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Fermare il
ministro insabbiatore
di Vito Teti e
Domenico Cersosimo
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Giorni
molto tristi in Calabria. Siamo immersi nel buio profondo.
Sembra che non ci sia mai limite al peggio. Non è pessimismo di
maniera; è la dolente realtà. Dopo l’omicidio Fortugno e i
drammatici fatti di Duisburg ci si attendeva un colpo d’ali, una
effettiva inversione di tendenza rispetto a prassi politiche e
di governo routinarie, schiacciate sull’asfittico orizzonte
della quotidianità. Invece niente di rilevante, niente che
faccia pensare ad una rottura del tran tran. Nel frattempo la
regione continua a scivolare sul piano inclinato del degrado
civile e politico, a riempire le pagine della cronaca nazionale
con episodi di estrema gravità che ne fanno un “caso” di scuola
di emergenza continua e di anomalia democratica che segna la
vita quotidiana, i pensieri, le emozioni di ogni calabrese,
fuori e dentro della regione. Noi vorremmo raccontare storie
belle, segnalare esperienze positive – come proviamo a fare
tutte le volte che è possibile – e purtroppo quanto di grave e
di brutto accade condiziona anche il nostro legame con la
regione, il modo di viverla e di raccontarla, la nostra stessa
scrittura.
Un giorno apprendiamo dai giornali che la criminalità
organizzata avrebbe preparato un piano di attentati mortali
contro i magistrati antimafia della procura di Reggio Calabria.
Il giorno dopo, la diffusione di intercettazioni telefoniche e
gli esiti di indagini di polizia confermano che la ’ndrangheta
si muove ormai sulla linea stragista della mafia siciliana. In
una nazione autenticamente democratica, amante della legalità,
orgogliosa dei propri servitori che rischiano quotidianamente la
vita, il ministro della Giustizia si sarebbe precipitato a dare
sostegno e conforto ai magistrati a rischio. Avrebbe inviato
pubblici attestati di solidarietà; si sarebbe adoperato per
rafforzare strutture e capacità delle sedi più esposte; avrebbe
manifestato fiducia ai magistrati delle procure che lavorano
senza fotocopiatrici e che sono costretti ad anticipare di tasca
propria le spese della benzina delle macchine di servizio.
Nulla
di tutto questo. Al contrario, il guardasigilli, che viaggia
spudoratamente con l’aereo di Stato per piaceri privati, avvia
dapprima ispezioni nella procura di Catanzaro e prospetta,
successivamente, al Csm il proposito di trasferire il sostituto
procuratore Luigi De Magistris che sta conducendo, e pare
concludendo, importanti indagini sulla malaeconomia calabrese,
su politici corrotti e corruttori, locali e nazionali. L’esito
perseguito appare evidente: sottrarre le carte processuali dalle
mani del magistrato che ha individuato un presunto “comitato di
affari” nel quale sono coinvolti politici, magistrati e
imprenditori, alcuni dei quali in rapporti di amicizia con lo
stesso ministro della Giustizia. Insabbiare e comunque frenare
la conclusione delle indagini.
Nemmeno Previti e Berlusconi erano arrivati a tanto.
Sappiamo bene che la legge è regolata da procedure specifiche
volte a garantire imparzialità, neutralità e autonomia dei
giudici. Sappiamo anche che i giudici possono però essere
oggetto di controllo e di sanzioni. Niente di strano dunque che
anche la procura catanzarese sia sottoposta ad ispezioni
ministeriali per valutare la correttezza dei comportamenti dei
suoi magistrati. Non è questo il punto. Il punto è in primo
luogo la tempistica: è proprio necessario intervenire ora, prima
cioè degli esiti dell’istruttoria in corso al Csm sul conflitto
di competenze tra De Magistris e il procuratore capo? Eppoi: è
così inderogabile intervenire immediatamente, a ridosso cioè
della chiusura di alcune delle inchieste più scottanti? Il punto
è in secondo luogo l’opportunità di un intervento diretto da
parte di un guardasigilli coinvolto, seppure indirettamente, in
alcune delle presunte trame illecite al centro delle indagini
del sostituto procuratore calabrese.
Il messaggio inconfondibile che arriva all’opinione pubblica
regionale e nazionale da questa vicenda è il tentativo della
politica di controllare e mettere sotto silenzio la magistratura
che compie indagini a tutto campo, che prova a disvelare
circuiti, comitati e reti di potere finalizzati ad intercettare
e appropriarsi di denaro pubblico. Paradossalmente, il
guardasigilli, da sempre uno dei politici più antipolitici,
interviene a gamba tesa in un ambito cruciale della vita
democratica e poi ha l’ardire di lamentarsi dell’antipolitica
montante.
A rischio di passare per tardolombrosiani, da De Magistris
acquisteremmo una macchina usata, dal ministro (come ha scritto
Matteo Cosenza) mai e poi mai. Non solo per una questione di
faccia, ma soprattutto per modo di essere e di fare. Un
magistrato che continua sereno il proprio lavoro e non rilascia
dichiarazioni ci rassicura; un ministro che minaccia ad ogni
pie’ sospinto crisi di governo e cambiamenti di casacca, non
proprio per nobili ideali, è tutt’altro che rassicurante.
Il folklore tradizionale calabrese è denso della carica di
dolore e di sfiducia popolare verso la possibilità di incrociare
una giustizia davvero equa e giusta. Ricordano due proverbi:
«Con danari ed amicizia si va in culo alla Giustizia»; «La Legge
è uguale per tutti; chi ha danari se ne fotte». La sfiducia
delle popolazioni nei confronti di chi dovrebbe affermare leggi
uguali per tutti purtroppo non è un fenomeno del passato.
Indagini ad hoc ed evidenze empiriche quotidiane mostrano che il
grado di fiducia dei calabresi nei confronti della giustizia si
è ridotta al lumicino, ad un livello molto più basso del pur
infimo livello registrato in altre aree del Paese. Tuttavia, la
Calabria ha espresso anche altre, dissonanti e alte idee di
legge e di giustizia: da Gioacchino a Campanella, da Alvaro ai
braccianti che nell’immediato secondo dopoguerra occupavano le
terre incolte del latifondo. Necessariamente a queste seconde
bisogna riferirsi se si vuole provare a risalire la china. Siamo
obbligati a scovare dalle nostre tradizioni le credenze e i
messaggi positivi. Riscoprire fiducia sopita, orgoglio
depauperato, coraggio dimenticato. Per storia antica sappiamo
che al peggio non c’è limite, ma le élite dirigenti e i ceti
sociali più avvertiti hanno il dovere morale di alimentare
speranze di cambiamento. Soprattutto quando la situazione è al
collasso e quando le riserve collettive di fiducia sono state
colpevolmente dissipate da gruppi dirigenti improvvisati e
voraci. Rassegnarsi al peggio è favorire il peggio.
Seppure siamo molto critici con la deriva autoreferenziale della
politica corrente, non possiamo che apprezzare le dichiarazioni
indignate di diversi parlamentari, tra cui quelle di Giacomo
Mancini e di Angela Napoli. Quest’ultima, in particolare, mostra
un insolito coraggio dal momento che nelle indagini della
procura catanzarese compaiono nomi eccellenti della propria area
politica.
Molto di più ci saremmo aspettati dalla sinistra a cui abbiamo
riposto grande speranza, purtroppo quasi sempre delusa. Il
Partito Democratico, a cui molti, pure disincantati e
sfiduciati, guardano con generosità e aspettative, non mostra
quei segnali di novità annunciati. Addolora il silenzio
imbarazzato del governo e di Prodi, mentre Veltroni e, a
fortiori, chi si appresta a diventare segretario indiscusso del
Pd calabrese avrebbero il dovere politico di dire subito da che
parte si collocano e perché. E’ in questi momenti che si giudica
il muscolo morale e civile di un leader. E’ su temi strategici
come il rapporto politica-giustizia che si affermano nuovi
sentimenti e nuove pratiche politiche. Non bastano i buoni
propositi, né interventi pubblici suggestivi ed evocativi di una
società migliore, più giusta, con più opportunità per tutti. Bei
discorsi non sono sufficienti per costruire un nuovo partito.
Legalità, onestà e moralità sono merce rara da tutelare senza
tentennamenti e soprattutto da praticare giorno per giorno,
ancor più se investiti da responsabilità pubbliche. Non si
alimenti il tendenzioso sospetto che col silenzio si intende
coprire personaggi politicamente indifendibili e prassi di
gestione delle risorse pubbliche opache, clientelari,
affaristiche.
Tutti i parlamentari e gli uomini politici che hanno manifestato
solidarietà a De Magistris mostrino coerenza tra parole e fatti.
Dicano che la magistratura, pure criticabile, è autonoma dallo
strapotere dei politici. Si attivino perché il ministro
insabbiatore sia fermato. Ascoltino le voci che arrivano dai
giovani e da tante associazioni o non si lamentino poi se si
dilata il clima di ostilità e di sfiducia nei loro confronti.
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