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La festa di S.
Rocco a Gioiosa Jonica
Quarta
domenica di settembre
di Vito Teti
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Delle
numerose feste che si svolgono in tutto il Mezzogiorno d’Italia
onore di S. Rocco (generalmente il 16 agosto) quelle di Gioiosa
Ionica (celebrata l’ultima domenica di agosto) è certamente una
delle più significative e ricche di specificità che hanno
contribuito a renderla nota fuori dai confini locali.
Ancora
nella prima metà degli anni Sessanta la festa di S. Rocco a
Gioiosa Jonica si svolge secondo le modalità tradizionali già
fissate a fine Ottocento e inizio Novecento. La lunga e lenta
processione (durava oltre due ore e mezzo) era caratterizzata
dalla presenza di alcuni devoti, uomini e donne, che danzavano
davanti alla statua del santo per una grazia ricevuta o per
domandare la guarigione da qualche malattia. Il ballo votivo
avveniva al ritmo di tarantella eseguita da suonatori (in genere
fino a sei-sette elementi) dei paesi vicini con diversi
strumenti musicali: tamburi, cassa, rullante, triangolo e piatti
tradizionali, zampogna a chiave e “a paru”, pipite; organetti
con o senza tamburello. Nonostante una significativa presenza di
devoti dei paesi vicini, il culto e la festa riguardavano
essenzialmente gli abitanti di Gioiosa.
A
partire dalla fine degli assi Sessanta, per una molteplicità di
ragioni e per una serie di grandi trasformazioni socio-culturali
che si verificano a livello generale e a livello locale e che
qui non possono essere ricordati (si pensi a fenomeni come
l’erosione della cultura folklorica tradizionale; il diffondersi
della cultura di massa; il grande esodo degli anni Cinquanta,
che poi diventa “ritorno” di persone che affermano una diversa
identità; il fenomeno del folk revival e un diffuso interesse
per le culture tradizionali; l’individuazione della religione
popolare come luogo per affermare nuovi bisogni)la processione
di S. Rocco e il ballo votivo conoscono profonde modificazioni
morfologiche e di significato.
Santu Roccu diventa a partire di quegli anni il fondatore e il
garante della nuova identità di nuovi strati sociali, degli
emigrati che ritornano. L’invenzione di una “nuove tradizioni”,
che si legano fortemente al passato, coinvolge anche le migliaia
di turisti che d’estate convergono nella zona e numerosi
visitatori che accorrono con motivazioni diverse dal passato.
Quando comincia la mia osservazione della festa a metà degli
anni Ottanta essa ha ormai, come mi raccontano numerose persone
del luogo, caratteristiche profondamente diverse dal passato. Il
ballo votivo non vede coinvolte soltanto le poche persone che
hanno ricevuto una grazia o che domandano l'intervento
miracoloso del santo, ma giovani e giovanissimi, uomini e donne,
ragazze e ragazzi che affermano nuovi valori ed introducono
nuovi comportamenti. Le persone impegnate nel lungo e lento,
veloce e frenetico ballo ricordano immediatamente i giovani
delle discoteche, dei concerti, degli stadi. Giovani in
pantaloncini corti e maglietta, ragazze in minigonna vestite
come le rockstar, ragazzi in jeans e fazzoletto alla fronte come
Springsteen, mettono in atto comportamenti (balli, parole,
gesti, abbracci, forme di vicinanza) che poco hanno a che vedere
con le forme devozionali arcaiche. La statua del santo non è
l’unico fulcro della processione: esistono tanti “centri” dove
si incontrano, si “esibiscono e si “autorappresentano” i diversi
partecipanti.
I balli avvengono al suono di suoni e musiche diverse dal
passato. Sono praticamente scomparse zampogne e pipite: le
comitive di giovani suonatori di tamburi utilizzano soltanto
tamburi per banda o elementi di batteria, che sovrastano il
suono della banda, un tempo essenziale nella ritualità e nella
dinamica processionale. I giovani, organizzati in gruppi,
contrariamente ai suonatori del passato, sono quasi tutti di
Gioiosa Jonica, spesso emigrati ritornati per ballare e per
suonare in onore del santo. La nuova tarantella è il simbolo
sonoro della comunità giovanile gioiosana, da una parte ancora
partecipe, delle tradizioni dell’universo agro-pastorale del
paese e della zona, e dall’altra influenzata dalle nuove
espressioni e tendenze musicali.
L’organizzazione e la gestione della processione, nonostante le
numerose presenze esterne, è affidata a un “Comitato
Organizzatore” (oltre al prete ne fanno parte diversi
professionisti del paese ed anche molti giovani, ragazzi e
ragazze, studenti e lavoratori) che si occupa di dare un ordine
al corteo processionale e di regolare i tempi della processione.
I gruppi di amici, che si vedranno anche nelle lunghe e piovose
serate dell'inverno, suonano ininterrottamente, in maniera
ossessiva, monotona, assordante, camminano lentamente,
effettuano lunghe soste, percorrono un breve tragitto in un
tempo volutamente dilatato. Per i giovani, però, l’orgoglio di
essere protagonisti di una delle “più belle feste della
Calabria”, il bisogno di affermare una nuova identità di gruppo,
sociale, culturale si trasformano in scelta di fare “durare il
più a lungo possibile la festa”. E come se essi volessero
ritardare il ritorno di una quotidianità in cui cessa il loro
protagonismo.
La grande folla colorata, sudata, stanca, festante, tumultuante,
rumorosa arriva nella piazzetta della chiesa di S. Rocco al
crepuscolo. Quando il santo, preceduto dai suonatori più
affezionati e dai danzatori più devoti, dal gruppo che
“controlla” l’ordine, le “forme” e il tempo della processione,
fa l’ingresso nella piazza è ormai buio. In uno spazio ristretto
migliaia di persone si accalcano, si muovono, urlano, ballano,
alzano le mani verso il cielo. La tensione cresce fino al
parossismo. I rumori diventano sempre più confusi, indistinti,
assordanti, ossessivi. La piazza è una fiumana in movimento. È
un boato. È un terremoto. Un velo di commozione cala sul volto
dei presenti. Molti si abbracciano, si toccano, si battono il
petto, piangono. I tamburi adesso suonano sempre più veloci e
rumorosi. Ogni comitiva di suonatori “batte” gli strumenti per
conto proprio. La gente che sta in prossimità della statua
solleva in direzione del santo i bambini. L’usanza di offrire i
vestiti dei bambini al santo, la spoliazione votiva,
l'accostamento del bambino alla statua sono usanze recenti.
L’ingresso viene ritardato dai portantini volutamente. La festa
va prolungata quanto più è possibile. S. Rocco viene portato
avanti e indietro. Aumentano le invocazioni: «Roccu, Roccu,
Roccu, Evviva Santu Roccu». Quando il Santo è ormai sulla soglia
della chiesa, la gente lo acclama, lo invoca, lo chiama. La
statua viene riportata fuori. Nuovi urli, applausi, suoni di
tamburo, nuove lacrime ed emozioni. Il santo entra, finalmente,
in chiesa, tra la commozione generale, gli applausi e mille
suoni e rumori.
La
presenza di persone, protagonisti, modelli, comportamenti
esterni non attenua, ma anzi accentua il sentimento
d’identificazione e di appartenenza degli abitanti di Gioiosa
con un culto, una devozione, un rito che, pure con molte
trasformazioni e innovazioni, restano fortemente ancorati alla
“tradizione”. La “nuova tradizione” in cui vengono accolti e
ospitati forestieri e turisti rappresenta un elemento
costitutivo di una nuova identità della comunità di Gioiosa.
Un
libro di immagini sulla Calabria realizzato da me e da Salvatore
Piermarini contiene numerose immagini della comunità e della
festa e porta il titolo Le navi che volano (Monteleone 2001) con
riferimento alle piccole imbarcazioni che vengono legate, lungo
le strade di Gioiosa, da un balcone all’altro, durante la festa
per ricordare l’arrivo dal mare del santo. Non è una scelta
casuale. La festa di San Rocco, con i suoi legami con la
tradizione, con gli elementi della mondo esterno che con essa si
combinano in mille modi, con l’incrociarsi di aspetti religiosi,
“teatrali”, musicali e spettacolari, con l’incontro tra devoti
del luogo, emigrati, turisti, tutti diversamente impegnati in
una ricerca di presenza e di identità, mi sembra metafora ed
emblema di una Calabria antica e moderna, con un forte
sentimento della tradizione, dei luoghi, dell’appartenenza e con
grande apertura all’esterno e al nuovo. |
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