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i fronte al golfo di S. Eufemia, accoccolata ai margini di una
valle, è una graziosa cittadina, che verso il 1830, contava meno
di duemila abitanti, mentre oggi va oltre i quattromila. Un
paesetto, allora, senza strade di accesso, con una via
mulattiera che dal letto melmoso del fiume Angitola, saliva su,
arrampicandosi attraverso pendii cretosi e sdrucciolevoli: è
Monterosso, chiamata così, forse, per l'abbondanza di argilla
rossa di cui è ricco il territorio e per la quale fiorisce
tuttavia la industria degli orciuoli e dei latterizi. Pur
essendo essa senza una strada rotabile di accecsso, era stata,
dopo il 1860, per vari anni, Capoluogo di Mandamento. Un carro,
trainato da bovi, dopo aver guadato il fiume nei periodi di
piena, inerpicandosi per pendii e straducole, arrivava sino
all'abitato: così si viveva, allora, a Monterosso, che era il
Comune più importante del contado.
Qui vi abitava, con la famiglia, un giovanottino: corpo snello,
ma robusto, dai capelli ricci e corvini, sempre arruffati,
dall'occhio intelligente, tipo indefettibile della razza bruzia.
Aiutava i genitori nella raccolta delle ulive e nella
coltivazione delle granaglie, andava alla pesca delle anguille
nel vicino fiume. Si chiamava Mario, ma tutti lo chiamavano col
diminutivo di Marello, così come lo chiamava la mamma, quando,
piccolino, le andava dietro mugolando, come un cagnetto, sempre
sudicio, e, di estate, vestito talora con una sola camiciuola,
più sudicia del viso.
Un
giorno, quando già aveva diciotto anni, fu richiesto da un ricco
massaro del luogo perchè lo aiutasse nella guardia di un gregge.
I genitori accettarono e così Marello divenne capraio. Il giorno
scorrazzava dappertutto, alla ricerca di ricchi pascoli, la
notte dormiva nella pagliaia, accanto al chiuso delle bestie,
col massaro. Dappertutto era seguito da una muta di cani, dalle
orecchie mozze e col collare di cuoio, trapunto di chiodi, usato
per renderli più sicuri nella lotta coi lupi, di cui, in quei
tempi, era popolato il vicino bosco Fellà. - Sta' attento - gli
ripeteva spesso il massaro: va dappertutto a pascolare, purchè
le bestie non facciano danno agli alberi e ai seminati, ma non
ti avvicinare neppure al monticello che sorge presso il letto
del fiume: quel monticello a valle, su la sponda destra, tutto
crespo di brughiere e di vitalbe. Mi raccomando.
Lambisce le falde di questo piccolo colle a cono il fiume
Angitola, che, scendendo a precipizio dall'alveo petroso della
contrada Picerno, giù a valle, si adagia, poi, silenzioso e
tortuoso nella radura che si allarga sempre più a misura che si
avvicina alla foce. Il colle è su la riva destra; a sinistra, su
vaste oasi, crescevano ulivi, qualche ortalizio e, quindi, un
pascolo naturale, vergine, sassoso ma molto adatto per le
pecore, e una folta sughereta, che scende sul letto del fiume
con dolce pendio. - Perchè - domandò una volta Marello al suo
massaro - perchè non si può pascolare su quel monticello, pur
così ricco di frascame? - Perchè... perchè - rispose il massaro,
tentennando il capo - perchè vi sono delle dicerie, che so, si
dicon tante cose, che potrebbero essere anche corbellerie, ma...
chi sa? potrebbero essere anche vere... Non si sa; se ne
raccontano tante... Certo si è che su quel monticello nessuno
mai ha messo piede. Si dice che vi sia un tesoro nascosto.
Un
tesoro? Ma nessuna mai e' andato a cercarlo? Possibile?... Ma
questa fandonia - osservava Marello, ignorante, ma intelligente.
- Si dice che possa trovarlo soltanto chi saprà scalare il
colle, guadando l' Angitola dall' argine delle sughereta, senza
bagnarsi i piedi... - Ma allora e' facile, ci andrò io! Si
costruisce una passerella... rispondeva Marello, lieto della
trovata. - Potrebbero essere, tutte queste, dicerie, fandonie, è
vero, ma... chi sa? Più di uno assicura che nelle notti lunari
si veda lassù un fantasma aggirarsi tra le brughiere e
scomparire, poi, verso la cima, avanti l' alba. Dicono che sia
una donna, una donna avvolta in una nube bianca, che, in un
tempo molto lontano, vi lasciò la vita perchè volle avventurarsi
alla scalata del monticello; strozzata, si dice, da un mostro
che abita nelle caverne del monte, un carnivoro, che, quando non
può saziarsi di carne umana, strozza ogni specie di bestie che
gli capitano, arrivando anche sino al letto del fiume, dove, a
notte alta, scende solo per abbeverarsi. Son dicerie, lo so,
ma... chi sa? Mi raccomando, Marello, non ci andare, non ti
avvicinare neanche... Così andava ripetendo spesso il massaro al
suo garzone.
Marello, poggiate le mani ed il mento sul pomo del bastone,
pensava: io ci andrei, costruirei una passerella, poi... su, su,
a tentoni, guardingo.. Ci andrei. Ma, dove trovarlo questo
tesoro? Ci sarà qualche segno... E se mi comparisse la dama
bianca? Essa fu vista sempre di notte: attenderei che fosse buio
pesto, prima della luna. Così andava fantasticando Marello, e,
guidando le capre al pascolo, maturava il suo progetto in ogni
particolare. Il gregge, in quell' inverno, sostava appunto nelle
vicinanze del misterioso monticello, alto, forse, non più di
cinquanta metri su la radura, non lontano da una discreta
piantagione di ulivi. Ogni mattina il massaro, coadiuvato dal
garzone, faceva la muta dell'ovile, piantando la cannizzata al
piede di ogni albero. Quindi ognuno metteva nel sacco un buon
tocco di pane, talora un po' di lardo, di cipolle, di ulive
salate per la colazione e prendeva la sua via: Marello con le
capre, il massaro con le pecore. Si rivedevano la sera, al
tramonto. Del misterioso monticello, della dama bianca, del
tesoro si parlava solo di quando in quando. Marello, ogni
mattina, scorrazzando sempre, con le capre, su la riva sinistra
del fiume si recava spesso nella sughereta, ombrata di rami
sempre verdi e ricca di rovi e vitalbe: pascolo molto adatto per
le capre. Spesso, quando il gregge si sbandava tra quel
frascame, egli non cessava di rimuginare intorno al suo
progetto: - Dunque, su quel monticello v' è un tesoro? E nessuno
mai s'è avventurato a scalarlo, a cercare... curioso: è un
mistero, questo... C' è tanti poveri; io, così povero, potrei,
da oggi a domani, diventar ricco. Diventar ricchi ah!... E sì
sta con le mani in mano. Non dico del massaro, lui è cetriolo,
si, ma ricco, ha terre, ha case, ha un gregge, non gli manca
nulla. Forse gli manca il cervello e l'ardire. Ma uno come me,
che non ha un palmo di terra, che non ha, e non avrà mai, una
casa, e di notte si deve voltare e rivoltare sempre sopra uno
strame di paglia... Lui ogni sabato se ne va a casa, va a casa
anche per le feste... E io qui, qui, sempre qui, perchè... son
povero!... No, mi ci voglio provare io, mi ci voglio provare...
Alla fin fine, non è che un'ombra quella dama bianca e le ombre
non possono far paura. Così ragionava Marello, e pensava al modo
come guadare l'Angitola, senza bagnarsi i piedi, lui che
pascolava il gregge sempre sulla sponda sinistra, mentre il
colle era su la destra.
Un
giorno in cui scorrazzò e si attardò maggiormente nella
sughereta, vide due grossi tronchi di leccio, che s'ergevano
quasi a perpendicolo sul fiume. Vederli e accarezzare subito
l'idea di far di quei tronchi un ponte levatoio tra le due
sponde fu tutt' uno. Dié di mano alla scure e incominciò a
tagliare. E intanto misurava con l'occhio la distanza tra le due
sponde, la quale, proprio in 'quel luogo, si restringeva. E
taglia, e taglia, e taglia... al tramonto uno dei lecci era a
terra. Calcolò, quindi, la distanza donde la spinta avrebbe
potuto esser più agevole, e, tenendo conto dell'altezza e della
caduta che avrebbe dovuto essere quasi perpendicolare alla
sponda, con una leva, fatta con un ramo dello stesso leccio,
prima leggermente, poi con un massimo sforzo, diè una spinta
tale, che il tronco fu sul fiume, come egli desiderava che
cadesse. Il giorno dopo fu da capo al lavoro per tagliare
l'altro tronco. Seguendo le stesse ingegnose cautele e con somma
destrezza, il lavoro, anche questa volta, riuscì a perfezione:
il ponte levatoio era pronto. Nei giorni seguenti fu necessario
adagiare i tronchi tra le due sponde. Non vi so dire quanto
lavorasse di lena... e quanti giorni impiegò perchè il lavoro
fosse perfetto e perchè, passando sul ponticello, non accadesse
che i piedi lambissero, in alcun modo, le acque del fiume. Così
esatti e ingegnosi sono i Calabresi quando non sono interdetti
dalla superstizione e la scuola non ha potuto ancora educarli
alla realtà! E intanto sognava il tesoro: lo sognava di giorno,
mentre guidava al pascolo le capre, lo sognava maggiormente la
notte, adagiato su lo strame o su un sacco di foglie di
granturco. Mai aveva fatto parola al massaro di quanto gli
turbinava nella mente: gli avrebbe, certamente, impedito il
passaggio. Sarebbe stata, per il massaro, un'imprudenza. Andare
contro il destino? Dio ci liberi!... Ecco perchè, malgrado il
lavoro fatto, Marello titubava: credeva che il massaro fosse
meno tonto di lui; ricco si, ma non più intelligente! Se egli
però, era, allora, succube di tante superstizioni, non era
certamente colpa sua; l'ambiente, la mancanza assoluta di
istruzione, di un'educazione diretta in una scuola, le
contingenze storiche in cui si viveva avevano determinato, nel
povero massaro, e in tutti quelli che vissero in quel terno di
tempo, una conoscenza errata della realtà.
Eran passati tanti giorni da quando Marello aveva terminato il
lavoro. Una sera - era già tramontato il sole da un pezzo - il
massaro, tornando alla pagliaia, dal pascolo, constatò che
Marello, contrariamente al solito, non s'era ancora fatto vivo.
Poichè annottava, per non perder tempo, munse da solo le pecore,
appese la grossa garaffa col latte a un palo e avviò le bestie
all' ovile, ai piedi di un annoso ulivo, sicuro che Marello
presto sarebbe arrivato. Non fu così. Calò la notte, senza luna.
Delle capre nemmeno un belato, lontano. S'impensierì il massaro
e, prendendo con sè uno dei mastini, s'inoltrò nella sughereta,
chiamando, a riprese col suo corno di conchiglia, risalì a monte
dando sempre fiato al suo corno, ma di Marello nessuna traccia.
Ritornò alla pagliaia, e rimase tutta la notte insonne. Che cosa
era avvenuto di Marello? La mattina dopo, per tempissimo, risalì
la china sino alla contrada Picerno. S'incontrò con alcuni
contadini, già al lavoro, benchè il sole non si fosse ancora
levato da dietro i monti. Domandò loro: Avreste visto, per caso,
il mio capraio, Marello, quel giovinottone bruno, dai capelli
sempre arruffati, trasandato... Nulla sappiamo risposero quelli
ma... è possibile che si sia sperduto? Ieri sera non tornò
affatto dal pascolo... Non so neanche che cosa sia avvenuto
delle mie capre! Corpo di bacco! esclamò uno d'essi dal nostro
cascinale, a prima notte, tra il crepuscolo, vedemmo risalire la
vallata una mandria, accompagnata da due uomini, l'uno avanti,
l'altro indietro. Più indietro ancora varia gente... Non
sapreste dirmi altro?... - Che cosa volete? Non abbiamo fatto
caso, non ci impicciamo, noi, di quel che avviene fuori delle
nostre terre... Siamo soli in questa campagna: e' meglio, nei
tempi che corrono, non impicciarsi di nessuno... Ho capito -
rispose il massaro - e, piegando il capo, tornò sui suoi passi.
Ho capito, - andava ripetendo il pover' uomo, tornando all'ovile
- Ho capito... Ma, in verità, egli non aveva capito nulla! Quel
viottolo aggrappato alla montagna, in contrada Picerno, risaliva
sino al territorio di Chiaravalle: egli non avrebbe più riavuto
le sue capre. E tornò solo all'ovile. Guardò al colle maledetto,
che si ergeva come un maniero nella vallata solitaria dell'Angitola,
ricordò l'ombra della dama bianca, le dicerie dei vecchi del
contado, e si persuase ancora di più anche lui, che era ritenuto
un sapientone che in quella notte fosse accaduta una... fattura.
- Chi lo sa ? Qualcuno ritiene che siano bazzecole, ma... chi
sa? ha potuto essere anche... una fattura, per via di quella
dama bianca... Andrò a Chiaravalle, là c'è una vecchia che la sa
più lunga di me, di noi. Chi sa che non si abbia anche una
spiegazione su la realtà di quel tale tesoro...
Tutti piansero a Monterosso, su la sorte di Marello. I genitori
non sapevano darsi pace. Di lui si dissero tante cose: ch'egli
aveva costruito un ponticello sul letto del fiume, che a piedi
asciutti lo aveva finalmente guadato, che c'era stata certamente
una fattura, che molto probabilmente egli, risalendo il colle
solitario, su la sponda destra del fiume, aveva trovato
finalmente il tesoro, e che, ricco sfondato, era sparito insieme
con la dama. Altri, fra i meno spregiudicati, affermarono quanto
realmente era avvenuto: che una truppa di banditi, abitanti sul
declivio dello Jonio, era discesa verso i nostri boschi, che
s'era impossessata delle capre e aveva ucciso il pastore. Nulla
altro s'è saputo, nè s'è detto più nulla, e nessuno s' è
azzardato d'indagare, nemmeno i familiari. Molti, invece,
andavano dicendo sotto voce, che, nelle notti lunari, non più la
dama bianca si vide tra le brughiere del colle, ma una croce
alta, che scompariva col ritorno dell' alba. E da allora quel
colle fu chiamato - e si chiama ancor oggi - Monte Marello.
Nel 1844 Ferdinando II di Borbone, avendo fatto costruire una
strada carrozzabile che congiungesse il Tirreno al Mar Ionio, a
lavori ultimati, l'attraversò in carrozza col figlio Francesco.
A pochi chilometri dal ponte a varie arcate, risalendo a monte,
sulla sponda sinistra dell'Angitola, è il colle solitario, ancor
oggi irto di rovi e di piante selvatiche. Intorno ad esso si
svolse, in tempi che risalgono ai primi anni dell'ottocento, la
leggenda del povero pastorello di Monterosso. Su la sponda
sinistra del fiume è la sugherata, attraversata, alle basi,
dalla strada carrozzabile, grigia di asfalto, che sale a Monte
Cucco e, da lì, all'altipiano di Ninfi, a Ferdinandea, a
Monasterace, su la sponda Ionica. Mi si racconta che tanti,
tanti anni or sono, andava ancora in voga una canzone, di cui
non ricordo che pochi brani:
Quando porti, o
pecuraru,
a lu pasculu li crapi, statti attentu: subba l'acqua non passari.
Si ti vagni, sì perdutu, tornatinde prestu prestu:
fa' 'nu ponti di lignami, lu trisoru è ancora jià, ca Marellu cu
la dama
si spusau e non torna cchiù.
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