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1. Da un
«paesaggio di lunghezza» al «paese lungo»
L’aereo taglia il mantello delle nuvole
bianche sopra la Calabria, e incominci a vedere dall’alto, la
Sila e la piana di Sibari, la regione tra terra e mare, la terra
tra due mari. Ti accorgi subito di un paesaggio di luminosa
«lunghezza»
di cui parlava Giuseppe Isnardi. Soltanto da sopra il territorio
della regione sembra, forse, riconducibile a una qualche
unitarietà e compattezza: questa immagine unitaria dal basso,
anche
dalle cime più alte, non ti è mai consentita.
Man mano che l’aereo si abbassa cominci a scorgere (e a
distinguere) quei piccoli centri, addossati alle colline, in
prossimità delle fiumare, o distesi verso le marine e spesse
volte legati
da tanti micro insediamenti o da case
sparse tra la collina e
le coste. In molti tratti (la piana di
Sibari, la vallata del Crati) i tanti
borghi
sembrano (ma così non è) essere diventati un unico, grande,
ininterrotto paese.
La percezione di un «paesaggio
di forme distese e quasi spianate, un paesaggio essenzialmente
di lunghezza»
ti avvinghia quando, dall’alto – che ne
so,
dalla discesa della Sila verso Cosenza – osservi di notte il
recente tessuto urbano. La
sequenza ininterrotta di luci e di
immagini ti restituisce
la sensazione, in parte vera in parte illusoria, di una grande
metropoli: il paese si è
sovrapposto al paesaggio, lo ha
risucchiato, fino a rubargli l’idea di lunghezza.
Quando percorri la costa tirrenica, in macchina o in treno, lo
sguardo deve decidersi se fissare il succedersi di centri
abitati o disabitati lungo la costa, spesso tra la linea ferrata
e il mare, o quei piccoli
borghi che si stagliano
sulle
colline e che fanno intuire che al di sopra, dietro, esistono
ancora altri paesi.
Dal mare, a due tre miglia
dalla costa, l’idea che la
Calabria, a dispetto delle costruzioni sull’acqua, delle rovine
recenti che si alzano sulle colline, dei tanti villaggi
turistici, resti una terra di paesi, di piccoli centri, dilatati
e sfrangiati, resta sempre dominante. A dispetto di tutto, di se
stessa, le immagini della regione ti restituiscono il senso di
un luogo di paesi, l’illusione di un lungo interminabile paese,
segnato da interruzioni e da zone non comunicanti.
Non si
fraintenda, la Calabria non ha una grande città, tantomeno una
vera metropoli, frutto di un progetto e di un disegno urbano.
I centri urbani della regione sono
combinazioni più o meno riuscite di paesi, sono il frutto di
deterritorializzazioni
e riterritorializzazioni.
Anche le forme di vita, le relazioni sociali, i tempi della
produzione e degli spostamenti non hanno inventato una città, ma
piuttosto un non più luogo, un non ancora luogo.
La Calabria
resta il luogo dei paesi, e tuttavia quello che è cambiato, è
finito, è il vecchio paese, finito senza che sia scomparso
geograficamente, come spazio urbano. In altre parole, il paese o
i paesi o l’unico lungo e dilatato paese non è più il vecchio
«paese presepe».
I paesi sono diventati altro dai paesi
presepe, altro da se stessi. Eppure restano e vivono, ancora,
sia pure diversamente dal passato.
Cerchiamo di ricordare brevemente i caratteri dell’antico paese,
per capire meglio quello che è successo e sta succedendo al
paesaggio regionale, per cogliere il senso delle trasformazioni
territoriali e antropologiche, estetiche e immaginarie.
2. Il paese
presepe
L’immagine del paese presepe è certamente
una delle più ricorrenti nella narrativa calabrese e nella
letteratura meridionalistica
(Lombardi Satriani 2000).
Umberto Zanotti Bianco e Giuseppe Isnardi, Corrado Alvaro e
Francesco Perri, Mario La Cava e Saverio Strati, Fortunato
Seminara e Sharo Gambino hanno lasciato immagini e descrizioni
esemplari per cogliere la geografia e l’antropologia degli
antichi paesi. Celebre la descrizione di Alvaro in Gente in
Aspromonte:
«Il
paese è calmo e denso più di una mandra. Nelle giornate chiare i
buoi salgono pel sentiero scosceso come per un presepe, e, ben
modellati e bianchi come sono, sembrano più grandi degli alberi,
animali preistorici. Arriva di quando in quando la nuova che un
bue è precipitato nei burroni, e il paese, come una muta di
cani, aspetta l’animale squartato, appeso in piazza al palo del
macellaio, tra i cani che ne fiutano il sangue e le donne che
comperano a poco prezzo» (Alvaro 1930, p. 23).
Ancora Alvaro, in una pagina di Calabria, restituisce,
oltre a significativi spunti per una geoantropologia del paese
tradizionale, l’idea del presepe come rappresentazione dei
luoghi in cui vivono gli individui. Il figurinaio, «che lavora
la creta, quella stessa creta con cui i Greci fecero vasi e
figurine, una creta rossa e verde», arriva nei paesi «a Natale a
rivedere i pastori del Presepe e a introdurvi i personaggi nuovi
della vita nostra, perché gli stessi Presepi sono trasformati in
rappresentazioni della vita locale, con la zingara, lo scemo, il
cacciatore, i carabinieri che arrestano un ladro di montagna»
(Alvaro 1990, pp. 32-3).
Gli uomini sono, per Alvaro, i personaggi più grandi del
paesaggio. Il paesaggio e il paese sono un presepe. Il presepe
viene costruito come un paese, riempito dei personaggi della
vita reale.
3. Caratteri comuni e diversità dei paesi presepe
I paesi presepe della Calabria sembrano somigliarsi tutti. Per
attenuare questa percezione, che ha certamente molti elementi di
verità, bisogna rileggere l’incipit di Fontamara di
Ignazio Silone, ambientato in un piccolo e anonimo paese del
Sud.
«Fontamara somiglia dunque, per molti lati, a ogni villaggio
meridionale il quale sia un po’ fuori mano, tra il piano e la
montagna, fuori delle vie del traffico, quindi un po’ arretrato
e misero e abbandonato dagli altri. Ma Fontamara ha pure aspetti
particolari. Allo stesso modo, i contadini poveri, gli uomini
che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i
cooles i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi
del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a
sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in
tutto identici » (Silone 1987, pp. 19-20).
Chi ha avuto modo di soffermarsi, in maniera attenta e paziente,
nei diversi luoghi calabresi, sa bene come ogni paese si
presenti con i suoi aspetti «particolari», con storie,
tradizioni, rapporti, lingua che lo rendono, a volte,
profondamente diverso dal paese vicino. Astolphe De Custine, a
inizio Ottocento, in giro come ufficiale napoleonico in una
Calabria in guerra, notava come ogni paese fosse una «nazione» a
sé stante e come la regione si presentasse come un «abito di
Arlecchino». Le immagini delle «mille Calabrie» affiorano in
tanta letteratura di viaggio e nelle pagine dei descrittori, dei
relatori, degli studiosi più attenti.
Chi ha avuto frequentazione non episodica e non occasionale con
uomini e donne delle diverse aree della regione si sarà accorto
di quanto differenti siano comportamenti, modi, mentalità anche
all’interno dello stesso paese. Il limite di una certa
storiografia e di una certa antropologia è quello di aver
annullato le diversità individuali in categorie come classi,
ceti sociali, mondo contadino, universo agro-pastorale.
Quale, dunque,
la cifra comune ai paesi della Calabria, tanto da poterli
indicare come dei luoghi omogenei e anche come una sorta di
luogo dell’anima? Certamente la loro disposizione nel paesaggio.
La posizione, la geografia, l’esposizione e l’altitudine dei
paesi presepe sono simili e tendono a riprodurre analoghi
sistemi economici, sociali e culturali. Fin dal medioevo, dal
periodo bizantino, la vita delle popolazioni si è svolta
all’interno, nei paesi poggiati alle colline, alle rupi, alle
rocce, a un’altitudine che va, in genere, dai duecento ai
settecento metri: né troppo in alto né troppo in basso,
nell’incontro quasi ideale tra montagna e marine, in luoghi che
si affacciano su vallate e orizzonti marini, da dove era
possibile raggiungere, spesso attraverso vie naturali, le zone
dell’agricoltura e della pastorizia. Il mare, nel passato, ha
costituito un’immensità onnipresente, l’orizzonte, il «deserto»,
una minaccia per gli abitanti dell’interno.
L’arroccamento, interpretato come scelta difensiva (dalle
invasioni arabe, prima, e «turchesche», dopo, e dalla malaria),
ha avuto in realtà, fin dall’epoca protostorica, una sua ragione
legata all’economia e alla produzione. Il popolamento delle zone
collinari e montane è cominciato prima dell’arrivo dei coloni
greci.
L’orto e le campagne vicine all’abitato
hanno costituito una continuità spaziale, economica e culturale
con le rughe. Le
campagne erano lontane dal
centro abitato,
temporanee, legate a particolari attività agricole o a lavori di
vigilanza. I contadini tornavano sempre al loro masuni
(da maison), a la casa nei piccoli e talora
piccolissimi abitati sparsi nella regione. Il paesaggio rurale,
le campagne, gli orti erano sistemi produttivi, ma anche
abitativi e culturali. Erano pieni di fatica e anche di vita.
Non c’era fazzoletto di terra che non fosse coltivato, pezzo di
bosco che non venisse conosciuto, percorso. La toponomastica
popolare ha diecine di denominazioni per sottozone che le mappe
ufficiali indicano con un solo nome.
Le fiumare, pure devastanti, erano luoghi di produzione, di
relazione, di incontri. La stessa montagna in passato era più
abitata e vissuta di quanto non accada oggi. Si può ricordare il
bel modo di dire
«Coltura-Cultura»:la
coltivazione non era soltanto un fatto produttivo, ma
eminentemente culturale, di costruzione del paesaggio, ma anche
di relazioni sociali, di stili di vita, di pratiche e
protocolli, di organizzazione dello spazio e gestione del
territorio.
La chiesa o le
chiese, gli spazi antistanti o circostanti la piazza erano
situati in una posizione centrale, in una zona alta o
particolarmente significativa per la storia della comunità e
costituivano un punto di riferimento sociale, culturale, mentale
delle popolazioni. La ruga (un discorso a parte andrebbe
fatto per la gjitonia dei centri calabro-albanesi) era un
luogo antropologico che raccoglieva famiglie gravitanti nella
stessa area e che spesso svolgevano la stessa attività o lo
stesso mestiere. La letteratura sulla centralità della casa nei
paesi presepe è molto vasta. Sarebbe interessante, a partire
dalla metafora del paese come corpo, ripensare gli spazi come
parti vitali.
4. Le immagini ambivalenti e contrastanti del paese presepe
Se i diversi
autori del passato sono alquanto concordi nell’indicare la
Calabria come terra dei paesi e nel delineare una sorta di
geoantropologia della regione basata sulla vita condotta nei
paesi presepe, diversificate sono le descrizioni e le
interpretazioni che dell’universo dei paesi sono state
elaborate.
Uno degli errori di tanti studiosi è
quello di rimpiangere o di denigrare un passato mai esistito. Il
ritorno al paese è stato spesso una sorta di artificio retorico
e un richiamo mitico, e spesso è stato alimentato da quanti
vedono nel paese del passato una sorta di Eden, e quindi, per
coloro che se ne sono andati, una sorta di paradiso perduto. La
fuga dal
paese, viceversa, e la scelta della città come luogo di libertà
sono legate spesso all’idea di un paese inferno, luogo di
rapporti opprimenti, di miseria e di piccolezze.
L’aggettivo «paesano» indica, a seconda dei punti di vista, sia
una dimensione gradevole, desiderabile o una persona amica, sia
qualcosa che ha che fare con arretratezza, arcaicità,
«non
civiltà»
(essendo la città il luogo della modernità e della civiltà). Il
paese viene
ridotto a strapaese, in una vulgata molto frequente oppure viene
elevato a posto vivibile in opposizione ai luoghi dell’anomia e
della
fretta. «La contrapposizione campagna-città, ruralità-urbanesimo,
paese-metropoli, arcaicità-modernizzazione,
tradizione-innovazione
è tratto costante della vita intellettuale della nostra società,
spesso imprigionata e parzialmente isterilita in una delle tante
forme della querelle des anciens e des modernes»
(Lombardi Satriani 1990, p. 24). Famosa ed emblematica la
contrapposizione che a inizio Novecento vede contrapposti in
Italia alcuni tra i più noti intellettuali e scrittori
dell’epoca. Nel 1909, Giovanni Papini,
sulla rivista «La Voce»,
si fa interprete
di quell’atteggiamento di esaltazione della ruralità, che
affondava le radici in epoca romantica (ma con antecedenti nel
mondo antico) e che avrebbe segnato a lungo la temperie
culturale italiana del Novecento
(in «La Voce» I, 34, pp.133-5).
Ma, sempre sulla stessa
rivista, Giuseppe Prezzolini si
scagliava contro la campagna (che vede senza romanticismi come
luogo di miserie e di vizi) a favore della città, unica fonte di
valorizzazione dell’uomo e dell’universo (in Ibid., pp.
911-2).
Questo contrasto diventerà più acuto all’indomani della caduta
del fascismo e con la ripresa dell’esodo dalle campagne nelle
città del Nord Italia ed Europa. Con sentimenti, emozioni,
valutazioni diversi. Andrebbe
ricordato come la generazione del ’68 da un lato privilegi la
metropoli e la fabbrica, dall’altro alimenti il mito di una
natura incontaminata, dove tornare e dove fuggire. L’alternativa
è spesso ricattatoria e basata su idee e immagini pregiudiziali.
La campagna e la città, elogiate o denigrate, sono spesso
invenzioni di chi osserva e non hanno riscontro nella realtà,
che si presenta più articolata e complessa, contraddittoria e
variegata di quanto pretendano i cantori dell’uno o dell’altro
universo, quasi sempre mitizzato ed enfatizzato.
Quello che spesso si dimentica, come ricordava già tanti anni
addietro Tullio De Mauro, è che l’Italia è la terra dei paesi,
di cui bisognerebbe fare un inventario, perché accanto alla
varietà delle città, c’è la
grande varietà e ricchezza dell’Italia dei paesi (De Mauro
1981).
Ma più in generale si dimentica che i paesi, nelle loro varie
manifestazioni e riproduzioni, sono stati i luoghi in cui è
vissuta la maggior parte della popolazione mondiale. Il paese
nelle sue diverse declinazioni è un
luogo spaziale-temporale-mentale presente in tutte le parti del
mondo.
Nel descrivere il paese del passato è necessario, pertanto,
anche alla luce di queste considerazioni, tenere sempre presente
il punto di vista di chi osserva.
Bisogna tener conto delle esperienze che ha vissuto, del fatto
che viva in città o in un piccolo centro, che sia del luogo o
forestiero, del posto che occupa nel paese, del suo stato
sociale, e si dovrà tener conto anche delle vicende dei paesi,
della loro storia, delle concezioni prevalenti tra le élites e i
ceti popolari. Non bisogna
sottovalutare il fatto che il passato
viene
giudicato a seconda della considerazione che abbiamo del
presente. Se il mondo di oggi è visto come segnato da benessere,
abbondanza e libertà,
il passato è considerato un tempo di cui non avere nostalgia. Se
al presente si guarda come al mondo degli sprechi, di uno
sviluppo senza benessere, a un tempo che conduce verso
l’apocalisse, il mondo passato, quello dei
paesi,
diventa un tempo da considerare e da valutare diversamente.
Spesso il passato o il presente diventano
modelli,
a volte adoperati polemicamente o in maniera strumentale. Le
immagini più ricorrenti del paese di un tempo sono quelle di chi
è andato via e poi ritorna. Lo sguardo giocato tra nostalgia,
disincanto, delusione, mito. Il nostos è dominante nella
letteratura di ambientazione calabrese da Alvaro a Strati, da
Perri ad Abate.
C’è, tuttavia, il paese di chi è rimasto. Penso a Seminara, a La
Cava, a Gambino. Spesso è un paese chiuso, dolente e angusto che
riflette le delusioni
e le amarezze di chi ha dovuto fare i conti con una realtà dolorosa.
Più recenti
sono le immagini del paese costruite da chi ha scelto di
restare. Questo paese sembra essere raccontato, senza rancore e
senza frustrazioni, senza artificiose e sterili distinzioni tra
chi è rimasto e chi è partito.
Diverse, a volte contrastanti, sono le immagini che del paese
sono state elaborate, offerte e costruite.
5. Il paese presepe calabrese: immagini della solitudine e
dell’isolamento
L’immagine
della solitudine aiuta a capire come sia importante intendersi
sui termini e sulle categorie adoperate per guardare il mondo
del passato o del presente.
La solitudine dell’individuo è considerata un tratto della
società moderna e del postmoderno. La solitudine è legata, in
genere, alla città e alle metropoli e indica un modo di essere
diverso da una pratica che per secoli si è affermata in universi
chiusi, stretti, caratterizzati da rapporti tra persone che si
conoscono e si frequentano (si amano e si odiano) dalla culla
alla bara.
Spesso la solitudine è interpretata come
libertà dell’individuo, come rottura di vincoli e di lacci che
opprimevano l’uomo della società del passato, come superamento
di controllo sociale; altre volte come un elemento di
dispersione e di frantumazione che
fa rimpiangere
il tempo di una volta. La solitudine appare insomma una sventura
e una condanna, una libertà e una conquista.
Le cose si
complicano quando gli stessi paesi vengono visti oggi come
luoghi di solitudine (in negativo rispetto al passato) o anche
come luoghi postmoderni, dove non esistono più i modelli, i
vincoli, i valori tradizionali.
Certo, il paese del passato è stato luogo di legami, di
rapporti, di relazioni primarie, vincoli. Qualcuno ha parlato di
«paese stretto» (con riferimento a tutti i piccoli centri
dell’Europa del passato). E la solitudine non era una
prerogativa dell’individuo che apparteneva a una famiglia, a un
gruppo, a una confraternita, a una ruga, a una comunità.
Quando si parla di solitudine dei paesi
tradizionali lo si fa in maniera impropria, inadeguata.
Gli
osservatori del passato,
infatti, mettevano in risalto non
già la solitudine dell’individuo, ma l’isolamento dei paesi, la
loro difficoltà a comunicare.
Il paese
presepe è apparso una sorta di isola, un universo chiuso,
compatto, e anche per questo non sempre felice e pacificato. La
solitudine, l’isolamento, la chiusura sono stati indicati quasi
come dati naturali del paese presepe. Giuseppe Isnardi, profondo
conoscitore ed estimatore della nostra terra, che ha scritto
pagine indimenticabili sul paesaggio e i paesi calabresi, ha
parlato dell’intera Calabria come di un «paese isolato e che par
quasi fatto di isole instabili». Nessun paese d’Italia come la
Calabria è così atto a dare «in questa sua immensa piccolezza
smembrata e senza centralità di visione, la sensazione continua
dell’infinito, dell’irraggiungibilmente lontano».
Nella regione «i paesi sono per lo più assai distanti l’uno
dall’altro, ma non in linea d’aria, bensì a causa della natura
anfrattuosa e dirupata dei terreni, e si guardano indifferenti
l’uno all’altro, come poveri che sanno di non potersi nemmeno
dare una mano» (Isnardi 1965, pp. 2-13).
L’impressione che ne riceve il visitatore forestiero è quella
della bellezza superba dell’ambiente naturale che circonda i
paesi, ma alla quale essi «nulla conferiscono o nella quale sono
come sommersi, senza farvi spicco né di forme né di colori,
tristi, specialmente nella zona dell’agricoltura estensiva o al
margine di essa e delle zone boschive e montane» (Ibid., pp.
16-17).
Non è difficile scorgere, dietro le immagini di Isnardi, le
analisi di Giustino Fortunato, la riduzione dell’arretratezza
del Mezzogiorno a ragioni geomorfologiche, l’accentuazione di
quel carattere di sfasciume del territorio, che lo rendevano
tutt’altro che naturalmente ricco e fertile come volevano
antiche leggende e mitologie risalenti, secondo il grande
meridionalista, all’antichità classica e poi tornate in auge in
epoca moderna.
Nella letteratura da viaggio, nelle
inchieste, nelle relazioni ufficiali uno dei motivi ricorrenti
era l’isolamento dei paesi. Bastava un temporale o il crollo di
un ponticello su una fiumara
ad isolarli per mesi.
A guardare,
però, in maniera diversa, i paesi presepe poggiati alle colline,
la sensazione è che, nonostante l’isolamento e la difficoltà di
collegamento, essi potessero vivere soltanto perché in qualche
modo entravano tra di loro in rapporto.
Isolamento, chiusura, immobilità, paura di
spostarsi, angoscia territoriale sono termini e categorie che,
assunti in maniera assoluta e astorica, non convincono, appaiono
quasi delle chiavi di lettura troppo agevoli e scontate per
poter cogliere la ricchezza e le difficoltà della montagna. Non
restituiscono fino in fondo la complessità, la mobilità, le
contraddizioni dell’universo tradizionale, non precisano bene
come e perché per secoli la vita delle popolazioni
si sia
potuta svolgere nelle zone interne. I luoghi di culto più
importanti che si affermano o si diffondono in Calabria in epoca
moderna (Madonna della Montagna a Polsi, Madonna di Porto,
Madonna delle Armi, Madonna del Pettoruto, Madonna del Pollino,
S. Domenico di Soriano, ecc.), spesso su antichi insediamenti
religiosi, basiliani o medievali, sorgono tutti, o quasi tutti
in montagna o nelle zone interne. E anche quando sorgono lungo
le pianure o in prossimità delle coste, le popolazioni della
montagna sono protagoniste di lunghi viaggi.
Attorno ai luoghi di culto vengono venduti
e comprati prodotti, animali, attrezzi da lavoro, oggetti,
indumenti, si ascoltano i canti, le leggende, le notizie e le
novità. I luoghi di culto diventano centri di diffusione di
notizie, di usanze, di pratiche da un punto all’altro della
regione, grazie a una circolazione che interessa le vie interne.
Se le torri, distribuite lungo le coste riescono ancora in epoca
moderna a dare l’allarme, in breve tempo e in luoghi distanti,
per le improvvise e devastanti incursioni dei «turcheschi», i
santuari rappresentano dei tam tam assordanti, centri di
raccolta, elaborazione, irradiazione di notizie e informazioni
utili. Cantastorie, suonatori, uomini che leggono la fortuna,
narratori di storie e di leggende, venditori delle merci più
diverse, di difficile
reperimento, diventano veicoli di
informazioni che in poco tempo penetrano
dappertutto nella
regione. In queste occasioni nascono legami, rapporti, amicizie,
si organizzano fidanzamenti, matrimoni, comparaggi. Una rete di
rapporti si sviluppa spesso tra abitanti di paesi lontani. Le
innumerevoli fiere che si svolgono generalmente in occasione
delle feste dei santi patroni, delle festività mariane, o dei
santi il cui culto è diffuso in zone abbastanza vaste,
ribadiscono la centralità della montagna. Importanti fiere, che
attraggono mercati da diverse regioni meridionali, si svolgono
in Calabria fin dal tardo medioevo, a conferma di una mobilità
di uomini, animali, prodotti, oggetti che caratterizzano la vita
della regione.
Tutti i paesi
erano luoghi di partenza, di arrivo, di ritorno. Tutta la
Calabria del passato è attraversata da innumerevoli vie dei
canti, che sono altrettante vie di comunicazione. Sono per lo
più «vie» naturali, di antica frequentazione, conosciute ai
locali o ai commercianti, ai venditori, agli erranti delle zone
vicine e che quasi sempre sfuggono ai viaggiatori della
tradizione del grand tour che, se non sono accompagnati
da brave guide locali, prendono come punto di riferimento le
coste e le marine disabitate e malariche fino alla prima metà
dell’Ottocento e in alcuni casi fino agli anni cinquanta del
Novecento.
Gli itinerari dei pellegrini si snodavano lungo sentieri e
scorciatoie, che tagliavano campagne, vallate, colline, monti.
Costeggiavano o attraversavano corsi e letti di fiumi, fiumare.
Il viaggio, legato a fattori religiosi o commerciali, era
qualcosa di impegnativo, di faticoso, ma rappresentava una sorta
di conoscenza del territorio, di appropriazione realistica e
simbolica dei luoghi, assicurava un rapporto con la natura ed
era occasione di scambi e di incontri. Le vie dei canti sono
quasi sempre le più «ragionevoli», le più facili, le più
percorribili, le più brevi. Erano i percorsi sperimentati e
tracciati nel corso di secoli, nella lunga durata, tenendo conto
anche di possibili aggressioni, di pericoli di vario genere.
Erano le vie disegnate dalla natura e dalla storia, dalla
geografia e dall’organizzazione culturale dello spazio, dalle
limitazioni dell’ambiente e dal sentimento dei luoghi.
Escursionisti e ambientalisti che oggi riprendono le antiche vie
dei pellegrini sanno bene come esse fossero le più comode, le
più funzionali, talvolta le più paesaggistiche e le più belle.
La conformazione del territorio, la
malaria, le strutture agricole, l’organizzazione dello spazio
abitativo e produttivo
creano in epoca moderna una grande
mobilità all’interno della regione. Contadini e braccianti si
spostano nelle diverse aree della regione in cerca di lavoro e
di occupazione. Piero Bevilacqua ha parlato efficacemente di
«agricolture emigranti». Le grandi migrazioni interne
costituiscono, comunque, fattori di apertura, di dinamicità, di
scambi e di dialogo nella società tradizionale, attenuando quei
caratteri di isolamento che pure esistevano. La fuga può essere
considerata l’altro volto della stanzialità, del radicamento,
dell’isolamento e assurge quasi a tratto antropologico delle
popolazioni.
Anche nella
montagna la Calabria ha avuto una sua «convergenza», un suo
parziale e precario equilibrio territoriale, una sua identità
costruita nell’arco della lunga durata. Per capire ciò bisogna
guardare la montagna non dal mare, ma dall’interno, non dalle
coste da dove rischia di essere vista come una barriera, ma
dalle alture dove sono le coste oggi a sembrare una barriera
rispetto al mare.
Basta cambiare prospettiva, è sufficiente assumere un altro
«punto di vista», spaziale e mentale, e muta la percezione che
si ha dell’interno e del fuori, della vicinanza e della
lontananza. Scrive Olindo Malagodi a inizio Novecento in una
Calabria bella e desolata dopo il terremoto devastante del 1905:
«Siamo
partiti da Cosenza prestissimo sul mattino, ed abbiamo presa la
strada che varca l’Appennino. Abbiamo traversato un paese
montagnoso, ma bellissimo: tutto coperto da magnifiche foreste
di castagni, tutto sparso di pascoli ricchi. Perché la montagna,
anche qui in Calabria, non è quale appare a chi la osserva da
lontano, dalla ferrovia che corre lungo il litorale. Dal
litorale voi osservate davanti a voi delle muraglie di roccia, e
pensate che quel panorama bello ma arido spieghi la miseria
della Calabria meglio e più chiaramente che qualunque volume di
statistiche e di commenti. Ma è un’impressione errata. Quella
montagna, a chi ha il coraggio di affrontarla su per le ripide
erte, si va schiudendo a poco a poco con meraviglie di valloni,
di frescura, di vegetazione; e con quella rivelazione il
problema della miseria calabrese prende un nuovo aspetto» (Malagodi
2001, p. 206).
L’immagine della montagna come luogo di
povertà naturale, di isolamento, di mancanza di
comunicazione,
di angoscia territoriale risulta non di rado esito di uno
sguardo esterno e anche interno, parziale e pregiudiziale, o il
risultato di recenti fenomeni di abbandono, degrado e decadenza.
L’isolamento, lo spopolamento, l’abbandono, la povertà sono
molte volte frutto delle scelte compiute in epoca contemporanea.
6. Il paese presepe come corpo dolente
Incantevole,
sublime, bello: non mancano gli aggettivi con cui è stato
definito il paese presepe. La bellezza, nella Calabria del
passato, non è, però, separabile dalle rovine.
Non inducono al mito
le descrizioni
di tanti autori calabresi (Perri, Repaci, Seminara, Strati, De
Angelis, Lazzaro, Asprea, lo stesso Alvaro) nelle quali
il
paese tradizionale è il luogo che attende la morte, la
scomparsa, l’abbandono.
Le minacce della natura, le catastrofi, le acque devastanti, i
terremoti incombono sui paesi presepe
che, non a caso, hanno spesso un aspetto precario, sono segnati
da
incompiutezza. La popolazione sembra spesso in attesa di
fuggire. Bastavano piogge eccezionali per mettere a repentaglio
la vita nei paesi e lo stesso abitato. Le condizioni di vita
nella maggioranza di tali
luoghi sono, non solo tristi, ma
«indubbiamente difficili e penose, e per alcuni ancora vicine ad
una primitività di cui non ci si può rendere conto se non
visitandoli» (Isnardi 1965, pp. 16-17).
Casupole basse
e anguste dove vivevano nuclei familiari numerosi, insieme agli
animali; ambienti assediati dal fumo, dalle cimici, dalle pulci,
dal vento; strade in terra battuta che sembrano latrine e fogne
e, nell’inverno, si trasformano in fiumare a volte devastanti;
mancanza di fontane pubbliche (la donna con l’orcio è parte del
paesaggio naturale e culturale della Calabria tradizionale): di
questo universo hanno memoria ancora i più anziani.
I paesi erano spesso
«paesi
della fame»,
ancora nel Novecento. Il termine fame popola le storie
ambientate in Calabria ed è uno dei più ricorrenti nel folklore
e nei testi di tradizione orale.
I contadini partivano da scuru a scuru, prima che il sole
sorgesse fino al tramonto, nelle campagne dove lavoravano
un’intera giornata, spesso mangiando
«pane
e coltello»,
«pane
e niente altro»,
pane asciutto.
La mortalità e le malattie legate a
cattiva nutrizione e a condizioni igieniche disastrose, le
frequenti epidemie rinviano a un universo che non esige
mitizzazione. Il corpo
sociale e culturale del paese doveva resistere a molte
infezioni. Il corpo paese
presentava le proprie viscere malate, era infracidito dalle
alluvioni, mangiato dalle mosche e dagli animali. Appariva
fetido, putrescente, sporco.
Il corpo paese, spesso, perdeva
fiducia, pensava di non poter guarire, si sentiva sfibrato,
presentava una fiacchezza culturale e psicologica.
La popolazione sembrava in perenne attesa
di fuga e, non di rado, fuggiva.
La fuga è insieme condizione di
molti paesi dell’interno, malattia, valvola di sfogo, terapia.
Quando la fuga diventava generalizzata, il corpo paese
scompariva. La salute e la vita del paese si basavano
sull’equilibrio tra spinte diverse, tra
l’arroccamento-attaccamento e una fuga spesso necessaria. A
partire dal medioevo e fino ai nostri giorni l’abbandono, la
dissoluzione dei corpi-paese sono stati elementi caratterizzanti
la storia calabrese.
7. Vitalità e articolazione del paese presepe
Sbaglieremmo a immaginare il paese presepe come un monolite, in
attesa di scomparire, come il luogo dell’immobilità e
dell’isolamento. Nei densi e bellissimi scritti dedicati alle
culture dell’area dell’Amendolea e dell’Aspromonte, Domenico
Minuto, profondo conoscitore di quei luoghi, ricorda come il
lavoro abbia caratterizzato la vita delle popolazioni di un
universo agricolo e pastorale. Il lavoro si è accompagnato per
secoli a un’economia povera, in alcuni casi misera, dove la
popolazione spesso (dopo il periodo normanno) è stata ridotta a
uno stato servile. E tuttavia nessuno come Minuto ha mostrato la
capacità di vivere delle comunità greche di Calabria, la loro
ricchezza di valori (ospitalità, mitezza, fedeltà) e anche di
opere artistiche, di prodotti artigianali di qualità.
Ogni paese si presenta con i suoi aspetti
peculiari,
con storie, tradizioni, rapporti, lingua che lo
rendono, a volte, profondamente diverso
dai paesi vicini. Il paese presepe si articolava in zone,
rughe, spesso distanti e separate. Le diversità tra susu
e jusu, destro e mancuso sono abbastanza
noti. Una vera e propria teoria di dinamiche conflittuali e di
antagonismi giunge attraverso la storia religiosa di alcuni
paesi delle diverse province calabresi. Numerosi paesi erano
divisi da contrasti religiosi, familiari, sociali,
politico-amministrativi. Due chiese, due territori, due
confraternite, due aree abitative, due feste, due cantine (in
anni più recenti due bar), due sistemi differenti di trattare e
organizzare lo spazio paesano, più di recente due partiti
politici. La controversa vicenda delle confraternite religiose,
spesso segnate da conflitti, ci pone di fronte a una dinamicità
che si manifesta in campo artistico, musicale, economico,
sociale.
La vita di una
confraternita, del resto, non si esauriva nei contrasti con
altre confraternite, ma era basata su culti, regole, tradizioni
che miravano alla socialità, all’organizzazione della sfera
quotidiana, festiva, della morte, della memoria, della
continuità. La storia delle confraternite ci ricorda come
l’identità non possa essere né negata né ridotta a retorica,
estraendola dal contesto in cui è stata costruita, affermata,
definita. L’identità non è qualcosa di monolitico e di
pacificato, ma si fonda anche su contrasti, mobilità,
differenze, ombre di cui è bene avere consapevolezza.
8. La discesa lungo le coste
Nel passato, il corpo del paese presepe veniva aggredito, come
abbiamo visto, da agenti esterni e interni, antichi e nuovi
(alluvioni, frane, terremoti, epidemie, fame, colera, vaiolo,
siccità, isolamento, conflittualità). In questo quadro di
precarietà, a partire dal XVII secolo, inizia la discesa lungo
le marine.
Due condizioni favoriscono questo
processo: il progressivo allentamento delle incursioni
piratesche, la necessità di nuovi spazi produttivi e la messa a
coltura, con sottrazione alla tirannia della malaria, di nuovi
terreni. Non è stata una spinta marinaresca a orientare la nuova
ricerca di insediamento al piano, quanto
l’espansione
dell’economia terrestre, l’esigenza
dell’accresciuta attività agricola. Lo spostamento lungo le
marine avviene con lentezza, tra contrasti, sensi di colpa,
risentimenti, ripensamenti. L’abbandono non è una scelta
semplice e non ha una sola causa e spesso vede in disaccordo le
persone. Anche per queste ragioni si originano complessi legami
tra il paese originario e il suo doppio, fatti di
richiami, separazioni, conflitti.
Le numerose
processioni a mare (alcune inventate negli ultimi decenni) che
disegnano una mappa colorata di nuove ritualità di appaesamento
attestano un’ avvenuta, anche se disordinata, dislocazione lungo
le marine. Più che salire negli antichi luoghi di culto montani,
le popolazioni scendono nei centri costieri dove si svolgono
nuove processioni a mare. Tali riti diventano occasione di
aggregazione e di riconoscimento per persone che provengono da
posti diversi. In un universo sparso, frammentato, senza centro,
abitanti provenienti da diversi paesi, emigrati e rimasti, sono
impegnati in operazioni di costruzione d’identità.
Il mare guadagnato, tuttavia, resta un
mare perduto. Gli spazi in prossimità della costa, fino a meno
di un secolo addietro poco popolati e deserti, oggi sono
disordinatamente affollati, inopinatamente cementificati,
pieni
di abitazioni spesso incompiute e disabitate. Il corpo paese si
è dilatato, frammentato, disordinato, non trova ancora un senso.
Se, in passato, la regione appariva a qualche osservatore come
un’isola senza mare, oggi appare un succedersi di centri
costieri che non riescono a stabilire un legame tra di loro e
con i centri interni.
9. Il doppio altrove
L’immagine dell’emigrazione come mania e
come febbre che colpisce le persone è molto pertinente per
raccontare storie di fuga da luoghi caratterizzati da degrado
fisico, morale e sociale. La febbre segnala una capacità di
reazione, indica il desiderio di guarigione. Nella breve durata,
dopo un periodo in cui rischia di dimezzarsi, spezzarsi, ridursi
in frammenti, il corpo assume una nuova solidità. Lo spostamento
di un numero sempre maggiore
di residenti allenta la tensione
sociale, porta qualche miglioramento, lievi benefici. Il corpo
si dissangua, perde energie, ma la perdita di sangue può
funzionare come una sorta di salasso dell’antica medicina.
Sembra aiutare il corpo a ristabilirsi, a prendere una nuova
fisionomia, a ricostituirsi, a raggiungere un nuovo equilibrio.
Superata,
però, una certa soglia nelle partenze, il paese rischia di
svuotarsi, di morire del tutto. Gli emigrati, con uno
spostamento di cui non prevedono portata ed esito, negano
l’antico ordine, diventano protagonisti della dispersione e
della dissoluzione della comunità tradizionale che volevano
ricostituire e ricomporre. I paesi hanno giocato la loro partita
rinnovando l’esigenza di un antico equilibrio: spostarsi, ma non
tanto da scomparire. Il corpo paese ha dovuto cercare, senza
quasi mai trovarlo, un giusto equilibrio tra tendenza alla fuga
e necessità di restare ancora integro, riconoscibile.
Con l’emigrazione i paesi calabresi, al pari di altri paesi
d’Italia, si spostano, si dimezzano, si duplicano. Nelle
Americhe si originano i paesi doppi, i sosia dei
paesi d’origine.
I confini delle antiche comunità si
sfrangiano, si dilatano, si ramificano in territori lontani. Il
corpo paese esplode in mille schegge e concorre alle creazione
di nuovi mondi. Il corpo paese perde per sempre l’antica
identità e l’emigrante, a dispetto della sua nostalgia, dei suoi
sogni, delle sue aspettative, lascia la propria ombra in paese,
diventa un’altra
persona. La disintegrazione della personalità, la lacerazione,
lo sdoppiamento riguardano, in maniera diversa, anche coloro che
sono rimasti, i familiari, gli amici, i conoscenti di coloro che
sono partiti. Il paese due si trasforma in luogo reale e
mitico dove sono rivolti sogni, desideri, speranze, paure,
pensieri di coloro che non sono partiti. Con l’emigrazione gli
abitanti del paese uno e quelli del paese due
diventano altri rispetto a prima. La fuga, l’inquietudine, la
nostalgia costituiscono caratteri forti di una nuova identità
che si afferma a seguito dell’esplosione dell’antico corpo. I
due mondi, i due paesi, sono inseparabili. I due corpi non
possono fare a meno l’uno dell’altro, anche quando si inviano
sentimenti di ostilità.
Gli «americani» che ritornano a inizio Novecento acquistano la
terra, costruiscono nuove abitazioni, importano prodotti,
oggetti, tecniche, mentalità, cultura, si affermano come una
«nuova
classe»
diversa da quella dei cafoni e da quella dei notabili. Se nelle
città dell’America
del Nord erano nate le famose Little Italy, nei paesi
calabresi nascevano delle Little Americhe a volte più
estese del vecchio abitato. Le linde e bianche casette degli
«americani»,
edificate con tecniche e materiali di costruzione nuove, mutano
l’antico assetto urbanistico del paese e anche l’organizzazione
dello spazio, esterno e interno, i rituali e le feste che
vengono estesi in nuovi luoghi abitati. Queste grandi
trasformazioni guariscono in parte le malattie dell’antico paese
presepe e insieme ne accompagnano la dissoluzione.
10. La fine del paese presepe
La Calabria è
cambiata in maniera profonda negli ultimi decenni. Non è una
considerazione nostalgica: è una verità da accogliere, elaborare
e affrontare con sentimenti diversi. Qualcosa di inedito si è
verificato nel territorio, nell’organizzazione dello spazio, nel
rapporto tra zone interne e zone marine, nell’antropologia delle
popolazioni.
Già negli anni cinquanta del Novecento il
progressivo abbandono dei paesi dell’interno andava assumendo
caratteri da fine del mondo, con la cancellazione del
tradizionale assetto del territorio, di culture e di mentalità
secolari. La fondazione dei
«doppi» lungo le marine e
all’estero, con tante persone che tornavano nel periodo estivo e
intrattenevano forti legami con il paese d’origine, non avevano
fatto presagire la portata e l’entità dell’abbandono. A distanza
di cinquant’anni il quadro della dilatazione e
deterritorializzazione, del trasferimento e del rimpaginamento
dei luoghi si è abbastanza precisato.
Lo spazio
paese odierno, nonostante le molteplici trasformazioni, ha
ancora una sua conoscibilità. Quello che è mutato profondamente
è il senso del paese, il modo di percepirlo da parte dei suoi
abitanti. Quello che è cambiato è il luogo paese: il tipo di
relazione e di legami che in esso stabiliscono i suoi abitanti,
il loro rapporto con il passato e con il mondo esterno, la
maniera di vivere il paesaggio, la campagna, gli spazi urbani.
Noi – intendo dire quanti abitiamo ancora in Calabria, nei
paesi, nei piccoli centri, nelle campagne - abbiamo perso
l’abitudine ai luoghi. Non riconosciamo nemmeno i luoghi in cui
abitiamo. Non abitiamo i luoghi e non ne siamo nemmeno abitati.
I bambini vivono, magari, nei luoghi, ma non ne conoscono la
campagna, gli alberi, i frutti, gli animali.
Il territorio circostante si presenta a volte come un deserto.
E’ stato reso un deserto dai nuovi tempi e dalle nuove forme di
vita, dalla nuova organizzazione produttiva, dalla televisione,
dai nuovi giochi. Ma anche dal fatto che quello che ieri era
troppo «pieno» oggi è diventato «vuoto», una sorta di deserto:
non un non «luogo storico», ma un «non luogo» di riporto,
inventato di recente. E’ scomparsa la pratica di collocare il
paesaggio «in una profondità di spazio e di tempo, in una
profondità di relazione all’altro e in uno spessore di senso» (Quaini
2006).
11. Dal troppo pieno al troppo vuoto
Quello che
ieri ai locali e ai forestieri appariva «troppo pieno» - le
immagini dei tuguri dove decine di persone vivevano insieme alle
bestie sono ricorrenti in tanta letteratura - oggi è diventato
praticamente vuoto, vacanti. Anche centri ancora vivi e
vitali contengono al loro interno una parte disabitata, case
vuote, rughe morte, che li trasformano, talora, in luoghi
inquietanti e perturbanti, sospesi, quasi nell’attesa del
peggio. Nei paesi dell’interno vengono, quasi quotidianamente,
chiuse scuole, uffici postali, ospedali, presidii delle forze
dell’ordine. Anche tanti centri lungo la costa, di recente
popolamento, si presentano con una zona vuota, disabitata,
spesso in rovina.
Spesso quando muore una persona anziana o sola non si chiude
solo una storia, si chiudono le «storie», si chiude un’epoca, si
chiude una casa, si estingue una famiglia, talvolta scompare un
cognome. La vita e la cultura del vicolo sono finite da decenni,
ma adesso il vicolo, la ruga, diventano degli angoli bui,
dei territori vuoti anche all’interno di paesi abitati. I mesi
invernali sono quelli che fanno sentire di più una sorta di
rischio chiusura dell’abitato, comunque di stravolgimento degli
spazi tradizionali. Il vuoto spaziale dà origine a una sorta di
zona di nessuno, a una specie di linea di confine, poco
conosciuta e poco frequentata, evitata. I paesi in abbandono,
con spazi deserti e vuoti, sono spesso senza più centro, senza
piazza, senza bar, senza più rapporti, senza più punti di
riferimento, con paesaggi urbani stravolti.
Le zone interne e la montagna sono state contemporaneamente
sguarnite e ferite. La campagna non è più luogo produttivo e di
frequentazione, non è il luogo dei giochi dei bambini, spesso è
soltanto un deserto, un’area incolta. La vita delle persone non
è più legata ad attività agricole, pastorali, artigianali e
anche, dal punto di vista della produzione, i paesi sono ormai
dei «non più luoghi». E’ finita, come ricorda Paul Virilio a
Massimo Quaini, «una scenografia del paesaggio con attori e non
semplicemente con spettatori. Il paesaggio rurale che abbiamo
perso per effetto della desertificazione delle campagne era un
paesaggio di eventi della messa a coltura attraverso la
vigna, il grano ecc. La storia delle campagne è una storia di
eventi ben più importante di quella della città, ma noi
l’abbiamo dimenticata» (Quaini 2006, p. 17).
I paesi appaiono dei luoghi postmoderni dove coesistono e
convivono elementi i più disparati. Per molti versi dei luoghi
antropologici per eccellenza, caratterizzati da rapporti
consueti e riconoscibili, da un preciso senso del tempo e dello
spazio, da ritualità tendenti a rifondare il tempo e ad
organizzare la memoria comunitaria, sembrano essersi trasformati
in particolari non luoghi, dove i rapporti e le relazioni sono
labili, il controllo è soltanto apparente, i legami primari si
sono dissolti o profondamente mutati. Ci sarebbe da scrivere
molto e pacatamente sulla nuova antropologia dei paesi.
Il paese compatto, con le case abbracciate
come le pecore di una mandria, si è slabbrato, riposizionato,
dilatato, deterritoralizzato
in altri luoghi della regione o fuori di essa. E’ diventato un
luogo aperto, dai confini territoriali (conseguentemente dai
rapporti sociali) aperti, sfumati, precari, incompiuti.
A questo svuotamento è però, paradossalmente, corrisposto un
riempimento, a volte devastante, inutile, che ha modificato
tutto il paesaggio calabrese, ferendolo a volte in maniera
irreversibile. La Calabria è una delle regioni
con il maggior numero di abitazioni abbandonate e nello stesso
tempo il luogo dove più si sono costruite case nuove, che spesso
restano vuote, anche nel periodo estivo. La devastazione delle
coste, le case palafitte piantate nell’acqua, gli ecomostri che
hanno ferito marine, colline e montagne, le tante
cementificazioni incompiute sono soltanto i segni più
inquietanti di una pulsione che, per ragioni
diverse, ha spinto
tutti i calabresi ad abbandonare, a costruire, a ricostruire, a
devastare, a creare opere incompiute.
Negli stessi
abitati a rischio spopolamento continuano tuttavia a sorgere
case con balconi, pilastri, mansarde scheletriche e nude che non
saranno mai ultimate. Il luogo dell’abbandono, paradossalmente,
confina con territori di nuova cementificazione. I paesi
dell’interno sono passati dalla melanconia da catastrofe e da
isolamento alla melanconia da partenza e, adesso, alla
melanconia da abbandono.
12. Una mutazione antropologica
Questi processi locali,
unitamente a fattori di ordine più generale (l’abbandono della
montagna, la fuga verso le città),
hanno comportato una profonda trasformazione di valori, pratiche
sociali, relazioni tra le persone. Il paese dell’immobilità – ma
come abbiamo visto in realtà la fuga era anche
uno
degli elementi del passato – è diventato mobile, nel senso però
di fluido e di liquido. Gli stessi abitanti spesso non ne
conoscono la mobilità, non conoscono più i vicini (le relazioni
di «vicinato» sono praticamente scomparse o si sono radicalmente
modificate), non sanno chi parte e chi arriva. I rapporti sono
precari, occasionali, quasi cittadini, formali (anche se
permangono forti le relazioni di tipo primario). I paesi
dell’interno, caratterizzati sempre più da legami e rapporti
precari, sembrano corpi irriconoscibili, corpi che faticano a
trovare una loro ragione di essere.
Erose le attività agro-pastorali tradizionali (anche se i
prodotti agricoli locali hanno ancora una notevole rilevanza
economica) e scomparsa
ormai la sussistenza basata sulle rimesse, anche molte pratiche
lavorative risultano marginali e provvisorie.
Il valore della fatica (e conseguentemente della forza, della
capacità fisica) ha ceduto il posto al valore dell’invalidità.
Il non essere valido
(l’«invalidità» fittizia, la
possibilità di essere assistito per vivere), negli ultimi
decenni, è
diventato un modello, un desiderio, che ha dato origine a
rapporti clientelari inediti, a dipendenze diverse da quelle del
passato.
Dallo scambio simbolico (e pratico) si è passati a
contrattazioni di tipo moderno. I gruppi familiari, clientelari,
politici giocano un ruolo diverso da quello
del
passato. Le appartenenze di tipo territoriale, lavorativo,
religioso, familiare sono venute meno a vantaggio di strategie
familiari e di gruppo tendenti alla conquista di posto, impiego,
assistenza, sostegno.
Pratiche
solidaristiche, di vicinato, legate alla produzione agricola,
alla conservazione e al consumo dei prodotti, che peraltro non
vanno mitizzate, sono cessate a vantaggio di pratiche di
sostegno circoscritte al nucleo familiare ristretto. Gli stessi
rituali familiari e di gruppo, le feste, il lutto – pure
coinvolgendo gli abitanti dei paesi – sono subordinati a
scadenze di natura moderna e postmoderna. La festa non è legata
alla produzione, non scandisce tempi lavorativi, non riproduce
rapporti sociali, legami familiari, ma è un rito postmoderno,
vissuto in maniera diversa dai diversi partecipanti, sempre meno
protagonisti e sempre più osservatori.
Anche quell’andirivieni di emigrati che creava mobilità,
rapporti, scambi, talora conflitti è praticamente venuto meno.
Termini come distacco, nostalgia, partenza, speranza del ritorno
assumono valori completamente diversi dal passato.
Oggi i paesi calabresi vivono una
situazione di «post-emigrazione», nel senso che il rapporto tra
le due comunità si è attenuato, quasi spento. I due paesi
non comunicano, non costituiscono più, come in passato, l’uno l’ombra
dell’altro. I paesi che avevano costruito una nuova identità
sull’emigrazione, sui contatti, sui legami con le zone
dell’esodo, hanno perso, in parte, anche questa via, questa
valvola, questa risorsa. I paesi non hanno più un’identità
basata sulla doppiezza, debbono trovare altre ragioni di
presenza. L’appartenenza non può essere più costruita, come è
avvenuto per oltre un secolo, sulla separatezza,
su legami di distanza e di
vicinanza, su scambi tra i due paesi, tra quello rimasto e
quello partito.
«Post-emigrazione» non vuol dire che dalla regione non si parte
più. Al contrario: si parte per lavoro e oggi, come negli anni
cinquanta e sessanta del secolo scorso, sono numerosi i giovani
dei paesi e delle campagne che, diplomatisi, partono in massa
per studiare fuori. Consistente è il numero dei giovani laureati
nelle nostre Università che esportano le loro capacità e il loro
sapere altrove, con un notevole dispendio di risorse economiche
ed umane. L’emigrazione ha cessato di essere ormai una risorsa o
un elemento di trasformazione positiva della realtà: non
importiamo più saperi, se mai li trasferiamo altrove.
L’emigrazione intellettuale, diversa dalla logica delle catene
emigratorie, comporta anche la fine di quei doppi che
avevano arricchito e modificato il mondo di origine. Oggi la
fuga e la mancata valorizzazione dei giovani costituiscono in
assoluto un impoverimento della regione.
13.
Verso una nuova geo-antropologia dei paesi
Sbaglieremmo, però, a immaginare che sia
scomparso un paradiso e
che si vada affermando un inferno. E sbaglieremmo anche se non
riuscissimo a cogliere le tante novità positive, le molte
occasioni, le nuove risorse che stanno emergendo nelle comunità
delle aree interne.
Un altro
errore da non compiere è pensare il passaggio dal paese presepe
al nuovo paese come una rottura drammatica, legata soltanto a
vicende locali, e a non inserirla in mutamenti più globali, che
significano anche nuove opportunità.
Sarebbe certo riduttivo immaginare che non vi sia una continuità
tra passato e presente, una combinazione di motivi, valori,
modelli del passato con quelli dell’oggi. A dispetto di elementi
che spingono a parlare di non luogo, il paese resta ancora un
luogo, riconoscibile, con pratiche diverse da quelle di altri
luoghi moderni e postmoderni.
Resistono, anche con forti innovazioni,
forme di legami e di solidarietà
«tradizionali».
Il lutto ha ancora una dimensione comunitaria.
Le feste
del passato conoscono una nuova vitalità. Bisogna inserirle nel
nuovo disordine
territoriale, nelle incompiutezze antiche
e recenti, e cercare di capire il nuovo significato che oggi
assumono, il ruolo di raccordo che svolgono, a livello rituale,
tra luoghi separati, divisi, alla ricerca di un senso. Riti come
l’Affruntata (l’incontro tra Cristo Risorto e la Madonna
e S. Giovanni che viene rappresentato la domenica di Pasqua in
molti paesi della Calabria meridionale) raccontano antiche
scomposizioni, ma anche nuove ricomposizioni e forme di
riorganizzazione del territorio.
D’estate molte case vengono ancora riaperte per gli emigrati e
per i turisti. Persistono, profondamente innovati, valori, riti,
comportamenti del passato. Molti giovani rimasti sono sempre più
padroni di nuovi linguaggi e di nuovi saperi. Il paese, pure
frantumato, non è più stretto, ma aperto. Nascono anche nuove
tradizioni e nuove forme espressive. Si pensi alle feste nei
paesi abbandonati, tra i ruderi, o alle nuove maniere di
socializzare dei giovani. Una novità è data dall’arrivo degli
immigrati, che spesso consentono una sorta di ricambio
generazionale e il permanere di attività
lavorative tradizionali. Antiche
comunità fanno l’esperienza inedita
e inimmaginabile fino a pochi anni addietro dell’arrivo di
immigrati, uomini e donne, che trovano impiego nell’agricoltura,
nell’edilizia, nelle attività commerciali, come badanti nelle
famiglie.
Spesso i piccoli centri
dell’interno «resistono» anche
grazie a queste nuove presenze. Non bisogna sottovalutare che in
molti paesi la resistenza all’abbandono diventa tenace, a tratti
eroica.
Si incomincia a prendere atto delle devastazioni in corso e a
immaginare un futuro non più costruito sulla rendita di un
passato che è finito per sempre e che deve fare parte della
memoria e dell’identità comunitaria. Solo in questo senso il
passato rappresenta una risorsa.
Dalle «onde sonore» dell’antico paese (si pensi alle immagini
che ne consegna
Alvaro in Gente in Aspromonte)
siamo passati ai rumori di fondo, a sonorità e ai silenzi
sconosciuti dei nuovi luoghi.
I nuovi paesi
hanno bisogno di altra attenzione, ma anche di differente
categorie analitiche, di nuove forme di scritture.
Bisogna saperli ascoltare, i nuovi paesi, tradurli in una nuova
musica. Il senso di spaesamento per chi ha ascoltato gli ultimi
suoni e le ultime voci dell’antico paese è devastante, tuttavia
non bisogna rimpiangere un buon tempo antico mai esistito, se
mai è opportuno tentare di stabilire un «accordo» tra le voci
delle antiche «vie dei canti» e quelle che sommessamente cercano
ascolto. Sonia Serazzi in una bella raccolta di racconti (2004)
rappresenta anche, con felici esiti letterari, la nuova
dimensione antropologica delle piccole comunità calabresi e di
un Sud poco propenso ad essere rinchiuso in stereotipi e in
retoriche, in rimpianti e in disperazioni. Il paradosso del
vuoto dei paesi (talora della loro solitudine, della loro
malessere) è che questo vuoto si presta ad essere riempito di
nuovi contenuti e di nuovi valori.
I non più luoghi sembrano rivelare la volontà di cercare e
acquistare un nuovo senso, mostrano la capacità di elaborare
nuove forme di «appaesamento» non inglobate nell’omologazione
dominante. Forse proprio là dove appare tutto accaduto e si
ritiene che «non c’è niente», può accadere qualcosa di nuovo,
può affermarsi una nuova vitalità, come luogo di nuove speranze.
Progetto, fiducia, speranza sono termini (a volte rischiano di
diventare slogan) che vanno riempiti di contenuti.
Paradossalmente proprio questi non più luoghi, «mezzo pieni» e
«mezzo vuoti», arcaici e postmoderni, potrebbero costituire la
risorsa di una nuova Calabria, che sa guardare avanti, senza
dimenticare il passato, ma senza restarne prigioniera.
14.
Quale ritorno?
La lectio del ritorno nei paesi abbandonati
Le feste, i pellegrinaggi, i riti, i
ritorni che ho osservato, documentato, descritto negli ultimi
anni nei paesi abbandonati sono emblematici delle grandi
mutazioni spaziali e antropologiche, sociali e mentali,
conosciuti dal paese e dal paesaggio calabrese. Quanto avviene
nei luoghi dell’abbandono ormai irreversibile è davvero
significativo per ripensare oggi il nuovo corpo paese,
frammentato, dilatato, esteso. Grandi e piccole rovine, sepolte
e dimenticate, del passato lontano squadernano per frammenti una
storia complessa e controversa,
sono
le tessere di un mosaico che vanno raccolte, lette e ricomposte.
Sono le reliquie dei corpi esplosi e ridotti in mille frammenti.
Feste e riti che vedono come protagonisti gli antichi abitanti o
i loro discendenti di una o più generazioni si svolgono negli
ultimi anni tra i ruderi, le rovine, le case vuote, i muri
avvolti da rovi e rampicanti della vecchia Cerenzia, di
Nicastrello, di Brancaleone Superiore, di Africo vecchio,
dell’antica Pentedattilo, di Precacore. L’abbandono si è
trasformato in una sorta di risorsa identitaria, che ha anche
innumerevoli implicazioni pratiche.
Il paese abbandonato è un defunto non ancora sepolto, da
placare, da recuperare, nella memoria, come un caro estinto. Le
feste nei paesi abbandonati raccontano la necessità, quasi un
destino, delle popolazioni di ridisegnare il territorio, di
riposizionarsi, di ritrovare il centro. Le rovine
risultano un elemento essenziale di una storia da conoscere e da
recuperare.
Un doppia onda di nostalgia avvolge coloro che sono nati
in una
comunità ormai abbandonata: verso l’antico e verso il nuovo o
verso un altro luogo. Il paese abbandonato sembra non volersi
rassegnare alla fine. Manda segnali. Consegna memorie. E’ un
defunto che perturba i viventi. Il paese morto costituisce
rimorso e senso di colpa degli abitanti dei doppi,
delle persone originarie del luogo e disperse nel mondo. Il
paese morto, allora, come prefigurazione di rischio e
possibilità della fine dei nuovi paesi? Il paese morto come
corpo non sepolto, come memoria, che assilla, opprime, interroga
gli abitanti dei nuovi centri.
Da questa consapevolezza sembra scaturire nelle popolazioni un
sentimento di perdita, ma anche
la
speranza di una nuova vita. Nei mille luoghi di passaggio, di
frontiera, con case incompiute, spesso senza chiesa, cimitero,
piazza, centri di aggregazione, si svolge un lavorio di
appaesamento, giocato su un rapporto di odio-amore,
distanza-vicinanza con il paese uno, si attua un faticoso
tentativo di collegare mondi non comunicanti. Le schegge
dell’antico paese presepe frantumato, smembrato, esploso hanno
costruito nuovi abitati, nuovi mondi. Molte di queste schegge
tornano indietro,
profondamente mutate, alla ricerca del corpo perduto, che non
troveranno, alla ricerca di un’impossibile riconciliazione e
ricomposizione. Ma ogni ritorno è un nuovo inizio. Ogni
frammento della casa e del corpo del passato potrebbe essere
adottato, salvato, adoperato per nuove costruzioni.
15.
Il ritorno nei/dei paesi
Il ritorno nei
paesi abbandonati, compiuto ormai dai discendenti di chi ha
vissuto l’abbandono, ci ricorda, in realtà, che nessun ritorno
è, davvero, possibile. Non si torna mai nei luoghi, una volta
che li abbiamo lasciati, perduti, abbandonati, fuggiti. Né si
può ripristinare più l’antico paese presepe. Bisogna capire che
ogni ritorno, ogni recupero, ogni restauro non significano
ricomposizione dell’antico ordine.
Qualsiasi ipotesi di ripopolamento degli abitati dei centri
dell’interno, dei paesi presepe, deve fare i conti con un mondo
locale e globale mutati.
Le illusioni e le nostalgie identitarie non portano da nessuna
parte. La nostalgia e l’identità debbono essere proiettate in
avanti, anche quando non si perde di vista il passato, anche
quando con la tradizione si stabilisce un rapporto autentico e
sofferto.
L’attenzione al paese non può essere
disgiunta dalla
considerazione e
dalla
consapevolezza di quanto avviene a livello planetario. Il 23
maggio del 2007 (secondo le proiezioni probabilistiche
dell’Università del North Carolina) è nato quel bambino che ha
fatto si che gli abitanti delle città sono più di quelli del
resto della Terra. Tre miliardi e mezzo più uno. La popolazione
residente nelle grandi città ha superato quella che vive nelle
campagne, nei paesi, nei piccoli centri. Nascendo in città, la
creatura di maggio 2007 ha avuto una probabilità di oltre 1/3
di nascere in una baraccopoli. Oggi sono circa un miliardo e
mezzo gli abitanti di slum, l’ecosistema del futuro. Come
ricorda l’antropologo Alberto Salza sono già in sovrappiù, gli
esclusi, gli scarti umani che vivono negli scarti materiali
urbani: cartoni, teloni di plastica e, soprattutto, lamiere
riciclate. Lo slum è un insediamento contiguo alla città i cui
abitanti hanno inadeguate abitazioni e inesistenti servizi di
base. La baraccopoli è una città alla rovescia.
Tra un
trentennio, i 3/4 dell’umanità faranno parte di un universo di
cemento-acciaio-vetro-baracche. Gli abitanti degli slum, in un
futuro non troppo lontano, potrebbero non appartenere più alla
specie Homo sapiens (Davis 2006). Questi processi, di cui non è
facile prevedere dimensioni ed esito, non sono affatto
irrilevanti per il destino futuro dei paesi, delle campagne,
delle città di provincia. L’affollamento delle metropoli genera
anche una fuga di vari gruppi sociali e culturali da luoghi
considerati invivibili e non più a dimensione «umana».
Parallelamente all’intasamento urbano, dovunque, infatti, è
segnalata una tendenza ad abbandonare le megalopoli, a cercare
modelli di vita alternativi che spesso portano, sia pure in
maniera non definitiva, nelle campagne, nei piccoli centri, nei
paesi. Giovani, intellettuali, scrittori, artisti immaginano e
pensano che l’avvenire dell’umanità non sia nelle città, ma nei
piccoli centri, nelle province. E non sono pochi gli esempi di
scelta del paese come luogo dove vivere per lunghi periodi o
definitivamente.
Previsioni apocalittiche (ad esempio
quelle che si basano sull’effetto serra e sul progressivo
riscaldamento del pianeta) parlano di una non lontana fuga di
massa dalle città, dove non si troverebbe più cibo, e di una
fuga nelle campagne e nei piccoli centri, dove ancora si
troverebbero risorse e saperi per sopravvivere. Ci sarebbe da
dire che anziché attendere la fine, bisognerebbe cercare di
scongiurarla. Questo comporterebbe un diverso modello di
sviluppo, mutamenti di stile di vita, uso adeguato delle
risorse, rispetto del territorio. In questo quadro, i paesi
sembrerebbero avere un futuro, a condizione di considerarli in
maniera del tutto nuova.
Non è il ritorno al vecchio paese, il ripristino improponibile
del passato, ma la consapevolezza che le zone interne hanno
risorse ambientali, paesaggistiche, culturali da offrire. Il
paese potrebbe ripresentarsi come un corpo aperto, dinamico,
capace di accogliere, di muoversi in un periodo in cui la
montagna non è più vista come
improduttivo
luogo di arretratezza, nel momento in cui significativi strati
di popolazione sono alla
ricerca di altri luoghi, di «tipicità», di tradizioni locali,
che, pure inventate, allontanano dalla monotonia omologante
delle metropoli.
La montagna ha
costituito in passato il luogo della vita e della cultura delle
popolazioni, oggi, con le sue risorse, con i suoi paesaggi, con
le nuove forme di economia, con le nuove sensibilità e
consapevolezze, può diventare il luogo essenziale per affermare
un diverso destino della regione.
Paesaggi (montagne, marine, colline,
boschi) prodotti tipici (per cui in Calabria non si è fatta mai
una reale promozione), monumenti e anche beni immateriali
possono attrarre flussi turistici, innescare processi economici
e dinamicità, mettere in moto tante iniziative locali. Non
bisogna sognare un improbabile ritorno al passato e nemmeno
l’impossibile fine delle partenze, ma sperare nel rientro di
alcuni, nella sosta di molti, e dare ai giovani la possibilità
di scegliere se restare o
partire, partire o
tornare.
Il vuoto dei paesi potrebbe essere riempito da beni immateriali
da offrire con una diversa logica dell’accoglienza e
dell’ospitalità, più vicina
a quella della tradizione che non a quella di una retorica
postmoderna che mira soltanto a grandi e a piccoli interessi
personali e di gruppo,
incapaci di creare beni e benessere
comuni.
Il cibo, le acque, il silenzio, la tranquillità, i tempi lenti
sono beni (non assegnabili però agli uomini del passato, come
pretende un
generico revival meridiano che inventa un
passato mai esistito),
valori a condizione di non svenderli e di promuoverli in maniera
adeguata, senza retoriche identitarie. La regione è un meltig
pot di beni paesaggistici, bellezze naturali, prodotti,
reperti archeologici, memorie scritte e orali, beni immateriali
davvero unico e irripetibile. Le stesse rovine e le
devastazioni, che disegnano mappe e raccontano storie,
potrebbero essere trasformate in risorse identitarie,
riconvertite in un grande piano di ricostruzione e di
riorganizzazione del territorio, di risanamento del paesaggio.
Il
ripopolamento o la rivitalizzazione delle zone interne, nel caso
della Calabria, significherebbe anche riequilibrio tra marine e
montagne, dialogo tra territori separati, raccordo tra coste e
zone interne, fine dell’intasamento costiero, possibilità di
rendere pulito quel mare che continua, a dispetto di proclami e
di depuratori, ad essere sporco e inquinato. Le zone interne non
sono soltanto presidi d’identità, ma anche presidi di vita
nell’oggi e risorse da riconsiderare. La memoria, l’identità, le
tradizioni hanno un senso soltanto se rivolte al futuro.
I paesi della Calabria non hanno bisogno di enti inutili,
convegni sterili, slogan banali, immagini edulcorate,
chiacchiere da campagne elettorali, piani destinati ad amici e a
parenti, cementificazioni inutili: ha bisogno di un progetto
unitario del territorio, di un’opera di bonifica e di
risanamento, di un restauro e di un progetto innovativo, aperto,
mirato. Ci sarebbe bisogno di una nuova filosofia del
territorio, di un diverso senso del paesaggio, di un nuovo modo
di ri-guardare i luoghi, di guardarli in altro modo e di averne
riguardo, di amarli, davvero, senza piegarli ad usi che
finiscono col ferirli e col distruggerli.
Mentre in tante realtà locali e dal basso si avvertono flebili
segni che vanno in questa direzione, la classe dirigente nel suo
complesso, con le sue divisioni e i suoi particolarismi, i suoi
piccoli e grandi interessi, sembra ancora lontana anni luce da
un’idea innovativa e «rigenerativa» per la Calabria dei paesi,
per il paese Calabria.
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