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Gigione
di Nicola Alberto
Mannacio
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C
hi non conosceva, in quei tempi, Gigione? Un giovanottone alto,
dal volto sclerotico, sbiadito, segaligno, ma pieno di salute,
capace di percorrere cinque ore a piedi per una manciata di
castagne.
Lo chiamavano Perticaccia per via della sua statura, per il suo
portamento diritto come una pertica e per la sua sicurezza in
ogni sua azione. Aveva diciotto anni ed era iscritto alla quinta
ginnasiale (un po' indietro per i suoi anni), mentre io, che ne
contavo quattordici, frequentavo la terza. Amava lo studio come
il fumo agli occhi. Abitava una camera accanto alla mia:
entrambe con le finestre sporgenti in un orto. Di là dall'orto,
la strada, poi un altro orto, (quest'orto e' ora, coltivato a
giardino), poi il Corso con l'edificio del Liceo-Ginnasio e il
Collegio nazionale con l'annessa chiesa del Crocifisso,
sormontata dall'orologio e da una campanella, che suonava a
distesa mezz'ora prima dell'ingresso alla scuola.
Gigione non perdeva mai una lezione, ma vi si recava a scuola
sempre impreparato: quando la giornata era buona, affacciato
alla finestra, regalava sorrisetti e parole melate ad una
ragazza che abitava in una stanza ad angolo con balcone, dal
quale spesso s'affacciava canticchiando per richiamare
l'attenzione di perticaccia. Quando, poi, la ragazza usciva di
casa, usciva anche lui, dopo aver messo a posto i libri, che
spesso rimanevano lì, chiusi o aperti sino all'indomani. Prima
che la campanella della scuola suonasse, egli era sempre in
giro, presso cuoi compagni di scuola per copiare qualche
versione, qualche problem…. Era il suo lavoro.
Ognuno di noi pagava, per il fitto di casa, quindici lire al
mese, con l'obbligo, da parte della locatrice, di cucinarci, per
il desinare di mezzogiorno, quanto mattina per mattina, le
davamo in natura. E la padrona di casa? Un donnone alto almeno
m. 1,80 con certe braccia ben tornite - malgrado la sua
cinquantenne maturità - e certi piedi, capaci di reggere un
monumento. E poi, una folla di capelli brizzolati e un paio
d'occhi… Ma, che dico? Due? … Ci vedeva solo da uno. L'altro era
annebbiato da una panna bianchiccia, della quale nessuno mai
aveva osato chiedere notizie. Aveva, poi, una voce da uomo, che
ella faceva maggiormente sentire quando nella mia stanza, o in
quella di Gigione, insieme con compagni, si faceva baccano, e
attraverso i pavimenti, fatti con assi, qua e là sconnessi,
scendeva la polvere nelle stanze del primo piano, dove ella
abitava. Si chiamava Leopolda, ma noi la chiamavamo la Tigre. Il
marito, che, si e no, le arrivava al seno, con una barbetta
rotonda, e uno sguardo languido di uomo sfiduciato, era
impegnato alla Cancelleria del tribunale e in casa non si vedeva
che a mezzogiorno e a sera. Quando litigavano era una vera
commedia e noi si sghignazzava, si tossiva, si faceva mille
lazzi, si pestavano i piedi, e il baccano aumentava.
Una mattina - era il giorno precedente al giovedì berlingaccio -
dopo un po' di pranzo, verso le tredici, io, rimasto a casa,
leggiucchiavo le lezioni dell'indomani, Gigione, dopo una
capatina alla finestra della sua camera, era uscito. Ma non
erano ancora le quindici, quando intesi su per la scalinata di
legno che immetteva alle nostre camere, un passo affrettato. Era
lui, Gigione, che ritornava per riportare qualche notizia
raccolta fuori, tra i suoi compagni. Regolarmente non soleva
farsi vedere che verso l'imbrunire. - Sai- mi disse, dopo aver
preso fiato - nei pressi del mercato, si vende carne di maiale a
basso macello: a sessanta centesimi al chilo! Siamo una
comitiva: tu devi essere dei nostri… Qualche soldo più di noi
l'avrai; non è vero? Affonda, quindi, le mani in tasca… Due
chili di carne, quattro litri di vino, finocchi… La tua quota è
di due lire… Presto: che stai, così, a guardarmi?... Presto,
metti le mani in tasca!... - Ma io, in tasca - risposi
soggiogato da quello sguardo da prestigiatore - non ho che due
sole lire, tu lo sai. Mio padre, per ora, non mi manderà altro,
perché sabato prenderemo le vacanze, e pensa che due lire mi
possano bastare sino a quel giorno... E poi, domani e'
berlingaccio ed io rimango senza un soldo. Come sbarcare il
lunario in questi due giorni che ci separano dalle vacanze?
Ragionavo, io, ma quegli occhi, quelle insistenze che pareva non
permettessero obiezioni, mi facevano quasi paura. Non avevo che
14 anni!
Vedendomi ancora dubbioso, soggiunse con voce più forte: - Via,
metti le mani in tasca: per domani, fino a sabato, Dio
provvederà… Osai ancora rispondere, soggiogato da quegli occhi
di camaleonte: - Non avrò soldi nemmeno per comprarmi un panino,
sabato, prima di partire per le vacanze… - Dio provvederà, ti
ripeto. Allora tu non credi alla Provvidenza? Domani certamente
verrà qualcuno da casa mia. Qualcosa mia madre mi manderà... Non
so ebbi soggezione o paura. Lentamente cacciai le mani nel
taschino del panciotto e tirai fuori tutto il mio tesoro... Uno,
due, tre soldi... quaranta soldi, due lire. - Tieni - gli dissi,
agitando entrambe le tasche del panciotto, per significargli che
non v'era più nulla. E Gigione, tenendo stretto il tesoro
consegnatoli, imboccò le scale di legno, producendo, questa
volta, un fracasso indiavolato, e andò via. S'era dimenticati,
nell'ebrezza della sua conquista, che al primo piano era la
padrona di casa, insofferente di rumori... - Piano, piano, «guagliuni»
! - gridava aprendo l'uscio del suo appartamento - un po' di
educazione. Villani! Zavorra di campagna! Come se lei, D.
Leopolda, fosse un gioiello di città… Gigione neanche rispose. E
D. Leopolda, più indispettita, continuò a sbraitargli dietro con
le più basse insolenze, fintanto che egli non ebbe infilato il
portone.
Non tornò a casa, Perticaccia, che dopo un paio d'ore,
guadagnando le scale, questa volta, in punta di piedi: voleva
che D. Leopolda non lo sentisse nemmeno, altrimenti sarebbero
stati guai. Sarebbe stata capace di rompergli le costole con il
manico della scopa. Non aveva paura di nessuno, quel donnone! -
Beh? - gli dissi io quando lo vidi di ritorno - Che cosa hai
combinato? - Tutto - rispose - e' tutto a posto. Sono stato con
gli altri là, in quella casetta sotto i muri del castello, in
cima alla Cerasella, da D. Maria. Le abbiamo consegnato tutto e
stasera, alle diciannove, dovremo essere tutti lì per il cenone.
- Ma tu quanti soldi hai messo? … e gli altri… azzardai io, non
senza un po' di soggezione. - Faremo i conti domani; ci sarà
anche Sandro, l'Albicocco, e Peppino e Terenzio e… tu, Bombola
mia! - E per giuoco mi assestò una manata su la spalla. -
Perticaccia maledetta! - risposi - non mi dai nemmeno il tempo
di riflettere. Sono davvero uno sciocco! Egli andò via,
scendendo le scale sempre in punta di piedi, ed io, ripresi i
miei libri e ricominciai a preparare le lezioni per l'indomani:
latino, storia, geografia, francese…
Studiai di lena sino al crepuscolo. Poi uscii e mi avviai da D.
Maria, in quella casetta, là, sotto i muri del castello, per
assicurarmi se la cena fosse a buon punto. trovai l'uscio di
casa chiuso. Pensai d'essere stato preso in giro, e me ne tornai
mogio mogio, imboccando la strada a scalini che scende verso il
Corso. Incontrai Gigione che risaliva la strada: - Sai - mi
disse - D. Maria non ha potuto incaricarsi del menage perché
stasera si sposerà suo fratello. Abbiamo incaricato D. Teresa,
quella zitellona che tiene camere d'affittare, qui vicino. Vieni
con me. Ed imboccammo un vico. Gigione bussò ad un uscio a pian
terreno. Comparve una donnina magra, asciutta, ma tutta sale e
pepe, che ci accolse benevolmente con un sorrisetto malizioso e
ci assicurò che fra un ora tutto sarebbe stato pronto. Parlava
con una voce bassa, nasale, che muoveva al riso. Gigione mi
guardò, e sorrise… e, avvicinandosi all'orecchio, mi sussurrò:
D. Teresa perché fiuta tabacco, e' una tifosa del tabacco da
fiuto. Talora tenta anche la pipa, ma… di nascosto. E difatti,
dopo un po', volgendosi di fianco, trasse dalle tasche del
grembiule una scatola, l'aperse, prese un pizzico di tabacco e
lo fiutò con tanta soddisfazione, che la metà almeno le cadde su
la camicetta. Meno male - pensai io - che non sia caduto nel...
Ma, non pensiamocene neppure!
Poi, senza lavarsi, s'intende, prese il pane, lo affettò, e con
l'indice, tolse da un bicchiere colmo di vino una cosetta nera
che vi galleggiava... Gigione, per evitare che quel vino
corresse qualche pericolo, prese il bicchiere e lo tracannò d'un
fiato. E intanto, l'uno dopo l'altro, vennero gli altri compari.
D. Teresina stese un mensale, che teneva in un cesto sotto il
letto, posò in mezzo alla tavola un mucchi di forchette, pochi
coltelli, qualche tovagliuolo neanche ripiegato e andò via
dicendo - Adesso porto in tavola. Dopo un poco, i maccheroni
fumanti, la carne già spezzettata, il pane, il vino, i finocchi
erano lì, allineati su la tavola. - Prendete - disse D. Teresina
- servitevi come volete. Io ho già preso, per me, un po' di
tutto, quel che mi basta. - Domani - disse Gigione, ch'era il
capocricca - vi daremo anche quel tanto che vi basterà per il
tabacco, almeno per un mese, e per Pasqua vi compreremo anche
una bella tabacchiera e . . . una pipa d'erica. - Va bene -
accettò D. Teresina - va bene, anche questa e' necessaria per
me. Mangiate, figliuoli, buon appetito. E se ne andò. Si mangiò
a crepapelle e si bevve ad asciugabotte fino a tarda ora. Anche
io avevo bevuto un po' troppo: mi sentivo battere la tempia e la
faccia calda calda, come se fossi dinanzi alla bocca di un
forno. Uscii da quella bolgia per respirare meglio. L'aria era
tranquilla, serena e soffiava un venticello che faceva davvero
piacere, almeno a me, ch'ero tanto accaldato. Camminai un po'.
Mi ricordai ch'era già tardi, che l'indomani bisognava andare a
scuola e ch'era bene rincasare. Mi avviai.
Quando fui a casa, spinsi il portone. D. Leopolda ancora
sfaccendava muovendosi, qua e là, fra le stanze del suo
appartamento, con passo tanto leggiero che tutta la casa
sembrava scossa da un leggiero terremoto. Tentai guadagnare la
scaletta di legno che conduceva alla mia camera con passo
leggero, con la speranza che non mi sentisse. M'intese, invece,
e gridò: - Bella ora, questa, per chi deve studiare, bella ora!
- Io salii, come se nulla avessi inteso, e andai a letto,
addormentandomi subito. Malgrado la sbornia, l'indomani mattina,
quando dalle vetrate, rimaste aperte, entrò la luce del sole,
sorgente da dietro le mura del collegio, m'alzai: erano ancora
le sette e mezza. Dalla camera accanto, quella abitata da
Gigione veniva un ronfo cadenzato: era in casa. Lo svegliai, gli
dissi che presto sarebbe suonata la campanella della scuola, ed
egli, dopo essersi stiracchiato, borbottando non sò quali frasi,
si alzò. Quando fu in piedi, guardandomi come stralunato, disse:
- Ebbene? Si guardò attorno, come per raccapezzarsi, poi
soggiunse: - che cosa farò a scuola, oggi? - E rimase in piedi,
con le braccia incrociate. Poi aggiunse risoluto: - Non ci andrò
affatto! Un passo pesante, intanto, risaliva la scaletta di
legno. Ecco la sagoma gigantesca di D. Leopolda: - Beh? - disse
ella - che cosa volete che oggi vi cucini? Guardai in faccia
Gigione. Egli guardò me come per interrogarmi. Dopo un po': -
Oggi, oggi... disse - niente, oggi siamo invitati. - Io abbassai
gli occhi ed entrai nella mia camera. La carne di basso macello
aveva bene il diritto di attardarsi nelle pieghe dello
stomaco... D. Leopolda, contenta della risposta, ridiscese le
scale, facendo tremare sotto i passi il pavimento.
Quando fummo soli, su la strada: - Che cosa ci dovrà cucinare
oggi D. Leopolda - mormorai sottovoce - se non abbiamo un
soldo?... - Non e' vero - rispose Gigione - abbiamo un po' di
pane dell'altro giorno e alcuni peperoni amari a cornetto.
Abbiamo anche dell'olio: che ci manca? E continuammo la nostra
strada: io verso la scuola; Gigione, invece, imboccò una
stradetta traversa e non so dove sia andato a finire. A scuola,
no, certo, perché torno a casa nel pomeriggio, senza libri, e
non ricordava neanche dove li aveva lasciati. Tagliuzzammo quei
peperoncini in un piatto li condimmo con sale e olio, ma quando
andammo allo stipo per prendere il pane ci accorgemmo che ce
n'era così poco che non si sarebbe saziato nemmeno un gatto.
Mangiammo quel che avevamo, facendo continuamente boccacce per
via dell'amaro irresistibile di quei peperoncini a cornetto.
Durante il breve e doloroso pasto nessuno di noi disse una
parola. Era giovedì berlingaccio e noi s'era davvero al verde. -
Provvederà Dio, più tardi - disse Gigione sospirando. Prese il
cappello ed uscì. Io rimasi in casa, presi qualche libro, così
facevo gli altri giorni, ma lo stomaco mi bruciava! Dopo un paio
d'ore incominciai a sentire anche degli stiracchiamenti che
volevano essere dei dolori, ma erano, invece, mormorii dolorosi
prodotti dal vuoto: avevo appetito. All'imbrunire non ne potevo
più.
Quando rincasò Gigione ci guardammo come volerci dire: Che
facciamo? E' giovedì berlingaccio, a casa nostra, questa sera,
probabilmente ci sarà il cenone e noi, qui, si desidera il pane.
- Andiamo - disse Gigione dopo essere stato un po'
sovrappensiero - indossa il mantello a ruota e vieni con me.
Quando fummo ai quattro canti, là dove v'era, allora, una
panetteria, che teneva sempre appesa alla porta, una buccellata
per reclame, era già notte e si vedeva poco, giacché le lampade
stradali erano rade e di basso candelaggio. Mi disse: - oggi ho
procurato due soldi, li ho vinti, giocando alle palle. Entrerò
per comprare un po' di pane... Tu - coraggio, però, veh! non mi
fare scomparire - tu allungherai il braccio e... tafte!
prenderai la buccellata e ti allontanerai dinoccolato, come se
nulla avessi commesso. Capisci?... Non si può rimanere con lo
stomaco vuoto proprio il giovedì berlingaccio! - Ma - azzardai
di obbiettare - ma... - Non c'e' nessun ma, devi far così;
ubbidisci, altrimenti con un pugno ti riformo - E allungò il
braccio stringendo il pugno sul mio capo, in segno di minaccia.
E, senza darmi il tempo di fare ancora delle osservazioni, entrò
nella panetteria, s'appressò al bancone, e, mettendosi le mani,
sui fianchi, così come il nostro Manzoni raffigurò Perpetua
dinanzi al Curato, facendosi ala coi due lembi del mantello a
ruota allargati su le braccia, in modo da coprire quasi
completamente chiunque si fosse attardato su l'uscio, chiese di
comprare il pane, e posò la moneta sul bancone. Quando credetti
il momento opportuno e mi vidi coperto interamente dal mantello
di Gigione, tremante per l'azione ch'ero per commettere, levai
il braccio per prendere la buccellata, ma ohime! era appesa
molto alta e non arrivavo a ghermirla. Dovetti salire, con la
punta dei piedi su di un asso inchiodato di traverso su la
porta; se non che... patatracte! scivolai e caddi di peso sul
selciato, con la buccellata già presa, producendo un fracasso
indiavolato. Il panettiere intese, accorse e mi fu sopra, mentre
io, punto da un acuto dolore al ginocchio, stentavo a rialzarmi.
Mi prese per l'orecchio e mi portò dentro. Gigione aveva tentato
di scappare, ma il panettiere, che aveva capito, chiuse l'uscio
per tempo e così rimanemmo imprigionati, atterriti non tanto per
gli scapaccioni che quell'uomo avrebbe potuto assestarci, ma per
quanto avrebbe potuto accadere di peggio. Quando fummo sotto lo
sguardo truce del padrone, che, per giunta, aveva ancora in mano
il coltellaccio che gli era servito per tagliare il tocco di
pane richiesto da Gigione, ci sentimmo allibire dallo spavento.
Sgranando un paio d'occhi da spiritato e brandendo, forse
involontariamente, il coltello su le nostre teste, ci apostrofò:
- Chi siete? Subito i vostri nomi o chiamo la guardia e vi
faccio mettere in gattabuia. - Meno male - dissi fra me. Il
pericolo del coltellaccio sembrava cessato. Nessuno gli
rispondeva. Allora egli incalzò, alzando ancora la voce: - Dove
abitate? Questa volta volevo risponder io, ma mi mancò il
coraggio e la voce. Rispose, invece, Gigione con una grassa
risata, che fece risuonare tutto il negozio. E poichè il
panettiere, non sapendo spiegare quella commedia, era rimasto
tra l'attonito e il meravigliato, Gigione incalzò: - Abbiamo
voluto farvela, abbiamo voluta farvela: a carnevale ogni gioco
vale!... Ma che credevate? Che noi si avesse bisogno di un chilo
di pane? Ve l'abbiamo fatta, ve l'abbiamo fatto! - E continuava
a ridere con uno sforzo che chiunque avrebbe capito non fosse
naturale. - Ma insomma, chi siete? - incalzava il panettiere. -
Rispondi tu - disse Gigione, questa volta rivolgendosi a me -
rispondi tu... Ed io risposi: - Abitiamo da D. Leopolda - Ma non
avevo ancora terminata la frase, che il panettiere,
abbracciandomi teneramente, esclamò: - Il figlio di Donna... E
il figliuolo più grande, che frattanto, nel trambusto, s'era
affacciato dal retrobottega: - E'il nipote dell'ingegnere!...
non lo conoscete? - Il nipote dell'ingegnere?... Ci avete voluto
fare una burla, dunque... Però, se io fossi stato un uomo, che
so, di quelli subitanei, avrei potuto anche infilarvi quel
coltellaccio nelle costole... E senza pagarvi un soldo. Capite?
Senza pagarvi un soldo. Benedetti ragazzi!... Benedetti
ragazzi... - E voi? - disse poi, rivolgendosi a Gigione. - Io...
io architettai con lui la burla, rispose Gigione, anche lui,
questa volta, interdetto. Ed eccoci qui: voi giudice e noi...
accusati, anzi... noi ladri.
Il panettiere, sorridendomi ancora amorevolmente, prendendomi
per mano, disse rivolgendosi ad entrambi. - Venite - venite,
oggi e' giovedì berlingaccio: voi, poveri ragazzi, siete soli,
avete bisogno di stare anche voi allegri. Venite. E ci condusse
nelle stanze retrostanti alla bottega. C'era già la cena
apparecchiata con un odore di arrosto di maiale che faceva
venire l'acquolina in bocca. La moglie e i bambini già s'erano
seduti al desco. - Teresa - aggiunse poi il panettiere,
rivolgendosi alla moglie, - due sedie per questi due burloni.
Uno di essi, questo bombolotto, e' il nipote dell'ingegnere,
l'altro - additò Gigione - e' il suo basista. Avevano
architettato una burla, ma io li ho acchiappati, ed ora eccoli
qui per la punizione che meritano: stasera, poveri figliuoli,
lontani dalla famiglia, rimarrete a cena con noi. vi sono le
braciole, l'arrosto di carne di maiale, testa piedi e cotiche,
cotte nella sugna, le frittole. Le frittole, capite, col
peperoncino rosso... E anche un bicchiere di quello buono, di
Nicotera. Io e Gigione ci guardammo con intenzione, sorridendo
di compiacenza, e ci sedemmo a tavola con gli altri. La fortuna
ci aveva presi, quella sera, per i capelli...
L'indomani, poi, a scuola, come il solito. Benché fossi poco
preparato, alle domande del professore seppi cavarmela. Di
Gigione non seppi mai nulla, perché dopo quella serata non lo
vidi che da lontano, qualche volta. Quando nel pomeriggio tornai
dalla scuola, a saltelloni, pensavo a quanto avrei dovuto dire
alla padrona di casa, alla quale nessun incarico s'era dato per
il desinare di mezzogiorno. Salii le scale pian pianino, spinsi
l'uscio. Accanto al tavolo che soleva servirmi da scrivania e da
tavolo da pranzo, era seduto mio padre... proprio lui, in carne
ed ossa, con un gomito appoggiato sul tavolo e la testa su la
palma della mano. Mi avvicinai sorridendo per baciargli la mano,
ed egli, come il solito, mi baciò su le guance, ma mi parve
triste, disfatto. Ci guardammo senza profferir parola. Abbassai
gli occhi, egli si rimise a sedere. Breve silenzio. - Burrasca -
pensai io. Dopo un poco parlò lui: - Sono stato dal preside,
dopodomani cominceranno le vacanze. Si e no, domani, ci saranno
due sole ore di lezioni. Ti ha permesso di venirtene in
famiglia, con me, oggi. Io già ho disbrigato gli affari per i
quali ero venuto; quindi si potrà partire fra un ora. Và dal
panettiere accanto, non da quello dove ti recasti ieri sera...
và a comprarti un panino. Il companatico l'ho già comprato io
stesso...
Intesi gelarmi il sangue e venirmi la pelle d'oca. Pensai: - mio
padre sa tutto. Povero me! Al ritorno dal panettiere trovai già
mio padre in piedi, accanto alla finestra. Usciamo - disse; e
uscimmo. Non sapevo bene dove si andasse. Risaliamo il Corso e
la scalinata della Cerasarella: siamo già su la via sotto i muri
del castello, presso quello D. Maria, che, due giorni avanti non
avevo trovato a casa quando, su l'imbrunire, m'ero recato da lei
per sapere in quale ora si sarebbe fatto il cenone con la carne
di basso macello. Quando fummo vicino all'uscio disse: - Quella
sera D. Maria non era in casa, ma stamattina, all'atto del mio
arrivo, c'era, anzi mi attendeva sulla soglia. La donna mi
sorrise; poi accarezzandomi, disse: - Mio caro, avantieri non
volli essere in casa; capisci? Non volli essere... E tacque.
Quando fummo dentro, mio padre, guardandomi con intenzione e
posandomi teneramente una mano su le spalle, disse: - Dopo le
vacanze di carnevale, verrai ad abitare qui. D. Maria oggi, dopo
la nostra partenza, s'incaricherà di trasportare qui il letto e
la tua cassa. Con D. Leopolda ho già liquidato ogni conto...
Gigione te lo dovrai dimenticare, capisci? Con quella
Perticaccia - così lo chiamano tutti - tu non avrai più che dire
e che fare... Ci siamo compresi? Ora partiamo. Fuori paese, dopo
le ultime case, ci attende il pedone postale. Partiremo con lui.
Io ho già il mio asinello insellato, tu monterai su l'asino del
pedone... - Ma quello e' col basto - azzardai io... - Col basto;
e ringrazia Dio che tu non sia costretto a viaggiare a piedi...
Il pedone postale, infatti, ci attendeva presso una fontanina,
oltre le ultime case. Mio padre montò per primo su l'asino.
Quando venne la mia volta, poiché sul basto erano già caricati,
da una parte e dall'altra, i bagagli postali, salii sul
parapetto di un ponte e con un po' di destrezza, prima fui sul
collo dell'animale - che non si aspettava un sovraccarico - poi
mi adagiai sui cerchi del basto, su cui già era stato arrotolato
un sacco a varie ripieghe. Com'erano duri i cerchi del basto!.
Mio padre chiamò il pedone, tolse da un involto un po' di salame
affettato, poi volgendosi a me: - Lo mangerai col panino già
comprato. - E tu hai mangiato, papà? - azzardai di chiedergli. -
No - rispose mio padre - mangerò stasera. E partimmo. Gli
scapaccioni oramai li avevo scontati... |
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