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La nuova incompiutezza della Calabria
Dai non più luoghi ai non ancora luoghi
di Vito Teti


Il “vuoto” dei paesi dell’interno.

La Calabria è cambiata in maniera profonda negli ultimi decenni. Non è una considerazione nostalgica, carica di rimpianto, e nemmeno una dichiarazione di entusiasmo o di stupore: è una “verità” che ognuno di noi accoglie, elabora, commenta e affronta con sentimenti i più diversi, talora contrastanti. Quella che è finita per sempre è la geoantropologia dei paesi presepi, arroccati alle colline, alle montagne, appollaiati alle rupi. La fuga, la mobilità, lo spostamento di uomini, di animali e di abitati, che ha fatto parlare Alvaro dei calabresi come di una “tribù nomade”, sono stati sempre ricorrenti nella lunga storia della nostra terra, ma oggi qualcosa di inedito si è verificato nel territorio, nell’organizzazione dello spazio, nel rapporto tra zone interne e zone marine, nell’antropologia delle popolazioni. Certo, quanto è avvenuto ha un carattere aperto, precario, incompiuto, e tuttavia risulta decisivo per rendere parziali e desuete immagini di una Calabria statica, con un’identità compatta e granitica, con una tradizione che si ripeterebbe sempre uguale.

Già nei primi anni cinquanta del Novecento scrittori come Corrado Alvaro, Francesco Perri, Saverio Strati e meridionalisti come Umberto Zanotti Bianco e Giuseppe Isnardi avevano compreso che il progressivo abbandono dei paesi dell’interno - spesso a seguito di catastrofiche alluvioni, ma soprattutto con il nuovo grande esodo emigratorio - andava assumendo caratteri catastrofici, da “fine del mondo”, che alla lunga avrebbe cancellato il tradizionale assetto del territorio, culture e mentalità secolari. L’emigrazione degli anni cinquanta-sessanta, la nascita dei paesi doppi all’estero, con tanti emigrati che tornavano nel periodo estivo e intrattenevano forti legami con il paese d’origine, non aveva fatto presagire la portata e l’entità dell’abbandono. A distanza di circa cinquant’anni, in un periodo che potremmo definire di “post-emigrazione”, il quadro della dilatazione e deterritorializzazione, del trasferimento e del rimpaginamento dei luoghi della regione si è ormai precisato. Quando scrivo della fine dei paesi presepi non mi riferisco soltanto all’abbandono di Africo vecchio e di Brancaleone superiore, di Amendolea, di Roghudi e di Ghorìo di Roghudi, di Nicastrello (Capistrano), di Carello (S. Giovanni in Fiore), di Laino Castello e nemmeno a casi di abbandono quasi totale come Ragonà e Nardodipace, Badolato e Cleto. Mi riferisco a quel vasto processo di svuotamento di decine e decine di paesi dell’interno, che determina una nuova organizzazione dello spazio e un’inedita distribuzione della popolazione sul territorio, per non dire di quelle mille Calabrie fuori della Calabria, che pure appartengono alla nostra percezione e alla nostra mentalità. Il drammatico e doloroso abbandono di Cavallerizzo racconta purtroppo questo rischio spopolamento di intere comunità.

Quello che ieri ai locali e ai forestieri appariva “troppo pieno”, il paese dell’interno pieno di uomini e animali - le immagini dei tuguri dove decine di persone vivevano insieme alle bestie sono ricorrenti in tanta letteratura - oggi è diventato praticamente vuoto, “vacanti”. Anche comunità ancora popolate hanno al loro interno una parte disabitata, case vuote, “rughe morte”, che li trasformano, talora, in luoghi inquietanti e perturbanti, sospesi, quasi nell’attesa del peggio. Nei paesi dell’interno vengono, quasi quotidianamente, chiuse scuole, uffici postali, ospedali, presidii delle forze dell’ordine. Anche tanti centri lungo la costa, di recente popolamento, si presentano con una zona vuota, disabitata, spesso in rovina. Nei tanti paesi dell’interno, spesso quando muore una persona anziana o sola non si chiude solo una storia, si chiudono le “storie”, si chiude un’epoca, si chiude una casa, si estingue una famiglia, talvolta scompare un cognome. La vita e la cultura del vicolo sono finite da decenni, ma adesso il vicolo, la ruga, diventano degli angoli bui, dei territori vuoti anche all’interno di paesi abitati. I mesi invernali sono quelli che fanno sentire di più una sorta di rischio chiusura dell’abitato, comunque di stravolgimento degli spazi tradizionali. Il vuoto spaziale dà origine a una sorta di zona di nessuno, a una specie di linea di confine, poco conosciuta e poco frequentata, evitata. I paesi in abbandono, con spazi deserti e vuoti, sono spesso senza più centro, senza piazza, senza bar, senza più rapporti, senza più punti di riferimento, con paesaggi urbani stravolti.

A poche centinaia di metri sono sorte abitazioni isolate, non comunicanti, incompiuti, supermercati in luoghi isolati e senza servizi, centri commerciali nel “deserto”, case di edilizia popolare senza vere strade di accesso, quartieri “residenziali” senza alcun punto di riferimento. E negli stessi centri abitati vuoti continuano tuttavia a sorgere case con balconi, pilastri, mansarde scheletriche e nude che non saranno mai ultimate. I calcoli e le previsioni delle persone che le hanno alzate si sono rivelati sbagliati. Non si può prevedere la vita e il destino di un figlio, cui nello stesso tempo si costruisce la casa e si augura che possa andarsene da un paese dove non c’è niente da fare. L’abbandono, paradossalmente, confina con territori di nuova cementificazione. Gli amministratori continuano a progettare inutili opere pubbliche e a partecipare a piani di sviluppo. Le zone interne e la montagna sono state contemporaneamente sguarnite e ferite. Si vive nel luogo, spesso, senza conoscere veramente il luogo. La campagna non è più luogo produttivo e di frequentazione, non è il luogo dei giochi dei bambini, spesso è soltanto un deserto, un’area incolta. La vita delle persone non è più legata d’altra parte ad attività agricole, pastorali, artigianali e anche, dal punto di vista della produzione, i paesi sono ormai dei “non più luoghi”. Tutto questo ha comportato una profonda trasformazione di valori, pratiche sociali, relazioni tra le persone. Bisognerebbe scrivere a lungo.

Post-emigrazione e immigrazione.

Il vuoto dei luoghi dell’interno si verifica non tanto con l’emigrazione, piuttosto con “la fine dell’emigrazione”. Dagli anni settanta dell’Ottocento agli anni ottanta del Novecento la vita e la cultura dei paesi interni, in crisi, soggetti a costante spopolamento, si sono comunque ridefinite e riorganizzate a partire dall’esperienza emigratoria. Da allora è nata un’identità che si è basata su scambi, doppiezze, partenze, nostalgie, ritorni, ricostruzione. Si può dire che oggi viviamo una situazione di «post-emigrazione», nel senso che il rapporto tra le due comunità si è attenuato, quasi spento. I due paesi non comunicano, non costituiscono più l’uno l’ombra dell’altro. I paesi che avevano conosciuto una nuova vitalità, costruito una nuova identità, sull’emigrazione, sui contatti, sui legami con le zone dell’esodo, bisogna segnalare che anche questa via, questa valvola, questa risorsa si sta spegnendo. I legami tra i due paesi si stanno attenuando. Le persone nate in paese si stanno estinguendo. I figli e i figli dei figli hanno sempre meno rapporti col paese dei padri. I due paesi non hanno più un rapporto da doppio, si sono separati, e camminano da soli. I paesi sono rimasti soli, non hanno più un’identità basata sulla doppiezza, debbono trovare altre ragioni di presenza. L’appartenenza non può essere più costruita, come è avvenuto per oltre un secolo, sulla separatezza, su legami di distanza e di vicinanza, su scambi tra i due paesi, tra quello rimasto e quello partito.

«Post-emigrazione» non vuol dire, infatti, che dalla nostra regione non si parte più. Al contrario: si parte per lavoro e oggi, come negli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso, sono numerosi i giovani dei paesi e delle campagne che, diplomatosi nelle scuole calabresi, partono in massa per studiare fuori. Ugualmente consistente è il numero dei giovani laureati nelle nostre Università e che esportano le loro capacità e il loro sapere altrove, con una perdita notevole dispendio di risorse economiche ed umane. Questo vuol dire che l’emigrazione ha cessato di essere ormai anche una risorsa o un elemento di trasformazione positiva della realtà: non importiamo più saperi, ma se mai li trasferiamo altrove. Il tipo di emigrazione intellettuale, frammentario, diversa dalla logica delle catene emigratorie, comporta anche che non nascono più quei doppi che avevano arricchito e modificato il paese di origine. La fuga nel passato aveva comportato oltre a lutti e a dispersioni, a fenomeni di degrado, elementi di trasformazione, di innovazione, di apertura. Oggi la fuga e la mancata utilizzazione dei giovani costituisce un impoverimento in assoluto della regione. Pertanto sia l’emigrazione del passato, quella che ha prodotto una Calabria fuori della Calabria, sia quella di oggi non hanno la possibilità di «arricchire» la regione. Il rapporto con le comunità fondate dai nostri emigrati potrà diventare una nuova risorsa se ad esse si guarda con fantasia e capacità inventiva. Gli abitanti dei paesi interni appaiono precari, incerti del futuro, privi di amministratori e gruppi dirigenti capaci di progetti di rinascita, di nuove forme di protagonismo. I paesi dell’interno sono passati dalla melanconia da catastrofe e da isolamento alla melanconia dalla partenza, adesso alla melanconia da abbandono. Spesso nell’indifferenza generale, nel silenzio più assoluto. Non esistono più, come in passato, fatte rare eccezioni, nemmeno le voci degli scrittori e delle élites che avevano narrato, paventato, annunciato, con timore, lo spopolamento e lo svuotamento dei luoghi.

Naturalmente, non bisogna guardare ai paesi dell’interno soltanto come a “non più luoghi” del tutto irriconoscibili, a dei contenitori “vuoti” senza legami tra le persone. Resistono forme di legami e di solidarietà tradizionale. D’estate molte case sono ancora riaperte. Il paese sembra rivivere e spesso i locali sognano e inventano nuove forme di rinascita. Persistono, profondamente innovati, valori, riti, comportamenti del “passato”. Molti giovani rimasti sono sempre più padroni di nuovi linguaggi e di nuovi saperi. I soprannomi delle persone non raccontano più di arti e di mestiere, di legami familiari e di vizi o virtù del passato, ma di calciatori, eroi dei fumetti e delle televisioni, di telenovele. Nascono nuove tradizioni e nuove forme espressive. Si pensi alle feste nei paesi abbandonati, tra i ruderi, o alle nuove maniere di socializzare dei giovani. Una novità, su cui non si è ancora molto riflettuto, è data dall’arrivo degli immigrati, che spesso consentono una sorta di ricambio generazionale e il permanere di attività lavorative. I nostri paesi sempre più vuoti, sempre meno frequentati da emigrati che ritornano, fanno l’esperienza inedita e inimmaginabile fino a pochi anni addietro dell’arrivo di immigrati, uomini e donne, che trovano impiego nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle attività commerciali, come badanti nelle famiglie. Spesso i paesi «resistono» anche grazie a queste nuove presenze. Non bisogna sottovalutare che in molti paesi la resistenza all’abbandono diventa tenace, a tratti eroico. Si incomincia a prendere atto delle devastazioni in corso. Non si può parlare di non luogo (nell’accezione in cui lo fa Marc Augé) ma certo i paesi dell’interno, caratterizzati sempre più da legami e rapporti precari, sembrano dei non più luoghi, dei luoghi che non si riconoscono più, dei luoghi che faticano a trovare una loro ragione di essere. Elementi dell’antico paese convivono con tratti della modernità e della surmodernità. E in un certo senso i paesi appaiono dei luoghi postmoderni dove coesistono e convivono elementi i più disparati. Dalle “onde sonore” dell’antico paese (si pensi alle immagini che ne consegnano Alvaro in Gente in Aspromonte) siamo passati ai rumori di fondo, a sonorità e ai silenzi sconosciuti dei nuovi luoghi. Bisogna saperli ascoltare, tradurli in una nuova musica. Il senso di spaesamento per chi ha ascoltato gli ultimi suoni e le ultime voci dell’antico paese è grande, tuttavia non bisogna rimpiangere un buon tempo antico mai esistito, se mai è opportuno tentare di stabilire un “accordo” tra le voci delle antiche “vie dei canti” e quelle che sommessamente cercano ascolto. Di recente Sonia Serazzi in una bella raccolta di racconti (Non c’è niente a Simbari Crichi, Iride, Soveria Mannelli 2004) coglie, con felici esiti letterari, la nuova dimensione antropologica delle comunità calabresi e di un Sud poco propenso ad essere rinchiuso in stereotipi e in retoriche, in rimpianti e in disperazioni. Il paradosso del vuoto dei paesi (talora della loro solitudine, della loro disperazione) è che questo vuoto si presta ad essere riempito di nuovi contenuti e di nuovi valori. I non più luoghi sembrano rivelare la volontà di cercare e acquistare un nuovo senso, mostrano la capacità di elaborare nuove forme di “appaesamento” non inglobate nell’omologazione dominante. Forse proprio là dove appare tutto accaduto e si ritiene che “non c’è niente”, può accadere qualcosa di nuovo, può affermarsi una nuova vitalità, una nuova speranza. Paradossalmente proprio questi non più luoghi, “mezzo pieni” e “mezzo vuoti”, arcaici e postmoderni, potrebbero costituire la risorsa di una nuova Calabria, che sa guardare avanti, senza dimenticare il passato, ma senza restarne prigioniera.

La discesa lungo le coste: il mito di fondazione dei nuovi luoghi.

Al vuoto dei paesi interni corrisponde il fenomeno del troppo pieno dei luoghi lungo le coste. Il fenomeno di discesa lungo le coste non è stato repentino, ma è soltanto che la Calabria è lentamente tornata sul mare. Ancora in epoca moderna il mare è guardato dalle popolazioni a distanza, con paura e con diffidenza. Dal mare arrivano gli invasori, i predatori, i “turcheschi” e le marine sono il luogo della malaria che rendono possibile qualsiasi forma di produzione e di vita, che tengono lontani anche i più temerari viaggiatori.

Due condizioni, in particolare, favoriscono questo processo: il progressivo allentamento delle incursioni, la necessità di nuovi spazi produttivi e la messa a cultura, con sottrazione alla tirannia della malaria, di nuovi terreni. Non era una spinta marinaresca ad orientare la nuova ricerca di insediamento al piano, quanto un’espansione dell’economia terrestre, dell’accresciuta attività agricola. I miti di fondazione consentono di cogliere la complessità e la vivacità di questo ripopolamento delle coste, che comincia già nella prima metà del Settecento. Le fonti di tradizioni orali e i culti che si affermano lungo le coste consentono di seguire questa discesa lenta e inarrestabile, l’inizio di quel processo di discesa verso la pianura che poi avrebbe dato origine alla nascita dei paesi doppi lungo le coste e in prossimità del mare. I miti di fondazione dei culti aiutano a seguire questo fenomeno di dislocazione dei luoghi e di un loro rimpaginamento.

La “sacralizzazione” di luoghi un tempo disabitati, malarici, inospitali, di nuovi villaggi, segue probabilmente soltanto di pochi decenni, se non di poco anni, la presenza diffusa delle persone. Il rinvenimento leggendario di una statua o di un quadro della Madonna - un motivo già presente in epoca medievale e risalente al periodo iconoclasta - è all’origine del culto e talvolta della nascita di un insediamento, di un porticciolo, di una comunità in prossimità del mare. Come in molte altre aree del Mezzogiorno e nei principali luoghi di culto della regione è la Madonna a “scegliere” e ad indicare il luogo di fondazione di una chiesa o del luogo del culto. Il modello era da secoli presente in Calabria e nel Mezzogiorno d’Italia. Già nell’VIII secolo il quadro della Madonna di Romania era giunto via mare miracolosamente a Tropea, dando origine a un culto religioso che si sarebbe affermato nel corso dei secoli e che è vivo ancora oggi. I rinvenimenti miracoloso di quadri e di statue in epoca moderna vanno legati, tuttavia, a concezioni e a pratiche che si affermano a partire dal Concilio di Trento. Il nuovo culto mariano accompagna la nascita di piccoli insediamenti lungo le marine e le coste. Dal XVII secolo Maria SS. di Porto Salvo diventa la fondatrice e la protettrice di luoghi come Melito Porto Salvo, Cannitello, Bova Marina, Gallico Marina, Gioia Tauro Marina, Bagnara, Marinella, Parghelia, Porto Salvo di Vibo Valentia, Belvedere Marittimo, Catanzaro Lido, Soverato, Siderno. Tra il XVII e il XIX secolo si affermano, con modalità diverso, a Nicotera si afferma il culto dell’Immacolata, a Crotone quello della Madonna di Capocolonna, della Madonna Nera a Schiavonea, a Cirò Marina e a Cariati quello di S. Leonardo, a Bianco quello di S. Rocco. A metà Ottocento S. Francesco di Paola è il protettore dei pescatori e dei marinai del Tirreno e dello Ionio.

Le processioni a mare e la sacralizzazione dei non ancora luoghi

I riti e i culti, di antica o di recente introduzione, disegnano una mappa devozionale che praticamente interessa tutte le località marine della regione. Quasi tutti i centri costieri (Melito Porto Salvo, Bianco, Soverato, Guardavalle, Soverato, Catanzaro Lido, Crotone, Cirò Marina, Strongoli, Isola Capo Rizzuto, Torre Melissa, Torretta di Crucoli, Trebisacce, Cariati Marina, Cannitello, Marina di Palmi Nicotera Vibo Marina, Paola, Cetraro, Diamante), di antica data o sorti lungo le coste a partire dall’Ottocento o anche in anni recenti, hanno le loro processioni a mare (o in prossimità del mare) che d’estate (raramente d’inverno come nel caso dell’Immacolata a Nicotera) richiamano migliaia di devoti e di turisti, anche per la loro forte spettacolarità. I marinai e i pescatori sono protagonisti delle processioni che si svolgono in centri come Bagnara e Reggio Calabria. Le numerose processioni a mare diventano occasione di aggregazione e di riconoscimento per persone che provengono da posti diversi. Attraverso esse si realizza l’ incontro tra persone, originarie di paesi diversi, con tradizioni culturali e religiose spesso diverse. In un universo sparso, frammentato, senza centro, gli abitanti provenienti spesso da diversi paesi, gli emigrati e i rimasti, sono impegnati in operazioni di costruzione d’identità, hanno bisogno di fare “mente locali. Si tratta di riti che in qualche modo si sforzano di trasformare in luoghi quelli che sono ancora dei non luoghi o dei non ancora luoghi. Le processioni a mare, come le feste nei paesi abbandonati, sono un buon esempio per capire come anche da noi la storia, come scrive Augé, continui a giocarsi «negli strati più profondi di una sociologia in cui si accavallano elementi pre-moderni, moderni e sovramoderni».

Tanti piccoli tratti di mare, percorsi separatamente, non stabiliscono collegamenti. I paesi non comunicano tra di loro, non si incontrano. Le processioni orizzontali lungo le marine non creano un sistema, una rete. I paesi separati non trovano un punto di convergenza. Il mare guadagnato, per molti versi resta un mare perduto. Nell’Ottocento il ritorno sul mare non si è tradotto in un’economia di pesca, non ha afferma la nascita di un grande porto, capace di dare centralità alla Calabria. Oggi la “conquista” sdei territori òungo la costa è avvenuta spesso all’insegna della devastazione. La violenza prevale sul sacro. Il pieno lungo le coste è nato in fretta, senza una “razionalità”, casuale. Il territorio fino a meno di un secolo addietro poco popolato e deserto, le marine e gli spazi in prossimità della costa, oggi sono disordinatamente affollati, inopinatamente cementificati, piene di abitazioni spesso incompiute e disabitate. Molti nuovi centri costieri, frutto di colate di cemento che hanno distrutto spiagge e paesaggi, le nuove abitazioni, edificate talvolta come palafitte da moderni selvaggi, nascondono la vista del mare e rendono, diversamente dal passato, precario e incerto il rapporto dell'uomo con un mare apparentemente guadagnato. Le coste calabresi con le abitazioni nuove, senza intonaco, con i pilastri nudi di cemento, sono il luogo esemplare del non finito dei nostri giorni, delle rovine di una particolare modernità. I paesi della costa sembrano tante periferie di una città che non esiste. La tradizionale «terra senza mare» è stata trasformata in una «mare senza terra». La Calabria non viene pensata come un’unità all’interno della quale sia gli ottocento chilometri di costa sia il novanta per cento di territorio montano e collinare trovino un nuovo adeguato dialogo.

Non c’è da piangere sul vuoto dei paesi dell’interno e sul pieno dei paesi lungo le coste. Non c’è da mitizzare un pieno fatto di bassi che accoglievano decine di persone insieme ad animali, cimici e fumo o il vuoto dominato dalla malaria e dagli invasori. C’è da capire. La Calabria dovrebbe trovare nuovi centri. Mettere in relazione i suoi luoghi più antichi con quelli di recente costruzione e con quelli rifondati altrove, lontano. C’è da assumersi e da riconoscere una storia di separatezze, fughe, nostalgie, ritorni, abbandoni, rifondazioni. Dovrebbe percepirsi essa stessa come una città, come un centro con tante arterie. Il problema non è facile, non di poco conto. E’ politico, ma è anche culturale. Bisogna affermare una nuova cultura dell’ambiente, una nuova filosofia dello spazio, della nostra regione. La sensazione che è bisogna rovesciare sia l’antica immagine di una terra senza mare che quella recente di coste senza una terra. Non bisogna pensare più a terra di mare o di montagna, ma a terra di mare e di montagna.

Le zone collinari, quelle dove per secoli si è svolta la vita della regione, a rosario, debbono svolgere questo raccordo, debbono riguadagnare una loro centralità. Bisogna inventare altri itinerari: non più una discesa scomposta verso le marine, ma una risalita attenta, paziente, nuova verso le zone collinari, i paesi dell’interno, la montagna. Se prima bisognava scendere, adesso bisogna risalire, tornare, rifondare, fare rinascere. Affermare una geografia dell’interno significa anche andare alla ricerca dell’anima profonda, nascosta, che ancora resiste e che non può andare smarrita. Non si propone un nostalgico ritorno al passato, ma la riscoperta, con occhio nuovo, di antichi e nuovi percorsi, di antichi e nuovi luoghi.