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ltre il ponte del fiume Angitola, non lontano dalle sue foci,
la strada si svolge pianeggiante per tutta la piana di Maida,
sino al ponte Calderaro, su l'Amato. Da qui, a destra essa
s'inerpica, a larghe rampe, per raggiungere l'erta e malagevole
montagna di Tiriolo, a sinistra raggiunge Nicastro, industre e
ubertosa cittadina, centro dell'insurrezione calabrese nel 1848.
Prima di questa biforcazione, lungo la piana di Maida, là dove
nel 1806 c'era stato lo scontro sanguinoso anglo¬francese, in
cui erano anche impegnate le orde del Cardinale Ruffo, la strada
attraversava un terreno boscoso, dominato, ad oriente, da
colline tagliate a picco, ricche d' anfrattuosità, di pozze, di
brevi o lunghe vallate, quasi deserte, e di balze e rupi
inaccessibili, donde in quei tempi, il passante facilmente
avrebbe potuto essere esposto ad un fuoco micidiale, senza
scampo di difesa. Ad occidente invece è la piana, ricca di
ulivi, di piante da frutto e, più lontano, l'azzurro del mare.
Su l'argine destro della strada, v'era ed è tuttavia, una
fontana, dove tutti gli agricoltori del contado attingono
l'acqua limpida e fresca, che vien giù dalle circostanti
montagne. Poco oltre è il fondaco di Bevilacqua, testimone di
tante riunioni clandestine dei patrioti del luogo e di tante
stragi, durante la poco allegra ritirata delle truppe borboniche
vincitrici su un molo di eroi... Ad uno dei due stipiti dell'
uscio del fondaco, era appoggiata una donna sui 40 anni.
Spilluzzicava alcuni semi di zucca. Bellissima nelle forme e nel
sembiante, ella appariva ancor più bella dal caratteristico
costume calabrese: una donna dallo sguardo maschio e decisivo,
dagli occhi fondi e intelligenti, dall''aspetto risoluto. Si
chiamava Rosanna. D'inverno, ella abitava, col marito, alla
periferia di Napoli, presso le falde del promontorio di
Posillipo: il marito lavorava come cameriere, in una delle tante
osterie di quella incantevole riviera ed ella s'industriava, in
mille modi, a guadagnare. Di primavera, al tempo della pesca del
tonno, egli veniva richiamato dal proprietario della tonnara,
affondata nelle acque del Tirreno Calabro, di là dalle foci
dell' Angitola, e occupava ogni anno, con i due figliuoli e la
vecchia suocera, uno dei cascinali, chiamati in Calabria
fondachi. La vecchia, rimanendo in casa, preparava il cibo pei
familiari e teneva osteria per i pochi viandanti che, durante il
viaggio per quella strada avessero voluto rifocillarsi o bere un
boccale di vino. Rosanna coi bambini, prendendo in fitto qualche
trabaccolo e qualche sciabica, passava la giornata pescando dei
pesci, che, poi, vendeva ai passanti o faceva cucinare dalla
mamma per i clienti dell' osteria. Di notte, spesso, quando non
c'era la luna, andava in mare con la lampàra. Tutti la
conoscevano col nome di Rosanna, e conoscevano il marito col
nomignolo «il napoletano». Il sole in quella dolce mattinata del
12 giugno 1848, pioveva tutto il suo tepore primaverile su le
rupi, su le campagne verdi e solatie, su le cime degli ulivi e
degli alberi in fiore, indorati da un verde lucente, su la piana
biondeggiante di spighe e verde di granturco, oltre la strada,
sino al mare. Era un silenzio grave di mistero, rotto dallo
stridio di qualche precoce cicala, dal cinguettio degli uccelli
in amore. Dal declivio delle alture giungeva un effluvio di
ginestra che carezzava i polmoni e rinvigoriva lo spirito; dal
mare, ricco di aromi terrestri, un odore di alghe e il dolce
zeffiretto del Tirreno, sempre odoroso. Su la strada qualche
raro viandante col suo ciucherello, qualche carro, trainato da
lenti, pesantissimi bovi, qualche muggito lontano dalla piana
solatìa. Laggiù, il mare con le sue rive uniformi e basse, il
mare ceruleo, corrusco di miriadi di bianchi balenii, su cui
qualche «guzzarello» e, poi tante barchette bianche attorno alla
tonnara, di là dalle foci dell' Angitola. Nelle vicinanze del
fondaco un viottolo tortuoso si perdeva nel folto degli alberi.
In fondo al viottolo, a perdita d'occhio, si muove un' ombra, si
avvicina: è un uomo a cavallo, avvolto in un nuvolo di polvere.
Arrivato presso la donna, la guarda un istante, smonta. In testa
aveva un cappello alla lobbia; gli cingeva il collo un giubbetto
chiuso a guisa di veste talare, come usano i preti, sulle spalle
un giacchettone di velluto nero stretto alla vita, a guisa di
stifelius una fascia attorno alla vita, calzoni della stessa
stoffa, corti sino al ginocchio, e, invece delle calze, ghette
nere di lana. Sulle spalle una doppietta: era l'Abate D.
Ferdinando Bianchi, sacerdote esemplare e patriota degno della
gran causa che si combatteva per la libertà. In tutta la
Calabria l'eco dei tumultuosi avvenimenti del 15 maggio, a
Napoli, risuonava con accenti di furore e d'ira repressa in ogni
cuore, e chiara, sanguinante, resa più spettrale dalla fantasia,
era la visione dei combattenti sostenuti dagl'indomiti
Napoletani a Piazza S. Ferdinando, a Toledo, delle barricate,
delle condanne spietate, del sarcasmo del re burlone, che,
irridendo al sangue di tanti martiri, s' innalzava beffardo su
lo sfacelo d'un popolo assetato di libertà. L'eco di quella
estrema difesa, combattuta col coltello fra i denti, dinanzi
alla morte certa o al patibolo, mentre per le vie crepitava la
fucileria e dai colli dominanti il golfo tuonava il cannone e su
le piazze attendevano, inesorabili, la forca e il boia, aveva
conquiso di spavento e di eroica alterezza gl'indomiti
Calabresi, specialmente i Cosentini. Erano stati essi che,
guidati da giovani generosi fra cui, segnatamente si
distinguevano Luigi Miceli, Nicola Lepiane, Bruno De Simone -
nella serata del 2 giugno, mentre la città s'illuminava di mille
fiaccole in segno di riscossa; e per le vie s' inneggiava alla
libertà, si riunivano nel palazzo del Governo ed eleggevano un
governo rivoluzionario provvisorio che chiamava i Calabresi alla
grande adunata contro il servaggio. L' indomani i balconi degli
edifici pubblici e delle case erano imbandierati, un nuovo
fermento animava il popolo cosentino e si decideva di mandare,
ai comandi rivoluzionari di Catanzaro e di Reggio, copia del
proclama, perché il movimento fosse concorde e più gagliardo,
pur guardando a Cosenza, donde s'era elevato il primo grido di
riscossa, come a faro, da cui dovesse dirigersi il grande
richiamo alla libertà. Da quel giorno a Cosenza non vi fu
giovane atto alle armi che non fosse armato di un fucile anche
un fucile da caccia, in mancanza di altro - e di un pugnale. E
si gridò, s'imprecò, si avviarono corrieri alle altre città
viciniori - a Catanzaro e a Nicastro - dove il generale
Francesco Stocco attendeva con le armi al piede, ruggendo
d'indignazione e di dispetto; e nelle città del Reggiano, ove
era ancora caldo il sangue dei martiri Geracesi. Di tutto questo
fermento si ebbe notizia a Napoli; sì che, tre giorni dopo,
nella rada di Pizzo approdava una squadra borbonica: quattro
piccoli battelli a vapore, armati di cannoni e tre di trasporto.
Misera scorta di armati, giacché, a giudizio degli esperti,
oltre che le munizioni, quel convoglio non poteva trasportare
più di 2000 uomini. E con questi uomini il Generale Nunziante
pose piede in Calabria, nel punto ch' egli credeva più
nevralgico, e che, nel fortilizio di Tiriolo, doveva segnare il
suo quartiere generale, per dominare qualsiasi movimento
insurrezionale in Calabria. - Buona donna - disse D. Ferdinando
- avreste del pane da vendermi con un po' di companatico? -
Stocco - rispose la donna, atteggiando le labbra a un sorriso.
Si strinsero la mano ed entrarono nel fondaco. Era la stanza con
il monte di aggeggi. In un angolo un caminetto col fuoco già
acceso e, accanto ad esso, la vecchia e i due ragazzi - Il
maschietto e la femminuccia dai dieci ai dodici anni - mentre in
padella sul fuoco, friggeva la minestra verde con tocchi di
pane. La vecchia mescolava e i ragazzi guardavano in attesa che
la nonna scodellasse e desse a ciascuno la sua porzione. Nel
centro un tavolo rettangolare e delle panche attorno. - Favorite
D. Ferdinando, io vi conosco, come anche conosco il sacerdote D.
Giuseppe Miceli - disse Rosanna - Le vostre sembianze non mi
sono nuove, come nuove non saranno neanche a voi le mie, per
quanto abbiate voluto, pocanzi, chiedermi la parola d'ordine...
Sono Rosanna, la moglie del Napolitano, così mi chiamano tutti,
e sono ai vostri ordini. Vivo a Napoli gran parte dell' anno, ma
vivadio! rimango calabrese e non mi sentirei indomabile se, ogni
anno, non vestissi, come vedete, il mio antico costume... Lassù,
a Napoli, forse si combatte ancora, lì le barricate, qui il
cuore, tutto intero, il fucile contro lo spergiuro e il
rinnegato, qui le nostre scuri, le nostre pallottole arroventate
dal caldo del nostro cuore. D. Ferdinando, ripeto, sono ai
vostri ordini! - Non m'intrattengo molto, Rosanna, non posso
trattenermi. Prendete: questo è un elenco di nomi. Vostro marito
questa notte si rechi a Pizzo con un trabaccolo. Egli è
conosciuto da tutti come un impiegato della tonnara; non abbia,
quindi, paura di essere scoperto come spia. Prima di arrivare
sotto le mura del castello, egli, costeggiando fra i tanti
scogli, su cui si stagliano, a picco, molte case, vedrà la
finestra illuminata. Dia un fischio, uno di quei fischi
convenzionali usati dalla nostra gente, mettendo fra i denti
l'indice e il medio di entrambe le mani... qualcuno si
affaccerà. Egli, quindi accosterà alla scogliera e potrà così
agevolmente consegnare questo elenco di nomi, i più
spregiudicati fra noi. Mi raccomando. A mezzanotte, poi - è
necessario che sappiate ciò anche voi - tutti qui. Ci saranno
rivelazioni della massima importanza. Non deve mancare nessuno.
Capite?.. nessuno! A Pizzo, sin dal giorno 6, è sbarcato il
Generale Nunziante. Quei di Pizzo lo sanno; essi domani a notte
ci daranno maggiori e più precisi ragguagli. Quindi stabiliremo
il da farsi: ho qui, nel cervello, una proposta, ma... ci vuole
ardimento e furberia. Capite? Coraggio, e Dio ci aiuti ! - Ma è
vero che a Napoli, D. Ferdinando... è vero che i nostri... -
Tutto è vero, cara Rosanna: ne riparleremo domani, a notte. Io
riparto subito, devo recarmi a Nicastro, dal Generale Stocco. Ci
vedremo, ci vedremo ancora per tante volte ancora... Attenti
alle imboscate; ci attendono giorni di gravi responsabilità e di
gravi travagli! Non si dorma, mi raccomando... D. Ferdinando
rimontò a cavallo e partì al galoppo, scomparendo nello
andirivieni di un viottolo, fra gli ulivi, che più presto
conduce al Ponte Calderaro e, di lì, a Nicastro: quivi, in una
casa colonica, nascosta in una fratta, avrebbe incontrato il
generale'indomani, a mezzanotte, in conformità degl' impegni
assunti, benché il cavallo gli fosse rimasto per strada, forse
stremato dal lavoro e dalla inedia, D. Ferdinando era nuovamente
al fondaco di Bevilacqua. Lo accompagnavano alcuni uomini, una
ventina, ai quali, il giorno dopo, se ne sarebbero aggiunti
altri. Era stato a Nicastro, dal Generale. Questi aveva già
appreso che il giorno 6 Nunziante era sbarcato a Pizzo, sicché
in dodici ore, prima che arrivasse l'Abate Bianchi, essendo colà
Comandante della Guardia Nazionale, aveva riunito a sé più di
quattromila uomini, cui se ne sarebbero aggiunti, presto, altri
mille, inviati dal Quartiere Generale di Catanzaro. Tutti
avrebbero indossato la prestabilita divisa: una casacca e un
panciotto di velluto nero con bottoni di metallo sui due lati
del petto; calzoni corti sino al ginocchio anch' essi di velluto
nero, come la casacca, ghette di lana nera, fascia rossa,
stretta ai fianchi, cappello a cono, adorno di frange di velluto
e di penne. Tale abbigliamento era uguale per tutti: solo gli
ufficiali, sui paramenti della giacca, portavano dei filetti di
oro che ne indicavano il grado. Questa era anche la divisa dell'
Abate Bianchi, il quale, però, appunto perché sacerdote,
indossava un cappello alla lobbia. Solo il Generale aveva una
divisa speciale, più riconoscibile, che servisse quasi di sfida
al Comando borbonico: calzoni bianchi e stivali alla scudiera,
cappello a tuba. Era una notte senza luna, solenne, avvolta in
un silenzio che poteva sembrare preordinato. Ogni tanto su la
strada deserta qualche carro, qualche traino. In verità, di quei
tempi poco si viaggiava di notte: il re Borbone, a somiglianza
del nonno, anch' egli d'ingrata memoria, aveva assoldate piccole
compagnie di banditi, le quali avevano il compito di tenere a
bada le popolazioni ed esercitare l'arbitrio fra quelle che si
mostravano ostili al reame borbonico. A mezzanotte fu bussato
all' uscio del fondaco, bussarono con intenzione: erano gli
uomini di D. Ferdinando, già in divisa e armati. Un po'più tardi
un rumore di passi, attutito dalla polvere della strada: erano
quei di Pizzo, accompagnati da «il napolitano ». La stanza era
debolmente illuminata da una fioca lucerna pendente da una fune
attaccata al soffitto. L'abate volse intorno lo sguardo e guardò
i suoi uomini, sul cui volto era disegnato l'ardimento e il
coraggio. Poi parlò: - Siamo tutti. Stringetevi attorno a me,
ragazzi. Voi sapete che i Borboni già sono a Pizzo, ben
riforniti di munizioni; e se ancora non ci sono addosso, perché
son pochi e attendono rinforzi da Napoli: essi ci vorranno
snidare da Nicastro, da Filadelfia, da Catanzaro. Su questa
strada, che congiunge appunto tali località, dovrà
necessariamente avvenire lo scontro decisivo. A noi - è inutile
illuderci - manca tutto: senza danaro, ci mancano le
munizioni... Abbiamo solo un coraggio indomito, una fede, un
anelito alla libertà. Non bastano. Il Generale Nunziante assolda
uomini a sei carlini al giorno; noi non possiamo darvi che quel
poco che abbiamo, sì che, più che la mercede, ci deve sorreggere
lo spirito combattivo e l' amore per la libertà. Per lungo tempo
la nostra terra è stata schiava. Ancora è caldo il sangue
sparso, l'anno scorso nella vicina provincia di Reggio dallo
stesso Nunziante, coadiuvato, allora, dal Conte di Aquila,
fratello del re, e lo strazio di quei nostri fratelli,
asserragliati su le montagne di Aspromonte per un mese intero
.Grida ancora con la sua voce di tuono il sangue del martire
Domenico Romeo, capo dell' insurrezione, la cui testa fu portata
in trionfo per le vie della città. Dobbiamo lavare quel sangue!
Dio ci aiuterà! Con noi, è una donna che saprà coadiuvarci.
Volto di angelo e cuor di leone. Sarà, per noi, non dico una
Giovanna d'Arco, ma una commilitone, che starà bene al nostro
fianco. Voi di Pizzo domani a notte avrete un compito
difficilissimo da assolvere, ma lo assolverete: mi rincuorano il
vostro indomito coraggio e la difficoltà dell''impresa, la
quale, appunto perché difficile, darà maggiore impulso al vostro
cuore, non disgiunto dalla massima prudenza. Nel porto di S.
Venere è ancorata una feluca borbonica carica di parecchi barili
di polvere: noi abbiamo bisogno di essa. Bisogna
impossessarsene! Un mormorio di approvazione e di orgoglio
seguirono le parole dell' Abate. Domani a notte, due di voi - e
li segnò col dito - prenderete un trabaccolo che il Napolitano
vi procurerà, lascerete la vostra divisa, scalzi, coi calzoni
rimboccati, facendo capire d'essere pescatori di frodo, dovrete
provvedervi di buon pesce, non molto : possibilmente, cernia,
merluzzo, paulo... Il Napolitano, entro domani, dovrà
provvedervi di tutto... Non altro: domani, alla stessa ora.
Trabaccolo e pesce: questa, per ora, è la consegna; a domani
sera il mandato da compiere. I miei uomini, invece, si
sparpaglieranno da qui al ponte su l' Angitola: ad essi è
riservata la consegna di scoprire le eventuali mosse del nemico,
se mai facesse una qualche sortita fin qui. Alcuni si
scaglioneranno verso le foci del fiume, nascosti dietro gli
arbusti di salici e di giunchi o dietro le intricate piante di
fichi d'India. Altri tra gli ulivi e le ceppaie di castagno, di
cui è ricca la contrada, a monte della strada, o tra le
anfrattuosità della piana, sottostante alla carreggiata. Non
credo che le truppe borboniche vorranno farvi una passeggiata
proprio su la strada maestra come una qualsiasi esercitazione di
campo... lo sarà con voi, notte e giorno; sapremo trovare i più
opportuni accorgimenti. Questa è la vostra consegna, per ora: le
circostanze potranno variare, giorno per giorno, secondo le
esigenze. L'indomani sin dalla mattina D. Ferdinando aveva
scaglionato i suoi, nel miglior modo, nei punti più strategici
della vallata, dando le opportune disposizioni per il cambio
della guardia durante le diverse ore del giorno e della notte.
Gli altri, quei di Pizzo, andarono in cerca del pesce, in
conformità degl'impegni assunti; il Napolitano andò in cerca del
trabaccolo. Mancava appunto un' ora a mezzanotte quando i due si
mossero: avevano con sé una grossa cernia e dei merluzzi. D.
Ferdinando era con loro, in maniche di camicia, camuffato da una
folta barba. La notte era calma; anzi un leggero alito di vento
da nord-ovest incoraggiò i due a sciogliere la vela. Passarono
inosservati tra le navi della flotta borbonica, ancorata a
Pizzo: molti erano i pescatori che facevano, di notte, quella
traversata, e per recarsi alle varie tonnare e per trasporto di
pesce. Quando si av¬vicinarono al molo di S. Venere una voce
grido: - Chi va là ! - Siamo dei pescatori - rispose uno di quei
del trabaccolo, quello della... barba. E quando furono vicini
alla scogliera, tanto vicini che la voce potesse facilmente
sentirsi, aggiunse: - Siamo dei pescatori, niente altro che
pescatori; abbiamo un' ottima cernia, merluzzi... Se ci potete
avviare a quella feluca... vorremmo venderli... A buon mercato,
sapete? ... buon mercato, e ... che nessuno sappia nulla...
Siamo povera gente, dobbiamo vivere anche noi... La guardia
doganale saltò lui stesso nella barchetta. Rovistò un po', si
assicurò che non v' era altro che quel poco di pesce e, tutti
insieme s'accostarono alla feluca. Vi salirono. Furono
presentati al comandante: era un bel giovane, alto con un paio
d'occhi che incantavano e una grazia di uomo. .. sentimentale,
facile ad essere ammaliato da un altro paio di occhi, anch'essi
volutamente sentimentali. L'abate lo aveva bene squadrato. ..
Poche parole: offerta, richiesta e il pesce fu venduto a. ..
buon mercato. Pochi carlini. - Domani - disse l' uomo dalla
barba - alla stessa ora, avremo della pesca grossa... - Che
cosa? - chiese il comandante. - Anche un tonno - rispose l'
abate - un tonno di un cantàro e mezzo e anche più. Basterebbe
anche per la truppa... - E' impossibile! Sono più di duemila
bocche... L'Abate sussultò: non si aspettava quella rivelazione.
- A buon prezzo, sapete - aggiunse, rimettendosi dallo
sbigottimento. A buon prezzo, siamo della povera gente, dobbiamo
vivere anche noi... no? Capì il Comandante che c'era da sfamare,
per un giorno, quasi tutta la truppa, e accettò l'offerta,
aggiungendo: - Anche. due cantàri; mi premerebbe averne due
cantàri, e... a buon prezzo, altrimenti non mi conviene.- Vi
raccomandiamo - insistette uno della barca che ancora non aveva
aperto bocca, vi raccomandiamo che nessuno sappia nulla... Vi
offriremo un prezzo molto conveniente per voi e... per noi, che,
benché si lavori notte e giorno, indefessamente, si è poco
remunerati. Il comandante pagò la cernia e i merluzzi, e i tre
ridiscesi nel trabaccolo, partirono, dopo aver bene squadrato la
posizione della feluca all' ancora. Il doganiere s'avviò con
loro verso il su,o posto di guardia. Prima però ch'egli toccasse
terra, uno del trabaccolo l'abate, gli disse, come ricordandosi
di un fatto importante: - Scusate, ce ne eravamo tutti
dimenticati: domani notte, alla stessa ora, noi gireremo il
molo, andremo dall'altra parte. Dite al comandante che
l'attendiamo dall' altra parte. Sarà più comodo per noi, più
conveniente per voi. .. Capite? Dati e barattati i saluti quei
del trabaccolo spiegarono nuovamente la vela e partirono. Il
mare era liscio, e il vento che aveva cambiato direzione,
soffiando da ponente, gonfiava la vela: la barchetta filava come
un battello a vapore. Si passò sotto le mura del castello,
avvolto nell' ombra e nel silenzio della notte, si sentiva solo
il lento gorgoglio delle onde e quando si avvicinavano a qualche
scogliera, il fruscio delle loro schiume. Dalla finestra aperta
di una casa, fabbricata a picco su di essa, dopo il castello,
filtrava una debole luce; attraverso la luce una ombra. Dalla
finestra un fischio ingegnosamente modulato. I battellieri
capirono e si avvicinarono alla costa: era un uomo della cricca,
che chiedeva delle nuove. - Beh?... tutto bene? - domandò - e
saltò nel trabaccolo. - Tutto bene - rispose uno della piccola
ciurma. Per domani sera, prima di mezzanotte, abbiamo bisogno di
un grosso tonno. E' tutto ben predisposto. Il doganiere di
guardia al molo è già preparato. Quando furono alla tonnara
dell'Angitola, ove lavoravano non pochi patrioti, D. Ferdinando
e il nuovo arrivato s'avvicinarono a un grosso barcone, ancorato
alla fonda. L'indomani, a notte tarda, esso si sarebbe
avvicinato alla riva, oltre le foci del fiume, e avrebbe
imbarcato i sedici già predisposti per la sortita a S. Venereo
Sarebbero stati sempre preceduti dal solito trabaccolo, carico
del tonno con i due, camuffati da pescatori e D. Ferdinando
dalla folta barba e Rosanna. Avrebbe guidato il barcone un
vecchio lupo di mare, fervente patriota, incaricato anche per il
grosso tonno, già promesso al Comandante della feluca.
L'indomani - la notte era fonda e illune - la comitiva scivolò
su la spiaggia, presso le foci dell' Angitola e prelevò il
tonno, che fu deposto sulla stiva del trabaccolo. Su di esso
s'imbarcarono D. Ferdinando, i due della notte precedente e
Rosanna. Sul barcone presero posto i sedici già prescelti
dall''Abate e il vecchio lupo. Scamiciati, scalzi con le maniche
della camicia rimboccate e lo sparato aperto, così come sogliono
vestire gli uomini addetti alla tonnara, si buttarono, lungo
distesi su la tolda del barcone. Nessuno dormiva - benché
sembrasse dormissero - né quei della barca, né quei del
trabaccolo, meno di tutti D. Ferdinando, le orecchie sempre tese
al minimo rumore e l'occhio vigile su la superficie del mare.
Anche allora il vento era ad essi favorevole, sì che poterono
sciogliere le vele e filare dritto. Avanti procedeva la piccola
imbarcazione, con il tonno. i due pescatori, Rosanna e l'Abate.
Vestiva, lei, col costume delle donne di Nicastro - panno rosso
corpetto con merletti svolazzanti e su le spalle uno zendale
bianchissimo - bella e sorridente, come sogliono mostrarsi le
donne calabresi quando vogliono piacere, farsi guardare, farsi
ammirare. Il corpetto a mezze maniche, profondamente scollato
sul davanti, poteva mostrare due braccia ben tornite,
bianchissime, e un seno esuberante. Sul viso maschio e roseo,
incorniciato da una folla di capelli, brillavano di una luce
viva, mista a riflessi pieni di mistero, due begli occhi,
sorridenti come le labbra naturalmente coralline. Era davvero
bella, quella notte, Rosanna! Dietro, a poca distanza dal
trabaccolo, nel fondo oscuro della notte, silenziosamente
misteriosa, filava l'altra imbarcazione in cui v'erano gli altri
patrioti: uomini dal cuore di acciaio e animati da una volontà
inconfondibilmente bruzia, decisi a volere, perché Dio voleva...
Quando la piccola imbarcazione col tonno fu al molo, uno di
essi, come la sera precedente, chiamò: Ehi! guardiano! - Il
doganiere s'affacciò dalla sua garitta. - Avvisate quelli della
feluca - gridò l'uomo dalla barca lunga - che il tonno è molto
pesante, sarà quasi due cantàri, e anche più, abbiamo bisogno di
aiuto, di molti uomini, per sbarcarlo e trascinarlo là ove il
comandante lo vorrà. Il doganiere saltò su la barchetta, vide il
grosso pesce in fondo alla tolda: - Capperi, che tonno, qua ci
vorrà una compagnia di marinai per tirarlo a secco! Si avviarono
girando il braccio del porto. A pochi metri dalla riva i nostri
s'accorsero che, a terra, già qualcuno si muoveva nell' ombra:
c'erano lì, che attendevano, per lo meno dieci uomini, oltre i
graduati. Quando il trabaccolo fu quasi al secco i nostri
attaccarono, senza fretta, una grossa fune alle branchie dell'
animale; poi, accostandosi a quelli che attendevano: - Ora
tiriamo tutti insieme, la bestia è molto grossa, ci vorrà forza.
Attenti - Ooh, via! ... - Ma la fune sfuggi A bella posta i
nostri non l'avevano ben attaccata, appunto per perdere tempo
quanto più era possibile e permettere che quelli dell' altra
imbarcazione avessero passo più libero. La fune fu riattaccata
alle branchie dell' animale e un' altra ad una delle pinne
dorsali. Gridò l'Abate: - Attenti, tiriamo tutti insieme. Oh,
via! Ancora un po': - Oooh, via! Ancora un altro strappo, tutti
uniti: - Oooh, via! ... Ecco fatto. E il tonno fu su la sabbia
della riva. D. Ferdinando, sempre allo scopo di perder tempo,
facendo luce con la lanterna e invitando tutti a guardare: -
Bello, eh!... Davvero bello. Lasciate che passi il Comandante -
andava dicendo, alzando la lanterna, D. Ferdinando - guardate.
Non è un colosso di bestia? Tutti guardarono e ammirarono. -
Bella bestia! - continuava l'uomo dalla barba, sempre con
l'intento di perder tempo - quando credete che possa pesare? -
Due cantàri - disse uno della feluca. - Non credo - rispondeva
l'altro - peserà molto meno... - Va là, che di stima non
t'intendi affatto! - aggiungeva un terzo. Mentre dietro il
braccio del molo si svolgeva questo inutile dialogo e si perdeva
tanto tempo nell'ammirare la grossa bestia e far prognostici sul
suo peso, l'imbarcazione principale si appressava alla feluca
avvolta tutta nell'ombra. Un solo grido, un allarme, un sol
colpo di fucile della gente che la custodiva sarebbero stati la
rovina di quei giovani i quali, davvero erano votati alla morte,
sarebbero stati tutti catturati o trucidati, o peggio,
massacrati. - Ehi, comandante! gridò uno del trabaccolo verso la
feluca - avete bisogno di pesce?... Non risponde nessuno?...
Ehi, doganieri! E su la tolda comparvero tre ombre: i soli
uomini rimasti su la feluca: gli altri s'i attardavano dietro il
molo, nell'acquisto del tonno. Ad un cenno convenuto tutti
saltarono su la feluca: alcuni armati di fucile, altri con
pistole e coltellacci, altri, infine, con funi. In men che non
si dica furono sui tre della feluca. Nella cala della nave
avrebbero potuto esserci altri uomini, Si rovistò dappertutto:
non c'era nessuno. I poveri tre malcapitati, quindi, si
arresero: - Siamo del luogo - dissero - e siamo pronti a
coadiuvarvi, purché sia salva la nostra pelle... Assoldati
avantieri, non riceviamo che sei carlini al giorno... - E allora
- disse il capoccia dei patrioti - prima che vi spacchiamo il
cuore buttandovi a mare, diteci: - Dove sono i barili con la
polvere? Non un attimo di esitanza; dove sono? Senza attendere
risposta, alcuni furono nella carena, altri su la tolda, per
rovistare in ogni angolo, gli occhi fissi tra le tenebre, sul
mare, verso il molo, su la terra retrostante, donde avrebbero
potuto arrivare quelli addetti allo sbarco del tonno. Nella
carena della feluca v'erano trecento barili di polvere. Tutta
l'avrebbero voluta quei pro di, ma il tempo passava veloce e
bisognava far presto. A conti fatti, potevano imbarcarne solo
venticinque, sia perché il tempo era breve, sia principalmente
perché il loro legno non poteva contenerne di più. Quei tre
rimasti a guardia della feluca, portati sulla carena, nella
parte più bassa, venivano legati e imbavagliati; anche perché i
marinai borboni si convincessero ch' essi erano stati
sopraffatti dalla forza. Il lavoro fu compiuto in meno di quanto
si pensasse. Tutti, ebbri d'ardimento, diedero mano ai remi a
tutta forza e uscirono dal porto. La nave prese il largo, si
confuse nelle tenebre della notte, filò diritta e veloce, spinta
sempre dal solito vento di ponente, provvidenziale per quegli
audaci. Dietro il braccio del molo ancora si parlottava sul peso
e sul prezzo del tonno. - Non meno di venti ducati dovete darci
- diceva Rosanna al Comandante che, sollevando la lanterna sino
ad illuminarle bene il seno, il viso, la guardava come se
ammirasse un quadro. Se ne accorse, ella, di quanta ammirazione,
con le sue vesti volutamente succinte, era oggetto quel giovane,
e con un volto fatto più ingenuo e con occhi dolosamente
voluttuosi, mentre lo traeva lontano, :nell''ombra, continuava a
dirgli: - Vedete, signore, io sono una povera donna, è vero, non
ho figli, ma quando, a settembre, si dovrà tornare a Napoli, lì,
per tutto l'inverno, non ci sarà nulla da fare, eccetto che
qualche servizio presso le osterie del luogo: mia marito fa il
cameriere, ma solo quando lo si richiede. lo, quindi, vi son
tanto obbligata del buon prezzo che vorrete praticarmi: venti
ducati non sono molti... E, poi, io sono sempre pronta a
portarvi altre provviste, non abito lontano da qui. Mi chiamo
Gabriella - tutti del vicinato mi chiamano così - la mia casetta
è a monte della scogliera, prima della rada di Pizzo, a mezza
via. .. Basta avvisarmi e sarà mio pensiero tenere in pronto
buon pesce per voi, per gli altri ufficiali, per il Signor
Generale anche... per la truppa... Certo tornerò qui presto.
Potreste venire voi stesso da me per avvisarmi. Il giorno
troverete mio marito, che nella tonnara egli fa il turno di
lavoro di notte; la notte invece, dall' imbrunire, rimango io a
casa. Basta battere all' uscio, leggermente, con le nocche delle
dita: pesci ce n' è sempre, giacché al mattino, per tempo, noi
si arriva sino a Monteleone, quasi ogni giorno, per vendere la
nostra poca mercanzia, pescata, per lo più, con la sciabica e,
qualche volta, anche con la lampàra ... Quindi meglio vendere a
voi il miglior pesce... E il tempo passava e già gli altri,
avevano lasciata la feluca coi tre mercenari legati e
infagottati, destreggiandosi tra le navi borboniche, all' ancora
nella rada di Pizzo, sorpassate le foci dell' Angitola,
scaricavano il grave peso della polvere, rubata con l'inganno,
nella rada più lontana, là ove, inoltrandosi fra il folto
uliveto, di fronte al mare, avrebbero potuto nasconderla,
lontano dalla carreggiata, in un profondo solco scavato dalle
acque piovane. Nel fondaco di Bevilacqua, intanto, la vecchia,
seduta al caminetto, friggeva alcuni pesci pescati poche ore
prima, con la sciabica, dai due figliuoli. Essi, benché fosse
passata la mezzanotte, seduti accanto al fuoco su due ciocchi,
alimentavano il fuoco con delle fascine, pregustando il saporoso
boccone, pronto già per la cena, non consumata ancora perché
volevano si attendesse la mamma. La vecchia, mestando e
rimestando con un forchettone, pareva assorta in un pensiero
lontano: la sua anima non era lì. Ella sentiva la gravità dell'
impresa, ed era in pena, non tanto per la sorte della figliuola
- la protagonista dell' impresa quanto per la poca riuscita di
quel tremendo rischio. Ma ecco un tramestio di passi che si
vanno avvicinando. Ella è presso all' uscio. Voci e gesti di
giubilo: poi madre e figlia si abbracciano, si baciano con
quel'entusiasmo, con quell' effusione che segue naturalmente a
un rischio che si credeva fatale in precedenza. Dopo un poco
arrivò anche D. Ferdinando. La vecchia lo guardò, sgranò tanto
di occhi. .. si mise a ridere di un riso cordiale, in cui v' era
tutta l'anima di un dolore scontato. Quindi, confidenzialmente,
gli si avvicinò, gli strappò la barba. Un'altra sonora risana,
questa volta seguita da tutti i presenti. Anche i ragazzi
ridevano, benché imbambolati dal sonno. - Gli altri son dietro -
disse l'Abate, riprendendo il suo volto naturale. Sono ancora
alle prese col carico. Sentitemi tutti: - Presso quel solco dove
abbiamo scaricato i venticinque barili di polvere, i nostri
dovranno mantenere la guardia, per turno. Ci sarà la parola
d'ordine e il modo di dare l'allarme in caso di emergenza.
Quando non si risponde alla parola d' ordine, si spari: questa.
è la grave consegna. Coraggio, amici, e fiducia in Dio! La
nostra è la più giusta delle cause... Chi sa se, l'indomani, il
giovane, vigile comandante della feluca, si sarà recato da ...
Gabriella, nella casetta odorante di alghe e gelsomini, a monte
della ridente scogliera, a mezzacosta dalla rada di Pizzo?...
* * * Brevi orizzonti di vittoria, sui quali sarebbe calata
presto la foschia della morte. Dopo qualche settimana, il
Colonnello Giacomo Longo, avvisato dai patrioti della Sicilia
per mettersi a capo della truppa dislocata sul piano di Maida,
Ponte Angitola e Ponte Calderaro, giacché Nunziante continuava a
temporeggiare, pensò di attaccare la fonderia della Mongiana, su
le montagne della Serra. L'impresa, questa volta, non solo non
fu fortunata, ma preparò lo scompiglio tra le fila dei nostri
volontari. Né il Generale Stocco, accorrendo in aiuto dei
nostri, da Nicastro, fu in grado di riprendere quello che i
nostri avevano occupato e che, per insipienza avevano dovuto
sgombrare, Nunziante, infatti, che nel frattempo aveva ricevuto
da Napoli considerevoli rinforzi, aveva mandato sul posto più di
quattromila uomini, cui i volontari, non poterono, né seppero
opporre valida resistenza. Ritornarono, quindi, sbandati sui
loro passi; di essi alcuni raggiunsero il loro comando, altri si
dispersero, stanchi, avviliti, disperati. Presto, quindi, ci
sarebbe stato l'attacco in grande stile - così come aveva
preveduto l'Abate Bianchi. ¬ Approfittando infatti, Nunziante,
dello scompiglio che la fallita impresa della Mongiana aveva
prodotto tra le fila degl' insorti e dei rinforzi avuti da
Napoli, la mattina del 27 giugno, per tempismo, sfondando il
passo dell' Angitola, quasi completamente sguarnito, sferrò
l'attacco proprio su la piana di Maida. Poche ore di
combattimento: lo sbandamento totale, la disfatta, lo
scempio!... Presso il fondaco la vecchia aveva scontato, con una
morte orrenda, raccapricciante, il suo grande amor patrio,
spogliata delle vesti, fu orrendamente spaccata in due con una
scure. Presso il Ponte delle Grazie, non molto lontano dal
fondaco, due ragazzi - un maschietto e una femminuccia -
trucidati e buttati in una cunetta. Poco lontano dal parapetto
del ponte, una donna: gli occhi sbarrati verso l'azzurro del
cielo, la bocca atteggiata nello spasimo dell'agonia, nell' atto
di imprecare al servaggio, ella impugnava ancora un fucile. Era
Rosanna! Mamma e figli, militi ignoti della libertà! Del
napoletano, addetto ai servizi della tonnara, nessuno seppe più
nulla... Il Generale Nunziante, malgrado il fuoco e il rovinio
delle sue artiglierie, nonché il fuoco di due fregate a vapore,
schierate sul fianco, non potendo forzare il passo del Ponte
Calderaro, sul torrente Amato e le rampe di Tiriolo, livido di
sdegno, per una così strenua e inaspettata resistenza, riprese
la via verso Pizzo, sfogando lungo la sua... indegna ritirata,
contro tutti, e seminando ovunque la rovina e la morte. Sul lato
destro della strada, che va verso il Ponte Calderaro, un cippo
marmoreo ricorda le eroiche gesta di pochi uomini e la gloria di
quel giorno.
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Note scritte dall'Autore:
A pochi chilometri dal Bivio Angitola, che sfocia sulla Statale
110, dopo il ponte a sette arcate sul fiume omonimo, chi va
verso il Piano di Maida, vede su di un sentiero a destra, tra il
fondaco Bevilacqua e il Ponte delle Grazie, un cippo marmoreo,
eretto nel 1873, a 25 anni dal fatto d' arme su descritto e a 13
anni dal passaggio di Garibaldi, dopo la conquista della Sicilia
e l'estremo lembo della Calabria.
Sul cippo si leggono le seguenti iscrizioni:
Alla memoria
dei benemeriti e prodi cittadini
Angelo Morelli - Federico Barone de' Nobili
Giuseppe Mazzei - Andrea De Summa - Giuseppe de Fazio
Giambattista Alessio - Antonio Scaramuzzino
Ferdinando Miscimarra - Relice Saltalamacchia
che in questo luogo
il dì 27 giugno 1848
valorosamente combatterono
immolarono all' amore della Patria
gli affetti di famiglia e le giovani speranze
e furono barbaramente uccisi
dai militi del fedigrafo Ferdinando Il
pone
la media Calabria riconoscente
1873
Ai valorosi
Salvatore Ciampà
Luigi Todero
Eugenio Giglierano
Tommaso Corchiri
e Giuseppe Tranfo
che in questo stesso luogo
caddero
per la Patria
il 27 agosto 1860
mentre cercavano
sbarrare la via
ai soldati dell' ultimo Borbone
inseguiti
dall' ìnvitto Duce dei Mille
questo ricordo di riconoscenza
la Provincia
1873
Ai due giovani
strenui sicilia
caduti anch' essi nel combattimento
del 27 giugno 1848
dei quali sino i nomi
ci ha nascosti avversa sorte
in attestato
di ammirazione e grato animo
i fratelli calabresi
1873
b) Due sacerdoti di S. Nicola da Crissa - D. Giuseppe Franzè e
D. Francesco Rachio -. avendo avuto sentore che sul piano di
Maida si combatteva, imbracciato il fucile, accorsero, a piedi,
sul luogo della battaglia. Non vi trovarono che morti e qualche
moribondo, cui recarono i conforti della Religione. Erano stati
essi che, imprigionati, quali sovvertitori di coscienza, e
rinchiusi in un fetido catojo di Pizzo, deludendo la guardia,
conquistata ai loro ideali, fuggirono. Tutto ciò fu raccontato
dal Sac. Franzè, all' autore, il quale, benché ancora fanciullo
- mentre il Franzè era molto vecchio - se ne ricorda benissimo,
e desidera che i suoi concittadini ne venerino la memoria con
orgoglio
c) L'intreccio e lo sviluppo della novella è frutto di
immaginazione e di fantasia; il fondo di esse, invece, è storia
vissuta, abnegazione, travaglio, ansia di libertà. |