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astro Giosuè aveva da poco oltrepassato gli ottantacinque anni.
Ai suoi bei tempi aveva esercitato il mestiere di fabbro
ferraio, aveva lavorato di lena sudando e faticando, ma da poco,
benché si mostrasse ancora arzillo, non era più in grado di
eseguire alcun lavoro proficuo. Ogni tanto, quando c'era da
riparare qualcosa in casa, scendeva nella sua officina, ormai
tappezzata tutta di ragnatele, riprendeva incudine e martello,
metteva la brace al ventilatore e là, soffia e soffia, batti e
batti, il lavoro doveva pur uscir fuori. Tal altra, quando era
di primavera e si sentiva, più in forze, e le rondinelle
garrivano le canzoni della giovinezza, per accontentare qualche
asinaio, già suo cliente, rimetteva a sesto qualche zoccolo mal
combinato da altri fabbri poco esperti del mestiere, qualche
ferro male assestato, e allora faceva le sue osservazioni, non
per criticare i giovani fabbri, quasi tutti suoi discepoli, ma -
come diceva lui - per dire pane al pane, vino al vino, e
consigliare che si stesse più attenti nell'eseguire un lavoro.
Qualche volta faceva anche il veterinario.
Sicuro il veterinario. Conosceva i malanni più frequenti che
solevano colpire le cavalcature, e sapeva apportarne i rimedi.
Aveva fatto da aiutante maniscalco,a Vibo Valentia, che allora
si chiamava Monteleone - presso la locale stazione dei
Carabinieri, e durante quel tempo aveva saputo approfittare dei
consigli di un veterinario, che soleva, a varie riprese,
visitare quella scuderia, molto in gamba, del Marchese
Gagliardi. Era un pò curvo: si sa, tanti anni gli gravavano già
su la groppa e spesso soffriva anche di asma, strascicava un pò
le gambe, ma tutto questo non gli impediva di andare a Messa
ogni mattina fare una capatina al bar per un tressette col
compare, vicino di casa, e la sera intrattenersi in casa
dell'unico suo figliolo, Antonio, anch'egli artigiano, dove
pranzava e cenava, quando il tempo buono gli permetteva di
uscire di casa.
Antonio, è vero, non gli faceva mancar nulla, ma il povero
mastro Giosuè non aveva mai uno spicciolo in tasca più di quanto
gli permettesse di comprarsi il tabacco per la pipa, sempre in
tasca dovunque andasse, un po’ di caffé al bar e qualche altra
cosa che potesse piacergli. Aveva una pensioncina di appena
tremila lire al mese. Pochine, ma... pure gli bastavano per le
poche spese voluttuarie, di cui non sapeva fare a meno.
Era vigilia di Natale. Benchè, l'aria fosse rigida, caliginosa e
minacciasse di cadere anche la neve, egli non se ne preoccupò:
era Natale e bisognava uscire di casa, il figlio lo avrebbe
atteso per il cenone, e si sarebbe così rinnovato quel rito, per
tanti anni compiuto, quando ancora viveva la sua donna, e il suo
Antonio, l'unico bambino, era la gioia, l'unica gioia della
casa. Tutti, i bei Natali dei suoi anni giovanili, ora gli si
presentavano alla memoria come in un quadro dai colori ormai
sbiaditi dal tempo e dalla angosce. Ed egli viveva di quel
passato, seduto al caldano ricolmo di brace, nel silenzio della
sua stanzetta, in cui, una volta, tutto gli sembrava giulivo.
Quel giorno avrebbe voluto rimaner solo, per vivere del suo
passato, solo coi suoi affanni e i suoi acciacchi, ma non potè.
Sin dalla mattina, in casa sua, fu un andirivieni di suoi ex
discepoli, già fabbri con officine bene avviate, in paese e
fuori, e vennero a visi tarlo i suoi quattro nipoti. Avrebbe
voluto regalar loro, per la circostanza, chi sa quanto, ma era
quasi la fine del mese e nel cassetto, fatti i conti - dopo aver
messo da parte quanto gli sarebbe bastato per il tabacco non gli
restava che ben poco.
In
ogni modo, a quei cari figliuoli doveva pur regalar qualcosa:
era Natale. Egli era vecchio, molto vecchio; chissà se
nell'altro Natale si sarebbe stati ancora tutti insieme, accanto
al figlio, ai nipoti, di cui uno portava il suo nome, e ai quali
voleva pur tanto bene... Che fare? Mise le mani nel cassetto,
cavò fuori duecento lire e diede a ciascun nipote la sua quota,
uguale per tutti. Accontentatevi, cari miei, non ho altro che
darvi; veramente ci ho il cuore, ma io già ve l'ho dato: che
volete altro? Accontentatevi, e se mai l'anno venturo, non
dovessi esserci più - e nel dir questo la voce gli tremò -
ricordatevi del vecchio nonno e pregate per lui e... per la
nonna che qualcuno di voi neanche ha conosciuta... .Altre cento
lire gli erano appena bastate per comprare pochi pezzetti di
torrone paesano e un pò di nocelle. - Prendete, figliuoli: un
mucchietto per ciascuno. Ciò detto li baciò ad uno ad uno, e
disse ancora: - Gesù Bambino vi benedica, e benedica anche il
vostro babbo e la mamma... I ragazzi presero il piccolo dono e,
commossi, tornarono a casa, ove li attendevano i genitori, con
altri doni, benchè essi non fossero niente affatto ricchi.
Rifatti i conti, dopo che i nipoti se ne furono andati, non
v'erano nel cassetto che altre duecento lire. Forse sino alla
fine del mese, con un po' di risparmio, magari facendo una
fumatina di meno al giorno, quelle poche lire sarebbero bastate.
- Che fare? - andava rimuginando - quei bravi figliuoli bisogna
pure accontentarli. E poi... chissà se l'anno venturo... Via non
ci pensiamo, togliamo di torno il malaugurio... A mezzogiorno
fece una modesta colazione con pane, un po' di alici e ulive.
Voleva rispettare la tradizione, il buon vecchio: a Natale tutto
magro. Nel pomeriggio giocò una partita con un vicino di casa,
molto vecchio anche lui, e alla sera fu in casa del figlio.
Tanta gente, in quella casa; e, poi, molti giovani del vicinato,
con le rispettive famiglie. Avrebbero fatto insieme il Natale,
pagando ognuno la propria quota per il cenone. Le donne
sfaccendavano chiacchierando in cucina, i figliuoli, che prima
erano stati attorno al presepe per gli ultimi ritocchi, si
divertivano giocando con le nocelle. Antonio, in un canto. con
gli altri uomini, fumava il solito toscano e chiacchierava con
essi.
Il
tempo voleva essere più rigido, forse... E guardò su l'impannata
della finestra: cadeva qualche fiocco, turbinando, nell'aria
quasi buia della sera. Se avesse fumato, anche lui, sino alla
mezzanotte - pensava maestro Giosuè - l'indomani o l'altro
avrebbe dovuto comprare altro tabacco, e le duecento lire non
gli sarebbero bastate... Nondimeno, tolse di tasca la sua
pipetta di creta. Pensava ci fosse in fondo ancora qualche
residuo: era vuota. Come fare? Si avvicinò al figlio e disse: -
Hai qualche mozzone in tasca? Mi piace fumare i mozzoni,
stanotte - Il figlio ci credette: tagliò le estremità di un
sigaro e disse: - mozzoni non ne ho; li ho gettati, ma prendi
questi, è lo stesso. E il vecchio fumò. Il fumo saliva su, in
alto, verso il soffitto, in volùte leggiere, profumate,. e si
perdeva nel chiuso della stanza: attraverso quel fumo tante
immagini, tanti ricordi...
Si
cenò allegramente e si stette tutti insieme sino a quando le
campane non suonarono la Messa di Natale, e tutti gioirono,
tutti fumarono, eccetto le donne e ragazzi, cui, per scherzo,
qualcuno soffiava in faccia sotto il naso, qualche boccata di
fumo. Essi tossivano e ridevano. Era Natale, la festa più bella
dell'anno ,e bisognava pur godere, facendo degli scherzi,
facendo anche qualche sproposito, fumando anche più del
consueto... Anche mastro Giosuè fumò di più era Natale - ma
ricorrendo a tanti espedienti, per non consumar molto tabacco,
rifacendo mentalmente sempre i conti, in modo che le duecento
lire potessero bastargli sino alla fine del mese. - Ma, papà, tu
stanotte fumi tanto; ti vedo sempre con la pipa in bocca. Non
vorrei che tanto fumo ti facesse male - così gli disse Antonio,
e aspettava che il padre riponesse la pipa in tasca. Mastro
Giosuè non rispose. Tolse la pipa di bocca, la girò la rigirò e,
mostrandola al figlio, gli fece capire che era vuota. Poi disse
sorridendo: - Dammi il permesso di tenerla, almeno, fra i denti.
.. e, giacchè non posso fumare, lasciatemi cantare:
Si veni Natali - e
non aiju dinari
mi pigghiu 'a chitarra - e mi mentu a... cantari.
Fu
uno scroscio di risa.- Che dici, papà? - gridò Antonio, ridendo
anche lui - non dice così la canzone Calabrese: «Mi pigghiu la
pippa - e mi mentu a fumari»: così devi dire... - E che volete
ch' io fumi se non ho tabacco e non ho danari per comprarlo? -
Nonno, nonno... - saltò, allora a dire il più grande dei nipoti
- dunque non hai danari per caricare la tua pipetta? Oh ! no,
nonno, non dire così... - Dopo i regalucci di stamane figliuoli
miei, non mi sono rimaste che duecento lire. Se caricherò ancora
la mia pipetta, esse non mi basteranno per rifornirmi di tabacco
sino alle fine del mese. Tutti ammutolirono, e tutti, facendogli
da presso gli offrirono sigari... Egli ne accettò un solo, dal
figlio. E, intanto, il più grande dei nipoti, che era uscito
fuori con una scusa, tornava, dopo pochi minuti, con un
involtino di tabacco, comprato dal botteghino di fronte. -
Nonno, fuma, fuma; è Natale. Ti basterà questo pacchetto sino
alla fine del mese. - E sino all' Epifania - aggiunse Antonio -
questi son sigari, eccoli - e gli diede i sigari che aveva
comprati per sè. E tutti gli fecero mille carezze, e su tutte le
labbra sfiorarono mille affettuosi sorrisi. E anche gli invitati
e la nuora lo abbracciarono teneramente, mentre Antonio in un
angolo della stanza, in disparte, si asciugava gli occhi.
Piangeva di tenerezza. Fuori già nevicava e nel silenzio della
notte inoltrata si sentiva, lontano, il suono armonioso e
flebile di una cornamusa. Il vecchio asciugandosi anch'egli una
lacrima, per non farsi notare si volse verso il Presepe: com'era
bello! la grotta attorniata dagli Angeli osannanti, la pianura,
le montagne con le loro cime coperte di bianco, i pastori, i Re
Magi, la cannizzata con le pecorelle, e laggiù, in fondo, un
agglomerato di case. Ancora più lontano, l'azzurro di un cielo
limpido e terso. L'anno dopo il vecchio non era più. Nessuno
pensò di costruire il presepe. Nella casetta silenzio e
tristezza. Nel cassetto del tavolo, in un canto, vi era una
scatoletta gelosamente custodita: in essa era la pipetta del
nonno, odorosa ancora del suo tabacco. Come nell'anno
prècedente, dal sacrato della Chiesa, veniva il suono melodioso
di una zampogna. Sul motivo della Pastorale, un ragazzo, poco
lontano, cantava:
Ninna nanna, bambineiju,
de lu mundu Criaturi,
dormi, o figghiu, o Gran Signuri,
dormi, o figghiu, o jiuri beiju, ninna nanna, dormi mò,
fa la ninna la ninnadò.
Le
campane suonavano a gloria... |