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Fantasmi &
fantasmi
di Vito Teti
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Parliamo
di fantasmi. Di quelli morti. Ché quelli viventi sono più
inquietanti e pericolosi. Si mimetizzano, si trasformano, fanno
davvero male. Ai luoghi e alle persone.
Una calda sera di agosto dell’anno scorso. S. Giorgio Morgeto,
grosso centro interno della Piana, in provincia di Reggio
Calabria. Un’ anziana signora, che abita nella zona alta del
paese, in prossimità, dei ruderi imponenti del castello
normanno-aragonese, non riesce a prendere sonno. Si siede sul
davanzale di un piccolo balconcino e si mette a leggere. E’
passata da poco la mezzanotte, il silenzio notturno viene
squarciato da urla spaventose che sembrano provenire dal
castello. Al primo urlo agghiacciante, la donna resta stupita ed
incredula. Pensa a qualche cane, entra in agitazione e in
tensione. Qualche minuto dopo l’urlo, più forte e più lungo dei
precedenti, si ripete. La donna si chiede se abbia sentito
davvero quegli urli strazianti o non abbia sognato. Si dà, come
si suole in questi casi, dei pizzicotti, ma è in preda allo
spavento. Si concentra, cerca di ascoltare bene. Un urlo
straziante si ripete per ben sei volte. Non sembra quello di un
animale, ma di una persona devastata dal dolore. Morta di paura,
la donna si chiude in casa. Era un venerdì.
***
Il giorno dopo la donna non parla con nessuno, ha paura di
essere presa per pazza. Tutto sembra trascorrere normalmente,
nessuno denuncia stranezze o episodi violenti avvenuti nella
zona. La notte successiva si mette ad ascoltare con attenzione:
non accadde nulla di strano. Si convince che gli urli altro non
erano che il frutto della propria immaginazione.
Qualche sera dopo, però, precisamente un martedì, dopo la
mezzanotte, il triste ed agghiacciante grido si ripete. Questa
volta la signora è certa di aver udito bene: qualcuno
all’interno dei ruderi del castello ha lanciato quel grido. Le
notti diventano cariche di paura. Ed è a questo punto che la
donna telefona alla redazione locale de “Il Quotidiano” per
raccontare la strana vicenda.
Michele Albanese, bravo e attento giornalista del luogo, certo
non in cerca dei scoop, dà voce alle paure della signora. Ne
scrive, in maniera problematica, sul giornale e comincia così
una sorta di caccia al fantasma.
***
A S. Giorgio e nella regione sono in molti a chiedersi chi sia
il fantasma inquieto, da dove arrivino quegli urli, in giornate
critiche (secondo le credenze popolari) come il martedì e il
venerdì. Il paese, come avviene in questi casi, si divide tra
chi è scettico, non crede, sorride e chi invece pensa che non si
sa mia, che la signora ha ragione.
I non scettici fanno riferimento a memorie del passato,
rievocano storie di periodi precedenti. Il racconto della donna
alimenta i ricordi di altri abitanti del paese. Una donna di 85
anni racconta di come tanti anni fa, all’inizio degli anni
trenta, quando aveva poco più di dieci anni, i suoi fratelli non
volevano portare le pecore al pascolo in montagna poiché al
ritorno, in tarda serata, spesso udivano strani rumori provenire
dall’interno della fortezza. Un uomo di 77 anni afferma di avere
sentito, di notte mentre tornavo a casa dalla campagna, anche
lui tanti anni fa quelle urla e di non averne parlato con
nessuno per paura. Molti si mettono ad aspettare il fantasma, si
recano in prossimità del castello. Vi giungono forestieri e
turisti, curiosi e scettici in cerca di novità, di colore, di
stranezze.
Viene, lentamente, riorganizzata una sorta di memoria locale del
fantasma, affiorano storie e leggende del passato, si inventano
nuove tradizioni. Un anziano del posto racconta ai giornalisti
di un giovane del luogo, che si ribella al “ius primae noctis”,
si veste da donna e si è presentato al posto della moglie
davanti al feudatario. Non appena questi appare lo uccide con un
pugnale.
Qualcuno guarda a fonti e testimonianze più lontane nel tempo.
Segnala una tradizione erudita cinque-seicentesca che si era
occupata dei miti di fondazione delle comunità calabresi.
Le urla, le apparizioni, le ombre risalirebbero alla notte dei
tempi, alla fondazione di Morgete o Morgezia ad opera di Morgete
figlio del re Italo. Costui, secondo quanto scrive Giovanni
Fiore da Cropani ne “La Calabria Illustrata” (I tomo, 1691: l’
opera integrale, in tre tomi, e stata pubblicata presso
Rubbettino a cura di Ulderico Nisticò), prima di salire al trono
avrebbe gettato le fondamenta del castello, dandogli il proprio
nome. I primi abitatori, dopo la morte di Morgete, «per iddio lo
adorarono, riportandone in premio gli oracoli, non in risposte,
ma in visaggi, co’ quali si ombreggiava ciò, che di sapersi si
desiderava. Apparivano quelle ombre, o visioni su la sua
sepoltura, nella parte più alta dell’abitazione di notte tempo,
dichiarandono con vivezza i successi delle cose addimandate».
Le donne del paese si vantavano (ancora nel Seicento) di vedere,
a mezzanotte, le figliuole di Giove, conosciute come le iovisse.
Questa credenza, scrive il Fiore, dura fino a quando non si
diffonde la fede cristiana che cancella ogni «costumanza
idolatra». Proprio in quel luogo, i monaci basiliani infatti
costruiscono un monastero che dedicano a San Giorgio, uccisore
del drago, al quale trasferiscono «la devozione del menzognero
Morgete».
Di recente è stato rinvenuto in una biblioteca privata del paese
(dal sindaco Nicola Gargano) un sonetto (di cui si era a
conoscenza, ma era dato per disperso) “La notte Morgezia”
(pubblicato a Napoli del 1842) del canonico Nicolino Amendolia,
in cui il prete racconta, con un sentimento di angoscia e di
terrore (secondo un canone ottocentesco), l’incontro fatto al
castello con il re guerriero Morgete. E’ un componimento in cui
orrore e pietas convivono, alimentando il mito dell’eroe
fondatore, usato politicamente per rendere omaggio ai Borboni.
In seguito lo storico locale Domenico Cangemi autore di una
“Monografia di San Giorgio Morgeto” (1886), si sofferma su
questa tradizione che, nel tempo, diventa motivo identitario
della comunità. Il richiamo ad origini mitiche e ad eroi
fondatori è stato funzionale alla costruzione di un senso di
appartenenza di famiglie borghesi e professioniste del luogo,
che mal sopportavano la marginalità in cui venivano cacciate
dalle logiche economiche, culturali, burocratiche del nuovo
stato unitario. Sull’ “uso del classico” Salvatore Settis ha
fatto considerazioni interessanti. La fuga nella classicità,
come scriveva Alvaro, aveva contorni retorici e non si rendeva
conto delle grandi trasformazioni in atto o del fatto che
braccianti e contadini fuggivano all’estero. D’altra parte l’
“uso della classicità” rispondeva a una chira strategia
identitaria per ceti sociali in ascesa. Bisognerebbe discutere a
lungo.
***
Il castello, come attestano recenti ricognizioni archeologico,
quasi certamente è stato costruito (magari su un precedente
kastron) ad opera dei normanni e successivamente riadattato
dagli aragonesi e dagli spagnoli. La tradizione di una sua
fondazione più antica, in un’area peraltro popolata fin da epoca
protostorica, risponde a quel bisogno di nobilitazione dei
luoghi e di mito delle origini, che caratterizza, per l’appunto,
le élite in epoca moderna.
Un’altra leggenda, ricordata nei giorni di ritorno del fantasma,
riporta al periodo medievale,quando il castello sarebbe stato
calpestato dal demonio che, dopo aver lasciato la sua impronta,
la «pedata d’u diavulu», in cima alla fortezza, sarebbe balzato
con un salto nella parte bassa del paese lasciando dietro di se
un’immensa oscurità. Da allora la fortezza feudale di San
Giorgio è andata in rovina lasciando come testimonianza
solamente ruderi del passato. Non si dimentichi, peraltro, che
S. Giorgio Martire, uccisore del Drago, eredita anche tratti
culturali di epoche precedenti. Anche S. Giorgio, salvando la
fanciulla dal drago divoratore, appare nel folklore e nelle
leggende calabresi come eroe fondatori di luoghi e di paesi.
***
Affiorano memorie e tradizioni orali, si sovrappongono schegge
di culture sedimentate nei secoli, si manifestano immagini e
visioni che si trovano in molte altre parti della Calabria. Ad
esempio quella del tunnel sotterraneo che collegherebbe il
castello con le rovine dell’antica città di Altano in località
Sant’Eusebio. Qualcuno ricorda la maledizione che un domenicano
avrebbe lanciato su San Giorgio Morgeto il giorno in cui venne
allontanato dal paese. C’è chi parla anche di un frate ammazzato
dalla marchesa Belinda nel XVI secolo per fare da custode ad un
tesoro sepolto in una tomba sotterranea. Il motivo della
maledizione e quella del tesoro nascosto, grazie al sacrificio
di un essere umano o di un animale, sono presenti in tutta la
regione. Una maledizione inviata da qualche divinità è spesso
all’origine dell’abbandono dei luoghi, di terribili terremoti,
della distruzione di abitati.
Da ricordare ancora la credenza (diffusa in varie parti della
regione) della chioccia dalle uova d’oro, ai piedi della
fortezza e mai ritrovata. Secondo, la leggenda della «Mala
Pineta» all’interno della pineta sottostante la fortezza, si
celerebbe una misteriosa donna la cui visione in passato causava
perdita dei sensi e amnesia. Il termine pineta si confonde, in
questa circostanza, con «proneta» o «pianeta», una
personificazione folklorica della morte che dimora nell’acqua e
che assumendo sembianze di strega o di giovinetta, attira i vivi
nel mondo dei morti.
In molti paesi calabresi sono state raccolte testimonianze di
persone che narrano dell’apparizione di questa figura
fantastica.
L’esistenza di un fantasma, che parla di un morto di mala morte,
che non trova pace ed urla, (che è tornata viva questa estate)
si colloca in un più vasto paesaggio naturale e culturale
all’interno del quale sono presenti luoghi pericolosi per
l’apparizione dei defunti). A San Giorgio Morgeto, scriveva
Raffaele Lombardi Satriani nelle “Credenze popolari calabresi”
(1951), «si crede che gli spiriti frequentino quelle case su cui
gravita un legato o un censo non soddisfatto». Ricordano Luigi
M. Lombradi Satriani e Mariano Meligrana nel bellissimo Il Ponte
di San Giacomo (1982): «Siamo nell’ambito di influenza del
diritto del morto e l’apparizione degli spiriti sembra
costituire ammonimento e sanzione per l’inosservanza di un
obbligo».
La storia degli urli strazianti del fantasma passa di bocca in
bocca, di casa in casa, si diffonde sui giornali e sulle
emittenti locali. Tanti curiosi si recano a S. Giorgio per
scoprire cosa si nasconda dietro al mistero del grido lacerante.
I tuoni e fulmini dei temporali estivi che accolgono i
visitatori rendono ancora più inquietante la vicenda.
Nel frattempo continua la caccia per scoprire l’ultima testimone
dell’evento, che non rivela la propria identità. Si pensa a una
emigrata tornata da Milano.
***
L’evento potrebbe essere liquidato come il ritorno ad antiche
credenze, come il portato residuale di storie e leggende del
passato. Ed indubbiamente la memoria comunitaria gioca un ruolo
decisivo. Quanto accade a S. Giorgio Morgeto, tuttavia, racconta
vicende più generali e anche più recenti. Non mi soffermo sulla
letteratura (soprattutto inglese, ma non solo) e sul folklore
relativi ai fantasmi e nemmeno sui morti viventi, i revenents, i
vampiri, i morti non morti (sono “figure” con somiglianze, ma
anche diverse, come ho avuto modo di scrivere nel mio La
melanconia del vampiro, manifestolibri, 1994, n. ed. 2007).
Ricordo soltanto che il tema della donna (o anche dell’uomo) che
torna per amore è presente già nell’antichità, ma è nel corso
dell’Ottocento che si afferma e si diffonde in letteratura il
motivo della «morta innamorata», della donna vampiro che torna
da morta per prendersi quanto le è stato negato in vita. E’ un
motivo che ricorre nel cinema dei nostri giorni e nelle tante
leggende metropolitane. Tutti i luoghi, tutti i paesi, tutte le
città conoscono storie di fantasmi, di defunti che non trovano
pace, di morti che vogliono tornare. Rovine, resti di case
abbandonate, chiese sconsacrate, dirupi, acque malefiche, grotte
sono luoghi in cui si aggirano “fantasmi” o anche “defunti”
(“spiriti”) che potrebbero tornare in maniera pericolosa. Questo
folklore locale, che comunque presenta somiglianze con
tradizioni relative ai revenants (cito Carlo Ginzburg e Tonino
Ceravolo) di una vasta area euromediterranea (e non solo) è
stato arricchito, integrato, reinventato grazie a un
neo-folklore di ambiente metropolitano e postmoderno.
La geografia dei luoghi abitati da fantasmi a livello mondiale è
davvero vasta. Libri, cinema, fumetti, siti web fanno un
interminabile elenco di dame di corte, di cavalieri ed armigieri,
di monaci e figure religiose, di autostoppisti fantasmi. Film
come il celebre Ghost di J. Zucker, dove convergono motivi del
folklore di varie parti del mondo, credenze arcaiche, paure e
angosce dell’uomo del passato e di oggi, nuove leggende
metropolitane, ricordano una nostalgia della morte, che
significa radicale e insopprimibile nostalgia della vita. Il
folklore di tutte le aree della Calabria è ricco di credenze che
parlano del ritorno dei defunti tra vivi, secondo modalità
rituali e in tempi e in luoghi canonici.
Fantasmi e defunti che urlano e ritornano a volte come vampiri
inquietanti ci ricordano che non possiamo non fare i conti con
la morte. La nostra società che tenta, in mille modi, di
rimuovere, occultare, rendere invisibile la morte, vede tornare
e nascere al suo interno credenze, angosce, paure che ci parlano
di una sua ineliminabilità. I defunti tornano tra noi e a volte
come vampiri inquietanti.
***
Michele Albanese, mi ha detto che anche quest’anno voci
lancinanti e straordinarie sarebbero state ascoltate almeno tre
o quattro volte. Il giornalista ha deciso di non insistere sulla
notizia per evitare che tutto venga ridotto a colore e a
folklorismo deteriore. S. Giorgio Morgeto ha tante storie,
bellezze, risorse per essere ridotto a luogo di morbosità ad
opera di turisti distratti. Non a caso l’Amministrazione
comunale ha in mente una convegno di studi che affronti il
problema delle memorie e delle culture locali senza retoriche e
senza alcuna concessione all’esotico. Intanto leggo dai giornali
che Antonio Panzarella ha allestito uno spettacolo teatrale da
rappresentare tra i ruderi del Castello e Cesare Pitto ha
scritto un testo per l’occasione.
Ogni intervento culturale, quando fatto con dignità e con
passione, può servire a creare presa di coscienza, può aiutare a
conoscere una tradizione che va decifrata nei suoi molteplici
messaggi, non va mummificata o restaurata, ma deve essere,
eventualmente, declinata al futuro. La tradizione non è data una
volta per sempre, viene costantemente reinventata. Bisognerebbe
essere capaci anche di inventare nuove tradizioni, nuove culture
capaci di creare socialità, “economie”, dialoghi.
Mettiamo da parte inautentiche nostalgie, interroghiamo il
passato, “comprendiamolo” e creiamo nuove soggettività. Ma
abbandoniamo il concetto di cultura come sapere libresco,
apriamoci all’idea di cultura antropologica, anche come
narrazione e come fatto estetico. E pensiamo (diversamente da
quanto fanno tanti culturologi) che cultura è anche
“elaborazione”, produzione, capacità di trasformare il mondo.
Non da sola certo.
***
Le rovine, come scrivo in molti miei lavori, diventano luoghi
del “rimorso”, perturbano, attirano, continuano a parlare. Non
cito una sterminata letteratura sulle rovine (da Chateubriand a
Du Camp, da Baudelaire a Simmel, da Benjamin ad Augé) che ha
segnato la tradizione culturale dell’Occidente. La rovina ha
alimentato il pensiero e la produzione di scrittori, poeti,
archeologi, filosofi, artisti, urbanisti. Negli ultimi tempi le
rovine (parchi archeologici, anfiteatro, castelli) sono
diventati luoghi vivi grazie a manifestazioni musicali,
teatrali, letterarie e ad installazioni artistiche. Anche in
Calabria, per fortuna, dove però la cautela è d’obbligo. Dalle
nostre parti abbiamo devastato paesaggi, cancellato il bello,
sepolto reperti archeologici, e, qualche volta, anche coloro che
dovrebbero presiedere alla tutela, valorizzazione, al “riuso”
(anche in chiave estetica) della rovina non hanno brillato per
attenzione e per rispetto del rudere. Per rendere vivi e
dinamici i parchi e le rovine, forse, bisognerebbe cercare di
non rimuoverli, di non danneggiarli, di proteggerli da
devastatori e da ruspe.
Non è di questo che adesso voglio parlare. Intendo segnalare il
“senso popolare” e a “percezione locale” delle rovine, dei
ruderi, dei luoghi abbandonati che è stato argomento poco
frequentato. Le tante feste religiose e i tanti nuovi
pellegrinaggi, miscela colorata di elementi tradizionali e
postmoderni, che si svolgono tra le rovine dei paesi abbandonati
della regione (Africo, Roghudi, Cerenzia, Precacore-Samo,
Nicastrello ecc. su cui mi sono soffermato ne “Il senso dei
luoghi”, Donzelli 2004 e in altri scritti) parlano del bisogno
delle popolazioni di riconoscere i luoghi, di stabilire un
rapporto con gli antenati e con il proprio passato, di affermare
un desiderio di presenza e di centralità nei luoghi recuperati
alla memoria.
Il paese abbandonato costituisce rimorso e senso di colpa degli
abitanti dei nuovi paesi doppi, delle persone originarie del
luogo e disperse nel mondo. Il paese morto come prefigurazione
di rischio e possibilità della fine dei nuovi paesi. Il paese
morto come memoria che assilla, opprime, interroga il nuovo
paese.
I paesi morti sono una sorta di memento mori, sono testimonianza
della caducità. Sono lo specchio delle dispersioni e degli
abbandoni di oggi. Sono un mitico rimpianto. Sono ciò che
saremo. Sono i fantasmi da cui non ci si libera, da cui non ci
si vuole liberare.
Forse i fantasmi di S. Giorgio Morgeto urlano con inquietudine e
disperazione, incerti tra la nostalgia della vita e la paura di
tornare in un mondo popolato da fantasmi più inquietanti di
loro. Sono lacerati tra desiderio del ritorno e paura di non
riconoscere luoghi devastati che faticano a mandare segnali di
vita.
Forse hanno pensato che tornando avrebbero la peggio a contatto
con tante “anime morte”, con tanti morti viventi che si aggirano
nelle nostre contrade. Hanno pensato che tornare e ritrovare i
“fantasmi” della politica (ma c’è una buona rappresentanza in
tutta la cosiddetta società civile) - che non muoiono e non
scompaiono mai, eterni famelici vampiri - non vale proprio la
pena e mandano forte il loro grido di disperazione.
Morti per morti, se ne stanno là dove sono, urlando, forse, ai
rimasti di alimentare, fin che possono, la vita.
Forse i fantasmi, più dei viventi, suggeriscono che è bene
guardare avanti, riconsiderare e riguardare oggi i luoghi e le
persone, anziché rimpiangere un passato e una tradizione che,
anche quando hanno avuto una loro nobiltà e grandezza, non
possono essere restaurate.
Mi piace immaginare (ma non ho alcuna prova) che l’urlo dei
fantasmi sia un urlo di dolore per quanto di brutto sta
avvenendo nella nostra terra. I tanti re Morgete fondatori di
luoghi vorrebbero forse allontanare, in maniera disperata,
quanti oggi cancellano memorie, devastano luoghi e culture,
alimentano una cultura della morte e negano il futuro alle nuove
generazioni. |
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