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Adesioni al Manifesto di Vito Teti


Calabria: femminile plurale
di Alfonsina Bellio

La politica, la comunicazione, il bello
di Cataldo Perri

Cambiamo insieme la politica
di Doris Lo Moro

L'eco del Manifesto
di Domenico Minuto

Il mio sì al Manifesto
di Mimmo Petullà

La rivoluzione civile permanente dei calabresi
di Salvatore de Siena

La nuova Calabria sa alzare lo sguardo e condividere progetti
di Assunta Scorpiniti

La fabbrica della cultura
di Fulvio Librandi

Una giornata a Polsi

Artisti in Aspromonte


Calabria: femminile plurale
di Alfonsina Bellio
Dottore di ricerca in Scienze Letterarie e assegnista UNICAL;
Dottoranda in Antropologia EHESS-Parigi.

Il movimento che è spontaneamente scaturito dall’articolo di Vito Teti su queste pagine è segno manifesto di una volontà partecipata e plurale di dare voce e volto alle istanze sempre più urgenti che tormentano la nostra regione e su cui gli eventi di Duisburg hanno acceso l’ennesimo riflettore. L’esportazione altrove di fatti criminosi locali, nientemeno che in una fetta d’Europa secondo tradizione all’avanguardia e meta tuttora d’emigrazione italiana, e la ressa mediatica che ne è seguita, si sono abbattuti su tutti noi con la brutalità di una sferzata sulla pelle nuda. Altro che cartelloni con sorridenti “ultimi” che - non si sa come in una terra continuamente violata da interessi rapaci che la sigillano nel sepolcro della decadenza- saranno i primi, se mai qualche immagine glamour è stata sufficiente a scalfire l’immaginario.

I miei rapporti professionali e amicali con Vito sono noti, ma in questa circostanza sento comunque l’urgenza di uscire dalle forme di approvazione privata e esprimergli anche pubblicamente condivisione proprio da queste pagine, per quel cammino paziente da lui intrapreso diversi anni orsono di incontri, di divulgazione, di denuncia, senz’alcuna boria intellettualoide e cercando di innescare ponti tra sistemi spesso autoreferenziali, quello dell’accademia, quello della politica e quello della cosiddetta società civile.

Più volte le donne di San Luca sono state evocate come possibili responsabili e risolutrici della faida, ma, a partire dal momento difficile, il richiamo più costruttivo mi sembra quello all’universo femminile tutto dell’intera regione, che molti spunti di riflessione e azione ha da consegnarci.

Percorrendo il terreno – ma dove finisce questo e dove inizia la propria vita, mi chiedo a volte- per la natura stessa delle mie ricerche, immerse nelle manifestazioni di religiosità calabrese contemporanea, là dove la linea di demarcazione con il magico si configura come una membrana che dà coesione sincretica ai fenomeni, ho spesso incontrato il dolore. Sono per lo più le donne che intrattengono tuttora una frequentazione di prossimità e reciprocità con i mondi spirituali dell’esistenza, con quella surnatura di anime defunte, di figure divine, sante e angeliche. Le donne che incontro e che si aprono con una gratuità e una generosità che di per sé suscita emozione, parlano di sofferenza. Conoscono bene la bestia che si annida nella gabbia toracica, silente affonda i propri artigli nello sterno, stritola gli organi della fonazione e lentamente deforma i tratti in un urlo muto che non ha più la ritualità del pianto funebre tradizionale che elaborava, nel gesto drammatico, ogni lutto, ogni perdita, consegnandoli al planctus d’una Madre che indica sempre la rinascita oltre ogni fine. È dolore che scava rughe come solchi, che assottiglia la grana della pelle intorno agli occhi, macchiandoli di ombra. Una ricognizione delle richieste di intercessione alle figure divine o di intervento alle figure mistiche intermediarie, in controluce lascia emergere un quadro delle urgenze esistenziali e non, del bisogno di rassicurazione che si proietta nei mondi spirituali, quando quello del contingente sembra muto di risposte. Un tempo la crisi si manifestava nella precarietà dei raccolti, e allora molti riti celebravano i santi in cerca di pioggia benefica, oppure nella moria di animali domestici fondamentali all’economia, e allora si preparavano ex voto per questi ultimi e, quando il reiterarsi di malattie e morti di animali diventava insostenibile, se ne rintracciava la causa in forme di maleficio operate volontariamente e si procedeva secondo un codice di individuazione e risoluzione del problema attraverso operatori del magico. Oggi le richieste di intercessione veicolano, in maniera sempre più drammatica, la necessità di aiuto nella disoccupazione che ormai sembra cronicizzata. La mancanza di lavoro è il dato forse più doloroso con cui fare i conti se si è scelto di rimanere nella nostra regione, con tutto il suo corollario di reti clientelari, situazioni contrattuali ai margini della legalità, mobbing e sfruttamenti di vario genere. Alla donna che parla con gli angeli si chiede «Troverò un lavoro? Riuscirò a superare il concorso?». Accanto a questa, la paura che maggiormente traspare è legata al diffondersi esponenziale di malattie. «Cos’è che ci sta ammazzando tutti di cancro?» si sente sempre più spesso. «È l’aria? L’acqua che beviamo? Quello che mangiamo?». I più attenti alle dinamiche di queste patologie si chiedono se i nostri fiumi, le nostre acque, le nostre montagne siano stati violati, naturalmente a nostra insaputa e grazie alle mafie locali, anche da rifiuti tossici. Certo, finché non si istituiranno registri dei tumori provinciali e regionali non sarà possibile portare il sospetto alla dignità di un’indagine sanitaria su ampia scala.

Accanto al dolore, emerge la consapevolezza amara che nei nostri paesi e nei quadri dirigenti regionali sembrano non esserci più destre sinistre e centri, ma vertici adamantini sempre più sfavillanti e masse sempre più consistenti, sempre più disperate. E la rabbia di assistere a volte impotenti al “trasferimento d’ufficio” di quei pochi che dai propri posti istituzionali cercano di far luce e pulizia. Si è ampiamente parlato da queste pagine del ruolo fondamentale della politica che non può essere confusa solo con una “partitica” da rinnovare e ridiscutere e sono pure emerse proposte molto valide.

Qui voglio semplicemente ritagliare uno spazio traendo ispirazione dal mio terreno stesso, quel mondo femminile che è fonte di risorse talora inimmaginabili, che incede nel sommerso, lontano dai riflettori e costruendo quotidianamente il senso dell’esistenza oltre ogni lacerazione e ogni sferzata. Le donne meridionali, se la società contadina le aveva relegate in un ruolo subalterno rigidamente controllato dall’istituto patriarcale della famiglia, hanno tuttavia sempre svolto l’importante compito della trasmissione dei saperi ai figli attraverso l’inculturazione informale. Erano le madri, le nonne, le zie a educare, a tramandare il discernimento tra il desiderabile e l’esecrabile, tra valori e tabù sociali, insieme a tutto quel corpus di credenze in cui l’universo tradizionale trovava coerenza. A volte dimostravano veramente anticorpi belluini nella resistenza a oltranza alle forze contrarie: i lutti continui tingevano di nero i loro abiti e ne incanutivano prematuramente i capelli, ma non sembravano scalfire quel vigore ferino pronto a manifestarsi, ad esempio, in difesa dei propri figli. Non mettevano in ombra quella solidarietà che si svelava nella condivisione: se la vicina di casa versava in condizioni disperate, non ci si limitava a spartire il lievito per la panificazione, ma si offrivano focacce e vivande per collaborare al nutrimento dei bambini. Cosa resta oggi di queste donne, di questo femminino calabrese fatto di dolore ma anche di solidarietà e di speranza? Ancora una volta ritorno alle donne che ho conosciuto, richiamandone qualcuna alla memoria.

C’è chi afferma di non credere al valore della cultura come mezzo di cambiamento. Qualsiasi accezione si voglia dare al termine, quella più ampia antropologica o ristretta al solo senso di istruzione, provate un po’ a dirlo alla nonna che ho incontrato a Guardavalle che la cultura è inutile. Oggi più che ottantenne, era analfabeta come tante sue coetanee con cui condivideva la provenienza sociale. Una vita di lavoro alle spalle, ma non si era mai rassegnata alla sua condizione: ormai in pensione, a una delle nipoti che frequentava le scuole superiori chiede di insegnarle a leggere e a scrivere. Innumerevoli pomeriggi trascorsi a memorizzare pazientemente l’alfabeto, a ricopiare vocali e consonanti con grafia dapprima malferma poi sempre più spedita. E finalmente la magia della lettura le si è schiusa e, oltre che appassionata lettrice nonostante un ictus l’abbia molto affaticata, è arrivata a redigere un suo diario di memorie, in cui manifesta la ritrovata libertà. Non a caso gli universi tradizionali assegnavano alla scrittura un valore sacrale.

C’è chi è pronto ad accasciarsi affermando che la nostra regione è ormai priva di speranza. Provate a dirlo alla vedova del Crotonese che con una tenerezza senza eguali mi ha confidato che, nei momenti peggiori, quelli in cui le staffilate della vita diventano stanchezza che spossa le fibre, si rivolge alla Vergine chiedendole di poter poggiare il proprio capo sulle sue ginocchia, solo per riposarsi un po’. In questo gesto del pensiero che rievoca la culla materna, questa donna rigenera la forza di procedere e va avanti. E la contadina ottantenne di un paese della valle del Savuto: vent’anni fa ha subito un intervento duro come un combattimento, il chirurgo aveva espresso ai figli grossi dubbi sulla possibilità di sopravvivenza. Sguardo colmo di fiduciosa sicurezza, racconta l’episodio dicendomi sorridente: «Lo sapevo che non morivo. Certo che mi sono svegliata dai ferri! Potevo lasciare i miei figli e mio marito e andarmene così?».

Altri insistono che ormai c’è solo un imperante desiderio di vendetta che non lascia spazio a nessuna forma di solidarietà. Provate a dirlo alla parrucchiera che ha saputo, negli anni, trasformare il suo salone in un centro propulsore di sostegno, creando una sorta di rete di salvataggio tra le clienti-amiche. Tra un taglio alla moda e un’acconciatura da cerimonia, la donna che ha dovuto lottare contro i postumi di una perdita grave dà coraggio all’altra che sta affrontando un male e la ragazza che sta superando la sua personale battaglia per la ricerca di lavoro offre la propria competenza alla nonna che ha appena appreso della malattia di un nipote. Parlate, infine, di vendetta a quelle donne che non hanno esitato ad aiutare la vedova che ha perso il marito in un agguato, perché in lei riuscivano a vedere non più la donna del mafioso, ma una madre sola con figli ancora piccoli.

Gli esempi potrebbero proseguire a lungo. C’è ancora tutta una Calabria al femminile, che parla di dolore ma invita anche alla speranza nel quotidiano procedere e costruire lontano dai clamori mediatici. Dobbiamo forse riscoprirla, valorizzarla, farne risorsa e modello di una politica intesa come partecipazione al vivere civile, fondata su una solidarietà e un coraggio che non si limitano all’astratto o all’utopico. È parte di quel retroterra individuale che alberga nella memoria di ognuno, uomo o donna che sia, è volto di madre, sorella, nonna o zia: sono gli “ultimi veri” quelli da cui dobbiamo trarre forze di trasformazione?

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La politica, la comunicazione, il bello
di Cataldo Perri

Giorno 21 settembre Vito Teti sarà a Cariati per un incontro programmato da tempo dall’Amministrazione Comunale all’interno delle proposte culturali estate 2007 che vanno sotto il titolo “Il suono , il segno, la memoria”.
Alla luce degli avvenimenti tragici di Duisburg e del grido di dolore lanciato da Vito Teti sulla stampa e condiviso da tanti altri intellettuali, associazioni culturali e sottoscritto da qualificati artisti regionali e nazionali, l’incontro di Cariati acquista una valenza particolare che travalica di fatto l’aspetto meramente culturale(Identità e senso dei luoghi)per assurgere ad un momento di riflessione corale sulla questione morale, cultura della legalità, mafia, nuova coscienza antimafia, impegno per una nuova Calabria
Il “Che fare” riproposto dall’accorato appello di Teti, ci coinvolge tutti, nessuno escluso.
Fra le tante riflessioni e suggerimenti di intellettuali e politici, uno dei temi ricorrenti e centrali sempre citato come antidoto alla barbarie mafiosa è quello dell’impegno culturale.
Da questo punto si dovrà partire per dare una speranza alla Calabria che verrà ,non prescindendo però da una forte azione sinergica di tutti gli apparati dello Stato: Magistratura, Forze dell’ordine, Pubblica Amministrazione.
Personalmente credo che le direttrici da seguire contemporaneamente siano molteplici per contrastare la piovra della cultura mafiosa ed ognuna ha il carattere di urgenza.

1) AZIONE REPRESSIVA

La meritoria azione repressiva e rischiosa delle forze dell’ordine porta spesso all’arresto di tanti criminali , troppo spesso però i cavilli di legge o addirittura una errata notifica vanificano il lavoro investigativo di anni, lasciando liberi incalliti delinquenti che sfruttano i diritti e le garanzie democratiche per distruggere le garanzie, il futuro e la vita di tanti onesti cittadini.
Per militanza politica e scelta ideologica sono stato forgiato alla cultura del diritto , del garantismo , del rispetto della privacy, dei diritti civili. Mi chiedo ora però ,alla soglia dell’andropausa : se una delle poche industrie calabresi in espansione è quella Ndranghetista che si internazionalizza con ritmi di crescita e di penetrazione, tipica delle grandi multinazionali, qualcosa che non ha funzionato in questo sistema legislativo- repressivo ci dovrà pur essere.
Se la mafia calabrese è ai vertici di questa miserevole e poco nobile classifica mondiale allora BISOGNA PRENDERE ATTO che lo Stato finora sta perdendo la sua battaglia con l’antistato.
Io farei girare intanto un questionario nella nostra Regione , soprattutto attraverso la stampa regionale,con qualche domanda tipo : Sei disposto a rinunciare ad un po’ della tua privacy per una battaglia radicale e più efficace contro la mafia?
Credo che oggi sarebbero molti i cittadini che potrebbero rispondere affermativamente, atteso che il diritto di vivere dignitosamente in Calabria è quotidianamente calpestato dalla piovra mafiosa che fa chiudere esercizi commerciali, brucia cantieri che non pagano il pizzo, perpetra attentati contro gli amministratori onesti che non scendono a patti scellerati , fa fuggire chi vorrebbe investire onestamente, alimentando così la fuga di tanti giovani dalla nostra terra che non vogliono essere vittime di condizionamenti politico mafiosi
Molte volte il sentire della gente comune è intriso di saggezza.
Nei nostri paesi tutti sanno di tutti , il mafioso manovale per esercitare il suo potere di condizionamento ha bisogno che sia riconosciuto come tale compiendo una scientifica operazione di marketing delinquenziale( si mettono in essere linguaggi e rituali codificati e riconoscibili, dalla sgommata delle auto, al tono della voce ad un corredo di catene d’oro, braccialetti, crocefissi , tatuaggi spudorati e paradossali , ho visto una volta un emitorace occupato da un tatuaggio di Padre Pio con sotto scritto “Proteggimi” e sul braccio un teschio con sotto scritto “Non ti temo”). Allora se tutta la città conosce bene gli adepti della delinquenza locale e chi fa apologia di cultura mafiosa perché la legge , lo Stato non mette in campo tutte le iniziative repressive e preventive, anche autoritarie se necessario, come col terrorismo? Controllo quotidiano e soprattutto notturno , svegliarli tutte le notti e far capire loro che è veramente svantaggioso sfidare lo stato e la società civile. Credo che la “cultura” mafiosa , ad un certo livello, avendo un codice basato solo sul riconoscimento e sul rispetto di chi è più forte fisicamente, per essere contrastata,oltre al fondamentale momento della prevenzione, abbia bisogno di uno stato che mostri anche i muscoli.
Il codice della strada è opportunamente divenuto più rigoroso per la sicurezza dei cittadini , però a volte è quasi paradossale che ti arriva una multa per aver superato di 5 km il limite imposto e vedere passeggiare sulla stessa strada carne umana venduta al macello della prostituzione. Credo che la dove c’è una sola prostituta , il più delle volte schiavizzata, violentata , sfruttata e molte volte uccisa da un magnaccia mafioso, la non c’è educazione alla legalità , non c’è lo Stato né la civiltà dei diritti umani.
Collaboratori di giustizia , 41 bis , sono stati strumenti importanti per combattere la piovra ma altri ancora ne vanno messi in campo.
Il terrorismo è quasi debellato proprio per le leggi speciali che lo contrastano, la questione mafiosa necessita della stessa terapia d’urto, a tutti livelli ,senza essere fregati dalla sindrome di essere considerato un reazionario di destra se si pensa in termini di maggior controllo del territorio e di uno Stato che mostri la giusta adeguata forza . Il momento storico che viviamo è questo, intriso da troppa violenza , troppo sangue e da troppa corruzione. Per fortuna da più parti si sente dire che la sicurezza non è né di destra né di sinistra, la sicurezza è la “conditio sine qua non” del vivere civile e presupposto indispensabile per aspirare alla felicità.

2) Politiche sociali e prevenzione

La manovalanza della criminalità organizzata non è altro che uno dei tanti tasselli che compongono la piovra , la più appariscente , la più riconoscibile, la più attaccabile , i vertici hanno altri rituali, altri linguaggi, altre e “alte” frequentazioni. Al contrario dei manovali hanno rituali di eleganti uomini d’affari e dell’alta finanza.
Allora per combattere il reclutamento della manovalanza mafiosa bisogna intervenire in maniera decisa e convinta sulle politiche sociali(come ricorda, con una lucidissima analisi, Pino De Lucia presidente della cooperativa sociale Agorà di Crotone che ha subìto varie intimidazioni mafiose e attentati alle strutture della cooperativa) perseguendo un’azione di recupero delle fasce socialmente più deboli. In particolare: figli di carcerati, disoccupati, drogati, che vivono in quartieri ghetto degradati sono prima vittime e poi carnefici della mafia, in una spirale di solitudine e di violenza. “L’onorata società” viene vista dapprima come unica occasione di lavoro e poi come affrancamento dall’anonimato sociale , anzi strumento di riscatto e di “prestigio”.Queste motivazioni il più delle volte sono alla base del salto nel baratro di tanti nostri giovani che non hanno stimoli e modelli alternativi né dalla famiglia né dalla società né dalle istituzioni.
Allora come opportunamente ricorda De Lucia è tempo che la Regione Calabria, dopo aver recepito la legge sulle politiche sociali (Livia Turco 328/2000), si faccia carico, con l’urgenza dettata anche dall’emergenza criminale, di una sua completa attuazione programmando con rigore e dare così risposte alle troppe sacche di emarginazione ,”vivaio” della manovalanza mafiosa.

3)Strategie di comunicazione antimafia

Il “fascino” che ancora esercita il mafioso coraggioso , uomo d’onore, uomo di rispetto (a volte suffragato anche da operazioni discografiche e cinematografiche per lo meno discutibili sul piano educativo come ci ricorda Francesca Viscone) dovrebbe essere contrastato con un’operazione di comunicazione sociale tipo pubblicità progresso.
Oltre ad appendere alle pareti di tanti uffici i bei quadretti retorici e rassicuranti tipo: “Se saprai essere saldo nella bufera ……sarai un vero uomo ecc ecc.”
Proporrò nei prossimi giorni alla giunta della nostra amministrazione comunale una campagna con un manifesto da affiggere nelle scuole e nei pubblici uffici tipo: “ Se sei capace di sparare alle spalle un inerme cittadino, sei un vero mafioso. Se hai il coraggio di sciogliere un bambino in una vasca piena di acido sei un vero uomo d’onore. Se hai il coraggio di estorcere con la forza di una pistola il danaro guadagnato con il sudore e i sacrifici altrui, non sei un parassita, ma un vero mafioso. Se hai il coraggio , la forza di schiavizzare e far prostituire una ragazza venuta nella nostra terra per fame e disperazione sei un vero mafioso. Ecc ecc “
Gli esercizi pubblici se lo vorranno , le scuole potrebbero ospitare questi manifesti antimafia ed educare già dall’età scolare alla cultura della legalità e fare chiarezza sulle qualità degli uomini d’onore e di rispetto, avvolti ancora troppo spesso in un alone di “fascino e giustificazione popolare”. La gente di Calabria dovrà fare anche su questo fronte una sana necessaria autocritica , bando alla cultura dell’illegalità sia che venga dall’alto ma sia che venga come domanda dal basso.

4) Politiche culturali e marchio legalità

Nel primo punto avevo parlato dell’urgenza di una politica repressiva più rigorosa contro i manovali di mafia che si sporcano le mani , prime vittime della loro ignoranza . Rischiano la vita ed il carcere , perché è il livello più esposto, più riconoscibile, più facile da colpire. Ma il livello più pericoloso , la madre di tutte le mafie è l’infiltrazione ed il condizionamento criminale all’interno della pubblica amministrazione. Selezionare e votare una classe politica forgiata alla cultura della legalità, è una questione inderogabile e straordinariamente urgente.
Nello scorso mese di marzo in occasione di un incontro del comitato sicurezza e legalità di 52 comuni dell’ area della Sibaritide, in qualità di vice sindaco di Cariati e alla presenza del Prefetto Francesco Musolino (ex Prefetto di Cosenza) e del vice Ministro Marco Minniti ho proposto l'istituzione del MARCHIO LEGALITA' .
Tale proposta è stata recepita sia dal Vice Ministro sia dal Prefetto che ha voluto approfondirla e perfezionarla in un fruttuoso incontro in Prefettura.
Tale marchio dovrebbe essere assegnato dalla Prefettura a quei Comuni che, dopo aver sottoscritto un protocollo di azione amministrativa improntata alla massima trasparenza e legalità, avranno meritato tale riconoscimento a consuntivo di un periodo amministrativo.Il protocollo guida prevede la pubblicazioni di tutti gli atti istituzionali (sia le delibere che le determine) su internet , Il rigoroso e prestigioso marchio potrà privilegiare quei comuni che avranno investito in attività finalizzate alla diffusione della cultura della legalità (concorsi teatrali a tema, istituzione del giorno della Memoria nelle scuole per ricordare le vittime di mafia, seminari sulla cultura delle regole .....).Il marchio potrebbe essere affisso alla cartellonistica di entrata delle città che lo avranno meritato (Città antimafia) , dando così lustro agli abitanti ed all'amministrazione comunale . Tale riconoscimento potrebbe comportare anche dei vantaggi concreti ,quali contributi straordinari dal Ministero degli Interni, da investire nel sociale e nelle iniziative culturali (tipo Anfiteatro e Teatro antimafia). Potrebbe essere questa una inversione di tendenza, invece di inviare a posteriori esercito o forze di polizia e creare una regione militarizzata con relativi gravi costi economici si potrebbe lavorare per mettere in moto tutte quelle idee e progetti tesi ad una sana politica amministrativa e a contrastare la mafia e la cultura mafiosa.
I vari comuni, per guadagnare tale marchio, sarebbero inevitabilmente coinvolti in una gara verso una prassi amministrativa virtuosa e gli elettori, soprattutto, sarebbero motivati a selezionare una classe politica al di sopra di ogni sospetto e senza precedenti penali, prima condizione e garanzia per meritare il marchio legalità. I cittadini elettori capirebbero ancora di più che mafia e illegalità sono sinonimo di barbarie, arretratezza, violenza, povertà , disoccupazione, sfregio all’ambiente, mentre le città che avranno meritato il marchio legalità oltre alla pace sociale ed al prestigio morale avranno concreti finanziamenti per lo sviluppo economico ,culturale e civile. Combattere la mafia, la cultura mafiosa e la Malamministrazione conviene non solo per la serenità delle nostre coscienze ma anche per le opportunità che si aprirebbero per le nostre città e i nostri figli.
La terra di Calabria non merita Uomini d'onore ma uomini d'amore.

Con queste parole chiudevo la mia proposta del marchio legalità.
Non so se tale iniziativa porterà dei frutti concreti, ma credo che sia giunto il momento in cui tutti, nessuno escluso, può permettersi il lusso di fare il moralista alla finestra e gratificarsi di non aver mai sbagliato perché non ha mai detto, fatto o urlato nulla.

5) L’arte, il bello e la mafia

A seguito del grido di dolore di Vito Teti , molti artisti hanno sentito il dovere di firmare un documento proposto dal centro R.A.T di Cosenza e manifestato l’intento di mettere a disposizione di questa battaglia la loro arte.
La cultura del bello, ricorda l’arcivescovo Bregantini altro pilastro morale della nostra terra , può combattere la cultura mafiosa.
L’ambiente sociale ma anche l’ambiente urbano, come tanti studiosi e lo stesso Teti affermano, concorre alla nostra identità .Un posto bello , pieno di verde e l’arte, aggiungerei io, concorrono in egual misura a stimolare riflessioni positive e dispone l’animo umano verso sentimenti di pace ,mentre un posto violentato dal cemento, inquinato e degradato ci comunica che è stato pensato da uomini insensibili ,cinici, spregiudicati , stimola quindi sensazioni negative che troppe volte vengono somatizzate (tachicardia, spasmi gastrointestinali, ansia, violenza).
Il “Kalòs kay agatòs” dei Greci è nella nostra memoria ancestrale.
C’è una proposta del centro Rat di Cosenza di fare un meeting di artisti in Aspromonte oltre ad altre iniziative.
Colgo l’occasione per proporre una carovana antimafia di artisti e associazioni culturali e di volontariato che tocchi le 5 province per allestire spettacoli teatrali e concerti a tema contro la piovra , ricordi tutte le vittime di mafia con mostre e/o altre iniziative. Si potrebbe fare magari a partire dal primo sabato di dicembre e a cadenza mensile ogni primo sabato.
A tali iniziative dovrebbero partecipare tutte le scuole del territorio e ogni piazza delle nostre province dovrà urlare “No alla cultura della morte, no alla Mafia”.
E … magari il prossimo anno in occasione dell’anniversario della strage terribile di Duisburg, la carovana antimafia degli artisti Calabresi potrebbe recarsi in quella stessa piazza che ha fatto conoscere ai tedeschi la barbarie della Ndrangheta e gridare a tutto il mondo che oltre a quella piccolissima parte di delinquenti ,vittime della loro ignoranza e della loro violenza, la nostra terra è abitata da persone libere, oneste, laboriose,sensibili, che amano l’arte , il bello, la cultura e la pace.
Lo dobbiamo a noi stessi , ai nostri figli , ma soprattutto ai nostri emigranti che di quella strage hanno pagato il prezzo più pesante.

Cataldo Perri info@cataldoperri.it
Medico per mangiare
Musicista per vivere
Temporaneamente Vice Sindaco

 

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Cambiamo insieme la politica
di Doris Lo Moro
Assessore regionale alla salute

La discussione che si è sviluppata intorno al “Manifesto per la nuova Calabria” di Vito Teti pubblicato su “il Quotidiano” di sabato 25 agosto rappresenta per la nostra Regione un evento positivo dell’estate che volge a termine.
La prima considerazione che mi viene da fare per chiarire il mio punto di vista è che si è trattato di una discussione che, se ha coinvolto prevalentemente docenti ed operatori culturali, si è caratterizzata soprattutto per la sua valenza politica. Più volte nel dibattito è stata invocata la “politica” ma l’aspetto innovativo è stato occuparne gli spazi progettuali e dare testimonianza di una Calabria pronta al rinnovo della sua classe dirigente, con uomini e donne che, senza rivendicare ruoli e prebende di alcun genere, disvelano una prima urgenza, quella di abbattere il muro costruito negli anni tra i politici di professione e gli intellettuali di professione e andare verso un gruppo dirigente plurale in cui ognuno trovi spazio e responsabilità per dare il proprio contributo in termini di analisi e di progetto ma anche di capacità di portare avanti efficaci strategie di cambiamento.
Spesso si parla dei tanti che hanno lasciato la Calabria e sono diventati classe dirigente in altri luoghi. È giusto parlarne e creare meccanismi che favoriscano il rientro, soprattutto dei giovani che non hanno ancora radicato la loro vita altrove.
Contestualmente però, mentre si lavora perchè andare via non continui ad essere una necessità, non si può continuare ad oscurare i tanti che sono rimasti e che potrebbero dare un contributo maggiore.

In molti interventi è stato sottolineato il primato della politica. Quello che però è ora di spezzare è il rapporto di identità che si è via via accreditato tra politica e politici. È politico il dibattito svolto e il contributo offerto dal “Manifesto” e dagli interventi che si sono succeduti. Sono politici gli interrogativi sul valore della “tradizione” che emergono soprattutto con riferimento alla pseudo-cultura mafiosa e ’ndranghetista. Ma se si ha consapevolezza di ciò non si può essere disponibili oltre alle timidezze o peggio all’omissione (tratto caratteristico della nostra cultura, secondo le riflessioni illuminanti di Fulvio Librandi).
Il dibattito non si può concludere con la soddisfazione intellettualistica di essersi capiti e di aver scritto una bella pagina di cultura calabrese. Deve necessariamente invadere il campo della politica e può farlo soprattutto oggi, in un momento in cui i partiti sono perfettamente consapevoli di non avercela fatta, nel momento in cui si è davanti a processi di formazione di nuovi partiti e si parla dichiaratamente della necessità di una Politica inclusiva, innovata negli elementi organizzativi e
progettuali ma anche nei comportamenti.
E non si tratta necessariamente di diventare tutti “politici” ma di assumersi comunque la responsabilità di non trascurare il valore progettuale e, quindi, politico del contributo che si ha la responsabilità, oltre che il diritto, di offrire.
Certo la separatezza e la difficile comunicazione tra ambienti non è un problema specificamente calabrese. Il punto è che la discussione si svolge in un momento in cui, per un verso, la credibilità calabrese è ai minimi storici e, per un altro, si ha la consapevolezza che la contaminazione tra
cultura e ambienti diversi è la strada giusta per il rafforzamento della risposta politica e di governo, di cui si ha urgente bisogno in Italia, ed ancor più nella nostra Regione. È la difficoltà in cui ci troviamo che non consente né di chiamarsi fuori né di tenere fuori alcuno.

Un problema con cui la Calabria deve fare i conti è rappresentato dal difficile rapporto tra le nostre Università e il territorio. Anche questo non è un problema solo nostro. Resta il fatto però che le nostre sono tutte facoltà ed università relativamente giovani, il che rende più critica la situazione e più urgente una maggiore integrazione tra gli atenei e il contesto economico, sociale, culturale, ma anche politico, della nostra terra.
Vito Teti, Mimmo Certosino e tanti altri nostri docenti stanno sicuramente influendo sulla formazione dei nostri giovani. Bisogna andare oltre gli apporti individuali sui singoli. Bisogna che l’apporto delle nostre Università diventi un fatto sistematico e caratterizzi, arricchendoli, la loro missione istituzionale e il loro ambito di influenza.
La responsabilità maggiore è bruciare i tempi, sapendo che colmare il gap con Regioni ricche della storia dei Comuni e delle Università richiede un grosso sforzo ma rappresenta anche una responsabilità ed un’opportunità.

Negli ultimi due anni mi sono occupata, da assessore regionale, di sanità. Un settore difficile, in cui si incrociano e quasi si sovrappongono difficoltà strutturali ed organizzative, carenze progettuali nell’impostazione del sistema, interessi enormi radicati nel tempo e difficili da smuovere, inadeguatezza delle risorse economiche ma anche di quelle umane, sprechi rilevanti a volte difficili anche da localizzare, consuetudini amministrative e gestionali tendenti alla clientela ed alla cattiva amministrazione. Una situazione difficile che comporta tante difficoltà e richiede fatica e costanza. Ma, c’è da chiedersi, è tutta colpa della politica, della cattiva politica invadente e onnipresente, interessata alla gestione e alla ricerca del consenso con metodi clientelari? E la politica, che in Calabria, come altrove, ha divorato ogni spazio, ad essere l’unica responsabile? E, dunque, la soluzione al problema deve trovarla la politica, o meglio devono trovarla i politici? Io penso che la classe politica abbia grande responsabilità per il passato ed abbia un ruolo determinante per il presente ed il futuro. Ma penso anche che è ora di capire che l’attività politica non può prescindere dalle competenze e che è una responsabilità anche di chi è in grado di offrire elementi utili al cambiamento farsi avanti. Mi piacerebbe pensare che gli operatori del settore invadano i luoghi della politica non più per rincorrere privilegi e sbocchi professionali individuali ma per fornire indicazioni e competenze sulle strategie da seguire per assicurare alla Calabria e a noi cittadini calabresi quelle risposte al nostro diritto di salute che per troppo tempo abbiamo cercato fuori regione. E vedo importanti segnali in questo senso, soprattutto nelle rappresentanze che nel settore sono veramente numerose.
Così come registro una tendenza ad aprirsi e a mettersi in rete anche in quanti (tantissimi, per la verità) sono rimasti, nel tempo, al loro posto, spesso in luoghi non abitati dalla politica, e hanno curato la loro formazione e i loro malati, creando tanti luoghi di buona sanità che oggi garantiscono la possibilità di assicurare buone risposte all’attualità, mentre si percorre l’obiettivo di un sistema calabrese “normale”, omogeneo e di qualità su tutto il territorio. Mi piacerebbe pure poter contare su un più intensa collaborazione con le Università, ed in particolare su un rapporto con la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Catanzaro più distaccato dai problemi “aziendali” e più proiettato nel campo della ricerca e della programmazione sanitaria. E in questo senso un segnale importante è rappresentato dalla volontà dichiarata dalla Giunta Regionale ma anche dal Preside di Facoltà e dal Rettore di lavorare per obiettivi comuni.

La situazione calabrese è difficile; è difficile al punto che spesso si ha l’impressione che tutto quello che si produce viene inghiottito dalle continue emergenze e dall’ossessione quotidiana che sembra aver contagiato un po’ tutti di sottolineare continuamente le criticità. Si sono verificati fatti così negativi da provare duramente l’opinione pubblica. Anche la classe politica può trovarsi in situazioni di disagio, soprattutto quando, come avviene in questo momento a livello regionale, ha il dovere di rappresentare una Calabria che a tratti appare impresentabile.
Tutti abbiamo consapevolezza della necessità di innovare la politica. Potremmo cominciare a pensare, se non tutti in tanti, che il cambiamento è possibile e che è necessario un ceto politico contaminato dalla passione chi non si è mai cimentato, dalla competenza del mondo delle professioni, dall’audacia del mondo della sana imprenditoria, dalla freschezza dei nostri giovani e dalla concretezza delle nostre donne, da tante altre cose che i calabresi, quelli rimasti in Calabria e quelli che vogliono tornare, devono trovare la forza di mettere al servizio della propria terra.

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L'eco del Manifesto
di Domenico Minuto

 Ho vissuto un mese con l'eco nel cuore del "Manifesto" di Vito Teti: anche prima che lo scrivesse, per l'accentuarsi dei problemi che l'hanno provocato, presenti da una vita a noi calabresi, e la necessità delle sue risposte, che ansiosamente ci riproponiamo. Perciò già tanti hanno colloquiato con Vito sulle pagine ospitali del "Quotidiano", efficace organo di riflessione, oltre che di informazione. La vasta eco del "Manifesto" ha mostrato pure quanti figli innamorati ha ancora la nostra vecchia madre, e mi riferisco con questo appellativo sia alla terra di Calabria sia alla gente che l'ha abitata e continua ad abitarla: sono tanti questi figli amorosi, che forse è vicino il tempo in cui si potrà tentare una rivoluzione copernicana simile a quella che ha deciso l'associazione degli industriali siciliani nei confronti del pizzo. I problemi che ci inquietano sono complessi e contraddittori come la vita, e le soluzioni, per quanto meditate e ampie, sono necessariamente parziali. Due idee mi hanno particolarmente coinvolto: la responsabilità degli intellettuali calabresi, di cui parla diffusamente Vito, e la necessità dell'educazione alla bellezza, messa in rilievo da alcune risposte al "Manifesto". Accennerò in chiusura ad una terza idea.

Questo mese inquietante mi ha attraversato mentre ero in villeggiatura ad Ellera di Camini. Da molto tempo torno ad Ellera d'estate e forse, se Dio vuole, continuerò a farlo: non per il mare, sempre sporcato da persistenti bollicine e più volte latore di sporcizie più consistenti e indicibili; ma per la gente. A Ellera, a Camini, a Monasterace, ovviamente a Riace con le sue case albergo, luoghi da me frequentati quasi quotidianamente, la pace è un valore oggettivo. È più della quiete, che pure c'è, perché proviene da un diffuso reciproco rispetto, affettuoso, non mafioso. Si lasciano gli oggetti sulla spiaggia, e il giorno dopo si ritrovano. Per "comprare" qualcosa in un chioschetto gestito da una famiglia di Camini, ogni giorno dovevo richiamare a gran voce qualcuno, perché è normalmente incustodito. E "comprare" significa questo, ad esempio: un chilo di fichi, un euro, con l'aggiunta di due chili regalati. Fra gli innumerevoli giovani senza lavoro, uno mi ha detto che gli avevano proposto di lavorare in nero per tre euro l'ora. Una giovane aveva potuto partecipare ad un corso della Regione ed aveva trovato impiego per sei mesi, pagati dalla Regione per conto di una ditta, che poi avrebbe dovuto assumerla regolarmente, ma non l'ha fatto; la chiama ogni tanto, la sfrutta nel lavoro, e lei deve stare zitta, altrimenti perde anche questo saltuario beneficio. La corsa alla privatizzazione spera falsamente che il privato abbia interesse ad una buona conduzione della sua impresa, mentre normalmente egli vuole soltanto lucrare più che può, sfruttando la disperata richiesta di lavoro. E il lavoro manca, perché è stato cancellato dalle leggi umane di una economia disumana. Una volta sui pullman di linea c'erano l'autista e il bigliettaio; poi, per lungo tempo, il bigliettaio saliva lungo il tragitto e scendeva subito dopo avere svolto il suo compito. Ora il bigliettaio non c'è più: a un certo punto l'autista ferma la vettura e fa i biglietti. Sono posti di lavoro risparmiati, ma per quale fine? Ancora una volta, per la regola del lucro, che vige in tutto il mondo, disseminandolo di vittime. Io, però, ultrasettantenne, per disposizione regionale, pago la metà del biglietto, perché la società di oggi ce l'ha soprattutto con i giovani: e li distrugge, moralmente e fisicamente, in ossequio all'economia. Fra pochi anni, della dignitosa tradizione civica che ancora si gode nella Stilitide, resterà solo la disperazione di coloro che oggi sono giovani senza futuro. Non ha niente a che fare questa realtà con la sciagura di Duisburg? Quali valori alternativi alla concretezza mafiosa abbiamo inculcato ai giovani che ne sono stati coinvolti? Le responsabilità della scuola sono evidentissime, ma non sono soltanto di questa istituzione, devastata dai professori universitari di pedagogia che forse non hanno mai fatto esperienza con una scolaresca reale. Tutti gli intellettuali, cioè coloro che servono la società con la testa, nell'ambito del loro servizio esercitano un potere gestionale ed educativo: essi conformano gli aspetti del vivere civile e formano la mentalità. Anche lasciando stare la lotta al dio lucro, che ha un volto planetario, come ci siamo impegnati, a dir poco negli ultimi cento anni, a comprendere la civiltà della nostra tradizione, a valorizzarla, a salvaguardarla da falsi miraggi? Mi riferisco ai docenti, in primo luogo, ma anche ai professionisti, ai sindacalisti, ai partiti politici, agli amministratori, agli "gnuri" che un tempo dominavano incontrastati e riveriti tutte le piccole comunità di Calabria. Anche la massoneria, che autorevoli pareri della magistratura ritengono detentrice del vero potere in Calabria, è forse costituita da muratori, come afferma l'etimologia francese del suo nome? Noi intellettuali abbiamo tradito e disonorato la Calabria. A Camini dove si respira un'aria di famiglia, ci sono spezzoni di case che parlano di età medievale; si intravede una bellezza antica che un tempo doveva esere affascinante. Essa è stata abbrutita da interventi edilizi scriteriati e stridenti, permessi da autorità a dir poco incompetenti. Se l'antico abitato ha trasmesso l'insegnamento di finezza e di decoro che ancora oggi si gode nel comportamento della gente, che cosa insegnerà alle nuove generazioni un luogo senza linguaggio umano? Entra in campo così la seconda idea, quella della bellezza.

A Roccella, che appare saggiamente amministrata, sono belli i ruderi restaurati della cittadina antica. Si visitano liberamente, perché sono incustoditi; non c'è guida, non ci sono dépliant illustrativi e nemmeno cartelloni esplicativi: vige il faidate. Sempre meglio di Monasterace, dove lo splendido tempio di Punta Stilo si può raggiungere o navigando fra le sterpaglie dalla parte della marina, oppure rischiando la vita lungo una curva a gomito della statale 106; per salire sullo stilobate, volendo, si può attraversare un cancello: c'è solo quello, ed è sgangherato. Se uno, poi, si avventura sull'acropoli dell'antica Caulonia, ha a sua disposizione un campo fitto di cocciame antico, custodito solo dal fatto che è segnalato vagamente. A due passi da Ellera (la contrada si chiama Torre Ellera, perché c'era una torre antica, polverizzata e cancellata non certo dai passeri solitari) si ergono imponenti i ruderi di San Leonzio, un monastero di origine bizantina, passato poi ai certosini e distrutto dal terremoto del 1783: nemmeno la gente del posto sa più che esiste questa realtà archeologica, e tutti pensano a San Leonte, una collinetta vicina posseduta da una famiglia baronale, forse in seguito alle operazioni di requisizione e di svendita della Cassa Sacra. Evidentemente, se si desse a qualche giovane il compito di custodire, pulire dalle sterpaglie e illustrare ai visitatori le nostre reliquie di un dignitoso passato, chiedendo un moderato contributo, piangerebbe il dio lucro; questa bestia, però, non piange, quando si spendono somme ingenti per ingombrare luoghi avvincenti come il parco archeologico della Roccelletta con sculture moderne di gusto raccapricciante. Così, lo splendido insegnamento di bellezza lasciatoci dalle generazioni passate si trasforma da noi in luoghi insignificanti e inselvaggiti. Lungo la costa della Locride, come in molti altri luoghi di Calabria, la cementificazione offre, anzi impone alla vista costruzioni interessanti per la loro insulsaggine. Esse, infatti, si distinguono non per la cattiva qualità del gusto, ma per la sua assenza. Le persone facoltose che le hanno volute, e quelle ignoranti che le hanno progettate, non hanno nessuna cultura architettonica. Anche se la scuola oggi ha perso molta capacità educativa, per quel poco che ancora detiene, ritengo indispensabile, da noi in Calabria, che in tutti i corsi di studio sia imposto come obbligatorio l'insegnamento della storia dell'architettura: soprattutto negli istituti tecnici, da dove provengono i geometri ai quali generalmente è demandata la progettazione degli edifici.

Anche l'altra disgrazia di questa estate, la vastità degli incendi e le loro conseguenze, talvolta tragiche, oltre alle feroci inadempienze locali, denunciate su "Repubblica" da Ilvo Diamanti e successivamente stigmatizzate con un crepitare di minacce a livello nazionale, denota un difficile rapporto fra la gente e la terra. Esso si manifesta al visitatore con un volto infernale del paesaggio, che per sua natura sarebbe carico di grazia appassionante. Osservava qualche giorno addietro frère Frédéric, che fa vivere nel silenzio l'affascinante monastero di Sant'Ilarione sulla riva dell'Allaro, che i Calabresi non amano la loro terra. Lo diceva per rimproverare la gente di tutte le immondizie che avevano lasciato a Ferragosto vicino al monastero. Ma mi piace accostare a questo giusto rimbrotto di frère Frédéric l'osservazione desolata di un anziano di Monasterace Superiore, deliziosa cittadina dentro un castello di età medievale e moderna: «Qui –mi diceva- un tempo c'erano dappertutto cumuli di grano e di tanti altri cereali e molta gente veniva a comprare. Ora non c'è più niente». E questo lamento fa eco all'osservazione di un commerciante di frutta a Monasterace Marina. Gli avevo chiesto se aveva pesche locali. «I locali –mi disse- non amano usare le medicine e le loro pesche sono tutte marce, non possono venderle». Ma non credo che sia vero; le pesche cosiddette "locali", dall'aspetto non standardizzato, costano meno e sono le più squisite. Nel campo dell'agricoltura, gli intellettuali competenti, non hanno forse qualcosa da rimproverarsi? Ma l'incenerimento del territorio, a mio parere, non è soltanto segno di una sua cattiva gestione, mescolata a squallidi interessi di pastori, di venditori di terreni edificabili, di soccorritori, eccetera. Manifesta una disperazione, tragica come i fattacci di Duisburg, e globalizzata: in Italia Meridionale, in Grecia, in Croazia, in Russia e chi sa da quante altre parti del mondo. Mi sembra il segno di un dissenso vasto, come quello della banlieue parigina. Ma così sono giunto alla terza idea.

Nel mese di agosto appena trascorso c'è stato pure uno sbarco di disperati tra Monasterace e Camini, diciamo sulla spiaggia di Ellera. Posso testimoniare l'immediata mobilitazione dei bagnanti per raccogliere acqua, cibi e vestiti in favore di questa gente venuta ancora una volta dal mare, come si è fatto in Calabria da millenni, anche se con diversi atteggiamenti. Qualche giorno dopo è uscito su "Repubblica" un articolo di Mia Farrow sull'«Inferno Darfur». Due eventi che ripropongono al nostro orrore la disumana condizione della maggioranza degli uomini nel pianeta terra. Non voglio scomodare Manzoni con la sua provvida sventura, ma credo a quello che dice. Con tutti i nostri guai di Calabresi infestati dal malaffare e dall'ignoranza, stiamo in Europa, che è miraggio dei disperati del mondo e cattiva servitrice delle multinazionali e della loro logica. La nostra sofferenza dentro questo continente attenua la nostra responsabilità di europei e ci avvicina alle vittime, così strettamente da immedesimarci con loro. Io credo che non possiamo rimuginare sui nostri guai soltanto fra di noi e nemmeno ci basta raccontarli agli italiani: dobbiamo aprirci al mondo, sollecitare le ong come "Mani tese" o "Volontari per lo sviluppo", seguire i loro consigli e fruire del loro sostegno. D'altra parte, non c'è periodo della storia calabrese che non sia stato attraversato da popoli di tutto il mondo. La Calabria, anche nei suoi problemi locali, muore di asfissia se non si apre al mondo intiero, come ha sempre fatto e come fa anche la ndranghita. E nel mondo ci sono soprattutto le vittime del dio lucro che ci sta ammazzando. Assieme a loro, dobbiamo lottare per il riscatto del mondo, e forse così troveremo anche il nostro riscatto.

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Il mio sì al Manifesto
di Mimmo Petullà

Sociologo, antropologo ed epistemologo delle religioni

Ho trovato molto interessante, esauriente e lucido, l’intervento formulato da Vito Teti, intitolato “Manifesto per la nuova Calabria. La cultura contro la violenza”, pubblicata su “Il Quotidiano”, sabato 25 agosto 2007. Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Vito Teti, nel contesto dell’Università della Calabria – presso il cui Dipartimento di Sociologia ho tenuto un Seminario – apprezzandone le doti di studioso profondo, fondate su una non comune e profetica sensibilità culturale. Sebbene il noto antropologo abbia tracciato un’ampia analisi, anche per ragioni di spazio mi permetterò di fare riferimento solo ad alcuni dei suoi significativi passaggi.

Da mettere in rilievo, innanzitutto, la considerazione secondo cui certe diffuse teorie tendano, ancora oggi, a estremizzare la natura della ndrangheta, riconducendola – troppo semplicisticamente – a una duplice, opposta e dissociata realtà: una come intrinsecamente tradizionale, l’altra come estrinsecamente globalizzante.

Nel primo caso, pur non sottovalutando le straordinarie capacità di estendere i suoi interessi economici in Europa come pure nel mondo, talune interpretazioni sostengono più precisamente che la ndrangheta – nella fattispecie la faida di San Luca – «non sarebbe altro che una manifestazione di quell’atavismo, di quell’arcaicità che regnerebbe in Calabria». Nel secondo caso, invece, non si esita di affermare che «certi comportamenti non avrebbero tanto a che fare con i valori e con la tradizione, con i sentimenti (sia pure negativi) ma sarebbero l’esito di una capacità della ndrangheta di modernizzarsi, di inserirsi all’interno delle istituzioni e delle banche, di creare economia anche legale».

Su entrambe le teorie formulate – «una potremmo chiamarla: “l’uso della tradizione ad uso esterno”, l’altra: “l’uso della modernità ad uso interno” – non raramente si consolidano di proposito, ne sono pienamente convinto anch’io, atteggiamenti ipocritamente, cinicamente e pericolosamente strumentali, i quali nel primo caso spingono – paradossalmente non i locali, bensì i forestieri – a considerare la Calabria stessa «naturalmente e culturalmente irrecuperabile, con il corollario che tanto vale trattarla come problema criminale e tenerla lontana dall’Europa dove non sarebbe degna di entrare». Dall’altra, invece, attivano un ineludibile processo di supina deresponsabilizzazione, il quale a sua volta porta ad accogliere – all’insegna del «mal comune mezzo gaudio» – la preoccupante e facilona convinzione secondo cui «la ndrangheta è dappertutto, quindi non è un problema nostro». Ci troviamo di fronte, mi sembra evidente, a un enorme equivoco, che oltre ad impoverire la realtà del fenomeno – il quale senza ombra di dubbio è molto più complesso – ne insterilisce inevitabilmente il dibattito intorno ad esso.

Il contributo di Vito Testi, non solo contestualizza il fenomeno nel suo reale e attualissimo orizzonte antropologico – culturale, ma impone di guardare in faccia il fenomeno. L’attenzione, difatti, è tra l’altro richiamata sul sottostimato fatto che, la ndrangheta, nella sua singolare e inarrestabile evoluzione, sia stata capace di pensare e di costruire una straordinaria sintesi tra il locale e il globale, tra la radice e le estese e frondose ramificazioni: ovviamente senza che lo scorrere dell’antica linfa – che ancora, costantemente, l’attraversa – subisse una soluzione di continuità. Mi sembra opportuno soffermarsi, ulteriormente, sull’importanza che racchiude quest’aspetto, il quale a mio parere consente – probabilmente più di qualsiasi altro – di raggiungere uno dei nuclei sensibili della questione.

La ndrangheta – che in un pubblico convegno sulla legalità mi permisi di definire come maestra e antesignana della globalizzazione – ha manifestato la sua straordinaria capacità di pervasività, collocandosi – oramai da decenni – nel contesto del mercato globale, con tutti i vantaggi connessi a tale processo: tra l’altro sottovalutato prima dall’Italia, successivamente dai paesi nei quali la stessa ndrangheta si è espansa. Intendo fare riferimento, nella fattispecie, allo straordinario intuito che la stessa ndrangheta ha avuto nel comprendere che, l’estensione a senso unico dei suoi interessi economici nel mercato globale, non sarebbe stata per niente sufficiente a conservare e consolidare la sua posizione economica e, in particolar modo, la sua tradizione, storicamente determinata, quest’ultima, alla sua originaria e territoriale potenza. Essa ha avuto l’acutezza di capire, detto in altre parole, che, la sola globalizzazione, avrebbe comportato – nel tempo – una progressiva e paradossale erosione sia del nuovo potere economico, frutto della sua presenza sulla scena internazionale, sia dell’antico potere simbolico, frutto delle sue origini geografico – culturali.

Per questa ragione, la ndrangheta, al consolidato e avviato processo di globalizzazione, ha ben presto ideato e agganciato – in una perfetta contiguità e feconda circolarità – il processo opposto, che mi permetto di definire di ri – localizzazione: vale a dire un rinnovato rafforzamento della sua dimensione locale. Un inverso processo, questo, il quale scaturisce dalla consapevolezza che, ai consueti canali globali, si dovessero al più presto e necessariamente presupporre, all’insegna di un’inedita trasformazione, quelli locali, intuendo molto bene che la globalizzazione non significa semplicemente diventare onnipresenti e onnipotenti, costruendo e consolidando i propri interessi nel mondo, ma significa ancora prima diventare nel mondo stesso parte della cultura d’origine. Il gioco è fatto: la sopravivenza della ndrangheta – se non altro tra passato e presente – è assicurata.

E’ un processo, questo, che, nella sua fase iniziale, è stato in primo luogo avviato e attuato per ovvie ragioni di calcolo meramente economico: poiché il suo sporco commercio, per quanto potesse essere globalizzato, non poteva non reggersi sull’ineludibile logistica delle “gambe locali”. L’incommensurabile movimento del suo patrimonio economico, in altri termini, non poteva non essere gestito se non attraverso il filtro del consueto materiale “grezzo”: quello rappresentato dalla locale potenza organizzativa. In secondo luogo, lo stesso processo di ri – localizzazione è stato avviato e attuato anche per ragioni di natura prettamente culturale, poiché l‘affaccio sulla scena mondiale non avrebbe mai dovuto trascurare – per ovvie ragioni di sopravvivenza identitaria – la sua locale memoria storica. La ndrangheta, in sostanza, sebbene spadroneggi universalmente, ha pensato bene a non rinunciare alla granitica garanzia insita nell’immortale potenza simbolica della sua storia.

Essa, in ultima analisi, ha compreso molto bene che, per la sua sopravvivenza economica e culturale, la globalizzazione non dovesse significare – automaticamente e unilateralmente – globalizzazione unidimensionale, ma dovesse concretamente comportare anche la costruzione di un’inedita ri-configurazione – direi concezione – localista. Ha capito molto bene e molto presto che non poteva più produrre, letteralmente, in maniera globale senza la modernizzazione dei suoi storici legami d’origine. Ha proprio ragione Vito Teti: «La ‘ndrangheta si è estesa in tutto il mondo, ma resta un prodotto storico della nostra terra».

Non finisce qui. Così concepito, il processo di ri-localizzazione – conseguente alla globalizzazione – non ha comportato per niente un’ottusa e provinciale accentuazione del suo punto di partenza, ovvero della sua originaria dimensione territoriale, ma ha al contrario comportato un significativo e inedito mutamento di questo quadro di riferimento locale, il quale viene ora, per così dire, culturalmente trasfigurato da un’inedita diversificazione e, dunque, accentuazione delle sue caratteristiche, evidentemente con tutto ciò che, di negativamente, tutto ciò possa racchiudere.

La ndrangheta, in definitiva, ha concretato una sorta di strategia della globalizzazione del locale. Un processo,questo, il quale potrebbe essere simbolicamente riassunto invertendo l’eloquente e popolare espressione: “Dalle stelle alle stalle”, in: “Dalle stalle alle stelle”. Non dimenticando, ovviamente, nella sua sistematica e inarrestabile orbita, essa ha conservato come suo sistematico punto di partenza le stalle, al cui discernibile e insopportabile puzzo ne rimane volutamente e pienamente impregnata.

In quest’ottica, essa non solo si colloca – senza alcuna difficoltà – nel mercato globale, ma riesce allo stesso tempo a conservare tale posizione grazie al mantenuto e vitale nesso col locale (globale – locale). Per molti aspetti è da questo nesso – ancora prima che da altri – che trae l’incredibile capacità di auto-rigenerarsi, per se stessa e per il mantenimento della sua tirannia nel collettivo mentale; è sempre grazie a questo stesso nesso che essa riesce ad assumere, di conseguenza, un dinamico e caleidoscopio volto, rendendolo sfuggente alle più consuete interpretazioni.

Vi è da aggiungere, a onor del vero, che la ndrangheta altro non ha attivato che un processo di valorizzazione delle sue potenzialità e delle sue risorse. Nel tentativo di globalizzare prima il nostro straordinario, diversificato e invidiabile patrimonio, ri – localizzandone successivamente gli effetti, la stessa cosa avrebbe dovuto fare la politica calabrese. In quest’ottica, ritengo che possano essere contestualizzate le considerazioni di Vito Teti, laddove egli afferma: «Piaccia o no, essa, come tanti prodotti alimentari, è un “prodotto locale”. Se mai dovremmo chiederci perché mai è l’unico prodotto capace di espandersi globalmente, mentre le risorse positive della regione vengono sciupate. Probabilmente è proprio l’espansione criminale, unitamente alla mancanza di un élite economica pulita e di una politica con una morale, a fare sì che le vere risorse calabresi rimangano inutilizzate».

Sarebbe interessante, alla luce di quanto detto, analizzare – in un’ottica socio-antropologica – le molteplici conseguenze che, i processi messi assieme dalla ndrangheta, vale a dire quelli di globalizzazione, de – localizzazione e quello nuovo di ri – localizzazione, stanno comportando. Sarebbe interessante, in particolar modo, capire quali siano gli esiti prodotti dal neo –localismo della ndrangheta, che sembrano configurarsi come il suo nuovo credo, la sua nuova strategia d’impresa, via via che la globalizzazione è attuata.

Andata globalizzante e ritorno ri – localizzante, insieme potrebbero ad esempio implicare il fatto che, la locale cultura ndranghetistica, investita e arricchita dagli effetti socio – economici della stessa globalizzazione, si apra a un nuovo percorso – anche per quel che attiene il suo rapportarsi alla religiosità – dove le vecchie tradizioni subiscono una sorta di de – tradizionalizzazione. In breve, una rinascita non tradizionalista della ndrangheta, la quale a volte determina – come probabilmente è accaduto a Duisburg – il primo clamoroso conflitto trans locale.

Di là di quanto detto, sembra evidente la necessità di affrontare in Calabria un’audace prospettiva di studio, direi una rinnovata e audace costruzione epistemologica, la quale a sua volta si apra, anzi dia spazio, anche alle nuove sensibilità culturali che la nostra stessa realtà offre. Condivido integralmente, anche in questa precisa direzione, l’appello di Vito Teti, facendone mia la sofferenza e la passione sociale che ne hanno accompagnata la formulazione: «Vanno incoraggiate una seria e mirata sociologia e antropologia delle nuove relazioni, dei nuovi modelli (non solo economiche) ‘ndranghetisti e dell’affermarsi della criminalità fuori dal contesto di origine. Si pensi anche a una laurea specialistica (ne esistono tante inutili) sulla storia e sull’antropologia della ‘ndrangheta: si chiamino ad insegnare esperti, magistrati, sociologi, antropologi, economisti, urbanisti, letterati, psicologi, pedagoghi, storici, studiosi del diritto e si formino giovani docenti da inviare a insegnare nelle scuole elementari e superiori una materia sulla legalità da rendere obbligatoria».
Mi piace terminare questo mio intervento con un’altra importante citazione dello stesso Teti, concernente la necessità di coinvolgere in questo processo di rinascita culturale la realtà scolastica: «La Regione dovrebbe fare un’operazione capillare, incisiva, continuata nelle scuole. Fulvio Librandi ha più volte suggerito, anche su questo giornale, l’idea di un “Museo della ‘ndrangheta”, un centro permanente espositivo e di studi, che racconti la storia devastante e luttuosa di questa organizzazione, e che promuova iniziative ed elabori conoscenza». Quest’ulteriore e autorevolissima proposta, mi permisi di sollevarla subito dopo l’omicidio dell’On. Fortugno, a Siderno. A uno di loro, che in quel periodo erano ininterrottamente presenti, e che stava approntandosi a intervistare alcuni studenti, chiesi invano di intervenire. Alla mia richiesta, mi fu chiesto che cosa io intendessi dire. Risposi, soffermandomi sull’indilazionabile necessità di ideare e proporre – ovviamente in una prospettiva di natura didattica, sistematicamente intracurriculare – i percorsi della memoria drammaticamente tracciati dalla realtà ndranghetista. Facevo riferimento, tra l’altro, al rilievo che assume la centralità della pratica sociale della trasmissione tematizzata della memoria tra le nuove generazioni, e in particolare della formazione di una memoria storica nei giovani, come pure ai modi attraverso cui la memoria stessa s’intreccia con il processo di formazione dell’esperienza odierna. Mi sono sempre chiesto, ad esempio, a quanti ragazzi sia stata data l’opportunità di conoscere i martiri della violenza ndranghetista, e in particolar modo quanti, tra di loro, siano stati sollecitati a elaborare culturalmente tale preziosa e doverosa conoscenza. Mi sono sempre chiesto, ancora prima, a quanti giovani siano stati consegnati i veri strumenti della cultura, perché possano affrontare – nella direzione di una critica e speranzosa attualizzazione – queste e altre delicate connesse questioni.

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La rivoluzione civile permanente dei calabresi
di Salvatore de Siena
Musicista e fondatore de "Il Parto delle Nuvole Pesanti"

È da anni che come Parto delle Nuvole Pesanti abbiamo instaurato un rapporto culturale privilegiato con la Germania, non solo per ragioni di amicizia storica con il popolo tedesco ma anche, e soprattutto, per la grande presenza di emigranti calabresi in Germania.

Siamo stati in Germania nel 2003 per girare il film “Doichlanda” diretto da Giuseppe Gagliardi che, in modo premonitore, racconta e documenta proprio la realtà dei ristoranti e pizzerie degli emigrati calabresi e che si è guadagnato il premio della critica al festival del cinema di Torino.

Ci siamo tornati quest’anno con un progetto artistico-culturale dal titolo “La valigia d’identità” al quale hanno collaborato Vito Teti, Carmine Abate, Cesare Pitto e tanti altri esponenti della cultura calabrese. Insieme abbiamo cercato da Stoccarda a Colonia da Weimar a Dortmund fino a Berlino di far conoscere un’immagine nuova della Calabria non più vittimista, lamentosa, fatalista e disposta a subire le angherie del potere politico e mafioso. Abbiamo cercato noi stessi di diventare testimoni di questa nuova Calabria rimboccandoci le maniche e realizzando il progetto a nostre spese senza attendere i finanziamenti delle varie province e regione calabresi, promessi e mai arrivati. Da questo progetto sta nascendo un nuovo film diretto da Paolo Taddei, che mette a confronto il pieno di Berlino con il vuoto di Pentadattilo nella speranza di un ripopolamento dei luoghi e delle anime calabresi. Abbiamo anche scritto una canzone il cui ritornello dice “onda calabra in doichlanda”, proprio per evidenziare le tante nuove energie culturali che nei diversi campi, dentro e fuori la Calabria, non solo resistono alle sistematiche aggressioni del potere criminale ma concretamente tracciano le linee di uno sviluppo culturale diverso.

Purtroppo, è bastato un “colpo di pistola” per distruggere tutto il lavoro fatto in questi anni e per fare ripiombare l’immagine della Calabria nella stereotipia secolare dove alla bellezza del paesaggio si contrapponevano la barbarie e la rozzezza di costumi dei calabresi, oggi confermate dalla ‘ndrangheta, dai sequestri di persona e dalla devastazione del territorio iniziata con la speculazione edilizia costiera e completata con la “messa al rogo” del patrimonio boschivo delle zone interne.

Sia detto per inciso che gli stereotipi e i pregiudizi più negativi non sono di origine tedesca, come qualcuno si è affrettato a dire, ma nazionale e risalgono al settecento, al tempo dei Borboni. Basti pensare che i napoletani convinsero Goethe a proseguire il suo viaggio in Italia da Napoli verso la Sicilia, evitando la Calabria poiché questa regione era infestata di briganti e assassini truculenti oltre che morfologicamente impervia ed inaccessibile. Questa immagine veniva poi rafforzata dai notabili calabresi, perlopiù massoni e legati ai potenti del regno di Napoli, e infine riflessa nei resoconti dei viaggiatori stranieri. Tra questi ultimi, semmai, proprio i tedeschi hanno cercato di andare oltre la “vernice lombrosiana” e di leggere storicamente e politicamente i dati della realtà sociale. Basti pensare che a tuttoggi il dizionario di calabrese più conosciuto e qualificato è quello scritto dal poliglotta tedesco Gerhard Rohlfs.

E’, dunque, arrivato davvero il momento di chiedersi: che fare? Che fare affinché la Calabria possa non essere più considerata il cancro d’Europa non più guaribile? Si può ancora cambiare il destino della Calabria ? Nessuno pensa di avere la bacchetta magica ma è evidente che è arrivato il tempo delle scelte, il tempo di fare qualcosa, di indicare qualche percorso, non sull’onda emotiva dei fatti di sangue ma con la consapevolezza, la lucidità e la concretezza che la grave situazione richiede. Anche le mie riflessioni, dunque, sono frutto del tentativo di dare un piccolo contributo al dibattito in atto sul futuro della Calabria.

Partendo dalle tante proposte arrivate in questi giorni, intanto, mi sembra di potere escludere valore a quelle che continuano a nutrire speranze nella politica con la “p” minuscola. Per intenderci, mi riferisco a quella politica che abbiamo conosciuto finora, fatta di partiti autoreferenziali, di uomini corrotti ed affaristi dediti allo sperpero del denaro pubblico, allo spreco delle risorse e alla distruzione del bene comune. Penso che la politica abbia fallito definitivamente il suo compito di progettare il futuro della Calabria. Anzi lo ha tradito, offeso e piegato ai suoi interessi di malaffare politico-mafioso fondato sul clientelismo e sul familismo.

Come tanti, anche io avevo riposto speranze di cambiamento nella nuova scena politica che si sarebbe venuta a creare a seguito delle elezioni regionali del 2004. Ce n’era davvero bisogno perché la Calabria negli ultimi dieci anni aveva toccato il fondo. C’era bisogno di uno “scatto di reni”, di una vera svolta. Come Parto delle Nuvole Pesanti c’impegnammo direttamente per sostenere questo cambiamento. Facemmo pubblicare anche una lettera rivolta a tutto il mondo dell’arte e della cultura calabresi per costruire una rete di artisti, operatori culturali ed intellettuali al fine di elaborare una “piattaforma culturale” da presentare al futuro governo regionale. Ma la delusione non tardò ad arrivare. Di fatto non è cambiato niente! Basti riportare qualche edificante aneddoto.

Nel 2005 presentai alla regione “La valigia d’identità”, un progetto culturale, a cui ho accennato sopra, avente ad oggetto i temi del viaggio e dell’emigrazione. Però dopo un anno non ebbi risposta e allora provai a chiedere ai vari assessori ai quali spiegai la rilevanza culturale-turistica del progetto precisandogli che al progetto collaboravano diverse personalità della cultura calabrese, e che era sponsorizzato dai maggiori produttori eno-gastronomici calabresi i quali si aspettavano anche la collaborazione e la promozione della regione. Insistetti caparbiamente e venni convocato a Reggio Calabria ma nella sede del consiglio regionale non mi fecero entrare perché non avevo la cravatta. Erano le tre del pomeriggio. Attesi fino alle cinque l’apertura dei negozi. Ritornai all’ingresso con una bella cravatta ma il consiglio regionale era finito e gli assessori dileguatisi. Mi caddero le braccia. Ma la cosa più grave è che questa sorte riguarda tutti gli artisti, studiosi e persone di buona volontà i quali ricevono dalla politica un trattamento da “questuanti” e non in ragione del valore dei loro progetti, salvo che siano funzionali agli scopi elettorali dei vari uomini politici, o vengano presentati dagli “amici degli amici”.

Ma se la politica ha fallito, non credo nemmeno che il cambiamento di cui ha bisogno la Calabria possa passare soltanto attraverso la cultura, pur intesa in senso più nobile ed ampio possibile. E ciò perché ho la sensazione che il termine “cultura” nell’immaginario collettivo evochi un mondo elaborato, appannaggio di persone e classi sociali più emancipate, erudite, se non addirittura più agiate, che potrebbe lasciare fuori dal cambiamento proprio quegli strati sociali che più ne hanno bisogno. In ogni caso l’efficacia della “terapia culturale” presuppone una consapevolezza della propria storia, memoria, arte, usi e costumi, o, quantomeno, una certa sensibilità verso di essi che, invece, mi sembra difetti alquanto. In verità quando Vito Teti parla di cultura fa riferimento prevalentemente al dato antropologico e, quindi, sono convinto che la sua ricetta non sia soltanto culturale ma a tutto campo.

Ma se la cultura non basta allora ci vuole qualcosa di più perché ci sia davvero un cambiamento radicale ed epocale nella storia della nostra regione. Personalmente credo che per far rinascere la Calabria ci sia bisogno di un’autentica “rivoluzione civile permanente” intesa come cambiamento di stile di vita che attraversi tutti gli strati sociali, tutti gli individui e i gruppi, che riguardi ogni aspetto della vita privata, pubblica, collettiva, che investa ogni campo morale, culturale, ambientale, economico e sociale, che trovi nella società il suo motore e la sua voce, ed anche il silenzio se necessario, nella strada il suo luogo d’incontro ed i suoi spazi, e nel futuro il suo tempo.

Occorre un “centro della rivoluzione civile calabrese permanente” in ogni paese sotto forma di libera associazione, con finalità di denuncia di tutta l’illegalità che si consuma sul territorio e di promozione della cultura, di valorizzazione delle risorse locali, di elaborazione e proposta di progetti e percorsi comuni, di educazione alla vita pubblica e al senso civico.

Ma la rivoluzione civile si può fare solo c’è la partecipazione della “comunità calabrese”. Ora il punto sta proprio in ciò che questa partecipazione popolare non si scorge affatto o comunque affiora solo in occasione di grandi lutti. Lo ha già detto Romano Pitaro nel suo intervento del 29 agosto e penso che tanti altri lo pensino. La causa di ciò forse è da rintracciare, come notava Battista Sangineto, nel carattere diffidente dei calabresi, nella loro incapacità di stare insieme e di progettare un futuro comune. Vado ripetendo in giro, ai giornalisti, al pubblico dei concerti e dei dibattiti a cui sono invitato, che la Calabria soffre della “sindrome di Re Mida rovesciata” poiché tutto l’oro che tocca lo trasforma in liquame. Così, ad esempio, mentre la Romagna è riuscita a trasformare l’avvelenato Adriatico in una miniera d’oro, la Calabria è riuscita a trasformare lo Jonio e il Tirreno in una cloaca.

Ritengo, tuttavia che la causa principale del difetto di partecipazione popolare sia imputabile alla mancanza di senso civico e di responsabilità che ci porta tutti a non avere rispetto del bene comune, della cosa pubblica e a pensare che i problemi della Calabria li abbiano creati gli “altri”, individuati di volta negli ‘ndranghetisti, nei politici, nello stato, e così via. Noi non siamo responsabili di niente. Ma se guardiamo lo stile di vita dei calabresi, i loro comportamenti quotidiani non facciamo fatica a capire che la cultura dell’inciviltà, della violenza e dell’illegalità è diffusa in tutta la collettività e, come dicono Carmine Donzelli e Vito Teti, finisce per costituire la fonte a cui attinge il potere politico-mafioso per legittimare i suoi comportamenti immorali. E si badi, si tratta di comportamenti di tutti i giorni che sfigurano il volto di una comunità.

Faccio solo un esempio per rendere l’idea. Due anni fa a Bologna ci rubarono tutti gli strumenti musicali che erano custoditi nel furgone. I nostri amici calabresi ci consigliarono di rivolgerci a persone calabresi “che contano” per recuperare subito la refurtiva” pagando una somma. Mi opposi fermamente a questo ricatto. Ma i miei amici pensarono di me che fossi un po’ cretino visto che quella era la pratica “normale” per ritornare presto in possesso dei propri beni. Adesso so per certo che la maggior parte dei furti consumati in Calabria o anche fuori a danno di calabresi si denunciano al più vicino “ufficio della ‘ndrangheta”. Questo sistema è accettato dalla comunità dei calabresi la quale non fa nulla perché le cose cambino e, quindi, non può ritenersi senza responsabilità se le cose vanno male.

Vi è, a mio giudizio, quantomeno una sorta di “responsabilità oggettiva” dei calabresi rispetto ai mali della propria terra. E’ una responsabilità della quale l’intera comunità deve prendere atto poiché l’assunzione di questa responsabilità costituisce il fondamento, il punto di partenza della rivoluzione civile, la “conditio sine qua non” di ogni possibile cambiamento.

Le generazioni future, ci chiederanno dov’eravamo quando la Calabria veniva devastata, usurpata, offesa e umiliata. Ci chiederanno cosa facevamo mentre venivano costruite case abusive, appiccati gli incendi, uccise le persone, sporcati gli spazi comuni di sangue e lordia, inquinato il mare. Ci chiederanno cosa abbiamo fatto come comunità per opporci al declino della nostra regione. E allora i distinguo tra un calabrese e l’altro non salveranno nessuno perché è l’intera comunità che sarà condannata dalla storia. Così come noi condanniamo il nazismo e non distinguiamo tra tedeschi buoni e cattivi, allo stesso modo non c’è da meravigliarsi se i tedeschi diranno dei calabresi che sono ‘ndranghetisti. Perché la storia è il tribunale dei popoli e non degli individui. A questi ultimi ci penseranno i Tribunali, almeno si spera.

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La nuova Calabria sa alzare lo sguardo e condividere progetti
di Assunta Scorpiniti

 Ho letto i recenti commenti al “Manifesto per la nuova Calabria”, che con profondo impegno civile, Vito Teti ha composto all’indomani dell’eccidio di Duisburg, crudele non solo per la modalità, ma anche per aver “smontato”, davanti agli occhi di molti, la paziente e silenziosa costruzione dell’immagine di una comunità mobile, certamente, ma anche capace di non cedere alla rassegnazione e di confrontarsi positivamente con il mondo.

Sono anch’io fra quelli che racconta la nostra terra attraverso le storie della sua gente e le espressioni del suo popolo. L’emigrazione in Germania, è fra le cose che ho raccontato di più, dopo anni di “frequentazione” di storie, persone, memorie e luoghi, specie quelli “sospesi” tra la Calabria jonica e le zone industriali del Nordreno Westfalia e del Baden Wurttemberg.

Sento, per questo, di poter interpretare il disagio vissuto da tanti amici emigrati in terra tedesca; un malessere non tanto determinato dal timore di ripercussioni negative della strage sui rapporti che essi hanno costruito o sulla loro condizione attuale, quanto dall’inquietudine suscitata da una consapevolezza condivisa: è vero che la ‘ndrangheta, con le sue infinite ramificazioni, opera in tanti settori e oltre i confini regionali e nazionali, e che occorrono interventi mirati e di portata molto ampia per contrastarla; è, però, anche vero che il problema deve essere affrontato soprattutto qui, in questa Calabria (e non solo a San Luca) che non riesce a compiere il salto di qualità tanto auspicato dagli stessi emigrati, proprio da tutti, compresi quelli di seconda e terza generazione i quali non vedranno, né vogliono, ormai, un definitivo ritorno nella terra dei padri.

Lo giudico un grandissimo atto d’amore per il luogo d’origine e il giusto corollario a un’analisi da cui mi sento molto interpellata, per l’impegno culturale e per la mia responsabilità professionale di educatrice; condivido, pertanto, le sollecitazioni di Vito Teti, quando dice che bisogna sconfiggere i comportamenti illegali “di tanti strati della società calabrese che trovano un’indiretta legittimazione nelle pratiche familistiche, amorali, immorali della politica”; che occorre “ripartire dal basso”, “non abbandonare la via della cultura”, “aprirci allo sguardo degli altri”, senza la paura di sentirci assediati. E, tuttavia, resto dubbiosa sulla reale possibilità.

Ci sono, infatti, alcuni punti che tengo a rilevare. Intanto il fatto in sé della strage che pone in primo piano un “altro” racconto dell’emigrazione calabrese in Germania. Io dico che non può e non deve prevalere l’espressione criminale, del tutto limitata e ridotta, rispetto alla maggioranza dei lavoratori calabresi, stimati per l’operosità e il contributo di progresso offerto al paese ospitante, in cui, a partire dallo storico Accordo bilaterale del 1955, che ha consentito l’ingresso di forza-lavoro italiana, si sono recati, non solo e non tanto versando “lacrime e sangue” di sofferenza e per distacchi laceranti, quanto, soprattutto, per la volontà di migliorarsi mediante il confronto con un’altra, nuova realtà. E’ emerso da tante storie che ho raccontato sulla base di testimonianze assolutamente autentiche.

Nell’editoriale del “Corriere d’Italia”, il settimanale in lingua italiana edito in Germania dal 1951, il direttore Mauro Montanari, pur non negando la gravità e l’orrore del fatto criminale di Duisburg, mette in rilievo la “campagna di sospetto”, condotta da parte di certa stampa tedesca, e non solo (“Sembrava quasi che ogni italiano fosse colpevole di qualcosa”, scrive nel suo fondo) e, dati alla mano, chiarisce le proporzioni della presenza criminale calabrese, a fronte della quale pone “chiare attestazioni dell’onestà di gran parte del lavoro italiano”, con un’esortazione: un impegno “molto maggiore da parte di tutti” per combattere la ‘ndrangheta e l’invito a salvaguardare anche il lavoro onesto, “che è la stragrande maggioranza, ed ha cambiato in meglio questo Paese”.

Un caro amico residente nella zona di Stoccarda, attivo nell’associazionismo italiano mi ha detto: “Quando sono andato a lavorare dopo quello che è successo, ho sentito i commenti dei colleghi tedeschi i quali mi hanno confessato una certa preoccupazione per la penetrazione della criminalità nel loro paese; nonostante ciò, non è cambiato nulla del nostro rapporto, ci hanno conosciuti sul lavoro e siamo legati da amicizia e rispetto”. L’emigrato, però, sente, con i soci di vari “club”, il dovere di aumentare e migliorare le occasioni di scambio culturale “per far sapere che la Calabria è soprattutto altre cose”, ma “lo devono capire anche quelli che in Calabria ci stanno”.

E’ qui che entrano in gioco la buona politica, la “base”, la cultura e l’educazione richiamati da Vito Teti nel suo “Manifesto”. Concordo sulla loro importanza per edificare la nostra “nuova” Calabria, come sono convinta che, contro la criminalità organizzata può fare molto la presenza dello Stato, la modifica del codice di procedura penale, una legislazione straordinaria, un’azione di intelligence, di prevenzione e di polizia e un rafforzamento della magistratura in prima linea (ricordo, nel mio piccolo, anni della mia prima adolescenza in una comunità calabrese afflitta da azioni criminose e omicidi; uno stato di cose che, grazie ad efficaci azioni di polizia, la generazione successiva non ha conosciuto). Ma mi chiedo: è facile, in Calabria, resistere alle seduzioni del potere?

Io credo che, fra i tanti aspetti puntualmente analizzati da menti autorevoli, questo sia particolarmente drammatico, perché impedisce un positivo utilizzo degli strumenti e delle modalità indicate da Teti e la possibilità di “inventare nuove pratiche di stare assieme”, come vorrebbe il vescovo di Locri-Gerace mons. Bregantini. In primo luogo in politica, quella che per Nilde Jotti era “l’arte nobile” tesa “a organizzare la società degli uomini”; quella che dovrebbe partire da ideali alti e deve essere dettata da esigenze di pace, libertà e progresso e, invece, sembra sempre più dominata dal bisogno di mantenere posizioni e poltrone, senza rifuggire lo schema ( che, come dice Teti, non è solo della ‘ndrangheta), fondato su “comportamenti e le pratiche familistiche e immorali” in barba, quindi, alla legalità e alla doverosa attenzione ai problemi della gente.

Lo dico anch’io, anzi, lo grido: coloro, tra i politici, che di questo sono consapevoli, e lo sappiamo tutti che in Calabria non mancano, nei piccoli centri come ai più alti livelli, perché non intervengono oltre le solite passerelle, restituendo la nobiltà all’arte politica e al concetto di “potere” inteso come “avere capacità”, “disporre di mezzi”? Può bastare il ricambio delle generazioni, che in parecchi si augurano, o occorre, invece, un generale mutamento degli atteggiamenti e della mentalità?

Non voglio dare una ricetta, non ne sarei capace, ma credo che questo debba essere chiaro ad ogni livello istituzionale e anche in ogni settore della società che abbia responsabilità educativa, a partire dalla scuola. Ho sempre ritenuto che i giovani sappiano leggere, più che nelle parole, negli atteggiamenti degli adulti, per cui è importante che diamo il buon esempio; ciò detto, non posso non rilevare alcuni casi, credo pochi, per fortuna, ma devastanti, che ho potuto direttamente osservare, in cui l’uso distorto del potere ha logorato anche l’istituzione, forse, ancora più nobile perché forma i cittadini e plasma le coscienze. Che fatica, in questi casi, essere docenti con alte idealità e cognizione dell’impronta indelebile del proprio intervento; anche qui, chi dovrebbe farlo, non prende provvedimenti. Pongo la scuola ad esempio, ma ci sono tanti luoghi, pubblici e privati, di lavoro e di partecipazione in cui la parola d’ordine sembra essere: cedere alle lusinghe del potere, più che tradurlo in produttività e risultati visibili, come avviene in realtà più avanzate, che progrediscono seguendo altri sistemi.

Questo, lasciatemelo dire, ce lo insegnano proprio gli emigrati; se si tratta, come ho letto, di “europeizzare la Calabria”, loro sono stati i primi ad aver costruito l’Europa dei popoli, in Germania e, prima ancora, in Francia e in Belgio, con la forza delle braccia, la volontà di aderire a nuovi modelli di lavoro e di vita, e di farsi detentori della “identità molteplice” che deriva dal loro appartenere alla Calabria d’origine, a quella altrove rifondata e al loro incontro col mondo; risorsa preziosissima anche per le nostre comunità, ma ce ne dobbiamo ancora accorgere.
E’ anche sulla base di questo che affermo la necessità, non più derogabile, di un progetto condiviso di sviluppo della nostra terra, fondato sulla legalità, la solidarietà, la partecipazione e la capacità di alzare lo sguardo; è questa la vera sfida culturale, che dà senso anche all’impegno di favorire l’acquisizione di conoscenza. Perché la cultura che è solo parlarsi addosso non serve a niente.

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La fabbrica della cultura
di Fulvio Librandi

 Vito Teti parla nel suo articolo della mia proposta di edificare un museo della ndrangheta. È una provocazione che serve a ragionare di cose concrete. Penso che un museo prima di ogni cosa sia un modo di prendere posizione rispetto al passato e al futuro, di individuare e comunicare la possibili vie di sviluppo, un modo per andare verso un’Idea generale. Un museo non può essere una premessa, un “da qui in poi”, ma ha senso solo come punto di arrivo di un ragionamento collettivo.

Scrivevo un po’ di tempo fa su questo giornale che per tanti meridionali la ndrangheta non è una vera minaccia, e più che un clima di paura da noi si interiorizza un sentimento della pre-paura, di un limite che è bene non superare per non trovarci mai di fronte alla necessità di fare un compromesso con altri e con noi stessi. Un atteggiamento pre-omertoso, o comunque di disponibilità all’omissione, che è diventato un tratto caratteristico della nostra cultura.

La cultura della ndrangheta è proteiforme, pervasiva a diversi livelli: accanto allo strapotere economico, che è il motore fondamentale, vi è un sistema di simboli organico e ben codificato in grado di trasmettere efficacemente messaggi, si pensi soltanto alla gestione del silenzio e ai diversi significati che può veicolare. La cultura antindrangheta invece non ha tradizione, non è parte di un sentire popolare, e si risolve in genere in un fiume di parole che segue qualche omicidio efferato, e poi in un silenzio di cui sopra. Come le acque della Calabria nelle descrizioni di Corrado Alvaro, che, o sono a carattere torrentizio e scorrono irruenti trascinando via tutto, o durante le stagioni secche mancano drammaticamente.

L’ondata di piena che si verifica sempre e solo in seguito ad avvenimenti tragici – vedi i ragazzi di Locri – ha sempre avuto poca fortuna. Diventa anzi modello negativo, perché un grido che diventa silenzio viene interpretato come conferma dell’irreversibilità di un destino maledetto. Questi gruppi (sono tanti e diversi) non gridavano solo contro la ndrangheta-organizzazione, ma contro la mentalità ndranghetista che attraversa moltissimi aspetti della nostra vita quotidiana. Si ponevano contro una parte importante di questa società ed avevano una bella energia. Ma è difficile essere in maniera permanente forza antistrutturale, e così sono stati sostanzialmente emarginati dal dibattito.

È vero, occorre una militarizzazione culturale. Occorre organizzare per le generazioni che verranno strategie educative che possano confliggere con i cattivi valori che vengono trasmessi da una cattiva tradizione. Bisogna fare oltraggio alle nostre memorie e insegnare che quando è in gioco il bene della collettività chi fa la spia è figlio di Maria. Militarizzazione è un termine tosto (io sono un vecchio obiettore di coscienza), ma è appena il caso di ricordare che, nell’intenzione di chi l’ha istituita, la scuola dell’obbligo è già una militarizzazione culturale del territorio, che però in certe parti della Calabria ha fallito e che quindi deve essere ripensata, fortificata e resa efficace.

Ma prima di ogni cosa, il problema ndrangheta deve essere posto in maniera permanente al centro dell’attenzione e dei processi di inculturazione. Il museo della ndrangheta potrebbe essere una delle tante strade per raggiungere l’obbiettivo. Occorre rendere realmente pietra le parole e costruire monumenti per veicolare senso, disseminare di segni il territorio, rendere visibile il concetto di mafia. Un discorso di pietra solido e inoccultabile, che sia punto di riferimento strutturale, e anche di fronte alle nostre fragilità, alle nostre collusioni, a tante debolezze delle parti politiche, il simbolo continuerebbe a essere momento di tradizione di un messaggio per quelli che nasceranno in queste terre.

Un museo della ndrangheta potrebbe segnare il nord da cui allontanarsi, e potrebbe veicolare esplicitamente i concetti fondanti del nostro stare insieme: che la Politica, anche nei momenti bui, è l’unica possibilità che abbiamo per vivere civilmente; che le tradizioni sono dinamiche e che la ndrangheta è un fenomeno storico destinato a finire; e così a seguire, secondo le idee e le proposte che stanno venendo fuori nel dibattito promosso da Vito Teti.

La lotta della cultura non c’entra nulla con i protagonisti di Duisburg. È un processo lento e rivolto al futuro. È rivolto alle generazioni che verranno e non garantisce alcun risultato né consenso elettorale. Ma io credo che interessarsene sia nobile, sia degno. Sia Politico.

***

La lotta alla ndrangheta è di esclusiva pertinenza delle forze di polizia, dei magistrati, di una politica auspicabilmente sana, il cui risultato è legato alla capacità di chi governa di migliorare il tessuto economico del territorio. Si tratta di una guerra che deve essere veloce, perché ha un avversario che muta in continuazione, in grado sfruttare l’interazione tra logiche locali e mercato mondiale

Tuttavia, i magistrati e i poliziotti che vengono intervistati ritengono che la lotta in cui spesso rischiano la vita possa dare risultati duraturi solo in presenza di un mutamento culturale. Per chi si occupa per professione di scienza della cultura è quindi un atto di rispetto, oltre che un dovere etico, mettere a disposizione il proprio sapere, foss’anche soltanto – ma è già tanto – per aprire un dibattito sul giornale. Tutto qui. Sostenere, come più meno è stato fatto, che gli antropologi vogliono sconfiggere la mafia iscrivendo i padrini al Club degli Editori è una sciocchezza detta da sciocchi.

Sappiamo che la violenza che riscontriamo nella vita sociale non è il contrario della cultura ma, al contrario, è il prodotto di un certo tipo di cultura. La violenza è un modo di pensare e di agire costruito, che si apprende con l’educazione, un habitus mentale, ed entra in relazione con i concetti di potere, di desiderio, di autoaffermazione ecc. Una lotta esclusivamente culturale è utopia di sprovveduti. Tuttavia le strategie contro i comportamenti violenti che si rifanno ai valori di una cattiva tradizione impongono riflessioni sui concetti di cultura, di identità e anche di tradizione. Discussioni che naturalmente devono affrontare la concretezza del fenomeno, devono calarsi nel contesto storico della regione e accettarne tutta la complessità e la specificità, ma che al contempo possono usufruire della possibilità di fare paragoni con angoli di mondo diverso.

C’è un sacco di gente in Calabria che documenta e studia il fenomeno della ndrangheta, che scrive libri informatissimi (ieri sera ne ho terminato uno di Arcangelo Badolati), dentro e fuori l’università. È un bene che trovino spazio in un dibattito pubblico e disinteressato.

Il dibattito di Vito ha fatto registrare begli interventi e voci critiche. Alcune, drastiche, hanno ritenuto utile spiegare agli antropologi cosa vuol dire cultura (va bene, riprenderemo i manuali), ma in generale si è registrata una capacità di analisi di cui anche la politica dovrebbe tener conto, Spiacciono, a essere sinceri, non i contradditori, che sono l’essenza stessa del dibattito, ma le critiche di chi crede di leggere nella filigrana di questo dibattito qualche richiesta di prebenda, di consulenza da parte degli studiosi, quasi l’esercizio del pensiero libero fosse impossibile. Questo atteggiamento converrebbe lasciarlo passare sotto silenzio, ma lo riprendo per segnalare un esempio di cattiva mentalità calabrese – quella che instilla comunque il dubbio – e quindi di cattiva politica. È di questo che in Calabria non c’è davvero bisogno. Io credo nella Politica nonostante tutto, e credo nell’Istituzione, che è sempre migliore della somma di quanti ne fanno parte.

***
Credo che questo dibattito debba continuare e possibilmente ampliarsi, perché non è avulso dalla situazione politica fluida in cui ci troviamo. Qui si parla di idee per l’oggi e per il futuro, proprio in un momento in cui costituendi partiti dovrebbero parlarci della Calabria così come la immaginano e non solo di beghe. È auspicabile che nel Quotidiano, dopo le pagine che parlano di “normali dialettiche interne di un partito” - che dal basso vengono vissute come vecchissime partite di potere -, qualcuno provi a ragionare sull’idea di Calabria che il nuovo partito vuole veicolare. Rosa Villecco Calipari sull’Unità di qualche giorno fa ha scritto della necessità di parlare concretamente di cultura, e ha ribadito che il segno di discontinuità di cui parla Veltroni non è nel cambiamento di uomini ma è nel cambiamento di sistema, di metodo, di mentalità. L’intervento è apprezzabile, e bisogna insistere perché la discussione continui ed esca fuori dalle stanze dei gruppi dirigenti. Si faccia esercizio di verità e si spieghi come deve essere pensato questo cambiamento, se lo si perseguirà a medio o a lungo termine, o se resterà un altro annuncio. È urgentissimo dire qualcosa ai ragazzi che frequento all’università per tenere acceso un lumicino di speranza. Altrimenti contribuiremo tacitamente a consegnare la nuova generazione, anche questa, al triste destino di clienti della politica, come sono stati i nostri padri e come sono tanti di noi. Non è degno e non è Politico.

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Una giornata a Polsi

 Polsi. Un preludio inedito per l’inizio della festa. Un incontro tra sindaci della Locride, il vescovo Bregantini, il parroco di San Luca, consiglieri regionali, imprenditori e un drappello di professori universitari del campus arcavacatese. Un dialogo tra esperienze, competenze e ruoli differenti. Un tentativo generoso di mettere in comune saperi parziali, conoscenze codificate e conoscenze contestuali, conoscenze scientifiche e conoscenze concrete. Nella speranza di ridurre il vuoto tremendo di conoscenza dei meccanismi più intimi di funzionamento del sistema mafioso.

Su invito del sindaco di Caulonia, si prova a far diventare la festa di Polsi un giorno simbolico di resistenza alla barbaria mafiosa ma anche di ricostruzione di tessuti civili, di culture della legalità, di economie locali. Una sorta di 1° Maggio del riscatto della Locride dal giogo della ‘ndrangheta, dal degrado, dalle divisioni, dall’odio.

Il “Manifesto per la nuova Calabria” di Vito Teti è il testo di riferimento, lo spartito analitico e propositivo a cui si ancora il confronto.

San Luca è l’icona della Calabria contemporanea, la punta estrema di un iceberg di normalità che coinvolge molti altri comuni e che rischia di dilatarsi a macchia d’olio nella regione e nel resto del Paese. Non ci sono isole felici. San Luca è dietro l’angolo anche dei luoghi oggi al riparo.

Dal primo agosto scorso San Luca è senza segretario comunale perché non se ne trova uno disponibile. San Luca è senza guardia medica estiva perché nessun medico vuole esercitarla in quel paese. A San Luca ogni anno cambia il dirigente scolastico. Situazioni estreme ma diffuse. E’questo lo Stato minimo che più manca. Più dell’esercito. La latitanza dello Stato quotidiano è ciò che alimenta sfiducia, antipolitica, indifferenza, scarso orientamento al futuro.

C’è consapevolezza diffusa sull’inefficacia dell’occasionalità, dell’impegno una tantum, dell’indignazione e della reazione istituzionale e sociale episodica. Si invoca un impegno duraturo, un cammino comune lungo, una carovana coesa e continua degli attori locali e nazionali rilevanti. C’è bisogno di azioni e interventi che incidano sulle strutture profonde, di recidere humus culturali, collusioni semantiche, tolleranze accondiscendenti. La risalita dal degrado presuppone cambiamenti radicali. Cambiamenti locali innanzitutto. La ‘ndrangheta si sconfigge soprattutto nelle comunità dove alligna.

E’ illusorio che possa essere debellata dall’alto e dall’esterno. Da soli i calabresi non ce la fanno ma senza i calabresi la sconfitta della ‘ndrangheta è pura velleità Efficienti interventi centrali sono molto importanti ma più di tutto conta l’azione locale, l’impegno quotidiano e sistematico di sindaci, amministratori pubblici, insegnanti, parroci, cittadini comuni. Determinante è la capacità di mettere su e di alimentare reti istituzionali e sociali locali, di mettere insieme le energie disperse, di rafforzare ed estendere capitali di fiducia reciproca, di avviare e mantenere azione collettiva finalizzata alla produzione di nuovi beni pubblici materiali e immateriali.

Scuola, politiche sociali e culturali sono considerati i campi prioritari del cambiamento locale. Si invoca un piano nazionale per migliorare la qualità del sistema formativo locale, per accrescere il grado di integrazione dei ragazzi e dei bambini. Un piano innovativo e sperimentale in grado di conseguire risultati e insegnamenti per l’intera politica scolastica nazionale. Non un piano speciale e unico. Non un piano straordinario, eccezionale. La Locride e la Calabria non sono terre di frontiera, nicchie geografiche franche. La Locride e la Calabria devono stare nel puzzle nazionale, hanno bisogno di un di più di integrazione nella società italiana. La storia dimostra che quando la Calabria si integra nei circuiti vasti riesce a crescere, di contro quando si isola decade, regredisce.

L’integrazione esterna e interna è vista come un prerequisito importante per lo sviluppo economico. Lo sviluppo è un processo, un esito di processi di mobilitazione collettiva. Non un unico grande investimento risolutore e neppure un insieme organico di investimenti. Lo sviluppo è innanzitutto un problema istituzionale, di contesti relazionali adeguati, di incentivi e motivazioni congrui, di convenienze pubbliche coerenti con la crescita economica.
Non è il tempo della lista degli interventi pubblici. Del catalogo delle opere pubbliche e dei progetti da finanziare con risorse regionali, nazionali o comunitarie. Non è il tempo fatuo dell’occorrismo. Oggi è il tempo di interrogarsi collettivamente su cosa sta avvenendo, sul perché Duisburg, su come è possibile uscirne. Su cos’è la Calabria oggi. E’ il tempo della voce. E’ il tempo della verità e della lealtà. E’ il tempo, come sollecita monsignor Bregantini, che “ognuno scriva quello che vive”

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Artisti in Aspromonte

 Gli artisti armati di buona volontà si trasformano in ARTISTI IN ASPROMONTE!
Siamo in 151 fra artisti e singole associazioni, e non so se siamo pochi o molti, ma si coglie una bella energia nelle varie adesioni ricevute.
Una bella energia e senza speculazioni di sorta, evidentemente era un bisogno condiviso da tanti: dichiararsi cittadini impotenti nei confronti di una sistema che ci sembra alieno dalla nostra realtà, che pure esiste e ci identifica, nostro malgrado.
San Luca ci rappresenta nel mondo anche se non lo vogliamo, il nostro sgomento è grande e manifesto, ma proviamo ad immaginare quello dei cittadini onesti di San Luca, il cui sgomento invece è silenzioso, muto.
San Luca è un simbolo, terribilmente negativo della Calabria, dobbiamo riuscire a trasformarlo in un simbolo positivo, dobbiamo appropriarci del potere mediatico che ha scatenato questo piccolo paese dell’Aspromonte, a vantaggio della Calabria viva, quella vera, che nonostante tutto riesce a vivere la sua dimensione culturale europea, godendo del patrimonio di questa terra, delle sue forti contraddizioni e delle sue radici.
ARTISTI IN ASPROMONTE può rappresentare veramente un progetto autentico, perché nasce dal bisogno di tanti cittadini della società civile, forse non è un caso che si tratta prevalentemente di artisti e di intellettuali, (mi spiace per chi la pensa diversamente).
Il Centro RAT/Teatro dell’Acquario, Stabile di Innovazione della Calabria, aveva intrapreso già da diversi mesi lo studio e l’allestimento di uno spettacolo tratto da un racconto breve di Corrado Alvaro. Nel dubbio se continuare il lavoro o la necessità di rilanciarlo, ha prevalso la seconda ipotesi: ampliare e dilatare il progetto per contribuire ad uscire dall’isolamento. E il grande scrittore calabrese può realmente essere un passe-partout, una chiave di accesso per entrare a San Luca.
Sollecitiamo pertanto tutti a leggere l’appello di Vito Teti apparso nel quotidiano del 25 agosto, riassumiamo per chi non avesse seguito gli appelli successivi, che il Centro RAT,/Teatro dell’Acquario, ha fatto suo quell’appello, invitando tutti gli artisti calabresi a sostenere un laboratorio culturale permanente su San Luca.
Sono ancora aperte le adesioni!
Hanno già risposto all’invito:

1. Ambrogio Sparagna musicista - Roma
2. Giancarlo Cauteruccio regista – Firenze
3. Carmine Abate – scrittore - Trento
4. Maurizio Stammati attore -Formia
5. Cataldo Perri musicista- Cariati
6. Dario De Luca attore -Castrovillari
7. Saverio La Ruina attore- Castrovillari
8. Scena Verticale - Castrovillari
9. Ernesto Orrico attore -Cosenza
10. Dante De Rose attore -Cosenza
11. Lindo Nudo regista - Rende
12. Teatro Rossosimona - Rende
13. Dora Ricca scenografo- Cosenza
14. Massimo Barilla regista- Reggio Calabria
15. Mana Chuma Teatro - Reggio Calabria
16. Sandro Meo musicista - Cosenza
17. Sara Simari musicista -Cosenza
18. Nino Racco attore – Bovalino
19. Checco Pallone musicista - Cosenza
20. Lucia Sardo attrice – Roma
21. Vincenzo Ziccarelli drammaturgo- Cosenza
22. Enza Costantino – docente Unical Cosenza
23. Carlo Fanelli – docente Unical Cosenza
24. Imma Guarasci regista Cosenza
25. Luca Addante docente universitario Roma
26. Antonello Antonante regista-Cosenza
27. Stefania De Cola - attrice Reggio Calabria
28. Jhon Trumper decano facoltà di lettere Unical- Cosenza
29. Marta Maddalon docente Unical - Cosenza
30. Francesco Suriano scrittore- Roma
31. Peppino Mazzotta attore -Roma
32. Franco Caccuri musicista- Cosenza
33. Leon Pantarei musicista- San Nicola Arcella
34. Angelo Gallo videomaker- Cosenza
35. Aldo Zucco scenografo- Reggio Calabria
36. Caterina Filardo musicista- Cosenza
37. Maria Scalese regista- Cosenza
38. Piero Gallina musicista- Cosenza
39. Nuccia Pugliese regista - Castrolibero
40. Francesco Liuzzi, attore - Castrolibero
41. Rossana Pugliese attrice – Castrolibero
42. Paola Scialis attrice- Belmonte
43. Lisa Ferlazzo Natoli regista
44. Peppe Voltarelli musicista- Roma
45. Valentina Valentini – docente Unical Roma
46. Ilia Marta Falanga musicista – Castrolibero
47. Fabio Vincenti organizzatore teatrale – Cosenza
48. Lucia Catalano regista – Cosenza
49. Teatro Stabile di Calabria- Crotone
50. Piero Luigi Adamo docente psichiatra – Cosenza
51. Le sei sorelle – associazione culturale – Cosenza
52. La Ginestra – Compagnia Teatrale - Cosenza
53. La Barraca – Conpagnia Teatrale – Cosenza
54. Ass. culturale Zagreus – Simeri Crichi - Cosenza
55. Geppino Canonaco tecnico teatrale – Cosenza
56. Eros Leale tecnico teatrale – Cosenza
57. Lulla Garofalo organizzatrice teatrale – Cosenza
58. Carlo Antonante amministratore teatrale – Cosenza
59. Pia Tucci – musicista – Cosenza
60. Isabel Russinova attrice – Roma
61. Giuseppe Maiorca musicista – Cosenza
62. Giovanni Scarfò dir. Cineteca della Calabria – Monasterace
63. Giuditta De Santis attrice – Cosenza
64. Paolo Carbone tecnico teatrale Cosenza
65. Francesco Marino attore Cosenza
66. Les Enfant Terribles Compagnia Teatrale - Cassano
67. Riccardo Adamo avvocato – Cosenza
68. Franco Dionesalvi poeta – Cosenza
69. Paolo Vilasi regista-attore – Reggio Calabria
70. Antonello Ricci musicista – Università La Sapienza Roma
71. Anselmo De Filippis musicista- Cosenza
72. Dario Natale attore – Lamezia
73. Daniela Monteforte attrice- Latina
74. Givannella Greco – docente Unical- Cosenza
75. Ivana Russo fotografa – Cosenza
76. Gianfranco Quero attore Messina
77. Carmine Ascente musicista- Cosenza
78. Giorgio Scaramuzzino attore - Genova
79. Bob Cherillo musicista – San Nicola Arcella
80. Rosetta Bugnato op.culturale Cutro
81. Cineteca Regionale della Calabria –Catanzaro
82. Pasqualino Fulco musicista – San Nicola Arcella
83. Lutte Berg musicista –Cosenza
84. Salvatore Cauteruccio musicista - San Nicola Arcella
85. Antonello Mango musicista- San Nicola Arcella
86. Enzo Campagna musicista San Nicola Arcella
87. Angelo Sirufo musicista San Nicola Arcella
88. Massimo Ferrante musicista- San Nicola Arcella
89. Proloco Associate Di San Nicola Arcella, Praia A Mare, Aieta e Tortora
90. Rosa Martirano cantante- Cosenza
91. Roberto Taufic musicista – Cosenza
92. Mario Ascente musicista San Giorgio Albanese
93. Ferruccio Stumpo regista Compagnia degli Untori- Cosenza
94. Francesco Stumpo musicista
95. Maria Luigia Bove organizzatrice – Cosenza
96. Giovanni Turco attore – Cosenza
97. Mauro Minervino docente Antropologia culturale – Catanzaro
98. Francesco Mazza musicista /attore – Milano
99. Tiziana Scarcella musicologa- Gioia Tauro
100. Biagio Accardi musicante – Tortora
101. Luciana Lambrosciano – organizzatrice mostre d’arte
102. Lo Squintetto – Cosenza
103. Marcello Borghese scrittore – Polistena
104. Spazio Teatro Gaetano Tramontana - Reggio Calabria
105. Massimo Cusato percussionista – Locri
106. Doriana Macrì studiosa di letteratura – Crotone
107. Gruppottanta ass.culturale – Cosenza
108. Centro Rodari per la Musica – Cosenza
109. Philarmonia Mediterranea – Cosenza
110. Enrico Meo pittore – Cosenza
111. Rita Triveri avvocato – Bovalino
112. Totò Critelli musicista – Tiriolo
113. Danilo Gatto musicista –Catanzaro
114. A.R.PA. Associazione Culturale - Catanzaro
115. Vincenzo Stranieri – cultore di etnologia della Calabria
116. Rina Amato operatrice socio culturale - Roma
117. Teatro Berthold Brecht - Formia
118. Dilva Foddai musicista – Formia
119. Valentina Ferraiolo musicista – Formia
120. Paola Ricci musicista – Formia
121. Pompeo Perrone attore – Formia
122. Luciana Lambrosciano organizzatrice galleria d’arte- Cosenza
123. Pino Michienzi attore/regista – Roma
124. Anna Maria De Luca attrice – Roma
125. Luca Maria Michienzi attore – Roma
126. Cooperativa sociale Mistya – Locri
127. Salvatore Vercellino – Musicista
128. Alessandro Vuono musicista – Rende
129. Lello Serao attore – Napoli
130. Libera Scena Ensamble - Napoli
131. Peppe Servillo cantante Avion Travel – Roma
132. Roberto Solofria - regista/attore - Caserta Teatro dei Mutamenti - Caserta
133. Sharo Gambino scrittore - Cosenza
134. Marinella Gambino docente-critico letterario – Cosenza
135. Francesca Marchese attrice – Cosenza
136. Pier Luigi Tortora attore – Caserta
137. Salvatore Anelli artista – Cosenza
138. Andrea Ras attore Cosenza
139. Maria Pia Abbruzzino attrice – Crotone
140. Renata Antonante studentessa – Cosenza
141. Raffaella Reda attrice – Cosenza
142. Paolo Mauro attore – Cosenza
143. Antonella Ciappetta coreografa – Cosenza
144. Maria Pia Cosenza – Insegnante – Cosenza
145. Carmine Garofalo operatore turistico - Cutro
146. Ass. Santibriganti – Cutro
147. Giacomo Vallozza Teatro del Paradosso (Loreto Aprutino - PE)
148. Paolo Napoli musicista – Cosenza
149. Federica Nobilio attrice - Pescara
150. Coro Unical – Arcavacata di Rende
151. Anna Maria Spaccarotella- musicista Cosenza

Per le adesioni: dora.ricca@tin.it

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