mi manda mensilmente quel bravo ragazzo di mio figlio. Guai se mi venisse meno il suo aiuto!... Carlo aveva ascoltato quella donna con molto interesse. I suoi consigli, dati con. intenzione, avrebbero potuto certo giovare non poco, e, per quanto riguardava i suoi interessi di locatrice, non era da meravigliarsene ch'ella battesse sempre su un chiodo. Capisco - disse Carlo quando ella mostrò di aver finito di parlare - capisco, signora, voi sarete ricompensate, e, per quanto riguarda il nostro Calabresino, accetto il vostro assennato consiglio: si andrà al più presto dal signor Conte. Quando, signora? - Stasera. Lo troveremo certo a casa, dalle sette in poi. In ogni modo, è bene farci precedere da una telefonata. Non se lo fece ripetere due volte, Carlo. In due salti fu di nuovo nel vicino bar. Lì seppe il nome dell''illustre clinico e il numero del telefono. Sarebbe rincasato, la sera, alle ore venti. A quest'ora - era già notte da un pezzo - Carlo e la signora Gaetanina si avviarono verso la casa del dottore. Su la strada si accorgono che la pioggia di cenere continua ancora: è necessario aprire gli ombrelli, e turarsi, col fazzoletto, bocca e narici. Camminavano senza parlare. Per le strade pochissima gente. A un tratto la signora ha un'esclamazione rabbiosa: «Mannaggia l'anima di chi t'ha muortu»! - Che c'è, signora? - le chiede Carlo. - «No 'u viriti?» - Un lapillo, grosso quanto un ciottolo di breccia stradale, cadendo, gli aveva forato la stoffa dell'ombrello, su cui si vedeva uno squarcio non indifferente. - Pure questo ci voleva - brontolava la signora fra i denti - pure questo... Tre lire per comprare un nuovo ombrello! Tre lire, capite? - Non pensateci, signora - diceva Carlo per rinfrancarla - non pensateci; anche di questo danno sarete ricompensata... E' vero, io ho pochi quattrini, ma... vi prometto che sarete ricompensata. E ripresero il cammino, mentre, si ripetevano in lontananza i rantoli e i brontolii del Vesuvio. In breve furono alla casa del dottore. Dopo brevi convenevoli con la Contessa, che ricordava bene la vecchia Gaetanina sin da quando era in quella casa come cameriera, si venne al sodo. Ludovico sarebbe stato assunto l'indomani, per ora almeno, come inserviente nella clinica diretta dal marito; in seguito, quando, cioè, si fossero conosciute le sue possibilità lavorative si sarebbe potuto provvedere diversamente. Frattanto la questura avrebbe provveduto alla ricerca della mamma. E l'indomani, prima delle nove ,Carlo e Gaetanina erano in clinica, presso l'Ufficio dell'Economo, cui già il Conte aveva raccomandato l'assunzione quale inserviente, del giovinetto calabrese, che si accompagnava con loro. - Attenzione e pulizia! - gli disse con un certo sussiego l'economo, squadrandolo. Sarai, per ora, adibito alla pulizia delle scale; in seguito vedremo. E gli furono consegnati scopa e strofinacci, gli furono assegnate le scale da scopare e da lavare e gli furono mostrate le fontanine dove avrebbe attinto l'acqua per la lavatura. E Ludovico si mise all'opera. Lavorava di malavoglia: il suo pensiero era fisso alla mamma, al massaro, da cui era fuggito, di notte, alle privazioni sofferte, dalle quali finalmente s'era liberato. - Perché non si va dalla mamma? - pensava. E guardava spesso verso il Vesuvio per accertarsi se mai venisse a cessare l'eruzione. Esso continuava a vomitare sempre fuoco, lava, cenere, lapilli: da San Giuseppe Vesuviano e dagli altri paesi, siti alle pendici del Vulcano, tutti gli abitanti avevano sloggiato. Anche da Napoli molte famiglie erano andate via: ad Aversa, a Sessa, ad Afragola... Bisognava attendere - così pensava Ludovico - assolutamente attendere che quel diluvio diminuisse, che cessasse. Era venuta notizia ch'era sprofondato il tetto del mercato di Monte Oliveto, ch'erano sprofondati vari tetti, ch' erano sprofondati anche parecchi impiantiti di balconi e di terrazze. Oramai Napoli, quella città ch'era sembrata sempre ebra di vita,- era diventata una città morta. Poche erano le famiglie rimaste in città: quelle che non ne avevano i mezzi e quelle che non avevano altrove parenti e amici intimi che le ospitassero. Dinanzi a tutti i tabernacoli eretti come si costuma a Napoli, sui crocicchi delle vie, specialmente dinanzi a quelli dedicati al Patrono S. Gennaro, erano accesi lampade e ceri, e in molti rioni si vedevano anche processioni di donne e uomini salmodianti, dietro una Croce o un quadro di Santi. I bambini piangevano. Ludovico, ignaro di tutto questo trambusto, ora lavorava con lena, sempre obbediente, sempre attento, ma con l'animo sempre teso verso il giorno in cui, cessata, o almeno diminuita, l'eruzione del Vesuvio, e sgombra, infine, la via, egli potesse recarsi a Secondigliano per ricongiungersi alla mamma. La questura, intanto, lavorava sodo nella ricerca della donna, ma ancora non era venuta a capo di nulla. Ed erano già trascorsi tre giorni da quando Carlo aveva denunziato quanto era accaduto.
 L'alba del quarto giorno fu più triste delle altre. Una nuvolaglia nera, diffusa, e ancor più pesante, copriva il cielo e l'orizzonte intorno al Vesuvio, e, dai suoi fianchi, scendeva un canale di lava incandescente, mentre del Monte Somma s'intravedevano solo i fianchi, avvolti in una nuvolaglia. I tranvai non cigolavano affatto sui binari ammantati di cenere, nemmeno quelli che, partendo da Porta Capuana, andavano verso Aversa, passando da Secondigliano, da S. Antimo e da tanti altri paesi. Questa volta i fiocchi di cenere erano frammisti alla pioggia, sì che le vetrate delle finestre e dei negozi - quei pochi che sfidando un probabile pericolo, rimanevano aperti si vedevano imbrattate come da uno strato di calce liquida. Qualche raro passante camminava nel centro della strada per evitare la caduta di cornicioni, di tegole. di balaustre, come era avvenuto nei giorni precedenti. Dai paesi vesuviani venivano ancora notizie più gravi: tutti ormai s'erano spopolati e i cittadini fuggivano a piedi o su calessini, sfidando la bufera di cenere e lapilli, verso luoghi più sicuri. Ludovico, nei momenti in cui il lavoro sostava, guardando l'orizzonte e spingendo lo sguardo nelle strade, sospirava: ora a Secondigliano non si poteva andare davvero... C'era stata, è vero, qualche breve schiarita, ma la pioggia di cenere con lapilli, non era cessata mai. La sera calò presto, prima del solito, giacché il cielo s'era abbuiato ancor di più per la cortina di cenere più spessa che velava l'azzurro. Ludovico, quindi, consumato un po' di cena, sempre triste, ma mai distratto dal lavoro che gli era stato assegnato e di cui, anzi, si compiaceva, andò a letto, confortato sempre dalla speranza che la nuova alba gli fosse apportatrice di liete notizie. Dormì, sognò la mamma, il suo paesello ai margini del bosco, il suo padrone, ed ebbe paura di quella sua vita seminata di spine e di travagli. Forse ancora non erano trascorse due ore, quando il ragazzo fu svegliato di soprassalto. Un vocio trattenuto, un calpestio; poi di nuovo silenzio e la voce profonda del medico di guardia: - Portatela al letto N. 6 di questa corsia, vengo subito. Tornò il silenzio, un silenzio penoso per il povero Ludovico, che non sapeva che cosa potesse essere avvenuto. Certo la richiesta di un pronto soccorso per un accidente, per un infortunio... Chi era quel poveretto, che in quella triste nottata, trovandosi fuori, chiedeva l'aiuto sollecito, pressante di un medico, di un chirurgo? Il ragazzo tremava, non per sé, ma per il povero infortunato, del quale, per altro, non si udiva alcun lamento. Che fosse un moribondo? Avrebbe voluto alzarsi, vedere, ma a che pro? Quale aiuto avrebbe potuto apportar lui, semplice inserviente, ignorante di tutto, e specialmente di quanto si potesse fare in frangenti simili ? Non era passata mezz'ora ed ecco alcuni passi pesanti, ma solleciti che si andavano man mano avvicinando: era sempre il medico di guardia, ma, questa volta, con la sua capo-sala. S'intese una voce dalla corsia vicina, sempre quella del medico - Non presenta ferite esterne, il respiro, è vero, è alquanto affannoso, ma ciò dipende certo dallo choc di cui l'infortunata è ancora succube. Non credo vi sia nulla da impensierire. Lasciatela in stato d'immobilità, in posizione supina. Credo ch'ella, già in preda allo spavento, provocato dalla caduta della balaustra, dalla quale i vigili l'hanno tratta, sia, ora in preda ad un attacco di cardiopalmo nervoso. Presto si risolverà. Domani faremo osservazioni più sicure, più precise. Ed intanto continuava a tastarle il polso: quindi, dopo essersi piegato per sentire anche le pulsazioni del cuore aggiunse: - Per ora è sufficiente l'iniezione praticata - fra un'ora, se occorrerà, la ripeterete. Intanto si comunichi ogni cosa alla questura, alla quale certamente i vigili avranno presentato il loro verbale. Non si sa mai che cosa possa avvenire. Albeggiava quando alla portineria della clinica si presentavano una guardia di Pubblica Sicurezza e un giovane signore: era, questi, Carlo, che, avvertito dalla questura, si recava con un vigile alla clinica per constatare, con lui, se quella donna, per caso, fosse la mamma di Ludovico. Entrarono in corsia col medico di guardia e l'infermiera: la donna aveva ripreso i sensi, muoveva le labbra, ma era addirittura afona. Capì il dottore che tale afonia potesse dipendere dal fatto che la donna, avendo perso i sensi, era rimasta con la bocca aperta e che, perciò, aveva potuto anche ingoiare della cenere. Le fece perciò somministrare un po' di aranciata che ella bevve, a sorsi lunghi, con molto gusto, mostrando, così, di sentirsi meglio: la bevanda le aveva lavato l'esofago, sì che le sue parole cominciavano ad avere una tonalità. Seguirono alcune brevi domande, alle quali la donna rispose con voce bassa, quasi lamentevole: mostrava di soffrire molto e nel corpo e nell'anima. Capì, il dottore, che bisognava, oltre il fisico, sollevare quell'anima, sopraffatta sicuramente da tante sofferenze, dare ad essa il senso di una nuova vita. Vi fu un momento molto emozionante: la donna guardava il medico, quasi volesse domandargli qualcosa, e questi, alla sua volta, guardava con insistenza, la donna, quasi avesse voluto scrutare da quegli occhi i moti dolorosi dell' anima per lenirne le sofferenze. Poi ella, non potendo forse più contenere la piena dei ricordi e delle ambasce, richiuse gli occhi, che si riempirono di lacrime, singhiozzò, pianse... - « Figghiu, figghiu miu»! - gridò con uno sforzo che esprimeva l'ansia e nella voce e nell'anima. - Il mio dialetto! - gridò anche il medico. - E' una calabrese questa donna! Dimmi: - Come ti chiami? Non rispose la donna, riaprì gli occhi soffocando un singhiozzo. Affannava... Era un affanno che saliva dal petto, ma le moriva in gola... - San Franciscu de Paula, pe' carità, guardalu Tu!". E, dopo un po' di pausa, continuò nel suo dialetto: - Acqua benedetta dal Santo, cerva fortunata che Lo accompagnasti nelle Sue orazioni nella grotta scavata dalle Sue mani benedette... E poi: - Fornace ardente, vampe benedette, che nemmeno sfioraste il caro agnellino del Santo, salvate il mio figliuolo, salvatelo, Santo dei miracoli!... - La poveretta è in preda al delirio. Dinanzi alla sua mente ammalata passano le visioni dell'Eremo di Paola, e fra tali immagini è la figura del figlio, forse del suo unico figlio. Ne sappiamo quanto basta per supporre quali ambasce struggano il suo cuore di mamma. Poi, rivolgendosi alla suora, che stringeva fra le sue mani quello dell'ammalata, aggiunse: - Una canfora, sorella, ha bisogno ancora di una canfora... Ludovico, intanto, si alzava da letto usciva nel corridoio, si avvicinava alla porta della corsia, restava lì, in attesa, con lo sguardo fisso alla pietosa scena che si svolgeva, a quella donna, avvolta nella penombra della notte, in quella corsia... consunta dal dolore, forse dall'inedia... Anche lui avrebbe voluto parlare a quella donna, a quell'infelice, di cui, inconsapevole, sentiva i dolori, dolorando con lei... Un presentimento, infatti, un'ansia nuova gli mordeva il cuore: avrebbe voluto saper qualcosa anche lui, anche lui si sentiva legato a quella donna, che ancora non aveva neanche vista. Le espressioni dialettali che la parve di sentire avevano maggiormente sconvolto il suo animo. - Chi sa - pensava - chi sa? E non potrebbe essere ella la mamma mia, la povera mamma, che mi chiede, che mi raccomanda col nostro Santo di Paola? Rabbrividì. S'intese prendere per mano... Si mosse... Pian piano, in punta di piedi, si avanzò verso il letto dell'inferma accanto a cui, questa volta, era, oltre che l'infermiera e il medico, anche il signor Carlo, il questurino e una seconda suora, accorsa dal capezzale di un letto vicino verso quella poveretta, che, pur non mostrando ferite di sorta, era tanto accasciata, smunta, avvilita. A vederla abbattuta sui guanciali, con gli occhi sbarrati, senza moto, si sarebbe detto ch'era in agonia. La suora le praticò l'altra iniezione, già ordinata dal medico. Dopo pochi momenti, durante i quali nessuno aveva osato parlare, la donna cominciò a girare intorno gli occhi, posandoli ora su l'uno ora su l'altro delle persone che l'erano accanto: essi andavano in cerca di qualcuno che non ravvisava... - «Figghiu miu, figghiu miu!» - e ricominciò a singhiozzare più forte con accento più sano, con voce più piena. - Come vi chiamate? - continuò il medico - dite... su: Come vi chiamate? - Teresa Monaci - rispose la poveretta in un supremo sforzo, e ricadde sui guanciali. Una voce rauca, tremula echeggiò in quel momento nella corsia, un grido, che non sappiamo sia stato di dolore, di sorpresa, represso subito dalle mani che Ludovico portò inconsapevolmente alla bocca. La mamma era lì, nell'ospedale, forse gravemente inferma, forse ferita, forse... moribonda. - Mamma, mamma... è la mamma mia!... e Ludovico si fece largo fra quelli ch'erano attorno all'ammalata. Ella volse gli occhi, sollevò le braccia. Avrebbe voluto parlare, gridare... Non poté. Credette, certo, che quella fosse una visione, ma quando quelle braccia poterono posarsi attorno al collo del figliuolo, quando le labbra di quel ragazzo si posarono su le sue guance scarne e smunte, quando ella poté fissare bene quella cara, inaspettata visione, allora credette ai suoi occhi, allora le lacrime trovarono il loro sbocco, il singhiozzo si fece più aperto, ella poté, parlare, gridare: - Figlio, figlio mio! - E se lo stringeva al petto - o gli passava le mani, sui capelli, su le guance e balbettava, parlava, rideva piangeva. Grazie, Signore, grazie! Figlio mio, caro, caro, caro! - E lo baciucchiava e lo toccava ancora come per assicurarsi che non fosse un sogno, che non fosse una visione, un inganno. Era lui, il suo figliuolo che non vedeva da tanti mesi, da cui non aveva notizie da vari giorni, era Ludovico, e lei era la mamma adorata, nel cui seno quel caro figliuolo avrebbe finalmente trovato sicurezza, conforto, tranquillità. .. Quando la piena degli affetti si fu alquanto quietata e Teresa poté finalmente riconoscersi e guardare agli astanti, Ludovico trovò le parole per dire, mostrandole il signor Carlo: - Guarda, mamma, questo è il mio salvatore; tutto dobbiamo a lui, e al medico e... - Guardò attorno: fra quella gente c'era un'altra donna, v'era la signora Gaetanina, ch' era accorsa lì, per sapere, per accertarsi... Le mani sui fianchi, nella sua posizione abituale di quando qualcosa le mulinava per il cervello, assisteva a quella scena, pietosa insieme e allegra, e si asciugava gli occhi col grembiule. Carezzava, questa volta, il figliuolo con grande effusione di affetto e guardava a Carlo, come per dirgli: - Siete davvero buono: il Signore vi benedica, il Signore vi benedica... Teresa finalmente ebbe la forza di rivolgere lo sguardo alle suore, al medico, a Carlo, muto per la grande commozione. Voleva capire finalmente in qual luogo si trovasse e guardava a tutti con quegli occhi che sanno ringraziare senza parole. Il medico si avvicinò ancora al capezzale, le strinse le mani nelle sue, che tremavano per la commozione, le disse: - Parlerò col Direttore, è un gran buon uomo, comprenderà la vostra storia. Resterete qui in clinica, avrete il vostro salario, voi e il vostro figliuolo, si vedrà poi, quando vi sarete rimessa completamente, a quale servizio potreste essere adibiti entrambi. Teresa sorrise ed ebbe la forza di avvicinare alle labbra le mani del medico e baciarle con effusione. Non seppe ringraziare diversamente. Sorrisero tutti gli altri e le rivolsero tante affettuose parole. Dall'ampia vetrata della corsia, dopo tanti giorni opachi, sotto una pioggia di cenere e di lapilli, filtrava finalmente un pallido raggio di sole. Là, in fondo, tra uno squarcio di azzurro, attorniati di nubi diafane, sfrangiate d'oro, si stagliavano, netti, il Vesuvio e il Monte Somma. Era l'aurora.