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Il coniglio
di Nicola Alberto
Mannacio
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E
ra domenica delle Palme. Benchè di aprile, era una giornata di
maltempo, ma piena di brio per il viavai della gente in
prossimità della Pasqua. Sin dalla sera precedente, i contadini,
rincasando dal lavoro dei campi, avevano portato fasci di rami
di ulivo, perchè l'indomani fossero benedetti e riportati su le
terre lavorate di fresco su cui sarebbe scesa più abbondante la
benedizione del Cielo, e su le messi ancor verdi, pronte alle
spighe. Alcuni di essi, risaliti dalla marina, portavano anche
ramoscelli di palma, ingegnosamente intrecciate a croce latina o
greca o a fascetti artisticamente addobbati, di cui,
specialmente le giovani zitelle e i giovanotti, si ornavano la
blusa e l'occhiello della giacchetta. Quella mattina, la
campagna era avvolta in una tenue foschia, piovigginava e faceva
anche un po' di freddo. Malgrado ciò, varie cavalcature cariche
di verdura e di frutta, s'avviavano al mercato della vicina
città. I conducenti, strizzando l'occhio alle ragazze,
canticchiavano in sordina, canzonette amorose e spingevano
avanti la cavalcatura per arrivare più presto e occupare, al
mercato, i posti migliori. Anche molte donne, curve sotto il
peso di ceste o sacchi, incuranti del maltempo, che minacciava
anche di peggiorare, camminavano alla lesta: il mercato coperto
le avrebbe, poi, riparate dal maltempo.
Maria Teresa s'era levata presto, all'alba, e, raccolte nel
pollaio tutte le uova della settimana, s'era avviata, a piedi,
al vicino mercato, distante più di cinque chilometri dalla sua
casa colonica, sui fianchi di un amenissimo declivio,
prospiciente il mare. Il marito era rimasto nei campi a
sfaccendare e preparare la famiglia alla Messa, nella vicina
cappella del romitorio. Le uova erano sessanta. Essendo prossima
la Pasqua, Maria Teresa le avrebbe vendute a buon prezzo, e,
camminando alla lesta, andava fantasticando sul da farsi. Tutte
le mamme secondo le antiche usanze, avrebbero preparato, per la
famiglia, le buccellate costellate di uova e i tradizionali
taralli o la «pignolata», sorta di pastette di uva e farina
avvolte nel miele. Le uova, quindi, sarebbero state molto
richieste. Ma pioveva e non avrebbe potuto andare in giro per
gridare la sua mercanzia; avrebbe dovuto rimanere al riparo,
sotto la tettoia del mercato o di qualche androne vicino, dove
tante altre ovaiole avrebbero potuto farle anche la concorrenza.
In ogni modo, appena arrivata alle prime case, come il solito,
lanciò il suo grido: Ohooo! li uova frischi !...
Più di una finestra si aprì, e già pioveva a dirotto. Ella
adocchiò la finestra di un primo piano, infilò il portoncino e
salì la breve scalinata... Sul pianerottolo si affacciò una
signora: era ancora intontita dal sonno. - Son fresche? -
domandò. - Freschissime, e guardate come son grosse, sembrano di
oca... guardate. E mostrava la sua mercanzia con una punta di
orgoglio. - Qual' è il prezzo? - Non vedete, signora, come
piove? Voi vi alzate in questo momento, io cammino da un'ora
sotto la pioggia. Siamo povera gente, dobbiamo vivere. Tutto è
caro... - Si, è vero; mi sono alzata da poco, perchè ieri sera,
alle ventitre ero ancora a terra... Quanti guai, quante beghe,
quanti impicci, e, quando siamo agli ultimi giorni del mese,
bisogna contare e ricontare i pochi spiccioli che ci restano
dallo stipendio, per sbarcare il lunario sino al giorno 27...
Ognuno, cara la mia donna, ha i suoi guai!... - Avete ragione
anche voi, signora mia; mi perdonate. Vedete, è prossima la
Pasqua, v' è grande richiesta di uova, anche noi vorremmo
sederci a un desco meno povero... Dovrete pagarmele almeno a
trenta lire... - Gesù mio!... A trenta lire?... E noi come si va
avanti, con uno stipendio così misero? E pure bisogna mangiare,
e mio marito è tutto il giorno in ufficio, e poi, per vivere
deve fare anche lo straordinario, e tener la contabilità del
negoziante di fronte... Quando voi, la sera, andate a dormire,
capite? mio marito lavora ancora... - Signora mia, voi
certamente avete ragione, ma... neanche io ho torto. Guardate
come sono inzaccherata. Ognuno ha i suoi guai... - Beh! facciamo
venti lire... - Non posso, signora ,credetemi, non posso, il
mangime dei polli costa un occhio. Per la Pasqua noi non si va
ad acquistar dolciumi, ma almeno un po' di carne, i maccheroni,
una bottiglia di vino, le buccellate per i figliuoli...
Facciamo così: prendetele tutte e fissiamo il prezzo a
venticinque lire... - Tutte?...Chi trova il danaro, oggi, per
comprare tutte queste uova? Ma dopo averci pensato un po': -
Aspettate - disse - in questa casa siamo in cinque famiglie;
vediamo se le altre vogliono comprarle. E si attardò per le
scale. Tornò, dopo poco, con altre signore: - Beh! le prendiamo
tutte e si pagheranno a venticinque lire... Le uova furono
contate. Erano sessanta, dieci per ciascuno alle altre signore;
lei ne comprò venti. Con tanti figli!... Maria Teresa incassò il
danaro e corse al mercato per comprarsi un setaccio per il colo.
Strada facendo si accorse che le botteghe dei macellai eran
tutte chiuse e che anche al mercato i macellai avevano
incrociato le braccia: erano in sciopero perchè avrebbero voluto
un aumento sul prezzo della carne. Si avviò al reparto riservato
alle ovaiole: avevano le ceste piene e si accapigliavano con
alcuni vigili urbani. Sembravano altrettante gazze e facevano a
gara per sopraffarsi con gesti e voci e boccacce.
- Vedete un po' - diceva una di esse, quando potè tacitare le
altre - vogliono obbligarci a vendere le uova a venti lire... E
come si fa a vivere così? Vedete, i macellai hanno scioperato,
anche noi scioperiamo e torniamo in campagna con le nostre uova;
qualcuno le vorrà comprare al prezzo giusto. Siamo a Pasqua!
Vedremo che cosa faranno i signori senza uova, a Pasqua... E già
s'avviavano borbottando; ma, sperando che qualcuno le
richiamasse si voltavano indietro per richiamare l'attenzione
degli eventuali compratori, coi quali prima avevano trattato per
la vendita. Maria Teresa, che aveva assistito impassibile a
questa baraonda, contenta, ora, del prezzo che a lei già avevano
praticato e della sollecitudine con cui aveva venduto la sua
mercanzia, benchè piovesse ancora, si avvolse intorno alle
spalle la saia di lana e s'avviò verso la sua campagna. Aveva
raggranellato millecinquecento lire; con questa somma aveva
comprato il setaccio e gliene rimanevano per il pranzo del
giorno di Pasqua. E trotterellava per tornare presto a casa,
recarsi a Messa e preparare per tempo qualcosa per il suo uomo e
per i figliuoli, che, in quel giorno, contrariamente al
previsto, avrebbero potuto mangiare per mezzogiorno.
Passando per una scorciatoia - un viottolo liscio e
sdrucciolevole come il sapone accanto a un cascinale, vide, in
una cannizzata, tanti conigli. - Li macellate per Pasqua? -
domandò alla donna ritta su lo stipite della porta - Li
vendiamo; ma se non ci sarà richiesta, li macelleremo. Già ce ne
hanno fatta richiesta. Ne volete comprare qualcuno anche voi? -
Magari; ma... costano cari? - Vi sceglierò il più grosso, ma me
lo dovete pagare cinquecento lire - rispose la donna dal
cascinale. -Madonna mia!... Cinquecento lire?... E dove le
prendo? Non vi accontentate per la metà? - Per la metà? Ma che!
Scherzate? Vi sceglierò il più grosso... Entrò nella cannizzata,
ne adocchiò uno, lo acchiappò, e, soppesandolo dinanzi allo
sguardo di Maria Teresa disse: - Tenete è almeno due chili. ..
Sentite quanto pesa?.... Maria Teresa lo prese, lo sòppesò: era
davvero una bella bestia. - Ma io non posso pagarlo... costa
molto - diceva sorridendo con intenzione. - Beh ! prendetelo,
pagatelo trecento lire, e per il giorno di Pasqua non avrete
bisogno di comprare altra carne; ce n' è qui d'avanzo. Maria
Teresa consegnò le trecento lire, ebbe il coniglio e lo pose
nella cesta in cui v'erano state le uova.
E intanto andava fantasticando: - Lo terrò sino a Sabato Santo,
poi lo farò scannare, scuoiare... No, no: non si deve scuoiare -
lo diceva la bon'anima di mio padre, si deve pelare, il
coniglio, perchè la parte migliore è appunto la cotenna,
specialmente quando è lardacea. Né si deve scannare: basta un
buffetto sulla nuca e il coniglio è bello e morto. Poi saprò io
come cucinarlo: un sughetto così odoroso, saporito, col
peperoncino rosso, un po' di erba serpentaria tritata, un po' di
rosmarino... Sicuro. Se al coniglio non aggiungete il
peperoncino e gli altri aromi, è un pranzo ordinario: manca
tutto. E quanto sono saporosi i maccheroni con quel sughetto: c'
è da leccarsi le labbra, specialmente quando sono anche
annaffiati da un bicchiere di buon vino! La mattinata, oggi, m'
è stata davvero propizia: ringrazio Dio! Come sarà contento mio
marito... e i miei figliuoli, quando avranno appreso che io ho
venduto le uova in quattro e quattr'otto, senza, indugiarmi con
nessuno, senza minacciare scioperi; e quando, nel giorno di
Pasqua potranno mangiare i maccheroni con quel bel sughetto! Non
solo, ma come sarà contento quando saprà del risparmio per il
pranzo di Pasqua! Il coniglio credo non pesi meno di due chili.
Per due chili di carne, anche di pecora, ci sarebbero volute
almeno milletrecento lire. Di vacca o di vitello, non ne
parliamo: ci vorrebbe una banca! Con questo coniglio, invece,
abbiamo speso... quanto? sole trecento lire, la quarta parte,
per lo meno, dì quanto sarebbe costato un solo chilo di carne:
la quarta parte! Questo vuol dire fare da senno, essere una
buona massaia, saper risparmiare...
Così fantasticando giunse al suo cascinale. I figliuoli le
corsero incontro. - Che cosa hai portato, mamma? - chiese il più
piccolo. - Vedrete; un coniglio, grande quanto un agnello. Ma
che dico? non è un coniglio è una coniglia, solo adesso,
guardandolo bene, me ne accorgo. - Una coniglia? - esclamò il
più grande, che già frequentava la quinta classe di una vicina
scuola di campagna - una coniglia? Ma non si dice così, mamma,
se ti sentisse la mia maestra riderebbe di cuore... - E come si
chiama, allora? - domandò la mamma. - Rispondimi, mamma: - Come
si chiama la femmina del corvo?... Corva, forse? E il ragazzo,
rise tanto. Voleva far comprendere alla mamma, senza
correggerla, ch'ella aveva sbagliato, che la femmina del
coniglio non si chiamava coniglia – Quanto siete saputelli, voi
- disse la mamma ai miei tempi non c'erano che poche scuole e
pochissimi maestri. Voi, ora, la sapete lunga. Adesso, vedete,
ci sono le scuole anche nelle campagne, come qui, da noi. Quando
mai si poteva pensare, ai miei tempi, che in una campagna
dovesse abitare una maestra, quasi sola, come la vostra, in una
casetta, anche lontana dalla strada? Ebbene, adesso vi abita, e
non ha paura; anzi, direi quasi, è più coraggiosa di me che ho
paura, di sera, di uscire su l'aia. Lo so, i tempi son cambiati,
e, mentre prima pochi erano quelli che sapevano leggere e
scrivere, ora, in ogni casa, i ragazzi ne sanno quanto un
avvocato... E gl' ignoranti siamo noi, quasi vecchi, ignorante
sono io che ho imparato solo qualcosa da mio padre, che sapeva
anche scrivere una letterina senza che alcuno gliela dettasse. E
ora, vedete, devo accontentarmi ad andare a scuola dai miei...
figliuoli!
- Povera mamma - soggiunse il figlio saputello ne sai più di
noi tutti, pur non essendo andata mai a scuola, hai tanto senno
da venderne... Ma, vedi, se tu avessi saputo quanto si apprende
oggi nelle scuole, certo saresti stata la nostra maestra, in
tutto. - Beh! Ora non posso tornare più indietro. Ora questa
bestia, sentitemi, ha bisogno di mangiare, la chiuderemo col
cancelletto sotto il forno, ma dovete mieterle continuamente
dell'erba, altrimenti per il giorno di Pasqua sarà pelle e ossa.
Incominciamo da oggi. I conigli mangiano molto: si dice che a
mala pena basti, per un solo, il mangime di un vitello, mangiano
continuamente, sono dei roditori con denti instancabili. Non vi
rincrescete, dunque: muovetevi. Il falcetto è su la
rastrelliera, incominciate da questo momento. Giacchè la pioggia
è cessata, muovetevi subito e non vi stancate... E i ragazzi,
obbedienti, si misero a moto: quel servizio li divertiva anche.
Alle undici suonò la campana della cappella del romitorio.
Nessuno della famiglia fu assente alla Messa, e quando furono a
casa, quando ebbero fatto colazione, ricominciarono la
falciatura per il coniglio.
Passavano i giorni. La mamma, ogni tanto, ammiccava sotto il
forno: il coniglio ingrassava sempre più e i figliuoli a
portargli sempre erba fresca e verde. Il più piccolo gli
portava, talora, anche qualche pezzettino di pane; ed esso
diventava sempre più grosso. E venne il Sabato Santo. Proprio
quel giorno bisognava fargli la festa, pelarlo, approntarlo per
la scodella... Dio mio, quanti sacrifizi ad una bestia innocente
per il piacere di un'ora! Come siamo crudeli, noi uomini!
Crudeli ed egoisti! I figliuoli ne erano tanto dispiaciuti, ma
bisognava pur ubbidire alla sentenza. Quando, dopo mezzogiorno,
la mamma s'affacciò sotto il forno per prendere la bestia,
s'accorse che non era, come il solito, dietro il cancelletto.
Dove s'era cacciata? Attendendo che venisse fuori, spingeva
dentro una canna per richiamarla. Nulla. Intese, invece, una
vocetta esile esile, uno zirlo, poi un altro, poi un altro
ancora, poi un'armonia di vocette, brevi, stridule, talora
flebili, insistenti... Che cosa era avvenuto? Il più
grandicello dei figliuoli, Vittorio, accese la lumiera e,
carponi, andò sotto il forno, sino al fondo, donde veniva quella
musica... - Tutti, tutti qui! - gridò - mamma, Totò, Giulio;
tutti qui. Non venite presto? I ragazzi, carponi, si avviarono
incuriositi. La mamma rimase in piedi, in attesa. - Non vedete?
continuava Vittorio - non vedete che c'è? E tutti guardarono
verso l'angolino ultimo del sottoforno, rischiarato dalla
lumiera. Videro la bestia accovacciata su di un po' di strame e,
attorno ad essa... che cosa?... due, tre, cinque... otto
coniglietti...
- Come son carini!... come son carini! - Mamma, mamma, ci sono i
coniglietti, ci sono i coniglietti: ce ne sono otto... - Nove,
nove - aggiungeva Giulio, additando. E la mamma, anch'ella
carponi, andò in fondo alla buca per ammirare e compiacersi
della nuova famiglia. Tanto piccoli, tanto carini. Si
azzuffavano su per il ventre e per il dorso della loro mamma.
Pareva chiedessero qualcosa, vociando, e che la mamma
acconsentisse, buona, sempre amorevole; pareva che
compiacendosi, li baciasse, ad uno ad uno, ugualmente amorosa
con tutti. Quando furono fuori dalla buca, Vittorio, guardando
la mamma, con occhi di amore, esclamò sorridendole : - Come fai
ancora tu, mamma, come facevi tu quando noi eravamo piccolini
nelle fasce e ci cullavi... e ci facevi la ninna nanna, tanto
amorosa... E l'abbracciò, e la baciò, abbandonando le braccia su
le spalle di lei. Il più piccolo s'avvinghiò alle vesti della
mamma, volle salirle in grembo. E Totò, cingendole la vita, le
s'aggrappò, poi, al collo, volle anch'egli baciarla... Quadro
sublime di amore!...
Il babbo, dal vano della porta, sorrideva... - Guarda sotto il
forno, papà - gli disse Vittorio, accennando alla famiglia
numerosa di quelle bestiole - guarda. Non si ammazzerà più, per
domani, quella povera mamma... Non è vero? - Né per domani, né
mai - rispose il padre. Andrò io stesso in città più tardi,
spero che lo sciopero sia terminato. Comprerò l'agnello: a
Pasqua ci vuole l'agnello, non la carne di coniglio. E alzando
la lumiera all'altezza degli occhi, guardò anch'egli alla
dolcezza di quella famigliuola. Poi disse: - I figliuoli sono
davvero una benedizione del Cielo, anche per le bestie!. Domani,
passando dalla conigliera del massaro Gregario, mi farò
scegliere, per questa bestia, un bel... compagno. Tutti
sorrisero compiaciuti per quella mamma così affettuosa, per
quella bestia che si doveva macellare per il pranzo di Pasqua.
Com' era affettuosa! Anch'essa guardò tutti con compiacenza,
come per ringraziarli d'aver revocato, per essa, la sentenza di
morte. Quegli occhi vivi, dinanzi alla luce della lumiera,
avevano un affettuoso bagliore. La campana della cappella
dell'ex romitorio suonava a distesa: suonava per mezzogiorno, ed
era uno scampanio che riempiva l'anima di letizia. |
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