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La beffa di Rosanna
di Nicola Alberto Mannacio


O

ltre il ponte del fiume Angitola, non lontano dalle sue foci, la strada si svolge pianeggiante per tutta la piana di Maida, sino al ponte Calderaro, su l'Amato. Da qui, a destra essa s'inerpica, a larghe rampe, per raggiungere l'erta e malagevole montagna di Tiriolo, a sinistra raggiunge Nicastro, industre e ubertosa cittadina, centro dell'insurrezione calabrese nel 1848. Prima di questa biforcazione, lungo la piana di Maida, là dove nel 1806 c'era stato lo scontro sanguinoso anglo¬francese, in cui erano anche impegnate le orde del Cardinale Ruffo, la strada attraversava un terreno boscoso, dominato, ad oriente, da colline tagliate a picco, ricche d' anfrattuosità, di pozze, di brevi o lunghe vallate, quasi deserte, e di balze e rupi inaccessibili, donde in quei tempi, il passante facilmente avrebbe potuto essere esposto ad un fuoco micidiale, senza scampo di difesa. Ad occidente invece è la piana, ricca di ulivi, di piante da frutto e, più lontano, l'azzurro del mare. Su l'argine destro della strada, v'era ed è tuttavia, una fontana, dove tutti gli agricoltori del contado attingono l'acqua limpida e fresca, che vien giù dalle circostanti montagne. Poco oltre è il fondaco di Bevilacqua, testimone di tante riunioni clandestine dei patrioti del luogo e di tante stragi, durante la poco allegra ritirata delle truppe borboniche vincitrici su un molo di eroi... Ad uno dei due stipiti dell' uscio del fondaco, era appoggiata una donna sui 40 anni. Spilluzzicava alcuni semi di zucca. Bellissima nelle forme e nel sembiante, ella appariva ancor più bella dal caratteristico costume calabrese: una donna dallo sguardo maschio e decisivo, dagli occhi fondi e intelligenti, dall''aspetto risoluto. Si chiamava Rosanna. D'inverno, ella abitava, col marito, alla periferia di Napoli, presso le falde del promontorio di Posillipo: il marito lavorava come cameriere, in una delle tante osterie di quella incantevole riviera ed ella s'industriava, in mille modi, a guadagnare. Di primavera, al tempo della pesca del tonno, egli veniva richiamato dal proprietario della tonnara, affondata nelle acque del Tirreno Calabro, di là dalle foci dell' Angitola, e occupava ogni anno, con i due figliuoli e la vecchia suocera, uno dei cascinali, chiamati in Calabria fondachi. La vecchia, rimanendo in casa, preparava il cibo pei familiari e teneva osteria per i pochi viandanti che, durante il viaggio per quella strada avessero voluto rifocillarsi o bere un boccale di vino. Rosanna coi bambini, prendendo in fitto qualche trabaccolo e qualche sciabica, passava la giornata pescando dei pesci, che, poi, vendeva ai passanti o faceva cucinare dalla mamma per i clienti dell' osteria. Di notte, spesso, quando non c'era la luna, andava in mare con la lampàra. Tutti la conoscevano col nome di Rosanna, e conoscevano il marito col nomignolo «il napoletano». Il sole in quella dolce mattinata del 12 giugno 1848, pioveva tutto il suo tepore primaverile su le rupi, su le campagne verdi e solatie, su le cime degli ulivi e degli alberi in fiore, indorati da un verde lucente, su la piana biondeggiante di spighe e verde di granturco, oltre la strada, sino al mare. Era un silenzio grave di mistero, rotto dallo stridio di qualche precoce cicala, dal cinguettio degli uccelli in amore. Dal declivio delle alture giungeva un effluvio di ginestra che carezzava i polmoni e rinvigoriva lo spirito; dal mare, ricco di aromi terrestri, un odore di alghe e il dolce zeffiretto del Tirreno, sempre odoroso. Su la strada qualche raro viandante col suo ciucherello, qualche carro, trainato da lenti, pesantissimi bovi, qualche muggito lontano dalla piana solatìa. Laggiù, il mare con le sue rive uniformi e basse, il mare ceruleo, corrusco di miriadi di bianchi balenii, su cui qualche «guzzarello» e, poi tante barchette bianche attorno alla tonnara, di là dalle foci dell' Angitola. Nelle vicinanze del fondaco un viottolo tortuoso si perdeva nel folto degli alberi. In fondo al viottolo, a perdita d'occhio, si muove un' ombra, si avvicina: è un uomo a cavallo, avvolto in un nuvolo di polvere. Arrivato presso la donna, la guarda un istante, smonta. In testa aveva un cappello alla lobbia; gli cingeva il collo un giubbetto chiuso a guisa di veste talare, come usano i preti, sulle spalle un giacchettone di velluto nero stretto alla vita, a guisa di stifelius una fascia attorno alla vita, calzoni della stessa stoffa, corti sino al ginocchio, e, invece delle calze, ghette nere di lana. Sulle spalle una doppietta: era l'Abate D. Ferdinando Bianchi, sacerdote esemplare e patriota degno della gran causa che si combatteva per la libertà. In tutta la Calabria l'eco dei tumultuosi avvenimenti del 15 maggio, a Napoli, risuonava con accenti di furore e d'ira repressa in ogni cuore, e chiara, sanguinante, resa più spettrale dalla fantasia, era la visione dei combattenti sostenuti dagl'indomiti Napoletani a Piazza S. Ferdinando, a Toledo, delle barricate, delle condanne spietate, del sarcasmo del re burlone, che, irridendo al sangue di tanti martiri, s' innalzava beffardo su lo sfacelo d'un popolo assetato di libertà. L'eco di quella estrema difesa, combattuta col coltello fra i denti, dinanzi alla morte certa o al patibolo, mentre per le vie crepitava la fucileria e dai colli dominanti il golfo tuonava il cannone e su le piazze attendevano, inesorabili, la forca e il boia, aveva conquiso di spavento e di eroica alterezza gl'indomiti Calabresi, specialmente i Cosentini. Erano stati essi che, guidati da giovani generosi fra cui, segnatamente si distinguevano Luigi Miceli, Nicola Lepiane, Bruno De Simone - nella serata del 2 giugno, mentre la città s'illuminava di mille fiaccole in segno di riscossa; e per le vie s' inneggiava alla libertà, si riunivano nel palazzo del Governo ed eleggevano un governo rivoluzionario provvisorio che chiamava i Calabresi alla grande adunata contro il servaggio. L' indomani i balconi degli edifici pubblici e delle case erano imbandierati, un nuovo fermento animava il popolo cosentino e si decideva di mandare, ai comandi rivoluzionari di Catanzaro e di Reggio, copia del proclama, perché il movimento fosse concorde e più gagliardo, pur guardando a Cosenza, donde s'era elevato il primo grido di riscossa, come a faro, da cui dovesse dirigersi il grande richiamo alla libertà. Da quel giorno a Cosenza non vi fu giovane atto alle armi che non fosse armato di un fucile anche un fucile da caccia, in mancanza di altro - e di un pugnale. E si gridò, s'imprecò, si avviarono corrieri alle altre città viciniori - a Catanzaro e a Nicastro - dove il generale Francesco Stocco attendeva con le armi al piede, ruggendo d'indignazione e di dispetto; e nelle città del Reggiano, ove era ancora caldo il sangue dei martiri Geracesi. Di tutto questo fermento si ebbe notizia a Napoli; sì che, tre giorni dopo, nella rada di Pizzo approdava una squadra borbonica: quattro piccoli battelli a vapore, armati di cannoni e tre di trasporto. Misera scorta di armati, giacché, a giudizio degli esperti, oltre che le munizioni, quel convoglio non poteva trasportare più di 2000 uomini. E con questi uomini il Generale Nunziante pose piede in Calabria, nel punto ch' egli credeva più nevralgico, e che, nel fortilizio di Tiriolo, doveva segnare il suo quartiere generale, per dominare qualsiasi movimento insurrezionale in Calabria. - Buona donna - disse D. Ferdinando - avreste del pane da vendermi con un po' di companatico? - Stocco - rispose la donna, atteggiando le labbra a un sorriso. Si strinsero la mano ed entrarono nel fondaco. Era la stanza con il monte di aggeggi. In un angolo un caminetto col fuoco già acceso e, accanto ad esso, la vecchia e i due ragazzi - Il maschietto e la femminuccia dai dieci ai dodici anni - mentre in padella sul fuoco, friggeva la minestra verde con tocchi di pane. La vecchia mescolava e i ragazzi guardavano in attesa che la nonna scodellasse e desse a ciascuno la sua porzione. Nel centro un tavolo rettangolare e delle panche attorno. - Favorite D. Ferdinando, io vi conosco, come anche conosco il sacerdote D. Giuseppe Miceli - disse Rosanna - Le vostre sembianze non mi sono nuove, come nuove non saranno neanche a voi le mie, per quanto abbiate voluto, pocanzi, chiedermi la parola d'ordine... Sono Rosanna, la moglie del Napolitano, così mi chiamano tutti, e sono ai vostri ordini. Vivo a Napoli gran parte dell' anno, ma vivadio! rimango calabrese e non mi sentirei indomabile se, ogni anno, non vestissi, come vedete, il mio antico costume... Lassù, a Napoli, forse si combatte ancora, lì le barricate, qui il cuore, tutto intero, il fucile contro lo spergiuro e il rinnegato, qui le nostre scuri, le nostre pallottole arroventate dal caldo del nostro cuore. D. Ferdinando, ripeto, sono ai vostri ordini! - Non m'intrattengo molto, Rosanna, non posso trattenermi. Prendete: questo è un elenco di nomi. Vostro marito questa notte si rechi a Pizzo con un trabaccolo. Egli è conosciuto da tutti come un impiegato della tonnara; non abbia, quindi, paura di essere scoperto come spia. Prima di arrivare sotto le mura del castello, egli, costeggiando fra i tanti scogli, su cui si stagliano, a picco, molte case, vedrà la finestra illuminata. Dia un fischio, uno di quei fischi convenzionali usati dalla nostra gente, mettendo fra i denti l'indice e il medio di entrambe le mani... qualcuno si affaccerà. Egli, quindi accosterà alla scogliera e potrà così agevolmente consegnare questo elenco di nomi, i più spregiudicati fra noi. Mi raccomando. A mezzanotte, poi - è necessario che sappiate ciò anche voi - tutti qui. Ci saranno rivelazioni della massima importanza. Non deve mancare nessuno. Capite?.. nessuno! A Pizzo, sin dal giorno 6, è sbarcato il Generale Nunziante. Quei di Pizzo lo sanno; essi domani a notte ci daranno maggiori e più precisi ragguagli. Quindi stabiliremo il da farsi: ho qui, nel cervello, una proposta, ma... ci vuole ardimento e furberia. Capite? Coraggio, e Dio ci aiuti ! - Ma è vero che a Napoli, D. Ferdinando... è vero che i nostri... - Tutto è vero, cara Rosanna: ne riparleremo domani, a notte. Io riparto subito, devo recarmi a Nicastro, dal Generale Stocco. Ci vedremo, ci vedremo ancora per tante volte ancora... Attenti alle imboscate; ci attendono giorni di gravi responsabilità e di gravi travagli! Non si dorma, mi raccomando... D. Ferdinando rimontò a cavallo e partì al galoppo, scomparendo nello andirivieni di un viottolo, fra gli ulivi, che più presto conduce al Ponte Calderaro e, di lì, a Nicastro: quivi, in una casa colonica, nascosta in una fratta, avrebbe incontrato il generale'indomani, a mezzanotte, in conformità degl' impegni assunti, benché il cavallo gli fosse rimasto per strada, forse stremato dal lavoro e dalla inedia, D. Ferdinando era nuovamente al fondaco di Bevilacqua. Lo accompagnavano alcuni uomini, una ventina, ai quali, il giorno dopo, se ne sarebbero aggiunti altri. Era stato a Nicastro, dal Generale. Questi aveva già appreso che il giorno 6 Nunziante era sbarcato a Pizzo, sicché in dodici ore, prima che arrivasse l'Abate Bianchi, essendo colà Comandante della Guardia Nazionale, aveva riunito a sé più di quattromila uomini, cui se ne sarebbero aggiunti, presto, altri mille, inviati dal Quartiere Generale di Catanzaro. Tutti avrebbero indossato la prestabilita divisa: una casacca e un panciotto di velluto nero con bottoni di metallo sui due lati del petto; calzoni corti sino al ginocchio anch' essi di velluto nero, come la casacca, ghette di lana nera, fascia rossa, stretta ai fianchi, cappello a cono, adorno di frange di velluto e di penne. Tale abbigliamento era uguale per tutti: solo gli ufficiali, sui paramenti della giacca, portavano dei filetti di oro che ne indicavano il grado. Questa era anche la divisa dell' Abate Bianchi, il quale, però, appunto perché sacerdote, indossava un cappello alla lobbia. Solo il Generale aveva una divisa speciale, più riconoscibile, che servisse quasi di sfida al Comando borbonico: calzoni bianchi e stivali alla scudiera, cappello a tuba. Era una notte senza luna, solenne, avvolta in un silenzio che poteva sembrare preordinato. Ogni tanto su la strada deserta qualche carro, qualche traino. In verità, di quei tempi poco si viaggiava di notte: il re Borbone, a somiglianza del nonno, anch' egli d'ingrata memoria, aveva assoldate piccole compagnie di banditi, le quali avevano il compito di tenere a bada le popolazioni ed esercitare l'arbitrio fra quelle che si mostravano ostili al reame borbonico. A mezzanotte fu bussato all' uscio del fondaco, bussarono con intenzione: erano gli uomini di D. Ferdinando, già in divisa e armati. Un po'più tardi un rumore di passi, attutito dalla polvere della strada: erano quei di Pizzo, accompagnati da «il napolitano ». La stanza era debolmente illuminata da una fioca lucerna pendente da una fune attaccata al soffitto. L'abate volse intorno lo sguardo e guardò i suoi uomini, sul cui volto era disegnato l'ardimento e il coraggio. Poi parlò: - Siamo tutti. Stringetevi attorno a me, ragazzi. Voi sapete che i Borboni già sono a Pizzo, ben riforniti di munizioni; e se ancora non ci sono addosso, perché son pochi e attendono rinforzi da Napoli: essi ci vorranno snidare da Nicastro, da Filadelfia, da Catanzaro. Su questa strada, che congiunge appunto tali località, dovrà necessariamente avvenire lo scontro decisivo. A noi - è inutile illuderci - manca tutto: senza danaro, ci mancano le munizioni... Abbiamo solo un coraggio indomito, una fede, un anelito alla libertà. Non bastano. Il Generale Nunziante assolda uomini a sei carlini al giorno; noi non possiamo darvi che quel poco che abbiamo, sì che, più che la mercede, ci deve sorreggere lo spirito combattivo e l' amore per la libertà. Per lungo tempo la nostra terra è stata schiava. Ancora è caldo il sangue sparso, l'anno scorso nella vicina provincia di Reggio dallo stesso Nunziante, coadiuvato, allora, dal Conte di Aquila, fratello del re, e lo strazio di quei nostri fratelli, asserragliati su le montagne di Aspromonte per un mese intero .Grida ancora con la sua voce di tuono il sangue del martire Domenico Romeo, capo dell' insurrezione, la cui testa fu portata in trionfo per le vie della città. Dobbiamo lavare quel sangue! Dio ci aiuterà! Con noi, è una donna che saprà coadiuvarci. Volto di angelo e cuor di leone. Sarà, per noi, non dico una Giovanna d'Arco, ma una commilitone, che starà bene al nostro fianco. Voi di Pizzo domani a notte avrete un compito difficilissimo da assolvere, ma lo assolverete: mi rincuorano il vostro indomito coraggio e la difficoltà dell''impresa, la quale, appunto perché difficile, darà maggiore impulso al vostro cuore, non disgiunto dalla massima prudenza. Nel porto di S. Venere è ancorata una feluca borbonica carica di parecchi barili di polvere: noi abbiamo bisogno di essa. Bisogna impossessarsene! Un mormorio di approvazione e di orgoglio seguirono le parole dell' Abate. Domani a notte, due di voi - e li segnò col dito - prenderete un trabaccolo che il Napolitano vi procurerà, lascerete la vostra divisa, scalzi, coi calzoni rimboccati, facendo capire d'essere pescatori di frodo, dovrete provvedervi di buon pesce, non molto : possibilmente, cernia, merluzzo, paulo... Il Napolitano, entro domani, dovrà provvedervi di tutto... Non altro: domani, alla stessa ora. Trabaccolo e pesce: questa, per ora, è la consegna; a domani sera il mandato da compiere. I miei uomini, invece, si sparpaglieranno da qui al ponte su l' Angitola: ad essi è riservata la consegna di scoprire le eventuali mosse del nemico, se mai facesse una qualche sortita fin qui. Alcuni si scaglioneranno verso le foci del fiume, nascosti dietro gli arbusti di salici e di giunchi o dietro le intricate piante di fichi d'India. Altri tra gli ulivi e le ceppaie di castagno, di cui è ricca la contrada, a monte della strada, o tra le anfrattuosità della piana, sottostante alla carreggiata. Non credo che le truppe borboniche vorranno farvi una passeggiata proprio su la strada maestra come una qualsiasi esercitazione di campo... lo sarà con voi, notte e giorno; sapremo trovare i più opportuni accorgimenti. Questa è la vostra consegna, per ora: le circostanze potranno variare, giorno per giorno, secondo le esigenze. L'indomani sin dalla mattina D. Ferdinando aveva scaglionato i suoi, nel miglior modo, nei punti più strategici della vallata, dando le opportune disposizioni per il cambio della guardia durante le diverse ore del giorno e della notte. Gli altri, quei di Pizzo, andarono in cerca del pesce, in conformità degl'impegni assunti; il Napolitano andò in cerca del trabaccolo. Mancava appunto un' ora a mezzanotte quando i due si mossero: avevano con sé una grossa cernia e dei merluzzi. D. Ferdinando era con loro, in maniche di camicia, camuffato da una folta barba. La notte era calma; anzi un leggero alito di vento da nord-ovest incoraggiò i due a sciogliere la vela. Passarono inosservati tra le navi della flotta borbonica, ancorata a Pizzo: molti erano i pescatori che facevano, di notte, quella traversata, e per recarsi alle varie tonnare e per trasporto di pesce. Quando si av¬vicinarono al molo di S. Venere una voce grido: - Chi va là ! - Siamo dei pescatori - rispose uno di quei del trabaccolo, quello della... barba. E quando furono vicini alla scogliera, tanto vicini che la voce potesse facilmente sentirsi, aggiunse: - Siamo dei pescatori, niente altro che pescatori; abbiamo un' ottima cernia, merluzzi... Se ci potete avviare a quella feluca... vorremmo venderli... A buon mercato, sapete? ... buon mercato, e ... che nessuno sappia nulla... Siamo povera gente, dobbiamo vivere anche noi... La guardia doganale saltò lui stesso nella barchetta. Rovistò un po', si assicurò che non v' era altro che quel poco di pesce e, tutti insieme s'accostarono alla feluca. Vi salirono. Furono presentati al comandante: era un bel giovane, alto con un paio d'occhi che incantavano e una grazia di uomo. .. sentimentale, facile ad essere ammaliato da un altro paio di occhi, anch'essi volutamente sentimentali. L'abate lo aveva bene squadrato. .. Poche parole: offerta, richiesta e il pesce fu venduto a. .. buon mercato. Pochi carlini. - Domani - disse l' uomo dalla barba - alla stessa ora, avremo della pesca grossa... - Che cosa? - chiese il comandante. - Anche un tonno - rispose l' abate - un tonno di un cantàro e mezzo e anche più. Basterebbe anche per la truppa... - E' impossibile! Sono più di duemila bocche... L'Abate sussultò: non si aspettava quella rivelazione. - A buon prezzo, sapete - aggiunse, rimettendosi dallo sbigottimento. A buon prezzo, siamo della povera gente, dobbiamo vivere anche noi... no? Capì il Comandante che c'era da sfamare, per un giorno, quasi tutta la truppa, e accettò l'offerta, aggiungendo: - Anche. due cantàri; mi premerebbe averne due cantàri, e... a buon prezzo, altrimenti non mi conviene.- Vi raccomandiamo - insistette uno della barca che ancora non aveva aperto bocca, vi raccomandiamo che nessuno sappia nulla... Vi offriremo un prezzo molto conveniente per voi e... per noi, che, benché si lavori notte e giorno, indefessamente, si è poco remunerati. Il comandante pagò la cernia e i merluzzi, e i tre ridiscesi nel trabaccolo, partirono, dopo aver bene squadrato la posizione della feluca all' ancora. Il doganiere s'avviò con loro verso il su,o posto di guardia. Prima però ch'egli toccasse terra, uno del trabaccolo l'abate, gli disse, come ricordandosi di un fatto importante: - Scusate, ce ne eravamo tutti dimenticati: domani notte, alla stessa ora, noi gireremo il molo, andremo dall'altra parte. Dite al comandante che l'attendiamo dall' altra parte. Sarà più comodo per noi, più conveniente per voi. .. Capite? Dati e barattati i saluti quei del trabaccolo spiegarono nuovamente la vela e partirono. Il mare era liscio, e il vento che aveva cambiato direzione, soffiando da ponente, gonfiava la vela: la barchetta filava come un battello a vapore. Si passò sotto le mura del castello, avvolto nell' ombra e nel silenzio della notte, si sentiva solo il lento gorgoglio delle onde e quando si avvicinavano a qualche scogliera, il fruscio delle loro schiume. Dalla finestra aperta di una casa, fabbricata a picco su di essa, dopo il castello, filtrava una debole luce; attraverso la luce una ombra. Dalla finestra un fischio ingegnosamente modulato. I battellieri capirono e si avvicinarono alla costa: era un uomo della cricca, che chiedeva delle nuove. - Beh?... tutto bene? - domandò - e saltò nel trabaccolo. - Tutto bene - rispose uno della piccola ciurma. Per domani sera, prima di mezzanotte, abbiamo bisogno di un grosso tonno. E' tutto ben predisposto. Il doganiere di guardia al molo è già preparato. Quando furono alla tonnara dell'Angitola, ove lavoravano non pochi patrioti, D. Ferdinando e il nuovo arrivato s'avvicinarono a un grosso barcone, ancorato alla fonda. L'indomani, a notte tarda, esso si sarebbe avvicinato alla riva, oltre le foci del fiume, e avrebbe imbarcato i sedici già predisposti per la sortita a S. Venereo Sarebbero stati sempre preceduti dal solito trabaccolo, carico del tonno con i due, camuffati da pescatori e D. Ferdinando dalla folta barba e Rosanna. Avrebbe guidato il barcone un vecchio lupo di mare, fervente patriota, incaricato anche per il grosso tonno, già promesso al Comandante della feluca. L'indomani - la notte era fonda e illune - la comitiva scivolò su la spiaggia, presso le foci dell' Angitola e prelevò il tonno, che fu deposto sulla stiva del trabaccolo. Su di esso s'imbarcarono D. Ferdinando, i due della notte precedente e Rosanna. Sul barcone presero posto i sedici già prescelti dall''Abate e il vecchio lupo. Scamiciati, scalzi con le maniche della camicia rimboccate e lo sparato aperto, così come sogliono vestire gli uomini addetti alla tonnara, si buttarono, lungo distesi su la tolda del barcone. Nessuno dormiva - benché sembrasse dormissero - né quei della barca, né quei del trabaccolo, meno di tutti D. Ferdinando, le orecchie sempre tese al minimo rumore e l'occhio vigile su la superficie del mare. Anche allora il vento era ad essi favorevole, sì che poterono sciogliere le vele e filare dritto. Avanti procedeva la piccola imbarcazione, con il tonno. i due pescatori, Rosanna e l'Abate. Vestiva, lei, col costume delle donne di Nicastro - panno rosso corpetto con merletti svolazzanti e su le spalle uno zendale bianchissimo - bella e sorridente, come sogliono mostrarsi le donne calabresi quando vogliono piacere, farsi guardare, farsi ammirare. Il corpetto a mezze maniche, profondamente scollato sul davanti, poteva mostrare due braccia ben tornite, bianchissime, e un seno esuberante. Sul viso maschio e roseo, incorniciato da una folla di capelli, brillavano di una luce viva, mista a riflessi pieni di mistero, due begli occhi, sorridenti come le labbra naturalmente coralline. Era davvero bella, quella notte, Rosanna! Dietro, a poca distanza dal trabaccolo, nel fondo oscuro della notte, silenziosamente misteriosa, filava l'altra imbarcazione in cui v'erano gli altri patrioti: uomini dal cuore di acciaio e animati da una volontà inconfondibilmente bruzia, decisi a volere, perché Dio voleva... Quando la piccola imbarcazione col tonno fu al molo, uno di essi, come la sera precedente, chiamò: Ehi! guardiano! - Il doganiere s'affacciò dalla sua garitta. - Avvisate quelli della feluca - gridò l'uomo dalla barca lunga - che il tonno è molto pesante, sarà quasi due cantàri, e anche più, abbiamo bisogno di aiuto, di molti uomini, per sbarcarlo e trascinarlo là ove il comandante lo vorrà. Il doganiere saltò su la barchetta, vide il grosso pesce in fondo alla tolda: - Capperi, che tonno, qua ci vorrà una compagnia di marinai per tirarlo a secco! Si avviarono girando il braccio del porto. A pochi metri dalla riva i nostri s'accorsero che, a terra, già qualcuno si muoveva nell' ombra: c'erano lì, che attendevano, per lo meno dieci uomini, oltre i graduati. Quando il trabaccolo fu quasi al secco i nostri attaccarono, senza fretta, una grossa fune alle branchie dell' animale; poi, accostandosi a quelli che attendevano: - Ora tiriamo tutti insieme, la bestia è molto grossa, ci vorrà forza. Attenti - Ooh, via! ... - Ma la fune sfuggi A bella posta i nostri non l'avevano ben attaccata, appunto per perdere tempo quanto più era possibile e permettere che quelli dell' altra imbarcazione avessero passo più libero. La fune fu riattaccata alle branchie dell' animale e un' altra ad una delle pinne dorsali. Gridò l'Abate: - Attenti, tiriamo tutti insieme. Oh, via! Ancora un po': - Oooh, via! Ancora un altro strappo, tutti uniti: - Oooh, via! ... Ecco fatto. E il tonno fu su la sabbia della riva. D. Ferdinando, sempre allo scopo di perder tempo, facendo luce con la lanterna e invitando tutti a guardare: - Bello, eh!... Davvero bello. Lasciate che passi il Comandante - andava dicendo, alzando la lanterna, D. Ferdinando - guardate. Non è un colosso di bestia? Tutti guardarono e ammirarono. - Bella bestia! - continuava l'uomo dalla barba, sempre con l'intento di perder tempo - quando credete che possa pesare? - Due cantàri - disse uno della feluca. - Non credo - rispondeva l'altro - peserà molto meno... - Va là, che di stima non t'intendi affatto! - aggiungeva un terzo. Mentre dietro il braccio del molo si svolgeva questo inutile dialogo e si perdeva tanto tempo nell'ammirare la grossa bestia e far prognostici sul suo peso, l'imbarcazione principale si appressava alla feluca avvolta tutta nell'ombra. Un solo grido, un allarme, un sol colpo di fucile della gente che la custodiva sarebbero stati la rovina di quei giovani i quali, davvero erano votati alla morte, sarebbero stati tutti catturati o trucidati, o peggio, massacrati. - Ehi, comandante! gridò uno del trabaccolo verso la feluca - avete bisogno di pesce?... Non risponde nessuno?... Ehi, doganieri! E su la tolda comparvero tre ombre: i soli uomini rimasti su la feluca: gli altri s'i attardavano dietro il molo, nell'acquisto del tonno. Ad un cenno convenuto tutti saltarono su la feluca: alcuni armati di fucile, altri con pistole e coltellacci, altri, infine, con funi. In men che non si dica furono sui tre della feluca. Nella cala della nave avrebbero potuto esserci altri uomini, Si rovistò dappertutto: non c'era nessuno. I poveri tre malcapitati, quindi, si arresero: - Siamo del luogo - dissero - e siamo pronti a coadiuvarvi, purché sia salva la nostra pelle... Assoldati avantieri, non riceviamo che sei carlini al giorno... - E allora - disse il capoccia dei patrioti - prima che vi spacchiamo il cuore buttandovi a mare, diteci: - Dove sono i barili con la polvere? Non un attimo di esitanza; dove sono? Senza attendere risposta, alcuni furono nella carena, altri su la tolda, per rovistare in ogni angolo, gli occhi fissi tra le tenebre, sul mare, verso il molo, su la terra retrostante, donde avrebbero potuto arrivare quelli addetti allo sbarco del tonno. Nella carena della feluca v'erano trecento barili di polvere. Tutta l'avrebbero voluta quei pro di, ma il tempo passava veloce e bisognava far presto. A conti fatti, potevano imbarcarne solo venticinque, sia perché il tempo era breve, sia principalmente perché il loro legno non poteva contenerne di più. Quei tre rimasti a guardia della feluca, portati sulla carena, nella parte più bassa, venivano legati e imbavagliati; anche perché i marinai borboni si convincessero ch' essi erano stati sopraffatti dalla forza. Il lavoro fu compiuto in meno di quanto si pensasse. Tutti, ebbri d'ardimento, diedero mano ai remi a tutta forza e uscirono dal porto. La nave prese il largo, si confuse nelle tenebre della notte, filò diritta e veloce, spinta sempre dal solito vento di ponente, provvidenziale per quegli audaci. Dietro il braccio del molo ancora si parlottava sul peso e sul prezzo del tonno. - Non meno di venti ducati dovete darci - diceva Rosanna al Comandante che, sollevando la lanterna sino ad illuminarle bene il seno, il viso, la guardava come se ammirasse un quadro. Se ne accorse, ella, di quanta ammirazione, con le sue vesti volutamente succinte, era oggetto quel giovane, e con un volto fatto più ingenuo e con occhi dolosamente voluttuosi, mentre lo traeva lontano, :nell''ombra, continuava a dirgli: - Vedete, signore, io sono una povera donna, è vero, non ho figli, ma quando, a settembre, si dovrà tornare a Napoli, lì, per tutto l'inverno, non ci sarà nulla da fare, eccetto che qualche servizio presso le osterie del luogo: mia marito fa il cameriere, ma solo quando lo si richiede. lo, quindi, vi son tanto obbligata del buon prezzo che vorrete praticarmi: venti ducati non sono molti... E, poi, io sono sempre pronta a portarvi altre provviste, non abito lontano da qui. Mi chiamo Gabriella - tutti del vicinato mi chiamano così - la mia casetta è a monte della scogliera, prima della rada di Pizzo, a mezza via. .. Basta avvisarmi e sarà mio pensiero tenere in pronto buon pesce per voi, per gli altri ufficiali, per il Signor Generale anche... per la truppa... Certo tornerò qui presto. Potreste venire voi stesso da me per avvisarmi. Il giorno troverete mio marito, che nella tonnara egli fa il turno di lavoro di notte; la notte invece, dall' imbrunire, rimango io a casa. Basta battere all' uscio, leggermente, con le nocche delle dita: pesci ce n' è sempre, giacché al mattino, per tempo, noi si arriva sino a Monteleone, quasi ogni giorno, per vendere la nostra poca mercanzia, pescata, per lo più, con la sciabica e, qualche volta, anche con la lampàra ... Quindi meglio vendere a voi il miglior pesce... E il tempo passava e già gli altri, avevano lasciata la feluca coi tre mercenari legati e infagottati, destreggiandosi tra le navi borboniche, all' ancora nella rada di Pizzo, sorpassate le foci dell' Angitola, scaricavano il grave peso della polvere, rubata con l'inganno, nella rada più lontana, là ove, inoltrandosi fra il folto uliveto, di fronte al mare, avrebbero potuto nasconderla, lontano dalla carreggiata, in un profondo solco scavato dalle acque piovane. Nel fondaco di Bevilacqua, intanto, la vecchia, seduta al caminetto, friggeva alcuni pesci pescati poche ore prima, con la sciabica, dai due figliuoli. Essi, benché fosse passata la mezzanotte, seduti accanto al fuoco su due ciocchi, alimentavano il fuoco con delle fascine, pregustando il saporoso boccone, pronto già per la cena, non consumata ancora perché volevano si attendesse la mamma. La vecchia, mestando e rimestando con un forchettone, pareva assorta in un pensiero lontano: la sua anima non era lì. Ella sentiva la gravità dell' impresa, ed era in pena, non tanto per la sorte della figliuola - la protagonista dell' impresa quanto per la poca riuscita di quel tremendo rischio. Ma ecco un tramestio di passi che si vanno avvicinando. Ella è presso all' uscio. Voci e gesti di giubilo: poi madre e figlia si abbracciano, si baciano con quel'entusiasmo, con quell' effusione che segue naturalmente a un rischio che si credeva fatale in precedenza. Dopo un poco arrivò anche D. Ferdinando. La vecchia lo guardò, sgranò tanto di occhi. .. si mise a ridere di un riso cordiale, in cui v' era tutta l'anima di un dolore scontato. Quindi, confidenzialmente, gli si avvicinò, gli strappò la barba. Un'altra sonora risana, questa volta seguita da tutti i presenti. Anche i ragazzi ridevano, benché imbambolati dal sonno. - Gli altri son dietro - disse l'Abate, riprendendo il suo volto naturale. Sono ancora alle prese col carico. Sentitemi tutti: - Presso quel solco dove abbiamo scaricato i venticinque barili di polvere, i nostri dovranno mantenere la guardia, per turno. Ci sarà la parola d'ordine e il modo di dare l'allarme in caso di emergenza. Quando non si risponde alla parola d' ordine, si spari: questa. è la grave consegna. Coraggio, amici, e fiducia in Dio! La nostra è la più giusta delle cause... Chi sa se, l'indomani, il giovane, vigile comandante della feluca, si sarà recato da ... Gabriella, nella casetta odorante di alghe e gelsomini, a monte della ridente scogliera, a mezzacosta dalla rada di Pizzo?...

* * * Brevi orizzonti di vittoria, sui quali sarebbe calata presto la foschia della morte. Dopo qualche settimana, il Colonnello Giacomo Longo, avvisato dai patrioti della Sicilia per mettersi a capo della truppa dislocata sul piano di Maida, Ponte Angitola e Ponte Calderaro, giacché Nunziante continuava a temporeggiare, pensò di attaccare la fonderia della Mongiana, su le montagne della Serra. L'impresa, questa volta, non solo non fu fortunata, ma preparò lo scompiglio tra le fila dei nostri volontari. Né il Generale Stocco, accorrendo in aiuto dei nostri, da Nicastro, fu in grado di riprendere quello che i nostri avevano occupato e che, per insipienza avevano dovuto sgombrare, Nunziante, infatti, che nel frattempo aveva ricevuto da Napoli considerevoli rinforzi, aveva mandato sul posto più di quattromila uomini, cui i volontari, non poterono, né seppero opporre valida resistenza. Ritornarono, quindi, sbandati sui loro passi; di essi alcuni raggiunsero il loro comando, altri si dispersero, stanchi, avviliti, disperati. Presto, quindi, ci sarebbe stato l'attacco in grande stile - così come aveva preveduto l'Abate Bianchi. ¬ Approfittando infatti, Nunziante, dello scompiglio che la fallita impresa della Mongiana aveva prodotto tra le fila degl' insorti e dei rinforzi avuti da Napoli, la mattina del 27 giugno, per tempismo, sfondando il passo dell' Angitola, quasi completamente sguarnito, sferrò l'attacco proprio su la piana di Maida. Poche ore di combattimento: lo sbandamento totale, la disfatta, lo scempio!... Presso il fondaco la vecchia aveva scontato, con una morte orrenda, raccapricciante, il suo grande amor patrio, spogliata delle vesti, fu orrendamente spaccata in due con una scure. Presso il Ponte delle Grazie, non molto lontano dal fondaco, due ragazzi - un maschietto e una femminuccia - trucidati e buttati in una cunetta. Poco lontano dal parapetto del ponte, una donna: gli occhi sbarrati verso l'azzurro del cielo, la bocca atteggiata nello spasimo dell'agonia, nell' atto di imprecare al servaggio, ella impugnava ancora un fucile. Era Rosanna! Mamma e figli, militi ignoti della libertà! Del napoletano, addetto ai servizi della tonnara, nessuno seppe più nulla... Il Generale Nunziante, malgrado il fuoco e il rovinio delle sue artiglierie, nonché il fuoco di due fregate a vapore, schierate sul fianco, non potendo forzare il passo del Ponte Calderaro, sul torrente Amato e le rampe di Tiriolo, livido di sdegno, per una così strenua e inaspettata resistenza, riprese la via verso Pizzo, sfogando lungo la sua... indegna ritirata, contro tutti, e seminando ovunque la rovina e la morte. Sul lato destro della strada, che va verso il Ponte Calderaro, un cippo marmoreo ricorda le eroiche gesta di pochi uomini e la gloria di quel giorno.

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Note scritte dall'Autore:
A pochi chilometri dal Bivio Angitola, che sfocia sulla Statale 110, dopo il ponte a sette arcate sul fiume omonimo, chi va verso il Piano di Maida, vede su di un sentiero a destra, tra il fondaco Bevilacqua e il Ponte delle Grazie, un cippo marmoreo, eretto nel 1873, a 25 anni dal fatto d' arme su descritto e a 13 anni dal passaggio di Garibaldi, dopo la conquista della Sicilia e l'estremo lembo della Calabria.

Sul cippo si leggono le seguenti iscrizioni:
Alla memoria
dei benemeriti e prodi cittadini
Angelo Morelli - Federico Barone de' Nobili
Giuseppe Mazzei - Andrea De Summa - Giuseppe de Fazio
Giambattista Alessio - Antonio Scaramuzzino
Ferdinando Miscimarra - Relice Saltalamacchia
che in questo luogo
il dì 27 giugno 1848
valorosamente combatterono
immolarono all' amore della Patria
gli affetti di famiglia e le giovani speranze
e furono barbaramente uccisi
dai militi del fedigrafo Ferdinando Il
pone
la media Calabria riconoscente
1873

Ai valorosi
Salvatore Ciampà
Luigi Todero
Eugenio Giglierano
Tommaso Corchiri
e Giuseppe Tranfo
che in questo stesso luogo
caddero
per la Patria
il 27 agosto 1860
mentre cercavano
sbarrare la via
ai soldati dell' ultimo Borbone
inseguiti
dall' ìnvitto Duce dei Mille
questo ricordo di riconoscenza
la Provincia
1873


Ai due giovani
strenui sicilia
caduti anch' essi nel combattimento
del 27 giugno 1848
dei quali sino i nomi
ci ha nascosti avversa sorte
in attestato
di ammirazione e grato animo
i fratelli calabresi
1873



b) Due sacerdoti di S. Nicola da Crissa - D. Giuseppe Franzè e D. Francesco Rachio -. avendo avuto sentore che sul piano di Maida si combatteva, imbracciato il fucile, accorsero, a piedi, sul luogo della battaglia. Non vi trovarono che morti e qualche moribondo, cui recarono i conforti della Religione. Erano stati essi che, imprigionati, quali sovvertitori di coscienza, e rinchiusi in un fetido catojo di Pizzo, deludendo la guardia, conquistata ai loro ideali, fuggirono. Tutto ciò fu raccontato dal Sac. Franzè, all' autore, il quale, benché ancora fanciullo - mentre il Franzè era molto vecchio - se ne ricorda benissimo, e desidera che i suoi concittadini ne venerino la memoria con orgoglio
c) L'intreccio e lo sviluppo della novella è frutto di immaginazione e di fantasia; il fondo di esse, invece, è storia vissuta, abnegazione, travaglio, ansia di libertà.