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Noi cittadini
delle mille Calabrie
di Vito Teti
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Sono andato a
riascoltare, dopo la fiction televisiva in due puntate “Ma il
cielo è sempre più blu” dedicato a Rino Gaetano, le parole della
canzone dal titolo “Ad esempio a me piace…Il Sud”. Si parla di
«strada col verde bruciato», di «macchie più scure senza rugiada
coi fichi d’India e le spine dei cardi». E ancora di «donna nel
lutto di sempre sulla soglia che aspetta il marito che torna dei
campi», di pere mature rubate sui muri, di acqua, di terra e di
pane, di fuoco e del piacere di camminare. Di strada, di vino e
di uva, di giochi, di mare e di lampare.
Ho trovato questi versi belli e melanconici. Con un certo
compiacimento e un’evidente nostalgia per un mondo perduto, il
cantautore calabro-romano ci restituisce immagini profonde della
natura, del paesaggio, dell’antropologia della Calabria e di
Crotone (sua terra di origine a cui si riferisce anche se parla
estensivamente di Sud).
Mi sono chiesto (come ha fatto sulle pagine di questo giornale
Bruno Palermo) perché questi ed altri versi di canzoni (in cui
parla ancora di Sud, del padre, della zia, dell’Africa,
dell’emigrazione, come ricorda Silvia D’Ortenzi nel libro “Rare
Tracce” dedicato al cantautore, di cui ha scritto ieri su questo
giornale Gianluca Veltri) non abbiano trovato alcun spazio nella
sceneggiatura e nelle immagini del film appena trasmesso. E, in
maniera ancora più stupita, mi sono domandato perché per un film
di fiction (che però vuole raccontare la vicenda di un preciso
personaggio, con le sue canzoni e la sua storia) abbia
considerato irrilevanti e insignificanti, non raccontabili, i
primi dieci anni di vita del cantante passati nelle strade e
sulle spiagge di Crotone, dove poi spesso sarebbe tornato, lo
sradicamento conosciuto nell’infanzia, la figura della nonna e
della sorella, la lingua e le parole (il calabrese e non il
siciliano della madre o il romanesco del padre) della terra di
origine.
Domandarsi come mai in questa fiction la Calabria venga rimossa,
cancellata, annullata non risponde certo a un bisogno
localistico di esaltare “glorie locali”, a una sorta di retorica
strapaesana sull’identità, ma alla necessità di capire e
considerare che questo atteggiamento riflette un più generale
sentimento di ostilità-rimozione nei confronti della nostra
regione e a un evidente appannaggio della sua immagine. A inizio
Ottocento Astolphe De Custine ricordava che le «vecchie, in
Francia, quando vogliono indicare un uomo finito, dicono: gira
per la Calabria!». Il topos della Calabria terra lontana,
selvaggia, primitiva, “Africa”, “India interna” è presente in
una tradizione di sguardi esterna (e non solo) che si afferma
nella seconda metà del Cinquecento per attraversare i secoli
successivi fino a rafforzarsi, all’interno della concezione
antropologico positivista, tra fine Ottocento e inizio
Novecento. La lontananza del Sud (comunque interpretata) resta
una chiave di lettura privilegiata anche da visitatori,
viaggiatori, osservatori del secolo scorso.
Adesso si sta compiendo un passo ulteriore. La Calabria non è
più parte di una sorta di “geografia fantastica” (come scriveva
Alvaro), non è soltanto il luogo di una radicale alterità, una
terra arcaica da “guadagnare alla civiltà”, ma più, crudamente,
una sorta di luogo indecifrabile, dove avvengono le cose più
“strane” del mondo, una regione che non conviene nemmeno
nominare e che è meglio nascondere, occultare. Gli stessi
calabresi non vengano chiamati col loro nome se non quando
compiono fatti delinquenziali o sgradevoli quasi fossero
incapaci di fare qualcosa di buono. Basta leggere i giornali
nazionali per vedere come, nel caso di qualche drammatico fatto
di cronaca, i protagonisti perdono, in poco tempo, il loro nome
e cognome, la loro identità personale per diventare,
semplicemente e negativamente, “calabresi”. Al contrario un
artista, un cantante, uno scrittore, un medico, uno scienziato,
un campione calabrese o di origine calabrese, ma con notorietà
nazionale e internazionale, viene chiamato (giustamente col suo
nome) ma consegnato alla globalità: la sua terra di origine, il
suo senso di appartenenza e magari il legame che intrattiene con
la regione vengono rimossi, sono una sorta di “incidente”
sfortunato negativo di cui è meglio non parlare.
Questa operazione di rimozione-cancellazione di una terra e dei
suoi abitanti trova sempre più sponde anche nelle élite
intellettuali nazionali, che, diversamente, avrebbero invece (lo
ha ricordato su questo giornale Luigi M. Lombardi Satriani) il
dovere e la capacità di distinguere, di spiegare, di non
nobilitare il luogo comune, di non alimentare altri pregiudizi.
Ernesto Galli della Loggia, sulle pagine del “Corriere della
sera”, pur partendo da giuste considerazioni sulle condizioni
drammatiche che vive la regione, si domanda perché i calabresi
non si sono stancati di chiamarsi calabresi. Di tono non diverso
(come ha segnalato su questo giornale Franco Dionesalvi) le
considerazioni e le conclusioni di Francesco Merlo su “La
Repubblica” che, in tono con articoli in cui, con una prosa ora
elegante ora barocca, mescola brillanti annotazioni e
antropologismo di seconda mano, rinverdisce i fasti del romanzo
antropologico positivista (quello dell’inferiorità razziale del
Mezzogiorno d’Italia) di Alfredo Niceforo. Gli emigrati rumeni o
che delinquono, quasi per loro indole razziale o etnica, trovano
una migliore accoglienza al Sud, dove le persone sarebbero
sostanzialmente tendenti al crimine o comunque immersi in un
contesto totalmente criminale.
Viene così inventato un “idealtipo" calabrese (o meridionale)
negativo: tutti gli abitanti di questa terra sarebbero uguali,
pessimi, “maledetti”, ragion per cui essa non avrebbe più scampo
se non nel rinnegare sé stessa. Un esito perverso delle
posizioni razziste consiste spesso nella loro capacità di
influenzare le stesse persone vittime del pregiudizio. Ho
sentito che qualche studioso calabrese (magari per disperazione,
magari perché epigono della retorica della classicità) avrebbe
proposto di cambiare la denominazione Calabria con quella di
Enotria o di Italia, dal nome dei primi abitatori della regione.
Per il desiderio di vantare origini illustri e lontane, si
finisce così con il cancellare e il rinnegare la storia
millenaria controversa e complessa di un territorio che ha
affermato un’identità mobile e plurale con il nome Calabria. Si
interiorizza il punto di vista dell’osservatore esterno e si
propone persino di rinunciare, quasi vergognandosene, al nome
della terra di nascita o di appartenenza.
Le conseguenze più drammatiche e devastanti delle negazioni
esterne sono quelle di ingenerare, spesso, negli osservati, in
questo caso, nei calabresi, risposte sbagliate e conclusioni
consolatorie, affermando stereotipi di segno contrario, ma non
meno dannosi di quelli che si vogliono contrastare. Certo è
necessario e doveroso che i calabresi spediscano al mittente (in
forme varie) tutti i luoghi comuni che vengono costituiti
quotidianamente nei loro confronti. Non è difficile mostrare il
carattere “idelogico”, strumentale, opaco di tanto
indiscriminato negazionismo che conoscono le popolazioni del
Sud, in un momento in cui le regioni e le “questioni”
meridionali non sono più di moda, non hanno appeal, non trovano
più udienza nemmeno presso il ceto politico meridionale.
Credo, tuttavia, che confutare e ostacolare pregiudizi e luoghi
comuni sia riduttivo, anche perché sulla decostruzione del
paradigma razzista saltano spesso i creatori della retorica
identitaria.
Vedo in agguato, infatti, quelli che affermano una sorta di
razzismo rovesciato per cui noi calabresi saremmo migliori degli
altri, che hanno la colpa di non capire e di non capirci, di non
vedere quanto siamo antichi, bravi, magari sfortunati e
abbandonati. L’esaltazione di un’astorica e monocromatica
identità calabrese, che spesso sfocia nella sdolcinata
calabresità, finisce col negare la ricchezza, la bellezza, la
complessità di una Calabria plurale, che si è affermata nel
corso dei secoli. Questa angusta concezione dell’identità porta
lentamente a una sorta di “sindrome dell’assediato” per cui noi
dovremmo difenderci da tutti gli altri che ci vogliono male e
non ci capiscono. A una sorta di “sindrome dell’incapace” per
cui siccome noi da soli non possiamo farcela, non siamo capaci,
abbiamo bisogno della comprensione e del sostegno degli altri. E
così oscilliamo tra tendenza all’autoesaltazione e tendenza all’autodenigrazione,
tra “spirito” di conservazione e tendenza all’autodistruzione.
Questa identità per opposizione e con rancore finisce col
condurre a una sorta di negazione dell’altro a noi vicino, del
paesano, degli abitanti del paese vicino o dell’altra provincia.
Sono molte le ragioni storiche e antropologiche, anche
geografiche e ambientali, strutturali ed economiche, lontane e
vicine, della “separatezze” e delle conflittualità presenti
nella nostra regione, ma è facile vedere che tante
conflittualità e campanilismi, segno della persistente
difficoltà della Calabria di pensarsi e viversi come un’entità
con le sue diversità, sono il risultato dell’incapacità delle
élite politiche, culturali e intellettuali di pensare,
progettare, inventare una cultura della proposta e del fare, una
diversa identità, non in contrapposizione agli altri o per
difendersi dagli altri, ma per sé e in una prospettiva di
dialogo con gli altri. La costruzione di una nuova identità
aperta e dinamica non può che essere frutto di scambi, dialoghi,
reti, intrecci e invece la politica (e non solo) dell’ultimo
ventennio si è mossa in zone anguste, in particolirismi
esaperati, in logiche di apparati e clan chiusi, in difesa di
interessi particolari, in risse intestine e laceranti, in faide
cruenti, che hanno finito con il soffocare spinte innovative e
spegnere quei piccoli segni che sollecitavano il mutamento.
Questa deriva antropologica, che riguarda tutti, ha finito col
fare prevalere quel tipo di “calabrese” che la mattina si alza
per litigare con qualcuno e non trovando con chi prendersela si
lamenta con se stesso ed ha soffocato un altro tipo di calabrese
che, anche in passato, pure tra isolamenti e difficoltà, ha
saputo raccordarsi alla cultura nazionale ed europea.
La retorica identitaria, una visione angusta di sé e degli
altri, la sindrome dell’assediato o dell’incompreso, l’enfasi
della “calabresità”, la nostalgia lacrimevole del “buon tempo
andato”, hanno finito con il provocare una sorta di narcosi e di
addormentamento “collettivo”, hanno costituto un unguento
consolatorio a buon prezzo, hanno in maniera subdola,
ricattatoria, sotterranea, cancellato il senso della
responsabilità individuale e di gruppo, e impedito il mutamento.
Sono stati funzionali ai conservatori dello status quo e a nuove
figure emergenti (nei diversi settori), tra di loro collegati e
complici, che si sono accaparrati miliardi di fondi pubblici. Se
in passato, come diceva Alvaro, i gruppi dirigenti hanno
costruito le loro fortune sfruttando le catastrofi (terremoti,
alluvioni, frane, che comportavano spostamenti di abitati e
costruzione di opere pubbliche e private) quelli di oggi hanno,
con la complicità della più recente «catastrofe» della nostra
storia (la ’ndrangheta), hanno, di fatto, utilizzato la retorica
delle risorse e anche quella dell’identità per grandi e piccole
speculazioni.
Eccoli, mi pare di sentire e di “conoscere” (nel senso adoperato
da Pasolini) coloro che hanno devastato paesaggi, ambienti,
paesi, spiagge, culture piangere in maniera sdolcinata sulla
bellezze della Calabria. Eccoli quelli del “non siamo tutti
uguali”, “bisogna parlare delle positività della Calabria” delle
sue ricchezze, delle sue risorse mentre sciupano e dilapidano
patrimonio paesaggistico e culturale. Eccoli quelli che “noi
abbiamo la sopressata e il peperoncino” e che riducono a
folklorismo ogni prodotto, e non riescono a trasformarlo in
risorsa.
Esiste in Calabria una schiera fitta e variegata di persone che
vorrebbe creare il calabrese “dop” o il calabrese “doc”,
pretenderebbe di registrare il marchio del calabrese “verace” e
“autentico”, un idealtipo di cui in molti si sentono espressione
genuina e con questo marchio cercano di vendere la loro merce
scaduta, di commercializzare i loro prodotti artefatti.
C’è chi quotidianamente vorrebbe assegnare la patente di buon
calabrese, pretenderebbe di pesare i grammi o chili di
calabresità e per tale via sconfessare quanti non concordano con
loro, non ne assecondano i progetti, non ne seguono le orme, non
vanno a bussare alla loro porta.
Bellezza, paradossi, pesantezza di quella che viene chiamata
identità calabrese. Un milanese, un torinese, un lucchese la
mattina si alza, va al lavoro, compra il giornale, fa le proprie
valutazioni politiche, approva o critica l’operato del governo
dell’amministrazione del luogo in cui vive. In Calabria, ci si
alza e bisogna fare i conti con la propria appartenenza, con un
peso legato all’essere rimasto o all’essere partito o tornato.
Se ti trovi a criticare l’operato di questo o quell’uomo
politico, a non aderire a trasversalismi vari, a non volere
cordate e clan, a dire la tua, rischi di diventare nemico della
Calabria, sei accusato di non amarla. A questi imbonitori
identitari non viene in mente che non esiste una Calabria, ma
mille Calabrie, tanti modi di essere, di sentirsi calabresi. Non
viene in mente che se la Calabria gode di discredito fuori ed è
appannata nella percezione che dà agli altri questo accade a
causa dei loro comportamenti o delle mancanze di chi pensa di
rappresentare e raffigurare la regione.
Bisognerebbe che i calabresi si costituissero parte civile
contro tanti distruttori di cose e valori, ma anche di immagini.
Bisognerebbe portare in giudizio quanti con le loro azioni danno
pretesto e alibi agli osservatori esterni per cancellare e
rendere quasi invisibile la Calabria.
La domanda chiara, decisiva e ineludibile, a cui bisogna
rispondere senza finzioni e menzogne, deve essere: perché gli
altri hanno questa immagine di noi, perché considerano la
Calabria terra lontana, inafferrabile, innominabile e i
calabresi così perduti da proporre loro di rinunciare anche al
nome? Perché gli altri ci vedono e ci descrivono come perduti?
E’ responsabilità soltanto della miopia o della presbiopia dello
sguardo esterno? E’ soltanto un limite, una forzatura dei media,
dei giornali, della televisione o non c’entra anche il nostro
modo di essere? Delle immagini negative sono responsabili
soltanto gli altri o noi calabresi non abbiamo anche le nostre
responsabilità, le nostre colpe? Le immagini non raccontano,
pure se in maniera distorta e fuorviante, anche quello che non
sappiamo trasmettere?
Noi calabresi (tutti, anche se con diversi gradi di
responsabilità), non solo chi governa (o non governa), non solo
la ’ndrangheta, non solo chi iccupa posti di potere, non siamo
indenni da colpe. La sovraesposizione negativa della Calabria e
la sottoesposizione, per fatti positivi, chiamano in causa (si
intende in maniera diversa, con diverse responsabilità) tutti,
mettono in gioco il nostro senso di responsabilità. Proviamo
soltanto a ricordare alcuni degli eventi accaduti in Calabria
negli ultimi tempi: decine di morti di ’ndrangheta in tutte le
aree della Calabria; l’omicidio Fortugno; la drammatica
alluvione di Vibo e Bivona; gli incendi devastanti della scorsa
estate; un Consiglio regionale in buona parte indagato (in
attesa che la magistratura faccia chiarezza); inchieste come “Dinisty”,
“Do ut des”, “Poseidone”, “Why not” (che fanno vedere a livello
giudiziario un intreccio tra politica, malaffare, ’ndrangheta:
quello che a livello politico era già noto); i drammatici fatti
di Duisburg; la vicenda De Magistris; la lotta all’interno della
magistratura e tra magistratura e politica; gli attentati, le
minacce, gli avvisi quotidiani; le minacce di morte a magistrati
come Nicola Gratteri; il trasferimento a Campobasso di mons.
Bregantini. Sono tutti fatti, profondamente diversi tra di loro,
ma che pongono “meritatamente” la Calabria in prima pagina e al
centro dell’attenzione nazionale. Indipendentemente da come
questi fatti vengono trattati (con superficialità, con
attenzione, con pregiudizio, con parzialità, con tendenza alla
morbosità e così via) dai media, è innegabile che sono fatti
gravi avvenuti per colpa, per responsabilità dei calabresi.
Conosco a memoria l’elenco delle cose positive, delle novità che
si affermano nella regione, dei movimenti di opposizione allo
stato delle cose. Forse dovremmo guardare al nostro presente con
maggiore fiducia e con speranza, ma anche con minore indulgenza,
con meno compiacimento, con meno senso di essere vittime degli
altri. riconoscendo i lati negativi e ombrosi della nostra
storia. Mons. Bregantini ha scritto (Conclusioni della
Conferenza Episcopale Calabra “Cristo Nostra Speranza in
Calabria” (Vibo Valentia Marina, 3-5 marzo 2006) che abbiamo
bisogno di scrutare, interpretare, rispondere. Abbiamo bisogno
di creare occasioni per fare diventare la nostra vita più acuta,
«per cogliere insieme sia le tante risorse che ci sono in
Regione che i grandi limiti e peccati nella nostra terra». C’è,
come ricorda padre Pino Stancari, un “sottoterra” che non va
inteso in senso geografico o geologico, ma allude a viscere
sotterranee, a profondità che non appaiono superficialmente e
non sono facilmente discernibili. Il sottoterra ha una sua
ambiguità: o voragine possessiva e rapinatrice oppure profondità
sotterranea che è in grado di esprimere una capacità di
accoglienza sorprendente. Anche il cielo ha una sua ambiguità:
il cielo può essere inteso come fuga, scivolamento nel mito o
anche come apertura, grande prospettiva, capacità di slancio,
prontezza di andare all’altrove. C’è una corrispondenza
speculare tra l’abisso che si spalanca sotto e dentro di noi e
il cielo luminoso e largo. C’è un percorso dentro da compiere.
Le grotte di cui è disseminata la regione e che hanno segnato
nella lunga durata la storia religiosa della Calabria sono
metafora di un collegamento tra sottoterra e cielo, sono
metafora di un’opera di scavo e di ricerca dell’ombra, di
faticosa e sofferta ricerca dell’identità. Ci sono aspetti
luttuosi, melanconici, nella nostra mentalità, nella nostra
antropologia, da collegare a una storia complessa (a catastrofi,
invasioni, fame, invasioni) che vanno riconosciuti, assorbiti.
Possiamo essere orgogliosi delle nostre virtù se sappiamo
riconoscere e assumerci i vizi, possiamo elogiare e commuoverci
per le bellezze, se sappiamo indignarci per le distruzioni che
abbiamo compiuto, possiamo gloriarci della nostra accoglienza,
se riconosciamo i nostri rifiuti. Dobbiamo riconoscere i lati
ombrosi della nostra storia. Dobbiamo scrutarci senza
indulgenza. Senza autolesionismi, ma senza semplici
autossoluzioni. Le responsabilità non sono sempre altrove, sono
anche qui, sono anche nostre.
Sono partito da i versi della canzone di Rino Gaetano, non
avendo un percorso prestabilito. La pagina bianca è affascinante
e insidiosa. Non sai bene dove ti porterà. Dopo un giro un po’
tortuoso, vorrei ricordare i versi di un grande poeta calabrese,
lucido e sofferto, Franco Costabile. Li accosto a quelli di
Gaetano non per contrasto, ma per combinazione. Il piacere del
Sud, dell’appartenenza, dell’identità non può diventare sterile
compiacimento ma deve accompagnarsi ad operazioni di verità.
Scrive Costabile: «Ecco/io e te, Meridione, /dobbiamo parlarci
una volta,/ ragionare davvero con calma,/ da soli, /senza
raccontarci fantasie/ sulle nostre contrade./Noi dobbiamo
deciderci/ con questo cuore troppo cantastorie».
Guardare, scrutare, riconoscere le nostre ombre, i nostri lati
oscuri se vogliamo cogliere la bellezza e la ricchezza della
luce e del cielo di Calabria, delle nuvole e del mare. Diceva
Padula che la miseria è stata sorella della poesia: bisognerebbe
abbandonare la prima e coltivare la seconda.
Il problema per noi resta, allora, quello di costruire e
inventare da soli altre immagini, diverse da quelle che ci
vengono assegnate. So bene quale e quanta sia la forza delle
immagini e dei simboli per modificare anche la realtà e che a
volte le immagini e i simboli sono essi stessi realtà. Tuttavia
penso che un’operazione di costruzione e ricostruzione di sé non
sia cosa semplice, operazione frettolosa e di una giornata. Non
sia un fatto superficiale e indolore. Richiede persuasione e non
retorica. Non può avvenire per conto terzi e nemmeno su
commissione.
Un’altra immagine della Calabria non può essere affidata ad
operazioni all’Oliverio Toscani che cerca volti puliti e
normali, che mettono in posa una Calabria parziale e patinata
che si sfarina ben presto sotto i colpi della dura realtà.
Non servono operazioni di facciata alla “Gente di mare”, dove la
bella Tropea, la perla del Tirreno, è soltanto un set, un non
luogo filmico, per raccontare storie che non hanno alcun legame
con la Calabria, che potrebbero essere ambientate dovunque e che
finiscono per diffondere idea di una Calabria inesistente.
Passarelle, liturgie identintarie, presenze mediatiche e
televisive, a volte pure necessarie, non hanno la forza di
costruire una diversa Calabria. Non è sufficiente
autoproclamarsi diversi per esserlo; bisogna che gli altri ci
percepiscano e ci riconoscano come tali. Non servono nuove
retoriche. Servono fatti coerenti, iniziative concrete,
movimenti reali e non fittizi, che siano il frutto di intrecci e
di collegamenti e non di una qualche forma di delirio solitario.
E’ a telecamere spente che comincia la vita faticosa e vera nei
paesi, nelle case, nelle città, nelle scuole. E’ lì che dobbiamo
scoprire il senso delle regole e la pratica della legalità. Le
immagini veritiere si costruiscono lontano dai clamori, in
silenzio, con fatica nel rapporto continuo e autentico con gli
altri. Creando economie, saperi, culture nuove, reti, scambi,
intrecci.
Esiste una via interessante e praticabile che è quella di creare
nuove immagini senza farsi sovrastare dalle immagini sedimentate
e confuse che arrivano dal passato. Si può in maniera egregia
mostrare un’altra Calabria dribblando quella vecchia, facendo
una sorta di azzeramento, prosciugandola delle sue pesantezze,
svuotando ciò che appare pieno e riempiendo ciò che appare
vuoto. Mons. Bregantini ha ricordato come la ’ndrangheta si può
sconfiggere svuotandola di senso, rendendola insignificante,
mostrandone la banalità, non mitizzandola. In un certo senso è
la valorizzazione dell’oblio su una memoria che spesso inibisce
e imprigiona. Tuttavia anche queste operazioni alla fine ci
fanno capire che non è possibile, cancellare, azzerare ciò che è
stato. Bisogna assorbirlo, trasformalo in positività.
Trasformare in risorsa anche le negatività. Bisogna declinare al
futuro termini come memoria, tradizione, identità e soltanto
così si può pensare all’invenzioni di nuove immagini. Tutto
questo percorso, difficile, di lunga durata, implica però un
intervento nella realtà. I simboli e le immagini sono efficaci
se sono legati al fare, alla concretezza, alla vita, al corpo,
alle passioni, alle speranze degli individui.
Le immagini forti, che modificano, capaci di contrastare
stereotipi, sono quelle che si legano alla realtà. Le immagini
per essere credibili debbono essere accompagnate dai fatti.
Scrutare, conoscere, fare: ecco cosa ci ha insegnato tra l’altro
mons. Bregantini. Egli ha parlato e ha agito; ha denunciato e
testimoniato; ha pregato ed ha operato. Ha affermato quella
cultura del fare coerente e in linea con le sue immagini.
Raccontare e fare. Denunciare e proporre. Tenere insieme
orizzonte di senso e azione quotidiana. Speranza ed esempi
concreti, palpabili, visibili. Di disponibilità e di
responsabilità soggettiva. Per questo (come abbiamo scritto con
Domenico Cersosimo e Piero fantozzi su questo giornale) egli è
diventato immagine e simbolo vivo di un’altra Calabria. Nel
momento in cui cammina in compagnia di don Pino Strangio con la
Croce egli mostra di voler espiare per gli altri, rivela amore
incondizionato per la Calabria, non solo per le sue bellezze ma
anche per le sue bruttezze. Non opera contro, ma per. Per questo
la gente ha pianto ed è rimasta amareggiata, ha vissuto il suo
trasferimento come una perdita dolorosa.
La vicenda di Bregantini però ci invita a riflettere e ad
interrogarci. Unito a tanto dolore e a tanto sgomento (qualche
volta a non poca ipocrisia e retorica) ho visto in qualche presa
di posizione una sorta di paura del futuro, il vizio di
affidarsi e di delegare agli altri, la tendenza a mettersi
sempre sottotutela. Mons. Bregantini non ha insegnato e non ha
praticato questo. Il “planctus” è efficace se è accompagnato
dalla voglia di andare avanti, se ha un valore utopico e
rigenerante. Sta a noi trasformare un lutto in occasione di
rinascita, in un nuova consapevolezza. Bisogna, come scrive
padre Giancarlo, «trasformare le nostre ferite di dolore in
feritoie di speranza». I nostri padri, in condizioni di
difficoltà, hanno fatto, hanno agito, sono diventati adulti
quando erano ancora bambini. Quando diventeremo adulti noi figli
di un mondo che non c’è più? Quando decideremo di camminare da
soli (ma non in solitudine)? Quando invece di lamentarci e di
aspettare che altri facciano per noi cominceremo a fare e a
costruire da noi le nostre immagini e la nostra soggettività?
Sarebbe forse questa la via per uscire da questo stato di
torpore che impedisce l’azione, di rispondere a quanti vogliono
cancellare la Calabria e per ringraziare mons. Bregantini che ha
mostrato e testimoniato, anche con dolore, che un’altra Calabria
è possibile. |
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