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La terra dei paesi
di Vito Teti


1. Da un «paesaggio di lunghezza» al «paese lungo»

L’aereo taglia il mantello delle nuvole bianche sopra la Calabria, e incominci a vedere dall’alto, la Sila e la piana di Sibari, la regione tra terra e mare, la terra tra due mari. Ti accorgi subito di un paesaggio di luminosa «lunghezza» di cui parlava Giuseppe Isnardi. Soltanto da sopra il territorio della regione sembra, forse, riconducibile a una qualche unitarietà e compattezza: questa immagine unitaria dal basso, anche dalle cime più alte, non ti è mai consentita.
Man mano che l’aereo si abbassa cominci a scorgere (e a distinguere) quei piccoli centri, addossati alle colline, in prossimità delle fiumare, o distesi verso le marine e spesse volte
legati da tanti micro insediamenti o da case sparse tra la collina e le coste. In molti tratti (la piana di Sibari, la vallata del Crati) i tanti borghi sembrano (ma così non è) essere diventati un unico, grande, ininterrotto paese.
La percezione di un
«paesaggio di forme distese e quasi spianate, un paesaggio essenzialmente di lunghezza» ti avvinghia quando, dall’alto – che ne so, dalla discesa della Sila verso Cosenza – osservi di notte il recente tessuto urbano. La sequenza ininterrotta di luci e di immagini ti restituisce la sensazione, in parte vera in parte illusoria, di una grande metropoli: il paese si è sovrapposto al paesaggio, lo ha risucchiato, fino a rubargli l’idea di lunghezza.
Quando percorri la costa tirrenica, in macchina o in treno, lo sguardo deve decidersi se fissare il succedersi di centri abitati o disabitati lungo la costa, spesso tra la linea ferrata e il mare, o quei piccoli
borghi che si stagliano sulle colline e che fanno intuire che al di sopra, dietro, esistono ancora altri paesi.
Dal mare, a due tre miglia
dalla costa, l’idea che la Calabria, a dispetto delle costruzioni sull’acqua, delle rovine recenti che si alzano sulle colline, dei tanti villaggi turistici, resti una terra di paesi, di piccoli centri, dilatati e sfrangiati, resta sempre dominante. A dispetto di tutto, di se stessa, le immagini della regione ti restituiscono il senso di un luogo di paesi, l’illusione di un lungo interminabile paese, segnato da interruzioni e da zone non comunicanti.
Non si fraintenda, la Calabria non ha una grande città, tantomeno una vera metropoli, frutto di un progetto e di un disegno urbano.
I centri urbani della regione sono combinazioni più o meno riuscite di paesi, sono il frutto di deterritorializzazioni e riterritorializzazioni. Anche le forme di vita, le relazioni sociali, i tempi della produzione e degli spostamenti non hanno inventato una città, ma piuttosto un non più luogo, un non ancora luogo.
La Calabria resta il luogo dei paesi, e tuttavia quello che è cambiato, è finito, è il vecchio paese, finito senza che sia scomparso geograficamente, come spazio urbano. In altre parole, il paese o i paesi o l’unico lungo e dilatato paese non è più il vecchio «paese presepe».
I paesi sono diventati altro dai paesi presepe, altro da se stessi. Eppure restano e vivono, ancora, sia pure diversamente dal passato. Cerchiamo di ricordare brevemente i caratteri dell’antico paese, per capire meglio quello che è successo e sta succedendo al paesaggio regionale, per cogliere il senso delle trasformazioni territoriali e antropologiche, estetiche e immaginarie.  

2. Il paese presepe

L’immagine del paese presepe è certamente una delle più ricorrenti nella narrativa calabrese e nella letteratura meridionalistica (Lombardi Satriani 2000). Umberto Zanotti Bianco e Giuseppe Isnardi, Corrado Alvaro e Francesco Perri, Mario La Cava e Saverio Strati, Fortunato Seminara e Sharo Gambino hanno lasciato immagini e descrizioni esemplari per cogliere la geografia e l’antropologia degli antichi paesi. Celebre la descrizione di Alvaro in Gente in Aspromonte:

«Il paese è calmo e denso più di una mandra. Nelle giornate chiare i buoi salgono pel sentiero scosceso come per un presepe, e, ben modellati e bianchi come sono, sembrano più grandi degli alberi, animali preistorici. Arriva di quando in quando la nuova che un bue è precipitato nei burroni, e il paese, come una muta di cani, aspetta l’animale squartato, appeso in piazza al palo del macellaio, tra i cani che ne fiutano il sangue e le donne che comperano a poco prezzo» (Alvaro 1930, p. 23).

Ancora Alvaro, in una pagina di Calabria, restituisce, oltre a significativi spunti per una geoantropologia del paese tradizionale, l’idea del presepe come rappresentazione dei luoghi in cui vivono gli individui. Il figurinaio, «che lavora la creta, quella stessa creta con cui i Greci fecero vasi e figurine, una creta rossa e verde», arriva nei paesi «a Natale a rivedere i pastori del Presepe e a introdurvi i personaggi nuovi della vita nostra, perché gli stessi Presepi sono trasformati in rappresentazioni della vita locale, con la zingara, lo scemo, il cacciatore, i carabinieri che arrestano un ladro di montagna» (Alvaro 1990, pp. 32-3).
Gli uomini sono, per Alvaro, i personaggi più grandi del paesaggio. Il paesaggio e il paese sono un presepe. Il presepe viene costruito come un paese, riempito dei personaggi della vita reale.  

3. Caratteri comuni e diversità dei paesi presepe

I paesi presepe della Calabria sembrano somigliarsi tutti. Per attenuare questa percezione, che ha certamente molti elementi di verità, bisogna rileggere l’incipit di Fontamara di Ignazio Silone, ambientato in un piccolo e anonimo paese del Sud.

«Fontamara somiglia dunque, per molti lati, a ogni villaggio meridionale il quale sia un po’ fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori delle vie del traffico, quindi un po’ arretrato e misero e abbandonato dagli altri. Ma Fontamara ha pure aspetti particolari. Allo stesso modo, i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i cooles i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici » (Silone 1987, pp. 19-20).

Chi ha avuto modo di soffermarsi, in maniera attenta e paziente, nei diversi luoghi calabresi, sa bene come ogni paese si presenti con i suoi aspetti «particolari», con storie, tradizioni, rapporti, lingua che lo rendono, a volte, profondamente diverso dal paese vicino. Astolphe De Custine, a inizio Ottocento, in giro come ufficiale napoleonico in una Calabria in guerra, notava come ogni paese fosse una «nazione» a sé stante e come la regione si presentasse come un «abito di Arlecchino». Le immagini delle «mille Calabrie» affiorano in tanta letteratura di viaggio e nelle pagine dei descrittori, dei relatori, degli studiosi più attenti.
Chi ha avuto frequentazione non episodica e non occasionale con uomini e donne delle diverse aree della regione si sarà accorto di quanto differenti siano comportamenti, modi, mentalità anche all’interno dello stesso paese. Il limite di una certa storiografia e di una certa antropologia è quello di aver annullato le diversità individuali in categorie come classi, ceti sociali, mondo contadino, universo agro-pastorale.
Quale, dunque, la cifra comune ai paesi della Calabria, tanto da poterli indicare come dei luoghi omogenei e anche come una sorta di luogo dell’anima? Certamente la loro disposizione nel paesaggio.
La posizione, la geografia, l’esposizione e l’altitudine dei paesi presepe sono simili e tendono a riprodurre analoghi sistemi economici, sociali e culturali. Fin dal medioevo, dal periodo bizantino, la vita delle popolazioni si è svolta all’interno, nei paesi poggiati alle colline, alle rupi, alle rocce, a un’altitudine che va, in genere, dai duecento ai settecento metri: né troppo in alto né troppo in basso, nell’incontro quasi ideale tra montagna e marine, in luoghi che si affacciano su vallate e orizzonti marini, da dove era possibile raggiungere, spesso attraverso vie naturali, le zone dell’agricoltura e della pastorizia. Il mare, nel passato, ha costituito un’immensità onnipresente, l’orizzonte, il «deserto», una minaccia per gli abitanti dell’interno.
L’arroccamento, interpretato come scelta difensiva (dalle invasioni arabe, prima, e «turchesche», dopo, e dalla malaria), ha avuto in realtà, fin dall’epoca protostorica, una sua ragione legata all’economia e alla produzione. Il popolamento delle zone collinari e montane è cominciato prima dell’arrivo dei coloni greci.
L’orto e le campagne vicine all’abitato hanno costituito una continuità spaziale, economica e culturale con le rughe. Le campagne erano lontane dal centro abitato, temporanee, legate a particolari attività agricole o a lavori di vigilanza. I contadini tornavano sempre al loro masuni (da maison), a la casa nei piccoli e talora piccolissimi abitati sparsi nella regione. Il paesaggio rurale, le campagne, gli orti erano sistemi produttivi, ma anche abitativi e culturali. Erano pieni di fatica e anche di vita. Non c’era fazzoletto di terra che non fosse coltivato, pezzo di bosco che non venisse conosciuto, percorso. La toponomastica popolare ha diecine di denominazioni per sottozone che le mappe ufficiali indicano con un solo nome.
Le fiumare, pure devastanti, erano luoghi di produzione, di relazione, di incontri. La stessa montagna in passato era più abitata e vissuta di quanto non accada oggi. Si può ricordare il bel modo di dire
«Coltura-Cultura»:la coltivazione non era soltanto un fatto produttivo, ma eminentemente culturale, di costruzione del paesaggio, ma anche di relazioni sociali, di stili di vita, di pratiche e protocolli, di organizzazione dello spazio e gestione del territorio.
La chiesa o le chiese, gli spazi antistanti o circostanti la piazza erano situati in una posizione centrale, in una zona alta o particolarmente significativa per la storia della comunità e costituivano un punto di riferimento sociale, culturale, mentale delle popolazioni. La ruga (un discorso a parte andrebbe fatto per la gjitonia dei centri calabro-albanesi) era un luogo antropologico che raccoglieva famiglie gravitanti nella stessa area e che spesso svolgevano la stessa attività o lo stesso mestiere. La letteratura sulla centralità della casa nei paesi presepe è molto vasta. Sarebbe interessante, a partire dalla metafora del paese come corpo, ripensare gli spazi come parti vitali. 

4. Le immagini ambivalenti e contrastanti del paese presepe

Se i diversi autori del passato sono alquanto concordi nell’indicare la Calabria come terra dei paesi e nel delineare una sorta di geoantropologia della regione basata sulla vita condotta nei paesi presepe, diversificate sono le descrizioni e le interpretazioni che dell’universo dei paesi sono state elaborate.
Uno degli errori di tanti studiosi è quello di rimpiangere o di denigrare un passato mai esistito. Il ritorno al paese  è stato spesso una sorta di artificio retorico e un richiamo mitico, e spesso è stato alimentato da quanti vedono nel paese del passato una sorta di Eden, e quindi, per coloro che se ne sono andati, una sorta di paradiso perduto. La fuga dal paese, viceversa, e la scelta della città come luogo di libertà sono legate spesso all’idea di un paese inferno, luogo di rapporti opprimenti, di miseria e di piccolezze.
 L’aggettivo «paesano» indica, a seconda dei punti di vista, sia una dimensione gradevole, desiderabile o una persona amica, sia qualcosa che ha che fare con arretratezza, arcaicità,
«non civiltà» (essendo la città il luogo della modernità e della civiltà). Il paese viene ridotto a strapaese, in una vulgata molto frequente oppure viene elevato a posto vivibile in opposizione ai luoghi dell’anomia e della fretta. «La contrapposizione campagna-città, ruralità-urbanesimo, paese-metropoli, arcaicità-modernizzazione, tradizione-innovazione è tratto costante della vita intellettuale della nostra società, spesso imprigionata e parzialmente isterilita in una delle tante forme della querelle des anciens e des modernes» (Lombardi Satriani 1990, p. 24). Famosa ed emblematica la contrapposizione che a inizio Novecento vede contrapposti in Italia alcuni tra i più noti intellettuali e scrittori dell’epoca. Nel 1909, Giovanni Papini, sulla rivista «La Voce», si fa interprete di quell’atteggiamento di esaltazione della ruralità, che affondava le radici in epoca romantica (ma con antecedenti nel mondo antico) e che avrebbe segnato a lungo la temperie culturale italiana del Novecento (in «La Voce» I, 34, pp.133-5). Ma, sempre sulla stessa rivista, Giuseppe Prezzolini si scagliava contro la campagna (che vede senza romanticismi come luogo di miserie e di vizi) a favore della città, unica fonte di valorizzazione dell’uomo e dell’universo (in Ibid., pp. 911-2). Questo contrasto diventerà più acuto all’indomani della caduta del fascismo e con la ripresa dell’esodo dalle campagne nelle città del Nord Italia ed Europa. Con sentimenti, emozioni, valutazioni diversi. Andrebbe ricordato come la generazione del ’68 da un lato privilegi la metropoli e la fabbrica, dall’altro alimenti il mito di una natura incontaminata, dove tornare e dove fuggire. L’alternativa è spesso ricattatoria e basata su idee e immagini pregiudiziali. La campagna e la città, elogiate o denigrate, sono spesso invenzioni di chi osserva e non hanno riscontro nella realtà, che si presenta più articolata e complessa, contraddittoria e variegata di quanto pretendano i cantori dell’uno o dell’altro universo, quasi sempre mitizzato ed enfatizzato. 
Quello che spesso si dimentica, come ricordava già tanti anni addietro Tullio De Mauro, è che l’Italia è la terra dei paesi, di cui bisognerebbe fare un inventario, perché accanto alla varietà delle città, c’è
la grande varietà e ricchezza dell’Italia dei paesi (De Mauro 1981).
Ma più in generale si dimentica che i paesi, nelle loro varie manifestazioni e riproduzioni, sono stati i luoghi in cui è vissuta la maggior parte della popolazione mondiale. Il paese
nelle sue diverse declinazioni è un luogo spaziale-temporale-mentale presente in tutte le parti del mondo.
Nel descrivere il paese del passato è necessario, pertanto, anche alla luce di queste considerazioni, tenere sempre presente il punto di vista di chi osserva
. Bisogna tener conto delle esperienze che ha vissuto, del fatto che viva in città o in un piccolo centro, che sia del luogo o forestiero, del posto che occupa nel paese, del suo stato sociale, e si dovrà tener conto anche delle vicende dei paesi, della loro storia, delle concezioni prevalenti tra le élites e i ceti popolari. Non bisogna sottovalutare il fatto che il passato viene giudicato a seconda della considerazione che abbiamo del presente. Se il mondo di oggi è visto come segnato da benessere, abbondanza e libertà, il passato è considerato un tempo di cui non avere nostalgia. Se al presente si guarda come al mondo degli sprechi, di uno sviluppo senza benessere, a un tempo che conduce verso l’apocalisse, il mondo passato, quello dei paesi, diventa un tempo da considerare e da valutare diversamente. Spesso il passato o il presente diventano modelli, a volte adoperati polemicamente o in maniera strumentale. Le immagini più ricorrenti del paese di un tempo sono quelle di chi è andato via e poi ritorna. Lo sguardo giocato tra nostalgia, disincanto, delusione, mito. Il nostos è dominante nella letteratura di ambientazione calabrese da Alvaro a Strati, da Perri ad Abate.
C’è, tuttavia, il paese di chi è rimasto. Penso a Seminara, a La Cava, a Gambino. Spesso è un paese chiuso, dolente e angusto che riflette le delusion
i e le amarezze di chi ha dovuto fare i conti con una realtà dolorosa.
Più recenti sono le immagini del paese costruite da chi ha scelto di restare. Questo paese sembra essere raccontato, senza rancore e senza frustrazioni, senza artificiose e sterili distinzioni tra chi è rimasto e chi è partito.
Diverse, a volte contrastanti, sono le immagini che del paese sono state elaborate, offerte e costruite.

5. Il paese presepe calabrese: immagini della solitudine e dell’isolamento

L’immagine della solitudine aiuta a capire come sia importante intendersi sui termini e sulle categorie adoperate per guardare il mondo del passato o del presente.
La solitudine dell’individuo è considerata un tratto della società moderna e del postmoderno. La solitudine è legata, in genere, alla città e alle metropoli e indica un modo di essere diverso da una pratica che per secoli si è affermata in universi chiusi, stretti, caratterizzati da rapporti tra persone che si conoscono e si frequentano (si amano e si odiano) dalla culla alla bara.
Spesso la solitudine è interpretata come libertà dell’individuo, come rottura di vincoli e di lacci che opprimevano l’uomo della società del passato, come superamento di controllo sociale; altre volte come un elemento di dispersione e di frantumazione che fa rimpiangere il tempo di una volta. La solitudine appare insomma una sventura e una condanna, una libertà e una conquista.
Le cose si complicano quando gli stessi paesi vengono visti oggi come luoghi di solitudine (in negativo rispetto al passato) o anche come luoghi postmoderni, dove non esistono più i modelli, i vincoli, i valori tradizionali.
Certo, il paese del passato è stato luogo di legami, di rapporti, di relazioni primarie, vincoli. Qualcuno ha parlato di «paese stretto» (con riferimento a tutti i piccoli centri dell’Europa del passato). E la solitudine non era una prerogativa dell’individuo che apparteneva a una famiglia, a un gruppo, a una confraternita, a una ruga, a una comunità.
Quando si parla di solitudine dei paesi tradizionali lo si fa in maniera impropria, inadeguata. Gli osservatori del passato, infatti, mettevano in risalto non già la solitudine dell’individuo, ma l’isolamento dei paesi, la loro difficoltà a comunicare.
Il paese presepe è apparso una sorta di isola, un universo chiuso, compatto, e anche per questo non sempre felice e pacificato. La solitudine, l’isolamento, la chiusura sono stati indicati quasi come dati naturali del paese presepe. Giuseppe Isnardi, profondo conoscitore ed estimatore della nostra terra, che ha scritto pagine indimenticabili sul paesaggio e i paesi calabresi, ha parlato dell’intera Calabria come di un «paese isolato e che par quasi fatto di isole instabili». Nessun paese d’Italia come la Calabria è così atto a dare «in questa sua immensa piccolezza smembrata e senza centralità di visione, la sensazione continua dell’infinito, dell’irraggiungibilmente lontano».
Nella regione «i paesi sono per lo più assai distanti l’uno dall’altro, ma non in linea d’aria, bensì a causa della natura anfrattuosa e dirupata dei terreni, e si guardano indifferenti l’uno all’altro, come poveri che sanno di non potersi nemmeno dare una mano» (Isnardi 1965, pp. 2-13).
L’impressione che ne riceve il visitatore forestiero è quella della bellezza superba dell’ambiente naturale che circonda i paesi, ma alla quale essi «nulla conferiscono o nella quale sono come sommersi, senza farvi spicco né di forme né di colori, tristi, specialmente nella zona dell’agricoltura estensiva o al margine di essa e delle zone boschive e montane» (Ibid., pp. 16-17).
Non è difficile scorgere, dietro le immagini di Isnardi, le analisi di Giustino Fortunato, la riduzione dell’arretratezza del Mezzogiorno a ragioni geomorfologiche, l’accentuazione di quel carattere di sfasciume del territorio, che lo rendevano tutt’altro che naturalmente ricco e fertile come volevano antiche leggende e mitologie risalenti, secondo il grande meridionalista, all’antichità classica e poi tornate in auge in epoca moderna.
Nella letteratura da viaggio, nelle inchieste, nelle relazioni ufficiali uno dei motivi ricorrenti era l’isolamento dei paesi. Bastava un temporale o il crollo di un ponticello su una fiumara ad isolarli per mesi.
A guardare, però, in maniera diversa, i paesi presepe poggiati alle colline, la sensazione è che, nonostante l’isolamento e la difficoltà di collegamento, essi potessero vivere soltanto perché in qualche modo entravano tra di loro in rapporto.
Isolamento, chiusura, immobilità, paura di spostarsi, angoscia territoriale sono termini e categorie che, assunti in maniera assoluta e astorica, non convincono, appaiono quasi delle chiavi di lettura troppo agevoli e scontate per poter cogliere la ricchezza e le difficoltà della montagna. Non restituiscono fino in fondo la complessità, la mobilità, le contraddizioni dell’universo tradizionale, non precisano bene come e perché per secoli la vita delle popolazioni si sia potuta svolgere nelle zone interne. I luoghi di culto più importanti che si affermano o si diffondono in Calabria in epoca moderna (Madonna della Montagna a Polsi, Madonna di Porto, Madonna delle Armi, Madonna del Pettoruto, Madonna del Pollino, S. Domenico di Soriano, ecc.), spesso su antichi insediamenti religiosi, basiliani o medievali, sorgono tutti, o quasi tutti in montagna o nelle zone interne. E anche quando sorgono lungo le pianure o in prossimità delle coste, le popolazioni della montagna sono protagoniste di lunghi viaggi.

Attorno ai luoghi di culto vengono venduti e comprati prodotti, animali, attrezzi da lavoro, oggetti, indumenti, si ascoltano i canti, le leggende, le notizie e le novità. I luoghi di culto diventano centri di diffusione di notizie, di usanze, di pratiche da un punto all’altro della regione, grazie a una circolazione che interessa le vie interne. Se le torri, distribuite lungo le coste riescono ancora in epoca moderna a dare l’allarme, in breve tempo e in luoghi distanti, per le improvvise e devastanti incursioni dei «turcheschi», i santuari rappresentano dei tam tam assordanti, centri di raccolta, elaborazione, irradiazione di notizie e informazioni utili. Cantastorie, suonatori, uomini che leggono la fortuna, narratori di storie e di leggende, venditori delle merci più diverse, di difficile reperimento, diventano veicoli di informazioni che in poco tempo penetrano dappertutto nella regione. In queste occasioni nascono legami, rapporti, amicizie, si organizzano fidanzamenti, matrimoni, comparaggi. Una rete di rapporti si sviluppa spesso tra abitanti di paesi lontani. Le innumerevoli fiere che si svolgono generalmente in occasione delle feste dei santi patroni, delle festività mariane, o dei santi il cui culto è diffuso in zone abbastanza vaste, ribadiscono la centralità della montagna. Importanti fiere, che attraggono mercati da diverse regioni meridionali, si svolgono in Calabria fin dal tardo medioevo, a conferma di una mobilità di uomini, animali, prodotti, oggetti che caratterizzano la vita della regione.
Tutti i paesi erano luoghi di partenza, di arrivo, di ritorno. Tutta la Calabria del passato è attraversata da innumerevoli vie dei canti, che sono altrettante vie di comunicazione. Sono per lo più «vie» naturali, di antica frequentazione, conosciute ai locali o ai commercianti, ai venditori, agli erranti delle zone vicine e che quasi sempre sfuggono ai viaggiatori della tradizione del grand tour che, se non sono accompagnati da brave guide locali, prendono come punto di riferimento le coste e le marine disabitate e malariche fino alla prima metà dell’Ottocento e in alcuni casi fino agli anni cinquanta del Novecento.
Gli itinerari dei pellegrini si snodavano lungo sentieri e scorciatoie, che tagliavano campagne, vallate, colline, monti. Costeggiavano o attraversavano corsi e letti di fiumi, fiumare. Il viaggio, legato a fattori religiosi o commerciali, era qualcosa di impegnativo, di faticoso, ma rappresentava una sorta di conoscenza del territorio, di appropriazione realistica e simbolica dei luoghi, assicurava un rapporto con la natura ed era occasione di scambi e di incontri. Le vie dei canti sono quasi sempre le più «ragionevoli», le più facili, le più percorribili, le più brevi. Erano i percorsi sperimentati e tracciati nel corso di secoli, nella lunga durata, tenendo conto anche di possibili aggressioni, di pericoli di vario genere.
Erano le vie disegnate dalla natura e dalla storia, dalla geografia e dall’organizzazione culturale dello spazio, dalle limitazioni dell’ambiente e dal sentimento dei luoghi. Escursionisti e ambientalisti che oggi riprendono le antiche vie dei pellegrini sanno bene come esse fossero le più comode, le più funzionali, talvolta le più paesaggistiche e le più belle.
La conformazione del territorio, la malaria, le strutture agricole, l’organizzazione dello spazio abitativo e produttivo  creano in epoca moderna una grande mobilità all’interno della regione. Contadini e braccianti si spostano nelle diverse aree della regione in cerca di lavoro e di occupazione. Piero Bevilacqua ha parlato efficacemente di «agricolture emigranti». Le grandi migrazioni interne costituiscono, comunque, fattori di apertura, di dinamicità, di scambi e di dialogo nella società tradizionale, attenuando quei caratteri di isolamento che pure esistevano. La fuga può essere considerata l’altro volto della stanzialità, del radicamento, dell’isolamento e assurge quasi a tratto antropologico delle popolazioni.
Anche nella montagna la Calabria ha avuto una sua «convergenza», un suo parziale e precario equilibrio territoriale, una sua identità costruita nell’arco della lunga durata. Per capire ciò bisogna guardare la montagna non dal mare, ma dall’interno, non dalle coste da dove rischia di essere vista come una barriera, ma dalle alture dove sono le coste oggi a sembrare una barriera rispetto al mare.
Basta cambiare prospettiva, è sufficiente assumere un altro «punto di vista», spaziale e mentale, e muta la percezione che si ha dell’interno e del fuori, della vicinanza e della lontananza. Scrive Olindo Malagodi a inizio Novecento in una Calabria bella e desolata dopo il terremoto devastante del 1905:

 «Siamo partiti da Cosenza prestissimo sul mattino, ed abbiamo presa la strada che varca l’Appennino. Abbiamo traversato un paese montagnoso, ma bellissimo: tutto coperto da magnifiche foreste di castagni, tutto sparso di pascoli ricchi. Perché la montagna, anche qui in Calabria, non è quale appare a chi la osserva da lontano, dalla ferrovia che corre lungo il litorale. Dal litorale voi osservate davanti a voi delle muraglie di roccia, e pensate che quel panorama bello ma arido spieghi la miseria della Calabria meglio e più chiaramente che qualunque volume di statistiche e di commenti. Ma è un’impressione errata. Quella montagna, a chi ha il coraggio di affrontarla su per le ripide erte, si va schiudendo a poco a poco con meraviglie di valloni, di frescura, di vegetazione; e con quella rivelazione il problema della miseria calabrese prende un nuovo aspetto» (Malagodi 2001, p. 206).

L’immagine della montagna come luogo di povertà naturale, di isolamento, di mancanza di comunicazione, di angoscia territoriale risulta non di rado esito di uno sguardo esterno e anche interno, parziale e pregiudiziale, o il risultato di recenti fenomeni di abbandono, degrado e decadenza. L’isolamento, lo spopolamento, l’abbandono, la povertà sono molte volte frutto delle scelte compiute in epoca contemporanea.  

6. Il paese presepe come corpo dolente

Incantevole, sublime, bello: non mancano gli aggettivi con cui è stato definito il paese presepe. La bellezza, nella Calabria del passato, non è, però, separabile dalle rovine.
Non inducono al mito le descrizioni di tanti autori calabresi (Perri, Repaci, Seminara, Strati, De Angelis, Lazzaro, Asprea, lo stesso Alvaro) nelle quali il paese tradizionale è il luogo che attende la morte, la scomparsa, l’abbandono.
Le minacce della natura, le catastrofi, le acque devastanti, i terremoti incombono sui paesi presep
e che, non a caso, hanno spesso un aspetto precario, sono segnati da incompiutezza. La popolazione sembra spesso in attesa di fuggire. Bastavano piogge eccezionali per mettere a repentaglio la vita nei paesi e lo stesso abitato. Le condizioni di vita nella maggioranza di tali luoghi sono, non solo tristi, ma «indubbiamente difficili e penose, e per alcuni ancora vicine ad una primitività di cui non ci si può rendere conto se non visitandoli» (Isnardi 1965, pp. 16-17).
Casupole basse e anguste dove vivevano nuclei familiari numerosi, insieme agli animali; ambienti assediati dal fumo, dalle cimici, dalle pulci, dal vento; strade in terra battuta che sembrano latrine e fogne e, nell’inverno, si trasformano in fiumare a volte devastanti; mancanza di fontane pubbliche (la donna con l’orcio è parte del paesaggio naturale e culturale della Calabria tradizionale): di questo universo hanno memoria ancora i più anziani.
I paesi erano spesso «paesi della fame», ancora nel Novecento. Il termine fame popola le storie ambientate in Calabria ed è uno dei più ricorrenti nel folklore e nei testi di tradizione orale.
I contadini partivano da scuru a scuru, prima che il sole sorgesse fino al tramonto, nelle campagne dove lavoravano un’intera giornata, spesso mangiando
«pane e coltello», «pane e niente altro», pane asciutto.

La mortalità e le malattie legate a cattiva nutrizione e a condizioni igieniche disastrose, le frequenti epidemie rinviano a un universo che non esige mitizzazione. Il corpo sociale e culturale del paese doveva resistere a molte infezioni. Il corpo paese presentava le proprie viscere malate, era infracidito dalle alluvioni, mangiato dalle mosche e dagli animali. Appariva fetido, putrescente, sporco. Il corpo paese, spesso, perdeva fiducia, pensava di non poter guarire, si sentiva sfibrato, presentava una fiacchezza culturale e psicologica. La popolazione sembrava in perenne attesa di fuga e, non di rado, fuggiva. La fuga è insieme condizione di molti paesi dell’interno, malattia, valvola di sfogo, terapia. Quando la fuga diventava generalizzata, il corpo paese scompariva. La salute e la vita del paese si basavano sull’equilibrio tra spinte diverse, tra l’arroccamento-attaccamento e una fuga spesso necessaria. A partire dal medioevo e fino ai nostri giorni l’abbandono, la dissoluzione dei corpi-paese sono stati elementi caratterizzanti la storia calabrese.

7. Vitalità e articolazione del paese presepe

Sbaglieremmo a immaginare il paese presepe come un monolite, in attesa di scomparire, come il luogo dell’immobilità e dell’isolamento. Nei densi e bellissimi scritti dedicati alle culture dell’area dell’Amendolea e dell’Aspromonte, Domenico Minuto, profondo conoscitore di quei luoghi, ricorda come il lavoro abbia caratterizzato la vita delle popolazioni di un universo agricolo e pastorale. Il lavoro si è accompagnato per secoli a un’economia povera, in alcuni casi misera, dove la popolazione spesso (dopo il periodo normanno) è stata ridotta a uno stato servile. E tuttavia nessuno come Minuto ha mostrato la capacità di vivere delle comunità greche di Calabria, la loro ricchezza di valori (ospitalità, mitezza, fedeltà) e anche di opere artistiche, di prodotti artigianali di qualità.
Ogni paese si presenta con i suoi aspetti
peculiari, con storie, tradizioni, rapporti, lingua che lo rendono, a volte, profondamente diverso dai paesi vicini. Il paese presepe si articolava in zone, rughe, spesso distanti e separate. Le diversità tra susu e jusu, destro e mancuso sono abbastanza noti. Una vera e propria teoria di dinamiche conflittuali e di antagonismi giunge attraverso la storia religiosa di alcuni paesi delle diverse province calabresi. Numerosi paesi erano divisi da contrasti religiosi, familiari, sociali, politico-amministrativi. Due chiese, due territori, due confraternite, due aree abitative, due feste, due cantine (in anni più recenti due bar), due sistemi differenti di trattare e organizzare lo spazio paesano, più di recente due partiti politici. La controversa vicenda delle confraternite religiose, spesso segnate da conflitti, ci pone di fronte a una dinamicità che si manifesta in campo artistico, musicale, economico, sociale.
La vita di una confraternita, del resto, non si esauriva nei contrasti con altre confraternite, ma era basata su culti, regole, tradizioni che miravano alla socialità, all’organizzazione della sfera quotidiana, festiva, della morte, della memoria, della continuità. La storia delle confraternite ci ricorda come l’identità non possa essere né negata né ridotta a retorica, estraendola dal contesto in cui è stata costruita, affermata, definita. L’identità non è qualcosa di monolitico e di pacificato, ma si fonda anche su contrasti, mobilità, differenze, ombre di cui è bene avere consapevolezza.  

8. La discesa lungo le coste

Nel passato, il corpo del paese presepe veniva aggredito, come abbiamo visto, da agenti esterni e interni, antichi e nuovi (alluvioni, frane, terremoti, epidemie, fame, colera, vaiolo, siccità, isolamento, conflittualità). In questo quadro di precarietà, a partire dal XVII secolo, inizia la discesa lungo le marine. Due condizioni favoriscono questo processo: il progressivo allentamento delle incursioni piratesche, la necessità di nuovi spazi produttivi e la messa a coltura, con sottrazione alla tirannia della malaria, di nuovi terreni. Non è stata una spinta marinaresca a orientare la nuova ricerca di insediamento al piano, quanto l’espansione dell’economia terrestre, l’esigenza dell’accresciuta attività agricola. Lo spostamento lungo le marine avviene con lentezza, tra contrasti, sensi di colpa, risentimenti, ripensamenti. L’abbandono non è una scelta semplice e non ha una sola causa e spesso vede in disaccordo le persone. Anche per queste ragioni si originano complessi legami tra il paese originario e il suo doppio, fatti di richiami, separazioni, conflitti.
Le numerose processioni a mare (alcune inventate negli ultimi decenni) che disegnano una mappa colorata di nuove ritualità di appaesamento attestano un’ avvenuta, anche se disordinata, dislocazione lungo le marine. Più che salire negli antichi luoghi di culto montani, le popolazioni scendono nei centri costieri dove si svolgono nuove processioni a mare. Tali riti diventano occasione di aggregazione e di riconoscimento per persone che provengono da posti diversi. In un universo sparso, frammentato, senza centro, abitanti provenienti da diversi paesi, emigrati e rimasti, sono impegnati in operazioni di costruzione d’identità.
Il mare guadagnato, tuttavia, resta un mare perduto. Gli spazi in prossimità della costa, fino a meno di un secolo addietro poco popolati e deserti, oggi sono disordinatamente affollati, inopinatamente cementificati, pieni di abitazioni spesso incompiute e disabitate. Il corpo paese si è dilatato, frammentato, disordinato, non trova ancora un senso. Se, in passato, la regione appariva a qualche osservatore come un’isola senza mare, oggi appare un succedersi di centri costieri che non riescono a stabilire un legame tra di loro e con i centri interni. 

9. Il doppio altrove

L’immagine dell’emigrazione come mania e come febbre che colpisce le persone è molto pertinente per raccontare storie di fuga da luoghi caratterizzati da degrado fisico, morale e sociale. La febbre segnala una capacità di reazione, indica il desiderio di guarigione. Nella breve durata, dopo un periodo in cui rischia di dimezzarsi, spezzarsi, ridursi in frammenti, il corpo assume una nuova solidità. Lo spostamento di un numero sempre maggiore di residenti allenta la tensione sociale, porta qualche miglioramento, lievi benefici. Il corpo si dissangua, perde energie, ma la perdita di sangue può funzionare come una sorta di salasso dell’antica medicina. Sembra aiutare il corpo a ristabilirsi, a prendere una nuova fisionomia, a ricostituirsi, a raggiungere un nuovo equilibrio.
Superata, però, una certa soglia nelle partenze, il paese rischia di svuotarsi, di morire del tutto. Gli emigrati, con uno spostamento di cui non prevedono portata ed esito, negano l’antico ordine, diventano protagonisti della dispersione e della dissoluzione della comunità tradizionale che volevano ricostituire e ricomporre. I paesi hanno giocato la loro partita rinnovando l’esigenza di un antico equilibrio: spostarsi, ma non tanto da scomparire. Il corpo paese ha dovuto cercare, senza quasi mai trovarlo, un giusto equilibrio tra tendenza alla fuga e necessità di restare ancora integro, riconoscibile.
Con l’emigrazione i paesi calabresi, al pari di altri paesi d’Italia, si spostano, si dimezzano, si duplicano. Nelle Americhe si originano i paesi doppi, i sosia dei paesi d’origine.
I confini delle antiche comunità si sfrangiano, si dilatano, si ramificano in territori lontani. Il corpo paese esplode in mille schegge e concorre alle creazione di nuovi mondi. Il corpo paese perde per sempre l’antica identità e l’emigrante, a dispetto della sua nostalgia, dei suoi sogni, delle sue aspettative, lascia la propria ombra in paese, diventa un’altra persona. La disintegrazione della personalità, la lacerazione, lo sdoppiamento riguardano, in maniera diversa, anche coloro che sono rimasti, i familiari, gli amici, i conoscenti di coloro che sono partiti. Il paese due si trasforma in luogo reale e mitico dove sono rivolti sogni, desideri, speranze, paure, pensieri di coloro che non sono partiti. Con l’emigrazione gli abitanti del paese uno e quelli del paese due diventano altri rispetto a prima. La fuga, l’inquietudine, la nostalgia costituiscono caratteri forti di una nuova identità che si afferma a seguito dell’esplosione dell’antico corpo. I due mondi, i due paesi, sono inseparabili. I due corpi non possono fare a meno l’uno dell’altro, anche quando si inviano sentimenti di ostilità.
Gli «americani» che ritornano a inizio Novecento acquistano la terra, costruiscono nuove abitazioni, importano prodotti, oggetti, tecniche, mentalità, cultura, si affermano come una
«nuova classe» diversa da quella dei cafoni e da quella dei notabili. Se nelle città dell’America del Nord erano nate le famose Little Italy, nei paesi calabresi nascevano delle Little Americhe a volte più estese del vecchio abitato. Le linde e bianche casette degli «americani», edificate con tecniche e materiali di costruzione nuove, mutano l’antico assetto urbanistico del paese e anche l’organizzazione dello spazio, esterno e interno, i rituali e le feste che vengono estesi in nuovi luoghi abitati. Queste grandi trasformazioni guariscono in parte le malattie dell’antico paese presepe e insieme ne accompagnano la dissoluzione.
 

10. La fine del paese presepe

La Calabria è cambiata in maniera profonda negli ultimi decenni. Non è una considerazione nostalgica: è una verità da accogliere, elaborare e affrontare con sentimenti diversi. Qualcosa di inedito si è verificato nel territorio, nell’organizzazione dello spazio, nel rapporto tra zone interne e zone marine, nell’antropologia delle popolazioni.
Già negli anni cinquanta del Novecento il progressivo abbandono dei paesi dell’interno andava assumendo caratteri da fine del mondo, con la cancellazione del tradizionale assetto del territorio, di culture e di mentalità secolari. La fondazione dei «doppi» lungo le marine e all’estero, con tante persone che tornavano nel periodo estivo e intrattenevano forti legami con il paese d’origine, non avevano fatto presagire la portata e l’entità dell’abbandono. A distanza di cinquant’anni il quadro della dilatazione e deterritorializzazione, del trasferimento e del rimpaginamento dei luoghi si è abbastanza precisato.
Lo spazio paese odierno, nonostante le molteplici trasformazioni, ha ancora una sua conoscibilità. Quello che è mutato profondamente è il senso del paese, il modo di percepirlo da parte dei suoi abitanti. Quello che è cambiato è il luogo paese: il tipo di relazione e di legami che in esso stabiliscono i suoi abitanti, il loro rapporto con il passato e con il mondo esterno, la maniera di vivere il paesaggio, la campagna, gli spazi urbani.
Noi – intendo dire quanti abitiamo ancora in Calabria, nei paesi, nei piccoli centri, nelle campagne - abbiamo perso l’abitudine ai luoghi. Non riconosciamo nemmeno i luoghi in cui abitiamo. Non abitiamo i luoghi e non ne siamo nemmeno abitati. I bambini vivono, magari, nei luoghi, ma non ne conoscono la campagna, gli alberi, i frutti, gli animali.
Il territorio circostante si presenta a volte come un deserto. E’ stato reso un deserto dai nuovi tempi e dalle nuove forme di vita, dalla nuova organizzazione produttiva, dalla televisione, dai nuovi giochi. Ma anche dal fatto che quello che ieri era troppo «pieno» oggi è diventato «vuoto», una sorta di deserto: non un non «luogo storico», ma un «non luogo» di riporto, inventato di recente. E’ scomparsa la pratica di collocare il paesaggio «in una profondità di spazio e di tempo, in una profondità di relazione all’altro e in uno spessore di senso» (Quaini 2006).

11. Dal troppo pieno al troppo vuoto

Quello che ieri ai locali e ai forestieri appariva «troppo pieno» - le immagini dei tuguri dove decine di persone vivevano insieme alle bestie sono ricorrenti in tanta letteratura - oggi è diventato praticamente vuoto, vacanti. Anche centri ancora vivi e vitali contengono al loro interno una parte disabitata, case vuote, rughe morte, che li trasformano, talora, in luoghi inquietanti e perturbanti, sospesi, quasi nell’attesa del peggio. Nei paesi dell’interno vengono, quasi quotidianamente, chiuse scuole, uffici postali, ospedali, presidii delle forze dell’ordine. Anche tanti centri lungo la costa, di recente popolamento, si presentano con una zona vuota, disabitata, spesso in rovina.
Spesso quando muore una persona anziana o sola non si chiude solo una storia, si chiudono le «storie», si chiude un’epoca, si chiude una casa, si estingue una famiglia, talvolta scompare un cognome. La vita e la cultura del vicolo sono finite da decenni, ma adesso il vicolo, la ruga, diventano degli angoli bui, dei territori vuoti anche all’interno di paesi abitati. I mesi invernali sono quelli che fanno sentire di più una sorta di rischio chiusura dell’abitato, comunque di stravolgimento degli spazi tradizionali. Il vuoto spaziale dà origine a una sorta di zona di nessuno, a una specie di linea di confine, poco conosciuta e poco frequentata, evitata. I paesi in abbandono, con spazi deserti e vuoti, sono spesso senza più centro, senza piazza, senza bar, senza più rapporti, senza più punti di riferimento, con paesaggi urbani stravolti.
Le zone interne e la montagna sono state contemporaneamente sguarnite e ferite. La campagna non è più luogo produttivo e di frequentazione, non è il luogo dei giochi dei bambini, spesso è soltanto un deserto, un’area incolta. La vita delle persone non è più legata ad attività agricole, pastorali, artigianali e anche, dal punto di vista della produzione, i paesi sono ormai dei «non più luoghi». E’ finita, come ricorda Paul Virilio a Massimo Quaini, «una scenografia del paesaggio con attori e non semplicemente con spettatori. Il paesaggio rurale che abbiamo perso per effetto della desertificazione delle campagne era un paesaggio di eventi della messa a coltura attraverso la vigna, il grano ecc. La storia delle campagne è una storia di eventi ben più importante di quella della città, ma noi l’abbiamo dimenticata» (Quaini 2006, p. 17).
 I paesi appaiono dei luoghi postmoderni dove coesistono e convivono elementi i più disparati. Per molti versi dei luoghi antropologici per eccellenza, caratterizzati da rapporti consueti e riconoscibili, da un preciso senso del tempo e dello spazio, da ritualità tendenti a rifondare il tempo e ad organizzare la memoria comunitaria, sembrano essersi trasformati in particolari non luoghi, dove i rapporti e le relazioni sono labili, il controllo è soltanto apparente, i legami primari si sono dissolti o profondamente mutati. Ci sarebbe da scrivere molto e pacatamente sulla nuova antropologia dei paesi.
Il paese compatto, con le case abbracciate come le pecore di una mandria, si è slabbrato, riposizionato, dilatato, deterritoralizzato in altri luoghi della regione o fuori di essa. E’ diventato un luogo aperto, dai confini territoriali (conseguentemente dai rapporti sociali) aperti, sfumati, precari, incompiuti.
A questo svuotamento è però, paradossalmente, corrisposto un riempimento, a volte devastante, inutile, che ha modificato tutto il paesaggio calabrese, ferendolo a volte in maniera irreversibile. La Calabria è una delle region
i con il maggior numero di abitazioni abbandonate e nello stesso tempo il luogo dove più si sono costruite case nuove, che spesso restano vuote, anche nel periodo estivo. La devastazione delle coste, le case palafitte piantate nell’acqua, gli ecomostri che hanno ferito marine, colline e montagne, le tante cementificazioni incompiute sono soltanto i segni più inquietanti di una pulsione che, per ragioni diverse, ha spinto tutti i calabresi ad abbandonare, a costruire, a ricostruire, a devastare, a creare opere incompiute.
Negli stessi abitati a rischio spopolamento continuano tuttavia a sorgere case con balconi, pilastri, mansarde scheletriche e nude che non saranno mai ultimate. Il luogo dell’abbandono, paradossalmente, confina con territori di nuova cementificazione. I paesi dell’interno sono passati dalla melanconia da catastrofe e da isolamento alla melanconia da partenza e, adesso, alla melanconia da abbandono.

12. Una mutazione antropologica

Questi processi locali, unitamente a fattori di ordine più generale (l’abbandono della montagna, la fuga verso le città), hanno comportato una profonda trasformazione di valori, pratiche sociali, relazioni tra le persone. Il paese dell’immobilità – ma come abbiamo visto in realtà la fuga era anche uno degli elementi del passato – è diventato mobile, nel senso però di fluido e di liquido. Gli stessi abitanti spesso non ne conoscono la mobilità, non conoscono più i vicini (le relazioni di «vicinato» sono praticamente scomparse o si sono radicalmente modificate), non sanno chi parte e chi arriva. I rapporti sono precari, occasionali, quasi cittadini, formali (anche se permangono forti le relazioni di tipo primario). I paesi dell’interno, caratterizzati sempre più da legami e rapporti precari, sembrano corpi irriconoscibili, corpi che faticano a trovare una loro ragione di essere.
Erose le attività agro-pastorali tradizionali (anche se i prodotti agricoli  locali hanno ancora una notevole rilevanza economica) e scompars
a ormai la sussistenza basata sulle rimesse, anche molte pratiche lavorative risultano marginali e provvisorie.
Il valore della fatica (e conseguentemente della forza, della capacità fisica) ha ceduto il posto al valore dell’invalidità. Il non essere valid
o (l’«invalidità» fittizia, la possibilità di essere assistito per vivere), negli ultimi decenni, è diventato un modello, un desiderio, che ha dato origine a rapporti clientelari inediti, a dipendenze diverse da quelle del passato.
Dallo scambio simbolico (e pratico) si è passati a contrattazioni di tipo moderno. I gruppi familiari, clientelari, politici giocano un ruolo diverso da quello
del passato. Le appartenenze di tipo territoriale, lavorativo, religioso, familiare sono venute meno a vantaggio di strategie familiari e di gruppo tendenti alla conquista di posto, impiego, assistenza, sostegno.
Pratiche solidaristiche, di vicinato, legate alla produzione agricola, alla conservazione e al consumo dei prodotti, che peraltro non vanno mitizzate, sono cessate a vantaggio di pratiche di sostegno circoscritte al nucleo familiare ristretto. Gli stessi rituali familiari e di gruppo, le feste, il lutto – pure coinvolgendo gli abitanti dei paesi – sono subordinati a scadenze di natura moderna e postmoderna. La festa non è legata alla produzione, non scandisce tempi lavorativi, non riproduce rapporti sociali, legami familiari, ma è un rito postmoderno, vissuto in maniera diversa dai diversi partecipanti, sempre meno protagonisti e sempre più osservatori.
Anche quell’andirivieni di emigrati che creava mobilità, rapporti, scambi, talora conflitti è praticamente venuto meno. Termini come distacco, nostalgia, partenza, speranza del ritorno assumono valori completamente diversi dal passato.
Oggi i paesi calabresi vivono una situazione di «post-emigrazione», nel senso che il rapporto tra le due comunità si è attenuato, quasi spento. I due paesi non comunicano, non costituiscono più, come in passato, l’uno l’ombra dell’altro. I paesi che avevano costruito una nuova identità sull’emigrazione, sui contatti, sui legami con le zone dell’esodo, hanno perso, in parte, anche questa via, questa valvola, questa risorsa. I paesi non hanno più un’identità basata sulla doppiezza, debbono trovare altre ragioni di presenza. L’appartenenza non può essere più costruita, come è avvenuto per oltre un secolo, sulla separatezza, su legami di distanza e di vicinanza, su scambi tra i due paesi, tra quello rimasto e quello partito.
«Post-emigrazione» non vuol dire che dalla regione non si parte più. Al contrario: si parte per lavoro e oggi, come negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, sono numerosi i giovani dei paesi e delle campagne che, diplomatisi, partono in massa per studiare fuori. Consistente è il numero dei giovani laureati nelle nostre Università che esportano le loro capacità e il loro sapere altrove, con un notevole dispendio di risorse economiche ed umane. L’emigrazione ha cessato di essere ormai una risorsa o un elemento di trasformazione positiva della realtà: non importiamo più saperi, se mai li trasferiamo altrove. L’emigrazione intellettuale, diversa dalla logica delle catene emigratorie, comporta anche la fine di quei doppi che avevano arricchito e modificato il mondo di origine. Oggi la fuga e la mancata valorizzazione dei giovani costituiscono in assoluto un impoverimento della regione.

13. Verso una nuova geo-antropologia dei paesi

Sbaglieremmo, però, a immaginare che sia scomparso un paradiso e che si vada affermando un inferno. E sbaglieremmo anche se non riuscissimo a cogliere le tante novità positive, le molte occasioni, le nuove risorse che stanno emergendo nelle comunità delle aree interne.
Un altro errore da non compiere è pensare il passaggio dal paese presepe al nuovo paese come una rottura drammatica, legata soltanto a vicende locali, e a non inserirla in mutamenti più globali, che significano anche nuove opportunità.
Sarebbe certo riduttivo immaginare che non vi sia una continuità tra passato e presente, una combinazione di motivi, valori, modelli del passato con quelli dell’oggi. A dispetto di elementi che spingono a parlare di non luogo, il paese resta ancora un luogo, riconoscibile, con pratiche diverse da quelle di altri luoghi moderni e postmoderni.
Resistono, anche con forti innovazioni, forme di legami e di solidarietà «tradizionali». Il lutto ha ancora una dimensione comunitaria. Le feste del passato conoscono una nuova vitalità. Bisogna inserirle nel nuovo disordine territoriale, nelle incompiutezze antiche e recenti, e cercare di capire il nuovo significato che oggi assumono, il ruolo di raccordo che svolgono, a livello rituale, tra luoghi separati, divisi, alla ricerca di un senso. Riti come l’Affruntata (l’incontro tra Cristo Risorto e la Madonna e S. Giovanni che viene rappresentato la domenica di Pasqua in molti paesi della Calabria meridionale) raccontano antiche scomposizioni, ma anche nuove ricomposizioni e forme di riorganizzazione del territorio.
D’estate molte case vengono ancora riaperte per gli emigrati e per i turisti. Persistono, profondamente innovati, valori, riti, comportamenti del passato. Molti giovani rimasti sono sempre più padroni di nuovi linguaggi e di nuovi saperi. Il paese, pure frantumato, non è più stretto, ma aperto. Nascono anche nuove tradizioni e nuove forme espressive. Si pensi alle feste nei paesi abbandonati, tra i ruderi, o alle nuove maniere di socializzare dei giovani. Una novità è data dall’arrivo degli immigrati, che spesso consentono una sorta di ricambio generazionale e il permanere di attività
lavorative tradizionali. Antiche comunità fanno l’esperienza inedita e inimmaginabile fino a pochi anni addietro dell’arrivo di immigrati, uomini e donne, che trovano impiego nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle attività commerciali, come badanti nelle famiglie.
Spesso
i piccoli centri dell’interno «resistono» anche grazie a queste nuove presenze. Non bisogna sottovalutare che in molti paesi la resistenza all’abbandono diventa tenace, a tratti eroica. Si incomincia a prendere atto delle devastazioni in corso e a immaginare un futuro non più costruito sulla rendita di un passato che è finito per sempre e che deve fare parte della memoria e dell’identità comunitaria. Solo in questo senso il passato rappresenta una risorsa.
Dalle «onde sonore» dell’antico paese (si pensi alle immagini che ne
consegna Alvaro in Gente in Aspromonte) siamo passati ai rumori di fondo, a sonorità e ai silenzi sconosciuti dei nuovi luoghi.
I nuovi paesi hanno bisogno di altra attenzione, ma anche di differente categorie analitiche, di nuove forme di scritture.
Bisogna saperli ascoltare, i nuovi paesi, tradurli in una nuova musica. Il senso di spaesamento per chi ha ascoltato gli ultimi suoni e le ultime voci dell’antico paese è devastante, tuttavia non bisogna rimpiangere un buon tempo antico mai esistito, se mai è opportuno tentare di stabilire un «accordo» tra le voci delle antiche «vie dei canti» e quelle che sommessamente cercano ascolto. Sonia Serazzi in una bella raccolta di racconti (2004) rappresenta anche, con felici esiti letterari, la nuova dimensione antropologica delle piccole comunità calabresi e di un Sud poco propenso ad essere rinchiuso in stereotipi e in retoriche, in rimpianti e in disperazioni. Il paradosso del vuoto dei paesi (talora della loro solitudine, della loro malessere) è che questo vuoto si presta ad essere riempito di nuovi contenuti e di nuovi valori.
I non più luoghi sembrano rivelare la volontà di cercare e acquistare un nuovo senso, mostrano la capacità di elaborare nuove forme di «appaesamento» non inglobate nell’omologazione dominante. Forse proprio là dove appare tutto accaduto e si ritiene che «non c’è niente», può accadere qualcosa di nuovo, può affermarsi una nuova vitalità, come luogo di nuove speranze. Progetto, fiducia, speranza sono termini (a volte rischiano di diventare slogan) che vanno riempiti di contenuti.
Paradossalmente proprio questi non più luoghi, «mezzo pieni» e «mezzo vuoti», arcaici e postmoderni, potrebbero costituire la risorsa di una nuova Calabria, che sa guardare avanti, senza dimenticare il passato, ma senza restarne prigioniera.

14. Quale ritorno?

La lectio del ritorno nei paesi abbandonati

Le feste, i pellegrinaggi, i riti, i ritorni che ho osservato, documentato, descritto negli ultimi anni nei paesi abbandonati sono emblematici delle grandi mutazioni spaziali e antropologiche, sociali e mentali, conosciuti dal paese e dal paesaggio calabrese. Quanto avviene nei luoghi dell’abbandono ormai irreversibile è davvero significativo per ripensare oggi il nuovo corpo paese, frammentato, dilatato, esteso. Grandi e piccole rovine, sepolte e dimenticate, del passato lontano squadernano per frammenti una storia complessa e controversa, sono le tessere di un mosaico che vanno raccolte, lette e ricomposte. Sono le reliquie dei corpi esplosi e ridotti in mille frammenti. Feste e riti che vedono come protagonisti gli antichi abitanti o i loro discendenti di una o più generazioni si svolgono negli ultimi anni tra i ruderi, le rovine, le case vuote, i muri avvolti da rovi e rampicanti della vecchia Cerenzia, di Nicastrello, di Brancaleone Superiore, di Africo vecchio, dell’antica Pentedattilo, di Precacore. L’abbandono si è trasformato in una sorta di risorsa identitaria, che ha anche innumerevoli implicazioni pratiche.
Il paese abbandonato è un defunto non ancora sepolto, da placare, da recuperare, nella memoria, come un caro estinto. Le feste nei paesi abbandonati raccontano la necessità, quasi un destino, delle popolazioni di ridisegnare il territorio, di riposizionarsi, di ritrovare il centro. Le rovin
e risultano un elemento essenziale di una storia da conoscere e da recuperare.
Un doppia onda di nostalgia avvolge coloro che sono nati
in una comunità ormai abbandonata: verso l’antico e verso il nuovo o verso un altro luogo. Il paese abbandonato sembra non volersi rassegnare alla fine. Manda segnali. Consegna memorie. E’ un defunto che perturba i viventi. Il paese morto costituisce rimorso e senso di colpa degli abitanti dei doppi, delle persone originarie del luogo e disperse nel mondo. Il paese morto, allora, come prefigurazione di rischio e possibilità della fine dei nuovi paesi? Il paese morto come corpo non sepolto, come memoria, che assilla, opprime, interroga gli abitanti dei nuovi centri.
Da questa consapevolezza sembra scaturire nelle popolazioni un sentimento di perdita, ma anche
la speranza di una nuova vita. Nei mille luoghi di passaggio, di frontiera, con case incompiute, spesso senza chiesa, cimitero, piazza, centri di aggregazione, si svolge un lavorio di appaesamento, giocato su un rapporto di odio-amore, distanza-vicinanza con il paese uno, si attua un faticoso tentativo di collegare mondi non comunicanti. Le schegge dell’antico paese presepe frantumato, smembrato, esploso hanno costruito nuovi abitati, nuovi mondi. Molte di queste schegge tornano indietro, profondamente mutate, alla ricerca del corpo perduto, che non troveranno, alla ricerca di un’impossibile riconciliazione e ricomposizione. Ma ogni ritorno è un nuovo inizio. Ogni frammento della casa e del corpo del passato potrebbe essere adottato, salvato, adoperato per nuove costruzioni.
 

15. Il ritorno nei/dei paesi

Il ritorno nei paesi abbandonati, compiuto ormai dai discendenti di chi ha vissuto l’abbandono, ci ricorda, in realtà, che nessun ritorno è, davvero, possibile. Non si torna mai nei luoghi, una volta che li abbiamo lasciati, perduti, abbandonati, fuggiti. Né si può ripristinare più l’antico paese presepe. Bisogna capire che ogni ritorno, ogni recupero, ogni restauro non significano ricomposizione dell’antico ordine.
Qualsiasi ipotesi di ripopolamento degli abitati dei centri dell’interno, dei paesi presepe, deve fare i conti con un mondo locale e globale mutati.
Le illusioni e le nostalgie identitarie non portano da nessuna parte. La nostalgia e l’identità debbono essere proiettate in avanti, anche quando non si perde di vista il passato, anche quando con la tradizione si stabilisce un rapporto autentico e sofferto.
L’attenzione al paese non può essere disgiunta dalla considerazione e dalla consapevolezza di quanto avviene a livello planetario. Il 23 maggio del 2007 (secondo le proiezioni probabilistiche dell’Università del North Carolina) è nato quel bambino che ha fatto si che gli abitanti delle città sono più di quelli del resto della Terra. Tre miliardi e mezzo più uno. La popolazione residente nelle grandi città ha superato quella che vive nelle campagne, nei paesi, nei piccoli centri. Nascendo in città, la creatura di maggio 2007 ha avuto una probabilità di oltre 1/3  di nascere in una baraccopoli. Oggi sono circa un miliardo e mezzo gli abitanti di slum, l’ecosistema del futuro. Come ricorda l’antropologo Alberto Salza sono già in sovrappiù, gli esclusi, gli scarti umani che vivono negli scarti materiali urbani: cartoni, teloni di plastica e, soprattutto, lamiere riciclate. Lo slum è un insediamento contiguo alla città i cui abitanti hanno inadeguate abitazioni e inesistenti servizi di base. La baraccopoli è una città alla rovescia.
Tra un trentennio, i 3/4 dell’umanità faranno parte di un universo di cemento-acciaio-vetro-baracche. Gli abitanti degli  slum, in un futuro non troppo lontano, potrebbero non appartenere più alla specie Homo sapiens (Davis 2006). Questi processi, di cui non è facile prevedere dimensioni ed esito, non sono affatto irrilevanti per il destino futuro dei paesi, delle campagne, delle città di provincia. L’affollamento delle metropoli genera anche una fuga di vari gruppi sociali e culturali da luoghi considerati invivibili e non più a dimensione «umana».
Parallelamente all’intasamento urbano, dovunque, infatti, è segnalata una tendenza ad abbandonare le megalopoli, a cercare modelli di vita alternativi che spesso portano, sia pure in maniera non definitiva, nelle campagne, nei piccoli centri, nei paesi. Giovani, intellettuali, scrittori, artisti immaginano e pensano che l’avvenire dell’umanità non sia nelle città, ma nei piccoli centri, nelle province. E non sono pochi gli esempi di scelta del paese come luogo dove vivere per lunghi periodi o definitivamente.
Previsioni apocalittiche (ad esempio quelle che si basano sull’effetto serra e sul progressivo riscaldamento del pianeta) parlano di una non lontana fuga di massa dalle città, dove non si troverebbe più cibo, e di una fuga nelle campagne e nei piccoli centri, dove ancora si troverebbero risorse e saperi per sopravvivere. Ci sarebbe da dire che anziché attendere la fine, bisognerebbe cercare di scongiurarla. Questo comporterebbe un diverso modello di sviluppo, mutamenti di stile di vita, uso adeguato delle risorse, rispetto del territorio. In questo quadro, i paesi sembrerebbero avere un futuro, a condizione di considerarli in maniera del tutto nuova.
Non è il ritorno al vecchio paese, il ripristino improponibile del passato, ma la consapevolezza che le zone interne hanno risorse ambientali, paesaggistiche, culturali da offrire. Il paese potrebbe ripresentarsi come un corpo aperto, dinamico, capace di accogliere, di muoversi in un periodo in cui la montagna non è più vista come
improduttivo luogo di arretratezza, nel momento in cui significativi strati di popolazione sono alla ricerca di altri luoghi, di «tipicità», di tradizioni locali, che, pure inventate, allontanano dalla monotonia omologante delle metropoli.
La montagna ha costituito in passato il luogo della vita e della cultura delle popolazioni, oggi, con le sue risorse, con i suoi paesaggi, con le nuove forme di economia, con le nuove sensibilità e consapevolezze, può diventare il luogo essenziale per affermare un diverso destino della regione.
Paesaggi (montagne, marine, colline, boschi) prodotti tipici (per cui in Calabria non si è fatta mai una reale promozione), monumenti e anche beni immateriali possono attrarre flussi turistici, innescare processi economici e dinamicità, mettere in moto tante iniziative locali. Non bisogna sognare un improbabile ritorno al passato e nemmeno l’impossibile fine delle partenze, ma sperare nel rientro di alcuni, nella sosta di molti, e dare ai giovani la possibilità di scegliere se restare o partire, partire o tornare.
Il vuoto dei paesi potrebbe essere riempito da beni immateriali da offrire con una diversa logica dell’accoglienza e dell’ospitalità, più
vicina a quella della tradizione che non a quella di una retorica postmoderna che mira soltanto a grandi e a piccoli interessi personali e di gruppo, incapaci di creare beni e benessere comuni.
Il cibo, le acque, il silenzio, la tranquillità, i tempi lenti sono beni (non assegnabili però agli uomini del passato, come pretende
un generico revival meridiano che inventa un passato mai esistito), valori a condizione di non svenderli e di promuoverli in maniera adeguata, senza retoriche identitarie. La regione è un meltig pot di beni paesaggistici, bellezze naturali, prodotti, reperti archeologici, memorie scritte e orali, beni immateriali davvero unico e irripetibile. Le stesse rovine e le devastazioni, che disegnano mappe e raccontano storie, potrebbero essere trasformate in risorse identitarie, riconvertite in un grande piano di ricostruzione e di riorganizzazione del territorio, di risanamento del paesaggio.
Il ripopolamento o la rivitalizzazione delle zone interne, nel caso della Calabria, significherebbe anche riequilibrio tra marine e montagne, dialogo tra territori separati, raccordo tra coste e zone interne, fine dell’intasamento costiero, possibilità di rendere pulito quel mare che continua, a dispetto di proclami e di depuratori, ad essere sporco e inquinato. Le zone interne non sono soltanto presidi d’identità, ma anche presidi di vita nell’oggi e risorse da riconsiderare. La memoria, l’identità, le tradizioni hanno un senso soltanto se rivolte al futuro.
I paesi della Calabria non hanno bisogno di enti inutili, convegni sterili, slogan banali, immagini edulcorate, chiacchiere da campagne elettorali, piani destinati ad amici e a parenti, cementificazioni inutili: ha bisogno di un progetto unitario del territorio, di un’opera di bonifica e di risanamento, di un restauro e di un progetto innovativo, aperto, mirato. Ci sarebbe bisogno di una nuova filosofia del territorio, di un diverso senso del paesaggio, di un nuovo modo di ri-guardare i luoghi, di guardarli in altro modo e di averne riguardo, di amarli, davvero, senza piegarli ad usi che finiscono col ferirli e col distruggerli.
Mentre in tante realtà locali e dal basso si avvertono flebili segni che vanno in questa direzione, la classe dirigente nel suo complesso, con le sue divisioni e i suoi particolarismi, i suoi piccoli e grandi interessi, sembra ancora lontana anni luce da un’idea innovativa e «rigenerativa» per la Calabria dei paesi, per il paese Calabria.
 

 

Alvaro C. 1982, Gente in Aspromonte (1930), Garzanti, Milano.
Alvaro C. 1990, Calabria (1931), Qualecultura-Jaca Book, Vibo Valentia.
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