|
Calabria: femminile plurale
di Alfonsina Bellio
La politica, la comunicazione, il bello
di Cataldo
Perri
Cambiamo insieme la politica
di Doris Lo
Moro
L'eco del Manifesto
di Domenico
Minuto
Il mio sì al Manifesto
di Mimmo
Petullà
La rivoluzione civile permanente dei calabresi
di
Salvatore de Siena
La nuova Calabria sa alzare lo sguardo e condividere progetti
di Assunta
Scorpiniti
La fabbrica della cultura
di Fulvio
Librandi
Una giornata a Polsi
Artisti in Aspromonte
Calabria: femminile
plurale
di
Alfonsina Bellio
Dottore di ricerca in Scienze Letterarie e assegnista UNICAL;
Dottoranda in Antropologia EHESS-Parigi.
Il movimento che è
spontaneamente scaturito dall’articolo di Vito Teti su queste
pagine è segno manifesto di una volontà partecipata e plurale di
dare voce e volto alle istanze sempre più urgenti che tormentano
la nostra regione e su cui gli eventi di Duisburg hanno acceso
l’ennesimo riflettore. L’esportazione altrove di fatti criminosi
locali, nientemeno che in una fetta d’Europa secondo tradizione
all’avanguardia e meta tuttora d’emigrazione italiana, e la
ressa mediatica che ne è seguita, si sono abbattuti su tutti noi
con la brutalità di una sferzata sulla pelle nuda. Altro che
cartelloni con sorridenti “ultimi” che - non si sa come in una
terra continuamente violata da interessi rapaci che la sigillano
nel sepolcro della decadenza- saranno i primi, se mai qualche
immagine glamour è stata sufficiente a scalfire l’immaginario.
I miei rapporti professionali e amicali con Vito sono noti, ma
in questa circostanza sento comunque l’urgenza di uscire dalle
forme di approvazione privata e esprimergli anche pubblicamente
condivisione proprio da queste pagine, per quel cammino paziente
da lui intrapreso diversi anni orsono di incontri, di
divulgazione, di denuncia, senz’alcuna boria intellettualoide e
cercando di innescare ponti tra sistemi spesso autoreferenziali,
quello dell’accademia, quello della politica e quello della
cosiddetta società civile.
Più volte le donne di San Luca sono state evocate come possibili
responsabili e risolutrici della faida, ma, a partire dal
momento difficile, il richiamo più costruttivo mi sembra quello
all’universo femminile tutto dell’intera regione, che molti
spunti di riflessione e azione ha da consegnarci.
Percorrendo il terreno – ma dove finisce questo e dove inizia la
propria vita, mi chiedo a volte- per la natura stessa delle mie
ricerche, immerse nelle manifestazioni di religiosità calabrese
contemporanea, là dove la linea di demarcazione con il magico si
configura come una membrana che dà coesione sincretica ai
fenomeni, ho spesso incontrato il dolore. Sono per lo più le
donne che intrattengono tuttora una frequentazione di prossimità
e reciprocità con i mondi spirituali dell’esistenza, con quella
surnatura di anime defunte, di figure divine, sante e angeliche.
Le donne che incontro e che si aprono con una gratuità e una
generosità che di per sé suscita emozione, parlano di
sofferenza. Conoscono bene la bestia che si annida nella gabbia
toracica, silente affonda i propri artigli nello sterno,
stritola gli organi della fonazione e lentamente deforma i
tratti in un urlo muto che non ha più la ritualità del pianto
funebre tradizionale che elaborava, nel gesto drammatico, ogni
lutto, ogni perdita, consegnandoli al planctus d’una Madre che
indica sempre la rinascita oltre ogni fine. È dolore che scava
rughe come solchi, che assottiglia la grana della pelle intorno
agli occhi, macchiandoli di ombra. Una ricognizione delle
richieste di intercessione alle figure divine o di intervento
alle figure mistiche intermediarie, in controluce lascia
emergere un quadro delle urgenze esistenziali e non, del bisogno
di rassicurazione che si proietta nei mondi spirituali, quando
quello del contingente sembra muto di risposte. Un tempo la
crisi si manifestava nella precarietà dei raccolti, e allora
molti riti celebravano i santi in cerca di pioggia benefica,
oppure nella moria di animali domestici fondamentali
all’economia, e allora si preparavano ex voto per questi ultimi
e, quando il reiterarsi di malattie e morti di animali diventava
insostenibile, se ne rintracciava la causa in forme di maleficio
operate volontariamente e si procedeva secondo un codice di
individuazione e risoluzione del problema attraverso operatori
del magico. Oggi le richieste di intercessione veicolano, in
maniera sempre più drammatica, la necessità di aiuto nella
disoccupazione che ormai sembra cronicizzata. La mancanza di
lavoro è il dato forse più doloroso con cui fare i conti se si è
scelto di rimanere nella nostra regione, con tutto il suo
corollario di reti clientelari, situazioni contrattuali ai
margini della legalità, mobbing e sfruttamenti di vario genere.
Alla donna che parla con gli angeli si chiede «Troverò un
lavoro? Riuscirò a superare il concorso?». Accanto a questa, la
paura che maggiormente traspare è legata al diffondersi
esponenziale di malattie. «Cos’è che ci sta ammazzando tutti di
cancro?» si sente sempre più spesso. «È l’aria? L’acqua che
beviamo? Quello che mangiamo?». I più attenti alle dinamiche di
queste patologie si chiedono se i nostri fiumi, le nostre acque,
le nostre montagne siano stati violati, naturalmente a nostra
insaputa e grazie alle mafie locali, anche da rifiuti tossici.
Certo, finché non si istituiranno registri dei tumori
provinciali e regionali non sarà possibile portare il sospetto
alla dignità di un’indagine sanitaria su ampia scala.
Accanto al dolore, emerge la consapevolezza amara che nei nostri
paesi e nei quadri dirigenti regionali sembrano non esserci più
destre sinistre e centri, ma vertici adamantini sempre più
sfavillanti e masse sempre più consistenti, sempre più
disperate. E la rabbia di assistere a volte impotenti al
“trasferimento d’ufficio” di quei pochi che dai propri posti
istituzionali cercano di far luce e pulizia. Si è ampiamente
parlato da queste pagine del ruolo fondamentale della politica
che non può essere confusa solo con una “partitica” da rinnovare
e ridiscutere e sono pure emerse proposte molto valide.
Qui voglio semplicemente ritagliare uno spazio traendo
ispirazione dal mio terreno stesso, quel mondo femminile che è
fonte di risorse talora inimmaginabili, che incede nel sommerso,
lontano dai riflettori e costruendo quotidianamente il senso
dell’esistenza oltre ogni lacerazione e ogni sferzata. Le donne
meridionali, se la società contadina le aveva relegate in un
ruolo subalterno rigidamente controllato dall’istituto
patriarcale della famiglia, hanno tuttavia sempre svolto
l’importante compito della trasmissione dei saperi ai figli
attraverso l’inculturazione informale. Erano le madri, le nonne,
le zie a educare, a tramandare il discernimento tra il
desiderabile e l’esecrabile, tra valori e tabù sociali, insieme
a tutto quel corpus di credenze in cui l’universo tradizionale
trovava coerenza. A volte dimostravano veramente anticorpi
belluini nella resistenza a oltranza alle forze contrarie: i
lutti continui tingevano di nero i loro abiti e ne incanutivano
prematuramente i capelli, ma non sembravano scalfire quel vigore
ferino pronto a manifestarsi, ad esempio, in difesa dei propri
figli. Non mettevano in ombra quella solidarietà che si svelava
nella condivisione: se la vicina di casa versava in condizioni
disperate, non ci si limitava a spartire il lievito per la
panificazione, ma si offrivano focacce e vivande per collaborare
al nutrimento dei bambini. Cosa resta oggi di queste donne, di
questo femminino calabrese fatto di dolore ma anche di
solidarietà e di speranza? Ancora una volta ritorno alle donne
che ho conosciuto, richiamandone qualcuna alla memoria.
C’è chi afferma di non credere al valore della cultura come
mezzo di cambiamento. Qualsiasi accezione si voglia dare al
termine, quella più ampia antropologica o ristretta al solo
senso di istruzione, provate un po’ a dirlo alla nonna che ho
incontrato a Guardavalle che la cultura è inutile. Oggi più che
ottantenne, era analfabeta come tante sue coetanee con cui
condivideva la provenienza sociale. Una vita di lavoro alle
spalle, ma non si era mai rassegnata alla sua condizione: ormai
in pensione, a una delle nipoti che frequentava le scuole
superiori chiede di insegnarle a leggere e a scrivere.
Innumerevoli pomeriggi trascorsi a memorizzare pazientemente
l’alfabeto, a ricopiare vocali e consonanti con grafia dapprima
malferma poi sempre più spedita. E finalmente la magia della
lettura le si è schiusa e, oltre che appassionata lettrice
nonostante un ictus l’abbia molto affaticata, è arrivata a
redigere un suo diario di memorie, in cui manifesta la ritrovata
libertà. Non a caso gli universi tradizionali assegnavano alla
scrittura un valore sacrale.
C’è chi è pronto ad accasciarsi affermando che la nostra regione
è ormai priva di speranza. Provate a dirlo alla vedova del
Crotonese che con una tenerezza senza eguali mi ha confidato
che, nei momenti peggiori, quelli in cui le staffilate della
vita diventano stanchezza che spossa le fibre, si rivolge alla
Vergine chiedendole di poter poggiare il proprio capo sulle sue
ginocchia, solo per riposarsi un po’. In questo gesto del
pensiero che rievoca la culla materna, questa donna rigenera la
forza di procedere e va avanti. E la contadina ottantenne di un
paese della valle del Savuto: vent’anni fa ha subito un
intervento duro come un combattimento, il chirurgo aveva
espresso ai figli grossi dubbi sulla possibilità di
sopravvivenza. Sguardo colmo di fiduciosa sicurezza, racconta
l’episodio dicendomi sorridente: «Lo sapevo che non morivo.
Certo che mi sono svegliata dai ferri! Potevo lasciare i miei
figli e mio marito e andarmene così?».
Altri insistono che ormai c’è solo un imperante desiderio di
vendetta che non lascia spazio a nessuna forma di solidarietà.
Provate a dirlo alla parrucchiera che ha saputo, negli anni,
trasformare il suo salone in un centro propulsore di sostegno,
creando una sorta di rete di salvataggio tra le clienti-amiche.
Tra un taglio alla moda e un’acconciatura da cerimonia, la donna
che ha dovuto lottare contro i postumi di una perdita grave dà
coraggio all’altra che sta affrontando un male e la ragazza che
sta superando la sua personale battaglia per la ricerca di
lavoro offre la propria competenza alla nonna che ha appena
appreso della malattia di un nipote. Parlate, infine, di
vendetta a quelle donne che non hanno esitato ad aiutare la
vedova che ha perso il marito in un agguato, perché in lei
riuscivano a vedere non più la donna del mafioso, ma una madre
sola con figli ancora piccoli.
Gli esempi potrebbero proseguire a lungo. C’è ancora tutta una
Calabria al femminile, che parla di dolore ma invita anche alla
speranza nel quotidiano procedere e costruire lontano dai
clamori mediatici. Dobbiamo forse riscoprirla, valorizzarla,
farne risorsa e modello di una politica intesa come
partecipazione al vivere civile, fondata su una solidarietà e un
coraggio che non si limitano all’astratto o all’utopico. È parte
di quel retroterra individuale che alberga nella memoria di
ognuno, uomo o donna che sia, è volto di madre, sorella, nonna o
zia: sono gli “ultimi veri” quelli da cui dobbiamo trarre forze
di trasformazione?
Torna su
La
politica, la comunicazione, il bello
di Cataldo
Perri
Giorno 21
settembre Vito Teti sarà a Cariati per un incontro programmato
da tempo dall’Amministrazione Comunale all’interno delle
proposte culturali estate 2007 che vanno sotto il titolo “Il
suono , il segno, la memoria”.
Alla luce degli avvenimenti tragici di Duisburg e del grido di
dolore lanciato da Vito Teti sulla stampa e condiviso da tanti
altri intellettuali, associazioni culturali e sottoscritto da
qualificati artisti regionali e nazionali, l’incontro di Cariati
acquista una valenza particolare che travalica di fatto
l’aspetto meramente culturale(Identità e senso dei luoghi)per
assurgere ad un momento di riflessione corale sulla questione
morale, cultura della legalità, mafia, nuova coscienza
antimafia, impegno per una nuova Calabria
Il “Che fare” riproposto dall’accorato appello di Teti, ci
coinvolge tutti, nessuno escluso.
Fra le tante riflessioni e suggerimenti di intellettuali e
politici, uno dei temi ricorrenti e centrali sempre citato come
antidoto alla barbarie mafiosa è quello dell’impegno culturale.
Da questo punto si dovrà partire per dare una speranza alla
Calabria che verrà ,non prescindendo però da una forte azione
sinergica di tutti gli apparati dello Stato: Magistratura, Forze
dell’ordine, Pubblica Amministrazione.
Personalmente credo che le direttrici da seguire
contemporaneamente siano molteplici per contrastare la piovra
della cultura mafiosa ed ognuna ha il carattere di urgenza.
1) AZIONE REPRESSIVA
La meritoria azione repressiva e rischiosa delle forze
dell’ordine porta spesso all’arresto di tanti criminali , troppo
spesso però i cavilli di legge o addirittura una errata notifica
vanificano il lavoro investigativo di anni, lasciando liberi
incalliti delinquenti che sfruttano i diritti e le garanzie
democratiche per distruggere le garanzie, il futuro e la vita di
tanti onesti cittadini.
Per militanza politica e scelta ideologica sono stato forgiato
alla cultura del diritto , del garantismo , del rispetto della
privacy, dei diritti civili. Mi chiedo ora però ,alla soglia
dell’andropausa : se una delle poche industrie calabresi in
espansione è quella Ndranghetista che si internazionalizza con
ritmi di crescita e di penetrazione, tipica delle grandi
multinazionali, qualcosa che non ha funzionato in questo sistema
legislativo- repressivo ci dovrà pur essere.
Se la mafia calabrese è ai vertici di questa miserevole e poco
nobile classifica mondiale allora BISOGNA PRENDERE ATTO che lo
Stato finora sta perdendo la sua battaglia con l’antistato.
Io farei girare intanto un questionario nella nostra Regione ,
soprattutto attraverso la stampa regionale,con qualche domanda
tipo : Sei disposto a rinunciare ad un po’ della tua privacy per
una battaglia radicale e più efficace contro la mafia?
Credo che oggi sarebbero molti i cittadini che potrebbero
rispondere affermativamente, atteso che il diritto di vivere
dignitosamente in Calabria è quotidianamente calpestato dalla
piovra mafiosa che fa chiudere esercizi commerciali, brucia
cantieri che non pagano il pizzo, perpetra attentati contro gli
amministratori onesti che non scendono a patti scellerati , fa
fuggire chi vorrebbe investire onestamente, alimentando così la
fuga di tanti giovani dalla nostra terra che non vogliono essere
vittime di condizionamenti politico mafiosi
Molte volte il sentire della gente comune è intriso di saggezza.
Nei nostri paesi tutti sanno di tutti , il mafioso manovale per
esercitare il suo potere di condizionamento ha bisogno che sia
riconosciuto come tale compiendo una scientifica operazione di
marketing delinquenziale( si mettono in essere linguaggi e
rituali codificati e riconoscibili, dalla sgommata delle auto,
al tono della voce ad un corredo di catene d’oro, braccialetti,
crocefissi , tatuaggi spudorati e paradossali , ho visto una
volta un emitorace occupato da un tatuaggio di Padre Pio con
sotto scritto “Proteggimi” e sul braccio un teschio con sotto
scritto “Non ti temo”). Allora se tutta la città conosce bene
gli adepti della delinquenza locale e chi fa apologia di cultura
mafiosa perché la legge , lo Stato non mette in campo tutte le
iniziative repressive e preventive, anche autoritarie se
necessario, come col terrorismo? Controllo quotidiano e
soprattutto notturno , svegliarli tutte le notti e far capire
loro che è veramente svantaggioso sfidare lo stato e la società
civile. Credo che la “cultura” mafiosa , ad un certo livello,
avendo un codice basato solo sul riconoscimento e sul rispetto
di chi è più forte fisicamente, per essere contrastata,oltre al
fondamentale momento della prevenzione, abbia bisogno di uno
stato che mostri anche i muscoli.
Il codice della strada è opportunamente divenuto più rigoroso
per la sicurezza dei cittadini , però a volte è quasi
paradossale che ti arriva una multa per aver superato di 5 km il
limite imposto e vedere passeggiare sulla stessa strada carne
umana venduta al macello della prostituzione. Credo che la dove
c’è una sola prostituta , il più delle volte schiavizzata,
violentata , sfruttata e molte volte uccisa da un magnaccia
mafioso, la non c’è educazione alla legalità , non c’è lo Stato
né la civiltà dei diritti umani.
Collaboratori di giustizia , 41 bis , sono stati strumenti
importanti per combattere la piovra ma altri ancora ne vanno
messi in campo.
Il terrorismo è quasi debellato proprio per le leggi speciali
che lo contrastano, la questione mafiosa necessita della stessa
terapia d’urto, a tutti livelli ,senza essere fregati dalla
sindrome di essere considerato un reazionario di destra se si
pensa in termini di maggior controllo del territorio e di uno
Stato che mostri la giusta adeguata forza . Il momento storico
che viviamo è questo, intriso da troppa violenza , troppo sangue
e da troppa corruzione. Per fortuna da più parti si sente dire
che la sicurezza non è né di destra né di sinistra, la sicurezza
è la “conditio sine qua non” del vivere civile e presupposto
indispensabile per aspirare alla felicità.
2) Politiche sociali e prevenzione
La manovalanza della criminalità organizzata non è altro che uno
dei tanti tasselli che compongono la piovra , la più
appariscente , la più riconoscibile, la più attaccabile , i
vertici hanno altri rituali, altri linguaggi, altre e “alte”
frequentazioni. Al contrario dei manovali hanno rituali di
eleganti uomini d’affari e dell’alta finanza.
Allora per combattere il reclutamento della manovalanza mafiosa
bisogna intervenire in maniera decisa e convinta sulle politiche
sociali(come ricorda, con una lucidissima analisi, Pino De Lucia
presidente della cooperativa sociale Agorà di Crotone che ha
subìto varie intimidazioni mafiose e attentati alle strutture
della cooperativa) perseguendo un’azione di recupero delle fasce
socialmente più deboli. In particolare: figli di carcerati,
disoccupati, drogati, che vivono in quartieri ghetto degradati
sono prima vittime e poi carnefici della mafia, in una spirale
di solitudine e di violenza. “L’onorata società” viene vista
dapprima come unica occasione di lavoro e poi come affrancamento
dall’anonimato sociale , anzi strumento di riscatto e di
“prestigio”.Queste motivazioni il più delle volte sono alla base
del salto nel baratro di tanti nostri giovani che non hanno
stimoli e modelli alternativi né dalla famiglia né dalla società
né dalle istituzioni.
Allora come opportunamente ricorda De Lucia è tempo che la
Regione Calabria, dopo aver recepito la legge sulle politiche
sociali (Livia Turco 328/2000), si faccia carico, con l’urgenza
dettata anche dall’emergenza criminale, di una sua completa
attuazione programmando con rigore e dare così risposte alle
troppe sacche di emarginazione ,”vivaio” della manovalanza
mafiosa.
3)Strategie di comunicazione antimafia
Il “fascino” che ancora esercita il mafioso coraggioso , uomo
d’onore, uomo di rispetto (a volte suffragato anche da
operazioni discografiche e cinematografiche per lo meno
discutibili sul piano educativo come ci ricorda Francesca
Viscone) dovrebbe essere contrastato con un’operazione di
comunicazione sociale tipo pubblicità progresso.
Oltre ad appendere alle pareti di tanti uffici i bei quadretti
retorici e rassicuranti tipo: “Se saprai essere saldo nella
bufera ……sarai un vero uomo ecc ecc.”
Proporrò nei prossimi giorni alla giunta della nostra
amministrazione comunale una campagna con un manifesto da
affiggere nelle scuole e nei pubblici uffici tipo: “ Se sei
capace di sparare alle spalle un inerme cittadino, sei un vero
mafioso. Se hai il coraggio di sciogliere un bambino in una
vasca piena di acido sei un vero uomo d’onore. Se hai il
coraggio di estorcere con la forza di una pistola il danaro
guadagnato con il sudore e i sacrifici altrui, non sei un
parassita, ma un vero mafioso. Se hai il coraggio , la forza di
schiavizzare e far prostituire una ragazza venuta nella nostra
terra per fame e disperazione sei un vero mafioso. Ecc ecc “
Gli esercizi pubblici se lo vorranno , le scuole potrebbero
ospitare questi manifesti antimafia ed educare già dall’età
scolare alla cultura della legalità e fare chiarezza sulle
qualità degli uomini d’onore e di rispetto, avvolti ancora
troppo spesso in un alone di “fascino e giustificazione
popolare”. La gente di Calabria dovrà fare anche su questo
fronte una sana necessaria autocritica , bando alla cultura
dell’illegalità sia che venga dall’alto ma sia che venga come
domanda dal basso.
4) Politiche culturali e marchio legalità
Nel primo punto avevo parlato dell’urgenza di una politica
repressiva più rigorosa contro i manovali di mafia che si
sporcano le mani , prime vittime della loro ignoranza .
Rischiano la vita ed il carcere , perché è il livello più
esposto, più riconoscibile, più facile da colpire. Ma il livello
più pericoloso , la madre di tutte le mafie è l’infiltrazione ed
il condizionamento criminale all’interno della pubblica
amministrazione. Selezionare e votare una classe politica
forgiata alla cultura della legalità, è una questione
inderogabile e straordinariamente urgente.
Nello scorso mese di marzo in occasione di un incontro del
comitato sicurezza e legalità di 52 comuni dell’ area della
Sibaritide, in qualità di vice sindaco di Cariati e alla
presenza del Prefetto Francesco Musolino (ex Prefetto di
Cosenza) e del vice Ministro Marco Minniti ho proposto
l'istituzione del MARCHIO LEGALITA' .
Tale proposta è stata recepita sia dal Vice Ministro sia dal
Prefetto che ha voluto approfondirla e perfezionarla in un
fruttuoso incontro in Prefettura.
Tale marchio dovrebbe essere assegnato dalla Prefettura a quei
Comuni che, dopo aver sottoscritto un protocollo di azione
amministrativa improntata alla massima trasparenza e legalità,
avranno meritato tale riconoscimento a consuntivo di un periodo
amministrativo.Il protocollo guida prevede la pubblicazioni di
tutti gli atti istituzionali (sia le delibere che le determine)
su internet , Il rigoroso e prestigioso marchio potrà
privilegiare quei comuni che avranno investito in attività
finalizzate alla diffusione della cultura della legalità
(concorsi teatrali a tema, istituzione del giorno della Memoria
nelle scuole per ricordare le vittime di mafia, seminari sulla
cultura delle regole .....).Il marchio potrebbe essere affisso
alla cartellonistica di entrata delle città che lo avranno
meritato (Città antimafia) , dando così lustro agli abitanti ed
all'amministrazione comunale . Tale riconoscimento potrebbe
comportare anche dei vantaggi concreti ,quali contributi
straordinari dal Ministero degli Interni, da investire nel
sociale e nelle iniziative culturali (tipo Anfiteatro e Teatro
antimafia). Potrebbe essere questa una inversione di tendenza,
invece di inviare a posteriori esercito o forze di polizia e
creare una regione militarizzata con relativi gravi costi
economici si potrebbe lavorare per mettere in moto tutte quelle
idee e progetti tesi ad una sana politica amministrativa e a
contrastare la mafia e la cultura mafiosa.
I vari comuni, per guadagnare tale marchio, sarebbero
inevitabilmente coinvolti in una gara verso una prassi
amministrativa virtuosa e gli elettori, soprattutto, sarebbero
motivati a selezionare una classe politica al di sopra di ogni
sospetto e senza precedenti penali, prima condizione e garanzia
per meritare il marchio legalità. I cittadini elettori
capirebbero ancora di più che mafia e illegalità sono sinonimo
di barbarie, arretratezza, violenza, povertà , disoccupazione,
sfregio all’ambiente, mentre le città che avranno meritato il
marchio legalità oltre alla pace sociale ed al prestigio morale
avranno concreti finanziamenti per lo sviluppo economico
,culturale e civile. Combattere la mafia, la cultura mafiosa e
la Malamministrazione conviene non solo per la serenità delle
nostre coscienze ma anche per le opportunità che si aprirebbero
per le nostre città e i nostri figli.
La terra di Calabria non merita Uomini d'onore ma uomini
d'amore.
Con queste parole chiudevo la mia proposta del marchio legalità.
Non so se tale iniziativa porterà dei frutti concreti, ma credo
che sia giunto il momento in cui tutti, nessuno escluso, può
permettersi il lusso di fare il moralista alla finestra e
gratificarsi di non aver mai sbagliato perché non ha mai detto,
fatto o urlato nulla.
5) L’arte, il bello e la mafia
A seguito del grido di dolore di Vito Teti , molti artisti hanno
sentito il dovere di firmare un documento proposto dal centro
R.A.T di Cosenza e manifestato l’intento di mettere a
disposizione di questa battaglia la loro arte.
La cultura del bello, ricorda l’arcivescovo Bregantini altro
pilastro morale della nostra terra , può combattere la cultura
mafiosa.
L’ambiente sociale ma anche l’ambiente urbano, come tanti
studiosi e lo stesso Teti affermano, concorre alla nostra
identità .Un posto bello , pieno di verde e l’arte, aggiungerei
io, concorrono in egual misura a stimolare riflessioni positive
e dispone l’animo umano verso sentimenti di pace ,mentre un
posto violentato dal cemento, inquinato e degradato ci comunica
che è stato pensato da uomini insensibili ,cinici, spregiudicati
, stimola quindi sensazioni negative che troppe volte vengono
somatizzate (tachicardia, spasmi gastrointestinali, ansia,
violenza).
Il “Kalòs kay agatòs” dei Greci è nella nostra memoria
ancestrale.
C’è una proposta del centro Rat di Cosenza di fare un meeting di
artisti in Aspromonte oltre ad altre iniziative.
Colgo l’occasione per proporre una carovana antimafia di artisti
e associazioni culturali e di volontariato che tocchi le 5
province per allestire spettacoli teatrali e concerti a tema
contro la piovra , ricordi tutte le vittime di mafia con mostre
e/o altre iniziative. Si potrebbe fare magari a partire dal
primo sabato di dicembre e a cadenza mensile ogni primo sabato.
A tali iniziative dovrebbero partecipare tutte le scuole del
territorio e ogni piazza delle nostre province dovrà urlare “No
alla cultura della morte, no alla Mafia”.
E … magari il prossimo anno in occasione dell’anniversario della
strage terribile di Duisburg, la carovana antimafia degli
artisti Calabresi potrebbe recarsi in quella stessa piazza che
ha fatto conoscere ai tedeschi la barbarie della Ndrangheta e
gridare a tutto il mondo che oltre a quella piccolissima parte
di delinquenti ,vittime della loro ignoranza e della loro
violenza, la nostra terra è abitata da persone libere, oneste,
laboriose,sensibili, che amano l’arte , il bello, la cultura e
la pace.
Lo dobbiamo a noi stessi , ai nostri figli , ma soprattutto ai
nostri emigranti che di quella strage hanno pagato il prezzo più
pesante.
Cataldo
Perri info@cataldoperri.it
Medico per mangiare
Musicista per vivere
Temporaneamente Vice Sindaco
Torna su
Cambiamo insieme la politica
di Doris Lo
Moro
Assessore
regionale alla salute
La discussione che
si è sviluppata intorno al “Manifesto per la nuova Calabria” di
Vito Teti pubblicato su “il Quotidiano” di sabato 25 agosto
rappresenta per la nostra Regione un evento positivo dell’estate
che volge a termine.
La prima considerazione che mi viene da fare per chiarire il mio
punto di vista è che si è trattato di una discussione che, se ha
coinvolto prevalentemente docenti ed operatori culturali, si è
caratterizzata soprattutto per la sua valenza politica. Più
volte nel dibattito è stata invocata la “politica” ma l’aspetto
innovativo è stato occuparne gli spazi progettuali e dare
testimonianza di una Calabria pronta al rinnovo della sua classe
dirigente, con uomini e donne che, senza rivendicare ruoli e
prebende di alcun genere, disvelano una prima urgenza, quella di
abbattere il muro costruito negli anni tra i politici di
professione e gli intellettuali di professione e andare verso un
gruppo dirigente plurale in cui ognuno trovi spazio e
responsabilità per dare il proprio contributo in termini di
analisi e di progetto ma anche di capacità di portare avanti
efficaci strategie di cambiamento.
Spesso si parla dei tanti che hanno lasciato la Calabria e sono
diventati classe dirigente in altri luoghi. È giusto parlarne e
creare meccanismi che favoriscano il rientro, soprattutto dei
giovani che non hanno ancora radicato la loro vita altrove.
Contestualmente però, mentre si lavora perchè andare via non
continui ad essere una necessità, non si può continuare ad
oscurare i tanti che sono rimasti e che potrebbero dare un
contributo maggiore.
In molti interventi è stato sottolineato il primato della
politica. Quello che però è ora di spezzare è il rapporto di
identità che si è via via accreditato tra politica e politici. È
politico il dibattito svolto e il contributo offerto dal
“Manifesto” e dagli interventi che si sono succeduti. Sono
politici gli interrogativi sul valore della “tradizione” che
emergono soprattutto con riferimento alla pseudo-cultura mafiosa
e ’ndranghetista. Ma se si ha consapevolezza di ciò non si può
essere disponibili oltre alle timidezze o peggio all’omissione
(tratto caratteristico della nostra cultura, secondo le
riflessioni illuminanti di Fulvio Librandi).
Il dibattito non si può concludere con la soddisfazione
intellettualistica di essersi capiti e di aver scritto una bella
pagina di cultura calabrese. Deve necessariamente invadere il
campo della politica e può farlo soprattutto oggi, in un momento
in cui i partiti sono perfettamente consapevoli di non avercela
fatta, nel momento in cui si è davanti a processi di formazione
di nuovi partiti e si parla dichiaratamente della necessità di
una Politica inclusiva, innovata negli elementi organizzativi e
progettuali ma anche nei comportamenti.
E non si tratta necessariamente di diventare tutti “politici” ma
di assumersi comunque la responsabilità di non trascurare il
valore progettuale e, quindi, politico del contributo che si ha
la responsabilità, oltre che il diritto, di offrire.
Certo la separatezza e la difficile comunicazione tra ambienti
non è un problema specificamente calabrese. Il punto è che la
discussione si svolge in un momento in cui, per un verso, la
credibilità calabrese è ai minimi storici e, per un altro, si ha
la consapevolezza che la contaminazione tra
cultura e ambienti diversi è la strada giusta per il
rafforzamento della risposta politica e di governo, di cui si ha
urgente bisogno in Italia, ed ancor più nella nostra Regione. È
la difficoltà in cui ci troviamo che non consente né di
chiamarsi fuori né di tenere fuori alcuno.
Un problema con cui la Calabria deve fare i conti è
rappresentato dal difficile rapporto tra le nostre Università e
il territorio. Anche questo non è un problema solo nostro. Resta
il fatto però che le nostre sono tutte facoltà ed università
relativamente giovani, il che rende più critica la situazione e
più urgente una maggiore integrazione tra gli atenei e il
contesto economico, sociale, culturale, ma anche politico, della
nostra terra.
Vito Teti, Mimmo Certosino e tanti altri nostri docenti stanno
sicuramente influendo sulla formazione dei nostri giovani.
Bisogna andare oltre gli apporti individuali sui singoli.
Bisogna che l’apporto delle nostre Università diventi un fatto
sistematico e caratterizzi, arricchendoli, la loro missione
istituzionale e il loro ambito di influenza.
La responsabilità maggiore è bruciare i tempi, sapendo che
colmare il gap con Regioni ricche della storia dei Comuni e
delle Università richiede un grosso sforzo ma rappresenta anche
una responsabilità ed un’opportunità.
Negli ultimi due anni mi sono occupata, da assessore regionale,
di sanità. Un settore difficile, in cui si incrociano e quasi si
sovrappongono difficoltà strutturali ed organizzative, carenze
progettuali nell’impostazione del sistema, interessi enormi
radicati nel tempo e difficili da smuovere, inadeguatezza delle
risorse economiche ma anche di quelle umane, sprechi rilevanti a
volte difficili anche da localizzare, consuetudini
amministrative e gestionali tendenti alla clientela ed alla
cattiva amministrazione. Una situazione difficile che comporta
tante difficoltà e richiede fatica e costanza. Ma, c’è da
chiedersi, è tutta colpa della politica, della cattiva politica
invadente e onnipresente, interessata alla gestione e alla
ricerca del consenso con metodi clientelari? E la politica, che
in Calabria, come altrove, ha divorato ogni spazio, ad essere
l’unica responsabile? E, dunque, la soluzione al problema deve
trovarla la politica, o meglio devono trovarla i politici? Io
penso che la classe politica abbia grande responsabilità per il
passato ed abbia un ruolo determinante per il presente ed il
futuro. Ma penso anche che è ora di capire che l’attività
politica non può prescindere dalle competenze e che è una
responsabilità anche di chi è in grado di offrire elementi utili
al cambiamento farsi avanti. Mi piacerebbe pensare che gli
operatori del settore invadano i luoghi della politica non più
per rincorrere privilegi e sbocchi professionali individuali ma
per fornire indicazioni e competenze sulle strategie da seguire
per assicurare alla Calabria e a noi cittadini calabresi quelle
risposte al nostro diritto di salute che per troppo tempo
abbiamo cercato fuori regione. E vedo importanti segnali in
questo senso, soprattutto nelle rappresentanze che nel settore
sono veramente numerose.
Così come registro una tendenza ad aprirsi e a mettersi in rete
anche in quanti (tantissimi, per la verità) sono rimasti, nel
tempo, al loro posto, spesso in luoghi non abitati dalla
politica, e hanno curato la loro formazione e i loro malati,
creando tanti luoghi di buona sanità che oggi garantiscono la
possibilità di assicurare buone risposte all’attualità, mentre
si percorre l’obiettivo di un sistema calabrese “normale”,
omogeneo e di qualità su tutto il territorio. Mi piacerebbe pure
poter contare su un più intensa collaborazione con le
Università, ed in particolare su un rapporto con la Facoltà di
Medicina e Chirurgia di Catanzaro più distaccato dai problemi
“aziendali” e più proiettato nel campo della ricerca e della
programmazione sanitaria. E in questo senso un segnale
importante è rappresentato dalla volontà dichiarata dalla Giunta
Regionale ma anche dal Preside di Facoltà e dal Rettore di
lavorare per obiettivi comuni.
La situazione calabrese è difficile; è difficile al punto che
spesso si ha l’impressione che tutto quello che si produce viene
inghiottito dalle continue emergenze e dall’ossessione
quotidiana che sembra aver contagiato un po’ tutti di
sottolineare continuamente le criticità. Si sono verificati
fatti così negativi da provare duramente l’opinione pubblica.
Anche la classe politica può trovarsi in situazioni di disagio,
soprattutto quando, come avviene in questo momento a livello
regionale, ha il dovere di rappresentare una Calabria che a
tratti appare impresentabile.
Tutti abbiamo consapevolezza della necessità di innovare la
politica. Potremmo cominciare a pensare, se non tutti in tanti,
che il cambiamento è possibile e che è necessario un ceto
politico contaminato dalla passione chi non si è mai cimentato,
dalla competenza del mondo delle professioni, dall’audacia del
mondo della sana imprenditoria, dalla freschezza dei nostri
giovani e dalla concretezza delle nostre donne, da tante altre
cose che i calabresi, quelli rimasti in Calabria e quelli che
vogliono tornare, devono trovare la forza di mettere al servizio
della propria terra.
Torna su
L'eco del Manifesto
di Domenico
Minuto
Ho vissuto
un mese con l'eco nel cuore del "Manifesto" di Vito Teti: anche
prima che lo scrivesse, per l'accentuarsi dei problemi che
l'hanno provocato, presenti da una vita a noi calabresi, e la
necessità delle sue risposte, che ansiosamente ci riproponiamo.
Perciò già tanti hanno colloquiato con Vito sulle pagine
ospitali del "Quotidiano", efficace organo di riflessione, oltre
che di informazione. La vasta eco del "Manifesto" ha mostrato
pure quanti figli innamorati ha ancora la nostra vecchia madre,
e mi riferisco con questo appellativo sia alla terra di Calabria
sia alla gente che l'ha abitata e continua ad abitarla: sono
tanti questi figli amorosi, che forse è vicino il tempo in cui
si potrà tentare una rivoluzione copernicana simile a quella che
ha deciso l'associazione degli industriali siciliani nei
confronti del pizzo. I problemi che ci inquietano sono complessi
e contraddittori come la vita, e le soluzioni, per quanto
meditate e ampie, sono necessariamente parziali. Due idee mi
hanno particolarmente coinvolto: la responsabilità degli
intellettuali calabresi, di cui parla diffusamente Vito, e la
necessità dell'educazione alla bellezza, messa in rilievo da
alcune risposte al "Manifesto". Accennerò in chiusura ad una
terza idea.
Questo mese inquietante mi ha attraversato mentre ero in
villeggiatura ad Ellera di Camini. Da molto tempo torno ad
Ellera d'estate e forse, se Dio vuole, continuerò a farlo: non
per il mare, sempre sporcato da persistenti bollicine e più
volte latore di sporcizie più consistenti e indicibili; ma per
la gente. A Ellera, a Camini, a Monasterace, ovviamente a Riace
con le sue case albergo, luoghi da me frequentati quasi
quotidianamente, la pace è un valore oggettivo. È più della
quiete, che pure c'è, perché proviene da un diffuso reciproco
rispetto, affettuoso, non mafioso. Si lasciano gli oggetti sulla
spiaggia, e il giorno dopo si ritrovano. Per "comprare" qualcosa
in un chioschetto gestito da una famiglia di Camini, ogni giorno
dovevo richiamare a gran voce qualcuno, perché è normalmente
incustodito. E "comprare" significa questo, ad esempio: un chilo
di fichi, un euro, con l'aggiunta di due chili regalati. Fra gli
innumerevoli giovani senza lavoro, uno mi ha detto che gli
avevano proposto di lavorare in nero per tre euro l'ora. Una
giovane aveva potuto partecipare ad un corso della Regione ed
aveva trovato impiego per sei mesi, pagati dalla Regione per
conto di una ditta, che poi avrebbe dovuto assumerla
regolarmente, ma non l'ha fatto; la chiama ogni tanto, la
sfrutta nel lavoro, e lei deve stare zitta, altrimenti perde
anche questo saltuario beneficio. La corsa alla privatizzazione
spera falsamente che il privato abbia interesse ad una buona
conduzione della sua impresa, mentre normalmente egli vuole
soltanto lucrare più che può, sfruttando la disperata richiesta
di lavoro. E il lavoro manca, perché è stato cancellato dalle
leggi umane di una economia disumana. Una volta sui pullman di
linea c'erano l'autista e il bigliettaio; poi, per lungo tempo,
il bigliettaio saliva lungo il tragitto e scendeva subito dopo
avere svolto il suo compito. Ora il bigliettaio non c'è più: a
un certo punto l'autista ferma la vettura e fa i biglietti. Sono
posti di lavoro risparmiati, ma per quale fine? Ancora una
volta, per la regola del lucro, che vige in tutto il mondo,
disseminandolo di vittime. Io, però, ultrasettantenne, per
disposizione regionale, pago la metà del biglietto, perché la
società di oggi ce l'ha soprattutto con i giovani: e li
distrugge, moralmente e fisicamente, in ossequio all'economia.
Fra pochi anni, della dignitosa tradizione civica che ancora si
gode nella Stilitide, resterà solo la disperazione di coloro che
oggi sono giovani senza futuro. Non ha niente a che fare questa
realtà con la sciagura di Duisburg? Quali valori alternativi
alla concretezza mafiosa abbiamo inculcato ai giovani che ne
sono stati coinvolti? Le responsabilità della scuola sono
evidentissime, ma non sono soltanto di questa istituzione,
devastata dai professori universitari di pedagogia che forse non
hanno mai fatto esperienza con una scolaresca reale. Tutti gli
intellettuali, cioè coloro che servono la società con la testa,
nell'ambito del loro servizio esercitano un potere gestionale ed
educativo: essi conformano gli aspetti del vivere civile e
formano la mentalità. Anche lasciando stare la lotta al dio
lucro, che ha un volto planetario, come ci siamo impegnati, a
dir poco negli ultimi cento anni, a comprendere la civiltà della
nostra tradizione, a valorizzarla, a salvaguardarla da falsi
miraggi? Mi riferisco ai docenti, in primo luogo, ma anche ai
professionisti, ai sindacalisti, ai partiti politici, agli
amministratori, agli "gnuri" che un tempo dominavano
incontrastati e riveriti tutte le piccole comunità di Calabria.
Anche la massoneria, che autorevoli pareri della magistratura
ritengono detentrice del vero potere in Calabria, è forse
costituita da muratori, come afferma l'etimologia francese del
suo nome? Noi intellettuali abbiamo tradito e disonorato la
Calabria. A Camini dove si respira un'aria di famiglia, ci sono
spezzoni di case che parlano di età medievale; si intravede una
bellezza antica che un tempo doveva esere affascinante. Essa è
stata abbrutita da interventi edilizi scriteriati e stridenti,
permessi da autorità a dir poco incompetenti. Se l'antico
abitato ha trasmesso l'insegnamento di finezza e di decoro che
ancora oggi si gode nel comportamento della gente, che cosa
insegnerà alle nuove generazioni un luogo senza linguaggio
umano? Entra in campo così la seconda idea, quella della
bellezza.
A Roccella, che appare saggiamente amministrata, sono belli i
ruderi restaurati della cittadina antica. Si visitano
liberamente, perché sono incustoditi; non c'è guida, non ci sono
dépliant illustrativi e nemmeno cartelloni esplicativi: vige il
faidate. Sempre meglio di Monasterace, dove lo splendido tempio
di Punta Stilo si può raggiungere o navigando fra le sterpaglie
dalla parte della marina, oppure rischiando la vita lungo una
curva a gomito della statale 106; per salire sullo stilobate,
volendo, si può attraversare un cancello: c'è solo quello, ed è
sgangherato. Se uno, poi, si avventura sull'acropoli dell'antica
Caulonia, ha a sua disposizione un campo fitto di cocciame
antico, custodito solo dal fatto che è segnalato vagamente. A
due passi da Ellera (la contrada si chiama Torre Ellera, perché
c'era una torre antica, polverizzata e cancellata non certo dai
passeri solitari) si ergono imponenti i ruderi di San Leonzio,
un monastero di origine bizantina, passato poi ai certosini e
distrutto dal terremoto del 1783: nemmeno la gente del posto sa
più che esiste questa realtà archeologica, e tutti pensano a San
Leonte, una collinetta vicina posseduta da una famiglia
baronale, forse in seguito alle operazioni di requisizione e di
svendita della Cassa Sacra. Evidentemente, se si desse a qualche
giovane il compito di custodire, pulire dalle sterpaglie e
illustrare ai visitatori le nostre reliquie di un dignitoso
passato, chiedendo un moderato contributo, piangerebbe il dio
lucro; questa bestia, però, non piange, quando si spendono somme
ingenti per ingombrare luoghi avvincenti come il parco
archeologico della Roccelletta con sculture moderne di gusto
raccapricciante. Così, lo splendido insegnamento di bellezza
lasciatoci dalle generazioni passate si trasforma da noi in
luoghi insignificanti e inselvaggiti. Lungo la costa della
Locride, come in molti altri luoghi di Calabria, la
cementificazione offre, anzi impone alla vista costruzioni
interessanti per la loro insulsaggine. Esse, infatti, si
distinguono non per la cattiva qualità del gusto, ma per la sua
assenza. Le persone facoltose che le hanno volute, e quelle
ignoranti che le hanno progettate, non hanno nessuna cultura
architettonica. Anche se la scuola oggi ha perso molta capacità
educativa, per quel poco che ancora detiene, ritengo
indispensabile, da noi in Calabria, che in tutti i corsi di
studio sia imposto come obbligatorio l'insegnamento della storia
dell'architettura: soprattutto negli istituti tecnici, da dove
provengono i geometri ai quali generalmente è demandata la
progettazione degli edifici.
Anche l'altra disgrazia di questa estate, la vastità degli
incendi e le loro conseguenze, talvolta tragiche, oltre alle
feroci inadempienze locali, denunciate su "Repubblica" da Ilvo
Diamanti e successivamente stigmatizzate con un crepitare di
minacce a livello nazionale, denota un difficile rapporto fra la
gente e la terra. Esso si manifesta al visitatore con un volto
infernale del paesaggio, che per sua natura sarebbe carico di
grazia appassionante. Osservava qualche giorno addietro frère
Frédéric, che fa vivere nel silenzio l'affascinante monastero di
Sant'Ilarione sulla riva dell'Allaro, che i Calabresi non amano
la loro terra. Lo diceva per rimproverare la gente di tutte le
immondizie che avevano lasciato a Ferragosto vicino al
monastero. Ma mi piace accostare a questo giusto rimbrotto di
frère Frédéric l'osservazione desolata di un anziano di
Monasterace Superiore, deliziosa cittadina dentro un castello di
età medievale e moderna: «Qui –mi diceva- un tempo c'erano
dappertutto cumuli di grano e di tanti altri cereali e molta
gente veniva a comprare. Ora non c'è più niente». E questo
lamento fa eco all'osservazione di un commerciante di frutta a
Monasterace Marina. Gli avevo chiesto se aveva pesche locali. «I
locali –mi disse- non amano usare le medicine e le loro pesche
sono tutte marce, non possono venderle». Ma non credo che sia
vero; le pesche cosiddette "locali", dall'aspetto non
standardizzato, costano meno e sono le più squisite. Nel campo
dell'agricoltura, gli intellettuali competenti, non hanno forse
qualcosa da rimproverarsi? Ma l'incenerimento del territorio, a
mio parere, non è soltanto segno di una sua cattiva gestione,
mescolata a squallidi interessi di pastori, di venditori di
terreni edificabili, di soccorritori, eccetera. Manifesta una
disperazione, tragica come i fattacci di Duisburg, e
globalizzata: in Italia Meridionale, in Grecia, in Croazia, in
Russia e chi sa da quante altre parti del mondo. Mi sembra il
segno di un dissenso vasto, come quello della banlieue parigina.
Ma così sono giunto alla terza idea.
Nel mese di agosto appena trascorso c'è stato pure uno sbarco di
disperati tra Monasterace e Camini, diciamo sulla spiaggia di
Ellera. Posso testimoniare l'immediata mobilitazione dei
bagnanti per raccogliere acqua, cibi e vestiti in favore di
questa gente venuta ancora una volta dal mare, come si è fatto
in Calabria da millenni, anche se con diversi atteggiamenti.
Qualche giorno dopo è uscito su "Repubblica" un articolo di Mia
Farrow sull'«Inferno Darfur». Due eventi che ripropongono al
nostro orrore la disumana condizione della maggioranza degli
uomini nel pianeta terra. Non voglio scomodare Manzoni con la
sua provvida sventura, ma credo a quello che dice. Con tutti i
nostri guai di Calabresi infestati dal malaffare e
dall'ignoranza, stiamo in Europa, che è miraggio dei disperati
del mondo e cattiva servitrice delle multinazionali e della loro
logica. La nostra sofferenza dentro questo continente attenua la
nostra responsabilità di europei e ci avvicina alle vittime,
così strettamente da immedesimarci con loro. Io credo che non
possiamo rimuginare sui nostri guai soltanto fra di noi e
nemmeno ci basta raccontarli agli italiani: dobbiamo aprirci al
mondo, sollecitare le ong come "Mani tese" o "Volontari per lo
sviluppo", seguire i loro consigli e fruire del loro sostegno.
D'altra parte, non c'è periodo della storia calabrese che non
sia stato attraversato da popoli di tutto il mondo. La Calabria,
anche nei suoi problemi locali, muore di asfissia se non si apre
al mondo intiero, come ha sempre fatto e come fa anche la
ndranghita. E nel mondo ci sono soprattutto le vittime del dio
lucro che ci sta ammazzando. Assieme a loro, dobbiamo lottare
per il riscatto del mondo, e forse così troveremo anche il
nostro riscatto.
Torna su
Il mio sì al Manifesto
di Mimmo
Petullà
Sociologo,
antropologo ed epistemologo delle religioni
Ho trovato molto interessante, esauriente e lucido, l’intervento
formulato da Vito Teti, intitolato “Manifesto per la nuova
Calabria. La cultura contro la violenza”, pubblicata su “Il
Quotidiano”, sabato 25 agosto 2007. Ho avuto il piacere di
conoscere personalmente Vito Teti, nel contesto dell’Università
della Calabria – presso il cui Dipartimento di Sociologia ho
tenuto un Seminario – apprezzandone le doti di studioso
profondo, fondate su una non comune e profetica sensibilità
culturale. Sebbene il noto antropologo abbia tracciato un’ampia
analisi, anche per ragioni di spazio mi permetterò di fare
riferimento solo ad alcuni dei suoi significativi passaggi.
Da mettere in rilievo, innanzitutto, la considerazione secondo
cui certe diffuse teorie tendano, ancora oggi, a estremizzare la
natura della ndrangheta, riconducendola – troppo
semplicisticamente – a una duplice, opposta e dissociata realtà:
una come intrinsecamente tradizionale, l’altra come
estrinsecamente globalizzante.
Nel primo caso, pur non sottovalutando le straordinarie capacità
di estendere i suoi interessi economici in Europa come pure nel
mondo, talune interpretazioni sostengono più precisamente che la
ndrangheta – nella fattispecie la faida di San Luca – «non
sarebbe altro che una manifestazione di quell’atavismo, di
quell’arcaicità che regnerebbe in Calabria». Nel secondo caso,
invece, non si esita di affermare che «certi comportamenti non
avrebbero tanto a che fare con i valori e con la tradizione, con
i sentimenti (sia pure negativi) ma sarebbero l’esito di una
capacità della ndrangheta di modernizzarsi, di inserirsi
all’interno delle istituzioni e delle banche, di creare economia
anche legale».
Su entrambe le teorie formulate – «una potremmo chiamarla:
“l’uso della tradizione ad uso esterno”, l’altra: “l’uso della
modernità ad uso interno” – non raramente si consolidano di
proposito, ne sono pienamente convinto anch’io, atteggiamenti
ipocritamente, cinicamente e pericolosamente strumentali, i
quali nel primo caso spingono – paradossalmente non i locali,
bensì i forestieri – a considerare la Calabria stessa
«naturalmente e culturalmente irrecuperabile, con il corollario
che tanto vale trattarla come problema criminale e tenerla
lontana dall’Europa dove non sarebbe degna di entrare».
Dall’altra, invece, attivano un ineludibile processo di supina
deresponsabilizzazione, il quale a sua volta porta ad accogliere
– all’insegna del «mal comune mezzo gaudio» – la preoccupante e
facilona convinzione secondo cui «la ndrangheta è dappertutto,
quindi non è un problema nostro». Ci troviamo di fronte, mi
sembra evidente, a un enorme equivoco, che oltre ad impoverire
la realtà del fenomeno – il quale senza ombra di dubbio è molto
più complesso – ne insterilisce inevitabilmente il dibattito
intorno ad esso.
Il contributo di Vito Testi, non solo contestualizza il fenomeno
nel suo reale e attualissimo orizzonte antropologico –
culturale, ma impone di guardare in faccia il fenomeno.
L’attenzione, difatti, è tra l’altro richiamata sul sottostimato
fatto che, la ndrangheta, nella sua singolare e inarrestabile
evoluzione, sia stata capace di pensare e di costruire una
straordinaria sintesi tra il locale e il globale, tra la radice
e le estese e frondose ramificazioni: ovviamente senza che lo
scorrere dell’antica linfa – che ancora, costantemente,
l’attraversa – subisse una soluzione di continuità. Mi sembra
opportuno soffermarsi, ulteriormente, sull’importanza che
racchiude quest’aspetto, il quale a mio parere consente –
probabilmente più di qualsiasi altro – di raggiungere uno dei
nuclei sensibili della questione.
La ndrangheta – che in un pubblico convegno sulla legalità mi
permisi di definire come maestra e antesignana della
globalizzazione – ha manifestato la sua straordinaria capacità
di pervasività, collocandosi – oramai da decenni – nel contesto
del mercato globale, con tutti i vantaggi connessi a tale
processo: tra l’altro sottovalutato prima dall’Italia,
successivamente dai paesi nei quali la stessa ndrangheta si è
espansa. Intendo fare riferimento, nella fattispecie, allo
straordinario intuito che la stessa ndrangheta ha avuto nel
comprendere che, l’estensione a senso unico dei suoi interessi
economici nel mercato globale, non sarebbe stata per niente
sufficiente a conservare e consolidare la sua posizione
economica e, in particolar modo, la sua tradizione, storicamente
determinata, quest’ultima, alla sua originaria e territoriale
potenza. Essa ha avuto l’acutezza di capire, detto in altre
parole, che, la sola globalizzazione, avrebbe comportato – nel
tempo – una progressiva e paradossale erosione sia del nuovo
potere economico, frutto della sua presenza sulla scena
internazionale, sia dell’antico potere simbolico, frutto delle
sue origini geografico – culturali.
Per questa ragione, la ndrangheta, al consolidato e avviato
processo di globalizzazione, ha ben presto ideato e agganciato –
in una perfetta contiguità e feconda circolarità – il processo
opposto, che mi permetto di definire di ri – localizzazione:
vale a dire un rinnovato rafforzamento della sua dimensione
locale. Un inverso processo, questo, il quale scaturisce dalla
consapevolezza che, ai consueti canali globali, si dovessero al
più presto e necessariamente presupporre, all’insegna di
un’inedita trasformazione, quelli locali, intuendo molto bene
che la globalizzazione non significa semplicemente diventare
onnipresenti e onnipotenti, costruendo e consolidando i propri
interessi nel mondo, ma significa ancora prima diventare nel
mondo stesso parte della cultura d’origine. Il gioco è fatto: la
sopravivenza della ndrangheta – se non altro tra passato e
presente – è assicurata.
E’ un processo, questo, che, nella sua fase iniziale, è stato in
primo luogo avviato e attuato per ovvie ragioni di calcolo
meramente economico: poiché il suo sporco commercio, per quanto
potesse essere globalizzato, non poteva non reggersi
sull’ineludibile logistica delle “gambe locali”.
L’incommensurabile movimento del suo patrimonio economico, in
altri termini, non poteva non essere gestito se non attraverso
il filtro del consueto materiale “grezzo”: quello rappresentato
dalla locale potenza organizzativa. In secondo luogo, lo stesso
processo di ri – localizzazione è stato avviato e attuato anche
per ragioni di natura prettamente culturale, poiché l‘affaccio
sulla scena mondiale non avrebbe mai dovuto trascurare – per
ovvie ragioni di sopravvivenza identitaria – la sua locale
memoria storica. La ndrangheta, in sostanza, sebbene spadroneggi
universalmente, ha pensato bene a non rinunciare alla granitica
garanzia insita nell’immortale potenza simbolica della sua
storia.
Essa, in ultima analisi, ha compreso molto bene che, per la sua
sopravvivenza economica e culturale, la globalizzazione non
dovesse significare – automaticamente e unilateralmente –
globalizzazione unidimensionale, ma dovesse concretamente
comportare anche la costruzione di un’inedita ri-configurazione
– direi concezione – localista. Ha capito molto bene e molto
presto che non poteva più produrre, letteralmente, in maniera
globale senza la modernizzazione dei suoi storici legami
d’origine. Ha proprio ragione Vito Teti: «La ‘ndrangheta si è
estesa in tutto il mondo, ma resta un prodotto storico della
nostra terra».
Non finisce qui. Così concepito, il processo di
ri-localizzazione – conseguente alla globalizzazione – non ha
comportato per niente un’ottusa e provinciale accentuazione del
suo punto di partenza, ovvero della sua originaria dimensione
territoriale, ma ha al contrario comportato un significativo e
inedito mutamento di questo quadro di riferimento locale, il
quale viene ora, per così dire, culturalmente trasfigurato da
un’inedita diversificazione e, dunque, accentuazione delle sue
caratteristiche, evidentemente con tutto ciò che, di
negativamente, tutto ciò possa racchiudere.
La ndrangheta, in definitiva, ha concretato una sorta di
strategia della globalizzazione del locale. Un processo,questo,
il quale potrebbe essere simbolicamente riassunto invertendo
l’eloquente e popolare espressione: “Dalle stelle alle stalle”,
in: “Dalle stalle alle stelle”. Non dimenticando, ovviamente,
nella sua sistematica e inarrestabile orbita, essa ha conservato
come suo sistematico punto di partenza le stalle, al cui
discernibile e insopportabile puzzo ne rimane volutamente e
pienamente impregnata.
In quest’ottica, essa non solo si colloca – senza alcuna
difficoltà – nel mercato globale, ma riesce allo stesso tempo a
conservare tale posizione grazie al mantenuto e vitale nesso col
locale (globale – locale). Per molti aspetti è da questo nesso –
ancora prima che da altri – che trae l’incredibile capacità di
auto-rigenerarsi, per se stessa e per il mantenimento della sua
tirannia nel collettivo mentale; è sempre grazie a questo stesso
nesso che essa riesce ad assumere, di conseguenza, un dinamico e
caleidoscopio volto, rendendolo sfuggente alle più consuete
interpretazioni.
Vi è da aggiungere, a onor del vero, che la ndrangheta altro non
ha attivato che un processo di valorizzazione delle sue
potenzialità e delle sue risorse. Nel tentativo di globalizzare
prima il nostro straordinario, diversificato e invidiabile
patrimonio, ri – localizzandone successivamente gli effetti, la
stessa cosa avrebbe dovuto fare la politica calabrese. In
quest’ottica, ritengo che possano essere contestualizzate le
considerazioni di Vito Teti, laddove egli afferma: «Piaccia o
no, essa, come tanti prodotti alimentari, è un “prodotto
locale”. Se mai dovremmo chiederci perché mai è l’unico prodotto
capace di espandersi globalmente, mentre le risorse positive
della regione vengono sciupate. Probabilmente è proprio
l’espansione criminale, unitamente alla mancanza di un élite
economica pulita e di una politica con una morale, a fare sì che
le vere risorse calabresi rimangano inutilizzate».
Sarebbe interessante, alla luce di quanto detto, analizzare – in
un’ottica socio-antropologica – le molteplici conseguenze che, i
processi messi assieme dalla ndrangheta, vale a dire quelli di
globalizzazione, de – localizzazione e quello nuovo di ri –
localizzazione, stanno comportando. Sarebbe interessante, in
particolar modo, capire quali siano gli esiti prodotti dal neo
–localismo della ndrangheta, che sembrano configurarsi come il
suo nuovo credo, la sua nuova strategia d’impresa, via via che
la globalizzazione è attuata.
Andata globalizzante e ritorno ri – localizzante, insieme
potrebbero ad esempio implicare il fatto che, la locale cultura
ndranghetistica, investita e arricchita dagli effetti socio –
economici della stessa globalizzazione, si apra a un nuovo
percorso – anche per quel che attiene il suo rapportarsi alla
religiosità – dove le vecchie tradizioni subiscono una sorta di
de – tradizionalizzazione. In breve, una rinascita non
tradizionalista della ndrangheta, la quale a volte determina –
come probabilmente è accaduto a Duisburg – il primo clamoroso
conflitto trans locale.
Di là di quanto detto, sembra evidente la necessità di
affrontare in Calabria un’audace prospettiva di studio, direi
una rinnovata e audace costruzione epistemologica, la quale a
sua volta si apra, anzi dia spazio, anche alle nuove sensibilità
culturali che la nostra stessa realtà offre. Condivido
integralmente, anche in questa precisa direzione, l’appello di
Vito Teti, facendone mia la sofferenza e la passione sociale che
ne hanno accompagnata la formulazione: «Vanno incoraggiate una
seria e mirata sociologia e antropologia delle nuove relazioni,
dei nuovi modelli (non solo economiche) ‘ndranghetisti e
dell’affermarsi della criminalità fuori dal contesto di origine.
Si pensi anche a una laurea specialistica (ne esistono tante
inutili) sulla storia e sull’antropologia della ‘ndrangheta: si
chiamino ad insegnare esperti, magistrati, sociologi,
antropologi, economisti, urbanisti, letterati, psicologi,
pedagoghi, storici, studiosi del diritto e si formino giovani
docenti da inviare a insegnare nelle scuole elementari e
superiori una materia sulla legalità da rendere obbligatoria».
Mi piace terminare questo mio intervento con un’altra importante
citazione dello stesso Teti, concernente la necessità di
coinvolgere in questo processo di rinascita culturale la realtà
scolastica: «La Regione dovrebbe fare un’operazione capillare,
incisiva, continuata nelle scuole. Fulvio Librandi ha più volte
suggerito, anche su questo giornale, l’idea di un “Museo della
‘ndrangheta”, un centro permanente espositivo e di studi, che
racconti la storia devastante e luttuosa di questa
organizzazione, e che promuova iniziative ed elabori
conoscenza». Quest’ulteriore e autorevolissima proposta, mi
permisi di sollevarla subito dopo l’omicidio dell’On. Fortugno,
a Siderno. A uno di loro, che in quel periodo erano
ininterrottamente presenti, e che stava approntandosi a
intervistare alcuni studenti, chiesi invano di intervenire. Alla
mia richiesta, mi fu chiesto che cosa io intendessi dire.
Risposi, soffermandomi sull’indilazionabile necessità di ideare
e proporre – ovviamente in una prospettiva di natura didattica,
sistematicamente intracurriculare – i percorsi della memoria
drammaticamente tracciati dalla realtà ndranghetista. Facevo
riferimento, tra l’altro, al rilievo che assume la centralità
della pratica sociale della trasmissione tematizzata della
memoria tra le nuove generazioni, e in particolare della
formazione di una memoria storica nei giovani, come pure ai modi
attraverso cui la memoria stessa s’intreccia con il processo di
formazione dell’esperienza odierna. Mi sono sempre chiesto, ad
esempio, a quanti ragazzi sia stata data l’opportunità di
conoscere i martiri della violenza ndranghetista, e in
particolar modo quanti, tra di loro, siano stati sollecitati a
elaborare culturalmente tale preziosa e doverosa conoscenza. Mi
sono sempre chiesto, ancora prima, a quanti giovani siano stati
consegnati i veri strumenti della cultura, perché possano
affrontare – nella direzione di una critica e speranzosa
attualizzazione – queste e altre delicate connesse questioni.
Torna su
La rivoluzione civile permanente dei calabresi
di
Salvatore de Siena
Musicista e
fondatore de "Il Parto delle Nuvole Pesanti"
È da anni che come
Parto delle Nuvole Pesanti abbiamo instaurato un rapporto
culturale privilegiato con la Germania, non solo per ragioni di
amicizia storica con il popolo tedesco ma anche, e soprattutto,
per la grande presenza di emigranti calabresi in Germania.
Siamo stati in Germania nel 2003 per girare il film “Doichlanda”
diretto da Giuseppe Gagliardi che, in modo premonitore, racconta
e documenta proprio la realtà dei ristoranti e pizzerie degli
emigrati calabresi e che si è guadagnato il premio della critica
al festival del cinema di Torino.
Ci siamo tornati quest’anno con un progetto artistico-culturale
dal titolo “La valigia d’identità” al quale hanno collaborato
Vito Teti, Carmine Abate, Cesare Pitto e tanti altri esponenti
della cultura calabrese. Insieme abbiamo cercato da Stoccarda a
Colonia da Weimar a Dortmund fino a Berlino di far conoscere
un’immagine nuova della Calabria non più vittimista, lamentosa,
fatalista e disposta a subire le angherie del potere politico e
mafioso. Abbiamo cercato noi stessi di diventare testimoni di
questa nuova Calabria rimboccandoci le maniche e realizzando il
progetto a nostre spese senza attendere i finanziamenti delle
varie province e regione calabresi, promessi e mai arrivati. Da
questo progetto sta nascendo un nuovo film diretto da Paolo
Taddei, che mette a confronto il pieno di Berlino con il vuoto
di Pentadattilo nella speranza di un ripopolamento dei luoghi e
delle anime calabresi. Abbiamo anche scritto una canzone il cui
ritornello dice “onda calabra in doichlanda”, proprio per
evidenziare le tante nuove energie culturali che nei diversi
campi, dentro e fuori la Calabria, non solo resistono alle
sistematiche aggressioni del potere criminale ma concretamente
tracciano le linee di uno sviluppo culturale diverso.
Purtroppo, è bastato un “colpo di pistola” per distruggere tutto
il lavoro fatto in questi anni e per fare ripiombare l’immagine
della Calabria nella stereotipia secolare dove alla bellezza del
paesaggio si contrapponevano la barbarie e la rozzezza di
costumi dei calabresi, oggi confermate dalla ‘ndrangheta, dai
sequestri di persona e dalla devastazione del territorio
iniziata con la speculazione edilizia costiera e completata con
la “messa al rogo” del patrimonio boschivo delle zone interne.
Sia detto per inciso che gli stereotipi e i pregiudizi più
negativi non sono di origine tedesca, come qualcuno si è
affrettato a dire, ma nazionale e risalgono al settecento, al
tempo dei Borboni. Basti pensare che i napoletani convinsero
Goethe a proseguire il suo viaggio in Italia da Napoli verso la
Sicilia, evitando la Calabria poiché questa regione era
infestata di briganti e assassini truculenti oltre che
morfologicamente impervia ed inaccessibile. Questa immagine
veniva poi rafforzata dai notabili calabresi, perlopiù massoni e
legati ai potenti del regno di Napoli, e infine riflessa nei
resoconti dei viaggiatori stranieri. Tra questi ultimi, semmai,
proprio i tedeschi hanno cercato di andare oltre la “vernice
lombrosiana” e di leggere storicamente e politicamente i dati
della realtà sociale. Basti pensare che a tuttoggi il dizionario
di calabrese più conosciuto e qualificato è quello scritto dal
poliglotta tedesco Gerhard Rohlfs.
E’, dunque, arrivato davvero il momento di chiedersi: che fare?
Che fare affinché la Calabria possa non essere più considerata
il cancro d’Europa non più guaribile? Si può ancora cambiare il
destino della Calabria ? Nessuno pensa di avere la bacchetta
magica ma è evidente che è arrivato il tempo delle scelte, il
tempo di fare qualcosa, di indicare qualche percorso, non
sull’onda emotiva dei fatti di sangue ma con la consapevolezza,
la lucidità e la concretezza che la grave situazione richiede.
Anche le mie riflessioni, dunque, sono frutto del tentativo di
dare un piccolo contributo al dibattito in atto sul futuro della
Calabria.
Partendo dalle tante proposte arrivate in questi giorni,
intanto, mi sembra di potere escludere valore a quelle che
continuano a nutrire speranze nella politica con la “p”
minuscola. Per intenderci, mi riferisco a quella politica che
abbiamo conosciuto finora, fatta di partiti autoreferenziali, di
uomini corrotti ed affaristi dediti allo sperpero del denaro
pubblico, allo spreco delle risorse e alla distruzione del bene
comune. Penso che la politica abbia fallito definitivamente il
suo compito di progettare il futuro della Calabria. Anzi lo ha
tradito, offeso e piegato ai suoi interessi di malaffare
politico-mafioso fondato sul clientelismo e sul familismo.
Come tanti, anche io avevo riposto speranze di cambiamento nella
nuova scena politica che si sarebbe venuta a creare a seguito
delle elezioni regionali del 2004. Ce n’era davvero bisogno
perché la Calabria negli ultimi dieci anni aveva toccato il
fondo. C’era bisogno di uno “scatto di reni”, di una vera
svolta. Come Parto delle Nuvole Pesanti c’impegnammo
direttamente per sostenere questo cambiamento. Facemmo
pubblicare anche una lettera rivolta a tutto il mondo dell’arte
e della cultura calabresi per costruire una rete di artisti,
operatori culturali ed intellettuali al fine di elaborare una
“piattaforma culturale” da presentare al futuro governo
regionale. Ma la delusione non tardò ad arrivare. Di fatto non è
cambiato niente! Basti riportare qualche edificante aneddoto.
Nel 2005 presentai alla regione “La valigia d’identità”, un
progetto culturale, a cui ho accennato sopra, avente ad oggetto
i temi del viaggio e dell’emigrazione. Però dopo un anno non
ebbi risposta e allora provai a chiedere ai vari assessori ai
quali spiegai la rilevanza culturale-turistica del progetto
precisandogli che al progetto collaboravano diverse personalità
della cultura calabrese, e che era sponsorizzato dai maggiori
produttori eno-gastronomici calabresi i quali si aspettavano
anche la collaborazione e la promozione della regione.
Insistetti caparbiamente e venni convocato a Reggio Calabria ma
nella sede del consiglio regionale non mi fecero entrare perché
non avevo la cravatta. Erano le tre del pomeriggio. Attesi fino
alle cinque l’apertura dei negozi. Ritornai all’ingresso con una
bella cravatta ma il consiglio regionale era finito e gli
assessori dileguatisi. Mi caddero le braccia. Ma la cosa più
grave è che questa sorte riguarda tutti gli artisti, studiosi e
persone di buona volontà i quali ricevono dalla politica un
trattamento da “questuanti” e non in ragione del valore dei loro
progetti, salvo che siano funzionali agli scopi elettorali dei
vari uomini politici, o vengano presentati dagli “amici degli
amici”.
Ma se la politica ha fallito, non credo nemmeno che il
cambiamento di cui ha bisogno la Calabria possa passare soltanto
attraverso la cultura, pur intesa in senso più nobile ed ampio
possibile. E ciò perché ho la sensazione che il termine
“cultura” nell’immaginario collettivo evochi un mondo elaborato,
appannaggio di persone e classi sociali più emancipate, erudite,
se non addirittura più agiate, che potrebbe lasciare fuori dal
cambiamento proprio quegli strati sociali che più ne hanno
bisogno. In ogni caso l’efficacia della “terapia culturale”
presuppone una consapevolezza della propria storia, memoria,
arte, usi e costumi, o, quantomeno, una certa sensibilità verso
di essi che, invece, mi sembra difetti alquanto. In verità
quando Vito Teti parla di cultura fa riferimento prevalentemente
al dato antropologico e, quindi, sono convinto che la sua
ricetta non sia soltanto culturale ma a tutto campo.
Ma se la cultura non basta allora ci vuole qualcosa di più
perché ci sia davvero un cambiamento radicale ed epocale nella
storia della nostra regione. Personalmente credo che per far
rinascere la Calabria ci sia bisogno di un’autentica
“rivoluzione civile permanente” intesa come cambiamento di stile
di vita che attraversi tutti gli strati sociali, tutti gli
individui e i gruppi, che riguardi ogni aspetto della vita
privata, pubblica, collettiva, che investa ogni campo morale,
culturale, ambientale, economico e sociale, che trovi nella
società il suo motore e la sua voce, ed anche il silenzio se
necessario, nella strada il suo luogo d’incontro ed i suoi
spazi, e nel futuro il suo tempo.
Occorre un “centro della rivoluzione civile calabrese
permanente” in ogni paese sotto forma di libera associazione,
con finalità di denuncia di tutta l’illegalità che si consuma
sul territorio e di promozione della cultura, di valorizzazione
delle risorse locali, di elaborazione e proposta di progetti e
percorsi comuni, di educazione alla vita pubblica e al senso
civico.
Ma la rivoluzione civile si può fare solo c’è la partecipazione
della “comunità calabrese”. Ora il punto sta proprio in ciò che
questa partecipazione popolare non si scorge affatto o comunque
affiora solo in occasione di grandi lutti. Lo ha già detto
Romano Pitaro nel suo intervento del 29 agosto e penso che tanti
altri lo pensino. La causa di ciò forse è da rintracciare, come
notava Battista Sangineto, nel carattere diffidente dei
calabresi, nella loro incapacità di stare insieme e di
progettare un futuro comune. Vado ripetendo in giro, ai
giornalisti, al pubblico dei concerti e dei dibattiti a cui sono
invitato, che la Calabria soffre della “sindrome di Re Mida
rovesciata” poiché tutto l’oro che tocca lo trasforma in
liquame. Così, ad esempio, mentre la Romagna è riuscita a
trasformare l’avvelenato Adriatico in una miniera d’oro, la
Calabria è riuscita a trasformare lo Jonio e il Tirreno in una
cloaca.
Ritengo, tuttavia che la causa principale del difetto di
partecipazione popolare sia imputabile alla mancanza di senso
civico e di responsabilità che ci porta tutti a non avere
rispetto del bene comune, della cosa pubblica e a pensare che i
problemi della Calabria li abbiano creati gli “altri”,
individuati di volta negli ‘ndranghetisti, nei politici, nello
stato, e così via. Noi non siamo responsabili di niente. Ma se
guardiamo lo stile di vita dei calabresi, i loro comportamenti
quotidiani non facciamo fatica a capire che la cultura
dell’inciviltà, della violenza e dell’illegalità è diffusa in
tutta la collettività e, come dicono Carmine Donzelli e Vito
Teti, finisce per costituire la fonte a cui attinge il potere
politico-mafioso per legittimare i suoi comportamenti immorali.
E si badi, si tratta di comportamenti di tutti i giorni che
sfigurano il volto di una comunità.
Faccio solo un esempio per rendere l’idea. Due anni fa a Bologna
ci rubarono tutti gli strumenti musicali che erano custoditi nel
furgone. I nostri amici calabresi ci consigliarono di rivolgerci
a persone calabresi “che contano” per recuperare subito la
refurtiva” pagando una somma. Mi opposi fermamente a questo
ricatto. Ma i miei amici pensarono di me che fossi un po’
cretino visto che quella era la pratica “normale” per ritornare
presto in possesso dei propri beni. Adesso so per certo che la
maggior parte dei furti consumati in Calabria o anche fuori a
danno di calabresi si denunciano al più vicino “ufficio della
‘ndrangheta”. Questo sistema è accettato dalla comunità dei
calabresi la quale non fa nulla perché le cose cambino e,
quindi, non può ritenersi senza responsabilità se le cose vanno
male.
Vi è, a mio giudizio, quantomeno una sorta di “responsabilità
oggettiva” dei calabresi rispetto ai mali della propria terra.
E’ una responsabilità della quale l’intera comunità deve
prendere atto poiché l’assunzione di questa responsabilità
costituisce il fondamento, il punto di partenza della
rivoluzione civile, la “conditio sine qua non” di ogni possibile
cambiamento.
Le generazioni future, ci chiederanno dov’eravamo quando la
Calabria veniva devastata, usurpata, offesa e umiliata. Ci
chiederanno cosa facevamo mentre venivano costruite case
abusive, appiccati gli incendi, uccise le persone, sporcati gli
spazi comuni di sangue e lordia, inquinato il mare. Ci
chiederanno cosa abbiamo fatto come comunità per opporci al
declino della nostra regione. E allora i distinguo tra un
calabrese e l’altro non salveranno nessuno perché è l’intera
comunità che sarà condannata dalla storia. Così come noi
condanniamo il nazismo e non distinguiamo tra tedeschi buoni e
cattivi, allo stesso modo non c’è da meravigliarsi se i tedeschi
diranno dei calabresi che sono ‘ndranghetisti. Perché la storia
è il tribunale dei popoli e non degli individui. A questi ultimi
ci penseranno i Tribunali, almeno si spera.
Torna su
La nuova Calabria sa alzare lo sguardo e condividere progetti
di Assunta
Scorpiniti
Ho letto i
recenti commenti al “Manifesto per la nuova Calabria”, che con
profondo impegno civile, Vito Teti ha composto all’indomani
dell’eccidio di Duisburg, crudele non solo per la modalità, ma
anche per aver “smontato”, davanti agli occhi di molti, la
paziente e silenziosa costruzione dell’immagine di una comunità
mobile, certamente, ma anche capace di non cedere alla
rassegnazione e di confrontarsi positivamente con il mondo.
Sono anch’io fra quelli che racconta la nostra terra attraverso
le storie della sua gente e le espressioni del suo popolo.
L’emigrazione in Germania, è fra le cose che ho raccontato di
più, dopo anni di “frequentazione” di storie, persone, memorie e
luoghi, specie quelli “sospesi” tra la Calabria jonica e le zone
industriali del Nordreno Westfalia e del Baden Wurttemberg.
Sento, per questo, di poter interpretare il disagio vissuto da
tanti amici emigrati in terra tedesca; un malessere non tanto
determinato dal timore di ripercussioni negative della strage
sui rapporti che essi hanno costruito o sulla loro condizione
attuale, quanto dall’inquietudine suscitata da una
consapevolezza condivisa: è vero che la ‘ndrangheta, con le sue
infinite ramificazioni, opera in tanti settori e oltre i confini
regionali e nazionali, e che occorrono interventi mirati e di
portata molto ampia per contrastarla; è, però, anche vero che il
problema deve essere affrontato soprattutto qui, in questa
Calabria (e non solo a San Luca) che non riesce a compiere il
salto di qualità tanto auspicato dagli stessi emigrati, proprio
da tutti, compresi quelli di seconda e terza generazione i quali
non vedranno, né vogliono, ormai, un definitivo ritorno nella
terra dei padri.
Lo giudico un grandissimo atto d’amore per il luogo d’origine e
il giusto corollario a un’analisi da cui mi sento molto
interpellata, per l’impegno culturale e per la mia
responsabilità professionale di educatrice; condivido, pertanto,
le sollecitazioni di Vito Teti, quando dice che bisogna
sconfiggere i comportamenti illegali “di tanti strati della
società calabrese che trovano un’indiretta legittimazione nelle
pratiche familistiche, amorali, immorali della politica”; che
occorre “ripartire dal basso”, “non abbandonare la via della
cultura”, “aprirci allo sguardo degli altri”, senza la paura di
sentirci assediati. E, tuttavia, resto dubbiosa sulla reale
possibilità.
Ci sono, infatti, alcuni punti che tengo a rilevare. Intanto il
fatto in sé della strage che pone in primo piano un “altro”
racconto dell’emigrazione calabrese in Germania. Io dico che non
può e non deve prevalere l’espressione criminale, del tutto
limitata e ridotta, rispetto alla maggioranza dei lavoratori
calabresi, stimati per l’operosità e il contributo di progresso
offerto al paese ospitante, in cui, a partire dallo storico
Accordo bilaterale del 1955, che ha consentito l’ingresso di
forza-lavoro italiana, si sono recati, non solo e non tanto
versando “lacrime e sangue” di sofferenza e per distacchi
laceranti, quanto, soprattutto, per la volontà di migliorarsi
mediante il confronto con un’altra, nuova realtà. E’ emerso da
tante storie che ho raccontato sulla base di testimonianze
assolutamente autentiche.
Nell’editoriale del “Corriere d’Italia”, il settimanale in
lingua italiana edito in Germania dal 1951, il direttore Mauro
Montanari, pur non negando la gravità e l’orrore del fatto
criminale di Duisburg, mette in rilievo la “campagna di
sospetto”, condotta da parte di certa stampa tedesca, e non solo
(“Sembrava quasi che ogni italiano fosse colpevole di qualcosa”,
scrive nel suo fondo) e, dati alla mano, chiarisce le
proporzioni della presenza criminale calabrese, a fronte della
quale pone “chiare attestazioni dell’onestà di gran parte del
lavoro italiano”, con un’esortazione: un impegno “molto maggiore
da parte di tutti” per combattere la ‘ndrangheta e l’invito a
salvaguardare anche il lavoro onesto, “che è la stragrande
maggioranza, ed ha cambiato in meglio questo Paese”.
Un caro amico residente nella zona di Stoccarda, attivo
nell’associazionismo italiano mi ha detto: “Quando sono andato a
lavorare dopo quello che è successo, ho sentito i commenti dei
colleghi tedeschi i quali mi hanno confessato una certa
preoccupazione per la penetrazione della criminalità nel loro
paese; nonostante ciò, non è cambiato nulla del nostro rapporto,
ci hanno conosciuti sul lavoro e siamo legati da amicizia e
rispetto”. L’emigrato, però, sente, con i soci di vari “club”,
il dovere di aumentare e migliorare le occasioni di scambio
culturale “per far sapere che la Calabria è soprattutto altre
cose”, ma “lo devono capire anche quelli che in Calabria ci
stanno”.
E’ qui che entrano in gioco la buona politica, la “base”, la
cultura e l’educazione richiamati da Vito Teti nel suo
“Manifesto”. Concordo sulla loro importanza per edificare la
nostra “nuova” Calabria, come sono convinta che, contro la
criminalità organizzata può fare molto la presenza dello Stato,
la modifica del codice di procedura penale, una legislazione
straordinaria, un’azione di intelligence, di prevenzione e di
polizia e un rafforzamento della magistratura in prima linea
(ricordo, nel mio piccolo, anni della mia prima adolescenza in
una comunità calabrese afflitta da azioni criminose e omicidi;
uno stato di cose che, grazie ad efficaci azioni di polizia, la
generazione successiva non ha conosciuto). Ma mi chiedo: è
facile, in Calabria, resistere alle seduzioni del potere?
Io credo che, fra i tanti aspetti puntualmente analizzati da
menti autorevoli, questo sia particolarmente drammatico, perché
impedisce un positivo utilizzo degli strumenti e delle modalità
indicate da Teti e la possibilità di “inventare nuove pratiche
di stare assieme”, come vorrebbe il vescovo di Locri-Gerace
mons. Bregantini. In primo luogo in politica, quella che per
Nilde Jotti era “l’arte nobile” tesa “a organizzare la società
degli uomini”; quella che dovrebbe partire da ideali alti e deve
essere dettata da esigenze di pace, libertà e progresso e,
invece, sembra sempre più dominata dal bisogno di mantenere
posizioni e poltrone, senza rifuggire lo schema ( che, come dice
Teti, non è solo della ‘ndrangheta), fondato su “comportamenti e
le pratiche familistiche e immorali” in barba, quindi, alla
legalità e alla doverosa attenzione ai problemi della gente.
Lo dico anch’io, anzi, lo grido: coloro, tra i politici, che di
questo sono consapevoli, e lo sappiamo tutti che in Calabria non
mancano, nei piccoli centri come ai più alti livelli, perché non
intervengono oltre le solite passerelle, restituendo la nobiltà
all’arte politica e al concetto di “potere” inteso come “avere
capacità”, “disporre di mezzi”? Può bastare il ricambio delle
generazioni, che in parecchi si augurano, o occorre, invece, un
generale mutamento degli atteggiamenti e della mentalità?
Non voglio dare una ricetta, non ne sarei capace, ma credo che
questo debba essere chiaro ad ogni livello istituzionale e anche
in ogni settore della società che abbia responsabilità
educativa, a partire dalla scuola. Ho sempre ritenuto che i
giovani sappiano leggere, più che nelle parole, negli
atteggiamenti degli adulti, per cui è importante che diamo il
buon esempio; ciò detto, non posso non rilevare alcuni casi,
credo pochi, per fortuna, ma devastanti, che ho potuto
direttamente osservare, in cui l’uso distorto del potere ha
logorato anche l’istituzione, forse, ancora più nobile perché
forma i cittadini e plasma le coscienze. Che fatica, in questi
casi, essere docenti con alte idealità e cognizione
dell’impronta indelebile del proprio intervento; anche qui, chi
dovrebbe farlo, non prende provvedimenti. Pongo la scuola ad
esempio, ma ci sono tanti luoghi, pubblici e privati, di lavoro
e di partecipazione in cui la parola d’ordine sembra essere:
cedere alle lusinghe del potere, più che tradurlo in
produttività e risultati visibili, come avviene in realtà più
avanzate, che progrediscono seguendo altri sistemi.
Questo, lasciatemelo dire, ce lo insegnano proprio gli emigrati;
se si tratta, come ho letto, di “europeizzare la Calabria”, loro
sono stati i primi ad aver costruito l’Europa dei popoli, in
Germania e, prima ancora, in Francia e in Belgio, con la forza
delle braccia, la volontà di aderire a nuovi modelli di lavoro e
di vita, e di farsi detentori della “identità molteplice” che
deriva dal loro appartenere alla Calabria d’origine, a quella
altrove rifondata e al loro incontro col mondo; risorsa
preziosissima anche per le nostre comunità, ma ce ne dobbiamo
ancora accorgere.
E’ anche sulla base di questo che affermo la necessità, non più
derogabile, di un progetto condiviso di sviluppo della nostra
terra, fondato sulla legalità, la solidarietà, la partecipazione
e la capacità di alzare lo sguardo; è questa la vera sfida
culturale, che dà senso anche all’impegno di favorire
l’acquisizione di conoscenza. Perché la cultura che è solo
parlarsi addosso non serve a niente.
Torna su
La fabbrica della cultura
di Fulvio
Librandi
Vito Teti
parla nel suo articolo della mia proposta di edificare un museo
della ndrangheta. È una provocazione che serve a ragionare di
cose concrete. Penso che un museo prima di ogni cosa sia un modo
di prendere posizione rispetto al passato e al futuro, di
individuare e comunicare la possibili vie di sviluppo, un modo
per andare verso un’Idea generale. Un museo non può essere una
premessa, un “da qui in poi”, ma ha senso solo come punto di
arrivo di un ragionamento collettivo.
Scrivevo un po’ di tempo fa su questo giornale che per tanti
meridionali la ndrangheta non è una vera minaccia, e più che un
clima di paura da noi si interiorizza un sentimento della
pre-paura, di un limite che è bene non superare per non trovarci
mai di fronte alla necessità di fare un compromesso con altri e
con noi stessi. Un atteggiamento pre-omertoso, o comunque di
disponibilità all’omissione, che è diventato un tratto
caratteristico della nostra cultura.
La cultura della ndrangheta è proteiforme, pervasiva a diversi
livelli: accanto allo strapotere economico, che è il motore
fondamentale, vi è un sistema di simboli organico e ben
codificato in grado di trasmettere efficacemente messaggi, si
pensi soltanto alla gestione del silenzio e ai diversi
significati che può veicolare. La cultura antindrangheta invece
non ha tradizione, non è parte di un sentire popolare, e si
risolve in genere in un fiume di parole che segue qualche
omicidio efferato, e poi in un silenzio di cui sopra. Come le
acque della Calabria nelle descrizioni di Corrado Alvaro, che, o
sono a carattere torrentizio e scorrono irruenti trascinando via
tutto, o durante le stagioni secche mancano drammaticamente.
L’ondata di piena che si verifica sempre e solo in seguito ad
avvenimenti tragici – vedi i ragazzi di Locri – ha sempre avuto
poca fortuna. Diventa anzi modello negativo, perché un grido che
diventa silenzio viene interpretato come conferma
dell’irreversibilità di un destino maledetto. Questi gruppi
(sono tanti e diversi) non gridavano solo contro la
ndrangheta-organizzazione, ma contro la mentalità ndranghetista
che attraversa moltissimi aspetti della nostra vita quotidiana.
Si ponevano contro una parte importante di questa società ed
avevano una bella energia. Ma è difficile essere in maniera
permanente forza antistrutturale, e così sono stati
sostanzialmente emarginati dal dibattito.
È vero, occorre una militarizzazione culturale. Occorre
organizzare per le generazioni che verranno strategie educative
che possano confliggere con i cattivi valori che vengono
trasmessi da una cattiva tradizione. Bisogna fare oltraggio alle
nostre memorie e insegnare che quando è in gioco il bene della
collettività chi fa la spia è figlio di Maria. Militarizzazione
è un termine tosto (io sono un vecchio obiettore di coscienza),
ma è appena il caso di ricordare che, nell’intenzione di chi
l’ha istituita, la scuola dell’obbligo è già una
militarizzazione culturale del territorio, che però in certe
parti della Calabria ha fallito e che quindi deve essere
ripensata, fortificata e resa efficace.
Ma prima di ogni cosa, il problema ndrangheta deve essere posto
in maniera permanente al centro dell’attenzione e dei processi
di inculturazione. Il museo della ndrangheta potrebbe essere una
delle tante strade per raggiungere l’obbiettivo. Occorre rendere
realmente pietra le parole e costruire monumenti per veicolare
senso, disseminare di segni il territorio, rendere visibile il
concetto di mafia. Un discorso di pietra solido e inoccultabile,
che sia punto di riferimento strutturale, e anche di fronte alle
nostre fragilità, alle nostre collusioni, a tante debolezze
delle parti politiche, il simbolo continuerebbe a essere momento
di tradizione di un messaggio per quelli che nasceranno in
queste terre.
Un museo della ndrangheta potrebbe segnare il nord da cui
allontanarsi, e potrebbe veicolare esplicitamente i concetti
fondanti del nostro stare insieme: che la Politica, anche nei
momenti bui, è l’unica possibilità che abbiamo per vivere
civilmente; che le tradizioni sono dinamiche e che la ndrangheta
è un fenomeno storico destinato a finire; e così a seguire,
secondo le idee e le proposte che stanno venendo fuori nel
dibattito promosso da Vito Teti.
La lotta della cultura non c’entra nulla con i protagonisti di
Duisburg. È un processo lento e rivolto al futuro. È rivolto
alle generazioni che verranno e non garantisce alcun risultato
né consenso elettorale. Ma io credo che interessarsene sia
nobile, sia degno. Sia Politico.
***
La lotta alla ndrangheta è di esclusiva pertinenza delle forze
di polizia, dei magistrati, di una politica auspicabilmente
sana, il cui risultato è legato alla capacità di chi governa di
migliorare il tessuto economico del territorio. Si tratta di una
guerra che deve essere veloce, perché ha un avversario che muta
in continuazione, in grado sfruttare l’interazione tra logiche
locali e mercato mondiale
Tuttavia, i magistrati e i poliziotti che vengono intervistati
ritengono che la lotta in cui spesso rischiano la vita possa
dare risultati duraturi solo in presenza di un mutamento
culturale. Per chi si occupa per professione di scienza della
cultura è quindi un atto di rispetto, oltre che un dovere etico,
mettere a disposizione il proprio sapere, foss’anche soltanto –
ma è già tanto – per aprire un dibattito sul giornale. Tutto
qui. Sostenere, come più meno è stato fatto, che gli antropologi
vogliono sconfiggere la mafia iscrivendo i padrini al Club degli
Editori è una sciocchezza detta da sciocchi.
Sappiamo che la violenza che riscontriamo nella vita sociale non
è il contrario della cultura ma, al contrario, è il prodotto di
un certo tipo di cultura. La violenza è un modo di pensare e di
agire costruito, che si apprende con l’educazione, un habitus
mentale, ed entra in relazione con i concetti di potere, di
desiderio, di autoaffermazione ecc. Una lotta esclusivamente
culturale è utopia di sprovveduti. Tuttavia le strategie contro
i comportamenti violenti che si rifanno ai valori di una cattiva
tradizione impongono riflessioni sui concetti di cultura, di
identità e anche di tradizione. Discussioni che naturalmente
devono affrontare la concretezza del fenomeno, devono calarsi
nel contesto storico della regione e accettarne tutta la
complessità e la specificità, ma che al contempo possono
usufruire della possibilità di fare paragoni con angoli di mondo
diverso.
C’è un sacco di gente in Calabria che documenta e studia il
fenomeno della ndrangheta, che scrive libri informatissimi (ieri
sera ne ho terminato uno di Arcangelo Badolati), dentro e fuori
l’università. È un bene che trovino spazio in un dibattito
pubblico e disinteressato.
Il dibattito di Vito ha fatto registrare begli interventi e voci
critiche. Alcune, drastiche, hanno ritenuto utile spiegare agli
antropologi cosa vuol dire cultura (va bene, riprenderemo i
manuali), ma in generale si è registrata una capacità di analisi
di cui anche la politica dovrebbe tener conto, Spiacciono, a
essere sinceri, non i contradditori, che sono l’essenza stessa
del dibattito, ma le critiche di chi crede di leggere nella
filigrana di questo dibattito qualche richiesta di prebenda, di
consulenza da parte degli studiosi, quasi l’esercizio del
pensiero libero fosse impossibile. Questo atteggiamento
converrebbe lasciarlo passare sotto silenzio, ma lo riprendo per
segnalare un esempio di cattiva mentalità calabrese – quella che
instilla comunque il dubbio – e quindi di cattiva politica. È di
questo che in Calabria non c’è davvero bisogno. Io credo nella
Politica nonostante tutto, e credo nell’Istituzione, che è
sempre migliore della somma di quanti ne fanno parte.
***
Credo che questo dibattito debba continuare e possibilmente
ampliarsi, perché non è avulso dalla situazione politica fluida
in cui ci troviamo. Qui si parla di idee per l’oggi e per il
futuro, proprio in un momento in cui costituendi partiti
dovrebbero parlarci della Calabria così come la immaginano e non
solo di beghe. È auspicabile che nel Quotidiano, dopo le pagine
che parlano di “normali dialettiche interne di un partito” - che
dal basso vengono vissute come vecchissime partite di potere -,
qualcuno provi a ragionare sull’idea di Calabria che il nuovo
partito vuole veicolare. Rosa Villecco Calipari sull’Unità di
qualche giorno fa ha scritto della necessità di parlare
concretamente di cultura, e ha ribadito che il segno di
discontinuità di cui parla Veltroni non è nel cambiamento di
uomini ma è nel cambiamento di sistema, di metodo, di mentalità.
L’intervento è apprezzabile, e bisogna insistere perché la
discussione continui ed esca fuori dalle stanze dei gruppi
dirigenti. Si faccia esercizio di verità e si spieghi come deve
essere pensato questo cambiamento, se lo si perseguirà a medio o
a lungo termine, o se resterà un altro annuncio. È urgentissimo
dire qualcosa ai ragazzi che frequento all’università per tenere
acceso un lumicino di speranza. Altrimenti contribuiremo
tacitamente a consegnare la nuova generazione, anche questa, al
triste destino di clienti della politica, come sono stati i
nostri padri e come sono tanti di noi. Non è degno e non è
Politico.
Torna su
Una giornata a Polsi
Polsi. Un
preludio inedito per l’inizio della festa. Un incontro tra
sindaci della Locride, il vescovo Bregantini, il parroco di San
Luca, consiglieri regionali, imprenditori e un drappello di
professori universitari del campus arcavacatese. Un dialogo tra
esperienze, competenze e ruoli differenti. Un tentativo generoso
di mettere in comune saperi parziali, conoscenze codificate e
conoscenze contestuali, conoscenze scientifiche e conoscenze
concrete. Nella speranza di ridurre il vuoto tremendo di
conoscenza dei meccanismi più intimi di funzionamento del
sistema mafioso.
Su invito del sindaco di Caulonia, si prova a far diventare la
festa di Polsi un giorno simbolico di resistenza alla barbaria
mafiosa ma anche di ricostruzione di tessuti civili, di culture
della legalità, di economie locali. Una sorta di 1° Maggio del
riscatto della Locride dal giogo della ‘ndrangheta, dal degrado,
dalle divisioni, dall’odio.
Il “Manifesto per la nuova Calabria” di Vito Teti è il testo di
riferimento, lo spartito analitico e propositivo a cui si ancora
il confronto.
San Luca è l’icona della Calabria contemporanea, la punta
estrema di un iceberg di normalità che coinvolge molti altri
comuni e che rischia di dilatarsi a macchia d’olio nella regione
e nel resto del Paese. Non ci sono isole felici. San Luca è
dietro l’angolo anche dei luoghi oggi al riparo.
Dal primo agosto scorso San Luca è senza segretario comunale
perché non se ne trova uno disponibile. San Luca è senza guardia
medica estiva perché nessun medico vuole esercitarla in quel
paese. A San Luca ogni anno cambia il dirigente scolastico.
Situazioni estreme ma diffuse. E’questo lo Stato minimo che più
manca. Più dell’esercito. La latitanza dello Stato quotidiano è
ciò che alimenta sfiducia, antipolitica, indifferenza, scarso
orientamento al futuro.
C’è consapevolezza diffusa sull’inefficacia dell’occasionalità,
dell’impegno una tantum, dell’indignazione e della reazione
istituzionale e sociale episodica. Si invoca un impegno
duraturo, un cammino comune lungo, una carovana coesa e continua
degli attori locali e nazionali rilevanti. C’è bisogno di azioni
e interventi che incidano sulle strutture profonde, di recidere
humus culturali, collusioni semantiche, tolleranze
accondiscendenti. La risalita dal degrado presuppone cambiamenti
radicali. Cambiamenti locali innanzitutto. La ‘ndrangheta si
sconfigge soprattutto nelle comunità dove alligna.
E’ illusorio che possa essere debellata dall’alto e
dall’esterno. Da soli i calabresi non ce la fanno ma senza i
calabresi la sconfitta della ‘ndrangheta è pura velleità
Efficienti interventi centrali sono molto importanti ma più di
tutto conta l’azione locale, l’impegno quotidiano e sistematico
di sindaci, amministratori pubblici, insegnanti, parroci,
cittadini comuni. Determinante è la capacità di mettere su e di
alimentare reti istituzionali e sociali locali, di mettere
insieme le energie disperse, di rafforzare ed estendere capitali
di fiducia reciproca, di avviare e mantenere azione collettiva
finalizzata alla produzione di nuovi beni pubblici materiali e
immateriali.
Scuola, politiche sociali e culturali sono considerati i campi
prioritari del cambiamento locale. Si invoca un piano nazionale
per migliorare la qualità del sistema formativo locale, per
accrescere il grado di integrazione dei ragazzi e dei bambini.
Un piano innovativo e sperimentale in grado di conseguire
risultati e insegnamenti per l’intera politica scolastica
nazionale. Non un piano speciale e unico. Non un piano
straordinario, eccezionale. La Locride e la Calabria non sono
terre di frontiera, nicchie geografiche franche. La Locride e la
Calabria devono stare nel puzzle nazionale, hanno bisogno di un
di più di integrazione nella società italiana. La storia
dimostra che quando la Calabria si integra nei circuiti vasti
riesce a crescere, di contro quando si isola decade, regredisce.
L’integrazione esterna e interna è vista come un prerequisito
importante per lo sviluppo economico. Lo sviluppo è un processo,
un esito di processi di mobilitazione collettiva. Non un unico
grande investimento risolutore e neppure un insieme organico di
investimenti. Lo sviluppo è innanzitutto un problema
istituzionale, di contesti relazionali adeguati, di incentivi e
motivazioni congrui, di convenienze pubbliche coerenti con la
crescita economica.
Non è il tempo della lista degli interventi pubblici. Del
catalogo delle opere pubbliche e dei progetti da finanziare con
risorse regionali, nazionali o comunitarie. Non è il tempo fatuo
dell’occorrismo. Oggi è il tempo di interrogarsi collettivamente
su cosa sta avvenendo, sul perché Duisburg, su come è possibile
uscirne. Su cos’è la Calabria oggi. E’ il tempo della voce. E’
il tempo della verità e della lealtà. E’ il tempo, come
sollecita monsignor Bregantini, che “ognuno scriva quello che
vive”
Torna su
Artisti in Aspromonte
Gli artisti
armati di buona volontà si trasformano in ARTISTI IN ASPROMONTE!
Siamo in 151 fra artisti e singole associazioni, e non so se
siamo pochi o molti, ma si coglie una bella energia nelle varie
adesioni ricevute.
Una bella energia e senza speculazioni di sorta, evidentemente
era un bisogno condiviso da tanti: dichiararsi cittadini
impotenti nei confronti di una sistema che ci sembra alieno
dalla nostra realtà, che pure esiste e ci identifica, nostro
malgrado.
San Luca ci rappresenta nel mondo anche se non lo vogliamo, il
nostro sgomento è grande e manifesto, ma proviamo ad immaginare
quello dei cittadini onesti di San Luca, il cui sgomento invece
è silenzioso, muto.
San Luca è un simbolo, terribilmente negativo della Calabria,
dobbiamo riuscire a trasformarlo in un simbolo positivo,
dobbiamo appropriarci del potere mediatico che ha scatenato
questo piccolo paese dell’Aspromonte, a vantaggio della Calabria
viva, quella vera, che nonostante tutto riesce a vivere la sua
dimensione culturale europea, godendo del patrimonio di questa
terra, delle sue forti contraddizioni e delle sue radici.
ARTISTI IN ASPROMONTE può rappresentare veramente un progetto
autentico, perché nasce dal bisogno di tanti cittadini della
società civile, forse non è un caso che si tratta
prevalentemente di artisti e di intellettuali, (mi spiace per
chi la pensa diversamente).
Il Centro RAT/Teatro dell’Acquario, Stabile di Innovazione della
Calabria, aveva intrapreso già da diversi mesi lo studio e
l’allestimento di uno spettacolo tratto da un racconto breve di
Corrado Alvaro. Nel dubbio se continuare il lavoro o la
necessità di rilanciarlo, ha prevalso la seconda ipotesi:
ampliare e dilatare il progetto per contribuire ad uscire
dall’isolamento. E il grande scrittore calabrese può realmente
essere un passe-partout, una chiave di accesso per entrare a San
Luca.
Sollecitiamo pertanto tutti a leggere l’appello di Vito Teti
apparso nel quotidiano del 25 agosto, riassumiamo per chi non
avesse seguito gli appelli successivi, che il Centro RAT,/Teatro
dell’Acquario, ha fatto suo quell’appello, invitando tutti gli
artisti calabresi a sostenere un laboratorio culturale
permanente su San Luca.
Sono ancora aperte le adesioni!
Hanno già risposto all’invito:
1. Ambrogio Sparagna musicista - Roma
2. Giancarlo Cauteruccio regista – Firenze
3. Carmine Abate – scrittore - Trento
4. Maurizio Stammati attore -Formia
5. Cataldo Perri musicista- Cariati
6. Dario De Luca attore -Castrovillari
7. Saverio La Ruina attore- Castrovillari
8. Scena Verticale - Castrovillari
9. Ernesto Orrico attore -Cosenza
10. Dante De Rose attore -Cosenza
11. Lindo Nudo regista - Rende
12. Teatro Rossosimona - Rende
13. Dora Ricca scenografo- Cosenza
14. Massimo Barilla regista- Reggio Calabria
15. Mana Chuma Teatro - Reggio Calabria
16. Sandro Meo musicista - Cosenza
17. Sara Simari musicista -Cosenza
18. Nino Racco attore – Bovalino
19. Checco Pallone musicista - Cosenza
20. Lucia Sardo attrice – Roma
21. Vincenzo Ziccarelli drammaturgo- Cosenza
22. Enza Costantino – docente Unical Cosenza
23. Carlo Fanelli – docente Unical Cosenza
24. Imma Guarasci regista Cosenza
25. Luca Addante docente universitario Roma
26. Antonello Antonante regista-Cosenza
27. Stefania De Cola - attrice Reggio Calabria
28. Jhon Trumper decano facoltà di lettere Unical- Cosenza
29. Marta Maddalon docente Unical - Cosenza
30. Francesco Suriano scrittore- Roma
31. Peppino Mazzotta attore -Roma
32. Franco Caccuri musicista- Cosenza
33. Leon Pantarei musicista- San Nicola Arcella
34. Angelo Gallo videomaker- Cosenza
35. Aldo Zucco scenografo- Reggio Calabria
36. Caterina Filardo musicista- Cosenza
37. Maria Scalese regista- Cosenza
38. Piero Gallina musicista- Cosenza
39. Nuccia Pugliese regista - Castrolibero
40. Francesco Liuzzi, attore - Castrolibero
41. Rossana Pugliese attrice – Castrolibero
42. Paola Scialis attrice- Belmonte
43. Lisa Ferlazzo Natoli regista
44. Peppe Voltarelli musicista- Roma
45. Valentina Valentini – docente Unical Roma
46. Ilia Marta Falanga musicista – Castrolibero
47. Fabio Vincenti organizzatore teatrale – Cosenza
48. Lucia Catalano regista – Cosenza
49. Teatro Stabile di Calabria- Crotone
50. Piero Luigi Adamo docente psichiatra – Cosenza
51. Le sei sorelle – associazione culturale – Cosenza
52. La Ginestra – Compagnia Teatrale - Cosenza
53. La Barraca – Conpagnia Teatrale – Cosenza
54. Ass. culturale Zagreus – Simeri Crichi - Cosenza
55. Geppino Canonaco tecnico teatrale – Cosenza
56. Eros Leale tecnico teatrale – Cosenza
57. Lulla Garofalo organizzatrice teatrale – Cosenza
58. Carlo Antonante amministratore teatrale – Cosenza
59. Pia Tucci – musicista – Cosenza
60. Isabel Russinova attrice – Roma
61. Giuseppe Maiorca musicista – Cosenza
62. Giovanni Scarfò dir. Cineteca della Calabria – Monasterace
63. Giuditta De Santis attrice – Cosenza
64. Paolo Carbone tecnico teatrale Cosenza
65. Francesco Marino attore Cosenza
66. Les Enfant Terribles Compagnia Teatrale - Cassano
67. Riccardo Adamo avvocato – Cosenza
68. Franco Dionesalvi poeta – Cosenza
69. Paolo Vilasi regista-attore – Reggio Calabria
70. Antonello Ricci musicista – Università La Sapienza Roma
71. Anselmo De Filippis musicista- Cosenza
72. Dario Natale attore – Lamezia
73. Daniela Monteforte attrice- Latina
74. Givannella Greco – docente Unical- Cosenza
75. Ivana Russo fotografa – Cosenza
76. Gianfranco Quero attore Messina
77. Carmine Ascente musicista- Cosenza
78. Giorgio Scaramuzzino attore - Genova
79. Bob Cherillo musicista – San Nicola Arcella
80. Rosetta Bugnato op.culturale Cutro
81. Cineteca Regionale della Calabria –Catanzaro
82. Pasqualino Fulco musicista – San Nicola Arcella
83. Lutte Berg musicista –Cosenza
84. Salvatore Cauteruccio musicista - San Nicola Arcella
85. Antonello Mango musicista- San Nicola Arcella
86. Enzo Campagna musicista San Nicola Arcella
87. Angelo Sirufo musicista San Nicola Arcella
88. Massimo Ferrante musicista- San Nicola Arcella
89. Proloco Associate Di San Nicola Arcella, Praia A Mare, Aieta
e Tortora
90. Rosa Martirano cantante- Cosenza
91. Roberto Taufic musicista – Cosenza
92. Mario Ascente musicista San Giorgio Albanese
93. Ferruccio Stumpo regista Compagnia degli Untori- Cosenza
94. Francesco Stumpo musicista
95. Maria Luigia Bove organizzatrice – Cosenza
96. Giovanni Turco attore – Cosenza
97. Mauro Minervino docente Antropologia culturale – Catanzaro
98. Francesco Mazza musicista /attore – Milano
99. Tiziana Scarcella musicologa- Gioia Tauro
100. Biagio Accardi musicante – Tortora
101. Luciana Lambrosciano – organizzatrice mostre d’arte
102. Lo Squintetto – Cosenza
103. Marcello Borghese scrittore – Polistena
104. Spazio Teatro Gaetano Tramontana - Reggio Calabria
105. Massimo Cusato percussionista – Locri
106. Doriana Macrì studiosa di letteratura – Crotone
107. Gruppottanta ass.culturale – Cosenza
108. Centro Rodari per la Musica – Cosenza
109. Philarmonia Mediterranea – Cosenza
110. Enrico Meo pittore – Cosenza
111. Rita Triveri avvocato – Bovalino
112. Totò Critelli musicista – Tiriolo
113. Danilo Gatto musicista –Catanzaro
114. A.R.PA. Associazione Culturale - Catanzaro
115. Vincenzo Stranieri – cultore di etnologia della Calabria
116. Rina Amato operatrice socio culturale - Roma
117. Teatro Berthold Brecht - Formia
118. Dilva Foddai musicista – Formia
119. Valentina Ferraiolo musicista – Formia
120. Paola Ricci musicista – Formia
121. Pompeo Perrone attore – Formia
122. Luciana Lambrosciano organizzatrice galleria d’arte-
Cosenza
123. Pino Michienzi attore/regista – Roma
124. Anna Maria De Luca attrice – Roma
125. Luca Maria Michienzi attore – Roma
126. Cooperativa sociale Mistya – Locri
127. Salvatore Vercellino – Musicista
128. Alessandro Vuono musicista – Rende
129. Lello Serao attore – Napoli
130. Libera Scena Ensamble - Napoli
131. Peppe Servillo cantante Avion Travel – Roma
132. Roberto Solofria - regista/attore - Caserta Teatro dei
Mutamenti - Caserta
133. Sharo Gambino scrittore - Cosenza
134. Marinella Gambino docente-critico letterario – Cosenza
135. Francesca Marchese attrice – Cosenza
136. Pier Luigi Tortora attore – Caserta
137. Salvatore Anelli artista – Cosenza
138. Andrea Ras attore Cosenza
139. Maria Pia Abbruzzino attrice – Crotone
140. Renata Antonante studentessa – Cosenza
141. Raffaella Reda attrice – Cosenza
142. Paolo Mauro attore – Cosenza
143. Antonella Ciappetta coreografa – Cosenza
144. Maria Pia Cosenza – Insegnante – Cosenza
145. Carmine Garofalo operatore turistico - Cutro
146. Ass. Santibriganti – Cutro
147. Giacomo Vallozza Teatro del Paradosso (Loreto Aprutino -
PE)
148. Paolo Napoli musicista – Cosenza
149. Federica Nobilio attrice - Pescara
150. Coro Unical – Arcavacata di Rende
151. Anna Maria Spaccarotella- musicista Cosenza
Per le adesioni:
dora.ricca@tin.it
Torna su |