Home Forum Cultura Satira Video Foto Rubriche Società Link

La leggenda di Marello
di Nicola Alberto Mannacio


D

i fronte al golfo di S. Eufemia, accoccolata ai margini di una valle, è una graziosa cittadina, che verso il 1830, contava meno di duemila abitanti, mentre oggi va oltre i quattromila. Un paesetto, allora, senza strade di accesso, con una via mulattiera che dal letto melmoso del fiume Angitola, saliva su, arrampicandosi attraverso pendii cretosi e sdrucciolevoli: è Monterosso, chiamata così, forse, per l'abbondanza di argilla rossa di cui è ricco il territorio e per la quale fiorisce tuttavia la industria degli orciuoli e dei latterizi. Pur essendo essa senza una stra­da rotabile di accecsso, era stata, dopo il 1860, per vari anni, Capoluogo di Mandamento. Un carro, trainato da bovi, dopo aver guadato il fiume nei periodi di piena, inerpicandosi per pendii e straducole, arrivava sino all'abitato: così si viveva, allora, a Monterosso, che era il Comune più importante del contado.

Qui vi abitava, con la famiglia, un giovanottino: corpo snello, ma robusto, dai capelli ricci e corvini, sempre arruffati, dall'occhio intelligente, tipo indefettibile della razza bruzia. Aiutava i genitori nella raccolta delle ulive e nella coltivazione delle grana­glie, andava alla pesca delle anguille nel vicino fiume. Si chiamava Mario, ma tutti lo chiamavano col diminutivo di Marello, così come lo chiamava la mamma, quando, piccolino, le andava dietro mugolando, come un cagnetto, sempre sudicio, e, di estate, vestito talora con una sola camiciuola, più sudicia del viso. 

Un giorno, quando già aveva diciotto anni, fu richiesto da un ricco massaro del luogo perchè lo aiutasse nella guardia di un gregge. I genitori accettarono e così Marello divenne capraio. Il giorno scorrazzava dappertutto, alla ricerca di ricchi pascoli, la notte dormiva nella pagliaia, accanto al chiuso delle bestie, col massaro. Dappertutto era seguito da una muta di cani, dalle orecchie mozze e col collare di cuoio, trapunto di chiodi, usato per renderli più sicuri nella lotta coi lupi, di cui, in quei tempi, era popolato il vicino bosco Fellà. - Sta' attento - gli ripeteva spesso il massaro: ­ va dappertutto a pascolare, purchè le bestie non facciano danno agli alberi e ai seminati, ma non ti avvicinare neppure al monticello che sorge presso il letto del fiume: quel monticello a valle, su la sponda destra, tutto crespo di brughiere e di vitalbe. Mi raccomando.  

Lambisce le falde di questo piccolo colle a cono il fiume Angitola, che, scendendo a precipizio dall'alveo petroso della contrada Picerno, giù a valle, si adagia, poi, silenzioso e tortuoso nella radura che si allarga sempre più a misura che si avvicina alla foce. Il colle è su la riva destra; a sinistra, su vaste oasi, crescevano ulivi, qualche ortalizio e, quindi, un pascolo naturale, vergine, sassoso ma molto adatto per le pecore, e una folta sughereta, che scende sul letto del fiume con dolce pendio. - Perchè - domandò una volta Marello al suo massaro - perchè non si può pascolare su quel monticello, pur così ricco di frascame? - Perchè... perchè - rispose il massaro, tentennando il capo - perchè vi sono delle dicerie, che so, si dicon tante cose, che potrebbero essere anche corbellerie, ma... chi sa? potrebbero essere anche vere... Non si sa; se ne raccontano tante... Certo si è che su quel monticello nessuno mai ha messo piede. Si dice che vi sia un tesoro nascosto. 

Un tesoro? Ma nessuna mai e' andato a cercarlo? Possibile?... Ma questa fandonia - osservava Marello, ignorante, ma intelligente. - Si dice che possa trovarlo soltanto chi saprà scalare il colle, guadando l' Angitola dall' argine delle sughereta, senza bagnarsi i piedi... - Ma allora e' facile, ci andrò io! Si costruisce una passerella... rispondeva Marello, lieto della trovata. - Potrebbero essere, tutte queste, dicerie, fandonie, è vero, ma... chi sa? Più di uno assicura che nelle notti lunari si veda lassù un fantasma aggirarsi tra le brughiere e scomparire, poi, verso la cima, avanti l' alba. Dicono che sia una donna, una donna avvolta in una nube bianca, che, in un tempo molto lontano, vi lasciò la vita perchè volle avventurarsi alla scalata del monticello; strozzata, si dice, da un mostro che abita nelle caverne del monte, un carnivoro, che, quando non può saziarsi di carne umana, strozza ogni specie di bestie che gli capitano, arrivando anche sino al letto del fiume, dove, a notte alta, scende solo per abbeverarsi. Son dicerie, lo so, ma... chi sa? Mi raccomando, Marello, non ci andare, non ti avvicinare neanche... Così andava ripetendo spesso il massaro al suo garzone.  

Marello, poggiate le mani ed il mento sul pomo del bastone, pensava: io ci andrei, costruirei una passerella, poi... su, su, a tentoni, guardingo.. Ci andrei. Ma, dove trovarlo questo tesoro? Ci sarà qualche segno... E se mi comparisse la dama bianca? Essa fu vista sempre di notte: attenderei che fosse buio pesto, prima della luna. Così andava fantasticando Marello, e, guidando le capre al pascolo, maturava il suo progetto in ogni particolare. Il gregge, in quell' inverno, sostava appunto nelle vicinanze del misterioso monticello, alto, forse, non più di cinquanta metri su la radura, non lontano da una discreta piantagione di ulivi. Ogni mattina il massaro, coadiuvato dal garzone, faceva la muta dell'ovile, piantando la cannizzata al piede di ogni albero. Quindi ognuno metteva nel sacco un buon tocco di pane, talora un po' di lardo, di cipolle, di ulive salate per la colazione e prendeva la sua via: Marello con le capre, il massaro con le pecore. Si rivedevano la sera, al tramonto. Del misterioso monticello, della dama bianca, del tesoro si parlava solo di quando in quando. Marello, ogni mattina, scorrazzando sempre, con le capre, su la riva sinistra del fiume si recava spesso nella sughereta, ombrata di rami sempre verdi e ricca di rovi e vitalbe: pascolo molto adatto per le capre. Spesso, quando il gregge si sbandava tra quel frascame, egli non cessava di rimuginare intorno al suo progetto: - Dunque, su quel monticello v' è un tesoro? E nessuno mai s'è avventurato a scalarlo, a cercare... curioso: è un mistero, questo... C' è tanti poveri; io, così povero, potrei, da oggi a domani, diventar ricco. Diventar ricchi ah!... E sì sta con le mani in mano. Non dico del massaro, lui è cetriolo, si, ma ricco, ha terre, ha case, ha un gregge, non gli manca nulla. Forse gli manca il cervello e l'ardire. Ma uno come me, che non ha un palmo di terra, che non ha, e non avrà mai, una casa, e di notte si deve voltare e rivoltare sempre sopra uno strame di paglia... Lui ogni sabato se ne va a casa, va a casa anche per le feste... E io qui, qui, sempre qui, perchè... son povero!... No, mi ci voglio provare io, mi ci voglio provare... Alla fin fine, non è che un'ombra quella dama bianca e le ombre non possono far paura. Così ragionava Marello, e pensava al modo come guadare l'Angitola, senza bagnarsi i piedi, lui che pascolava il gregge sempre sulla sponda sinistra, mentre il colle era su la destra. 

Un giorno in cui scorrazzò e si attardò maggiormente nella sughereta, vide due grossi tronchi di leccio, che s'ergevano quasi a perpendicolo sul fiume. Vederli e accarezzare subito l'idea di far di quei tronchi un ponte levatoio tra le due sponde fu tutt' uno. Dié di mano alla scure e incominciò a tagliare. E intanto misurava con l'occhio la distanza tra le due sponde, la quale, proprio in 'quel luogo, si restringeva. E taglia, e taglia, e taglia... al tramonto uno dei lecci era a terra. Calcolò, quindi, la distanza donde la spinta avrebbe potuto esser più agevole, e, tenendo conto dell'altezza e della caduta che avrebbe dovuto essere quasi perpendicolare alla sponda, con una leva, fatta con un ramo dello stesso leccio, prima leggermente, poi con un massimo sforzo, diè una spinta tale, che il tronco fu sul fiume, come egli desiderava che cadesse. Il giorno dopo fu da capo al lavoro per tagliare l'altro tronco. Seguendo le stesse ingegnose cautele e con somma destrezza, il lavoro, anche questa volta, riuscì a perfezione: il ponte levatoio era pronto. Nei giorni seguenti fu necessario adagiare i tronchi tra le due sponde. Non vi so dire quanto lavorasse di lena... e quanti giorni impiegò perchè il lavoro fosse perfetto e perchè, passando sul ponticello, non accadesse che i piedi lambissero, in alcun modo, le acque del fiume. Così esatti e ingegnosi sono i Calabresi quando non sono interdetti dalla superstizione e la scuola non ha potuto ancora educarli alla realtà! E intanto sognava il tesoro: lo sognava di giorno, mentre guidava al pascolo le capre, lo sognava maggiormente la notte, adagiato su lo strame o su un sacco di foglie di granturco. Mai aveva fatto parola al massaro di quanto gli turbinava nella mente: gli avrebbe, certamente, impedito il passaggio. Sarebbe stata, per il massaro, un'imprudenza. Andare contro il destino? Dio ci liberi!... Ecco perchè, malgrado il lavoro fatto, Marello titubava: credeva che il massaro fosse meno tonto di lui; ricco si, ma non più intelligente! Se egli però, era, allora, succube di tante superstizioni, non era certamente colpa sua; l'ambiente, la mancanza assoluta di istruzione, di un'educazione diretta in una scuola, le contingenze storiche in cui si viveva avevano determinato, nel povero massaro, e in tutti quelli che vissero in quel terno di tempo, una conoscenza errata della realtà. 

Eran passati tanti giorni da quando Marello aveva terminato il lavoro. Una sera - era già tramontato il sole da un pezzo - il massaro, tornando alla pagliaia, dal pascolo, constatò che Marello, contrariamente al solito, non s'era ancora fatto vivo. Poichè annottava, per non perder tempo, munse da solo le pecore, appese la grossa garaffa col latte a un palo e avviò le bestie all' ovile, ai piedi di un annoso ulivo, sicuro che Marello presto sarebbe arrivato. Non fu così. Calò la notte, senza luna. Delle capre nemmeno un belato, lontano. S'impensierì il massaro e, prendendo con sè uno dei mastini, s'inoltrò nella sughereta, chiamando, a riprese col suo corno di conchiglia, risalì a monte dando sempre fiato al suo corno, ma di Marello nessuna traccia. Ritornò alla pagliaia, e rimase tutta la notte insonne. Che cosa era avvenuto di Marello? La mattina dopo, per tempissimo, risalì la china sino alla contrada Picerno. S'incontrò con alcuni contadini, già al lavoro, benchè il sole non si fosse ancora levato da dietro i monti. Domandò loro: Avreste visto, per caso, il mio capraio, Marello, quel giovinottone bruno, dai capelli sempre arruffati, trasandato... Nulla sappiamo risposero quelli ma... è possibile che si sia sperduto? Ieri sera non tornò affatto dal pascolo... Non so neanche che cosa sia avvenuto delle mie capre! Corpo di bacco! esclamò uno d'essi dal nostro cascinale, a prima notte, tra il crepuscolo, vedemmo risalire la vallata una mandria, accompagnata da due uomini, l'uno avanti, l'altro indietro. Più indietro ancora varia gente... Non sapreste dirmi altro?... - Che cosa volete? Non abbiamo fatto caso, non ci impicciamo, noi, di quel che avviene fuori delle nostre terre... Siamo soli in questa campagna: e' meglio, nei tempi che corrono, non impicciarsi di nessuno... Ho capito - rispose il massaro - e, piegando il capo, tornò sui suoi passi. Ho capito, - andava ripetendo il pover' uomo, tornando all'ovile - Ho capito... Ma, in verità, egli non aveva capito nulla! Quel viottolo aggrappato alla montagna, in contrada Picerno, risaliva sino al territorio di Chiaravalle: egli non avrebbe più riavuto le sue capre. E tornò solo all'ovile. Guardò al colle maledetto, che si ergeva come un maniero nella vallata solitaria dell'Angitola, ricordò l'ombra della dama bianca, le dicerie dei vecchi del contado, e si persuase ancora di più anche lui, che era ritenuto un sapientone che in quella notte fosse accaduta una... fattura. - Chi lo sa ? Qualcuno ritiene che siano bazzecole, ma... chi sa? ha potuto essere anche... una fattura, per via di quella dama bianca... Andrò a Chiaravalle, là c'è una vecchia che la sa più lunga di me, di noi. Chi sa che non si abbia anche una spiegazione su la realtà di quel tale tesoro... 

Tutti piansero a Monterosso, su la sorte di Marello. I genitori non sapevano darsi pace. Di lui si dissero tante cose: ch'egli aveva costruito un ponticello sul letto del fiume, che a piedi asciutti lo aveva finalmente guadato, che c'era stata certamente una fattura, che molto probabilmente egli, risalendo il colle solitario, su la sponda destra del fiume, aveva trovato finalmente il tesoro, e che, ricco sfondato, era sparito insieme con la dama. Altri, fra i meno spregiudicati, affermarono quanto realmente era avvenuto: che una truppa di banditi, abitanti sul declivio dello Jonio, era discesa verso i nostri boschi, che s'era impossessata delle capre e aveva ucciso il pastore. Nulla altro s'è saputo, nè s'è detto più nulla, e nessuno s' è azzardato d'indagare, nemmeno i familiari. Molti, invece, andavano dicendo sotto voce, che, nelle notti lunari, non più la dama bianca si vide tra le brughiere del colle, ma una croce alta, che scompariva col ritorno dell' alba. E da allora quel colle fu chiamato - e si chiama ancor oggi - Monte Marello. 

Nel 1844 Ferdinando II di Borbone, avendo fatto costruire una strada carrozzabile che congiungesse il Tirreno al Mar Ionio, a lavori ultimati, l'attraversò in carrozza col figlio Francesco. A pochi chilometri dal ponte a varie arcate, risalendo a monte, sulla sponda sinistra dell'Angitola, è il colle solitario, ancor oggi irto di rovi e di piante selvatiche. Intorno ad esso si svolse, in tempi che risalgono ai primi anni dell'ottocento, la leggenda del povero pastorello di Monterosso. Su la sponda sinistra del fiume è la sugherata, attraversata, alle basi, dalla strada carrozzabile, grigia di asfalto, che sale a Monte Cucco e, da lì, all'altipiano di Ninfi, a Ferdinandea, a Monasterace, su la sponda Ionica. Mi si racconta che tanti, tanti anni or sono, andava ancora in voga una canzone, di cui non ricordo che pochi brani: 

Quando porti, o pecuraru,
a lu pasculu li crapi, statti attentu: subba l'acqua non passari.
Si ti vagni, sì perdutu, tornatinde prestu prestu:
fa' 'nu ponti di lignami, lu trisoru è ancora jià, ca Marellu cu la dama
si spusau e non torna cchiù.