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Quando da
Capo Cano, luogo di convergenza delle due piste in terra battuta
che partono da Gambarie e da San Luca, comincia la discesa,
lungo una strada sterrata, verso il Santuario della Madonna di
Polsi; quando dall’alto intravedi gli antichi sentieri, le tante
“vie dei canti”, che i pellegrini, provenienti dai paesi della
costa tirrenica e dalla costa jonica, percorrono a piedi, con
macchine e camion e, negli ultimi anni, con moto e scooter, ti
senti avvolgere da ventate di emozioni. Ti coglie la sensazione
di trovarti all’interno di luoghi che hanno una loro anima,
carichi di sacralità. E non si tratta soltanto di suggestioni
letterarie davanti a uno dei luoghi di culto evocati da tanti
scrittori calabresi, a cominciare da Corrado Alvaro (ma sono da
ricordare anche Francesco Perri e Fortunato Seminara).
È
che la natura – il paesaggio dell’Aspromonte, i boschi, le
fiumare, i laghetti, le rocce, l’originale succedersi di piante
alpestri e mediterranee (felci, ginestre, castagno, pino,
frassino, abete, pioppo, nocchio), le fonti d’acqua e le nevi
dell’inverno – e la storia, le leggende, le tradizioni
religiose, le preghiere, i balli, la veglia in chiesa, i gesti,
l’uccisione degli ovini, la convivialità, gli incontri di genti
provenienti da paesi diversi e lontani – hanno fatto di Polsi
uno dei luoghi caratterizzanti dell’identità religiosa delle
popolazioni del Meridione d’Italia. Polsi, dove si svolge e si
conclude l’1 e il 2 settembre la festa della Madonna della
Montagna in un convento basiliano del XII secolo, è stato e in
parte resta la metafora di un Centro, un axis mundi religioso,
economico e culturale.
Il mito di fondazione del culto riporta al periodo della
presenza normanna in Calabria: i levrieri del conte Ruggiero a
caccia sull’Aspromonte trovano un bue inginocchiato che scava
per terra. In quel luogo è trovata una croce greca e si origina
così il culto della Madonna, Madre di Dio. La statua in tufo
della Madonna è di fattura siciliana del XVI secolo e da questo
periodo sono attestate le complesse forme devozionali e una
serie di ritualità in cui il bere e il mangiare, l’acqua, il
vino, la carne e il sangue degli ovini, analogamente a quanto
avviene in altri importanti pellegrinaggi dell’universo
mediterraneo tradizionale, hanno giocato e, in misura diversa e
minore dal passato, continuano a giocare un ruolo centrale.
Tutte le piste che portavano al santuario erano segnate da
fonti, naturali o costruite dagli uomini. In una terra ricca di
acque e che ha visto alluvioni devastanti, ma che nello stesso
tempo ha conosciuto frequenti periodi di siccità e ha avuto
paesi assetati, poveri d’acqua potabile facilmente
raggiungibile, le fonti della Montagna costituivano il desiderio
sacrale dei pellegrini. Corrado Alvaro ricorda a inizio
Novecento la fonte detta della Pregna, così denominata perché
una pellegrina incinta, stanca, assetata, prega la Madonna
affinché le faccia trovare un po’ d’acqua per dissetarsi. E come
per incanto compare ai piedi della donna una fontana
freschissima.
La “religione dell’acqua” non può essere compresa se si
prescinde dal suo essere ambiguamente eccedente o scarsa, dalla
sua necessità per bere, cucinare, coltivare, produrre. All’ombra
degli alberi e in prossimità delle fonti i pellegrini in passato
si fermavano anche per consumare il pane e gli alimenti che
portavano nelle bisacce e nelle ceste sistemate sui muli, o
nella giacchetta messa a tracolla e chiusa alla base come un
sacchetto.
Carne e
vino
Scrive il
giovane Alvaro nel 1912: «Per le vie e sotto i castagneti sono
improvvisate osterie: il popolo non sa far festa senza dare un
giudizio sul vino». Il calabrese, ci ricorda Alvaro in molti
suoi scritti, anche quando si sposta in luoghi lontani, anche
quando emigra nelle Americhe, porta con sé il cibo del mondo di
origine come se si dovesse recare in una terra inospitale. Il
suo legame con il cibo è costante, affettivo, fisico, denso di
sacralità. Il pellegrinaggio – con i comportamenti alimentari
che mette in gioco – appare metafora dell’erranza, dello
sradicamento, della dispersione dell’uomo moderno. Ancora oggi i
pellegrini a Polsi recano nei portabagagli delle macchine e dei
camion provviste di cibo che consumano durante il viaggio o la
notte della veglia e alla fine della processione.
In prossimità e lungo il letto dei due fiumi, che fanno di Polsi
una sorta di isola, un anfiteatro naturale, sorgono ancora
numerose baracche dove macellai abili e veloci sgozzano con
lunghi coltelli centinaia di ovini, soprattutto capre e
capretti. Il sangue rosso e vivo delle bestie sgozzate,
scannate, scuoiate ancora calde scorre nelle acque dei fiumi,
conferendole un particolore colore rossiccio, talvolta rosso
vivo. Le carni arrostite o bollite e consumate nelle baracche si
presentano come vestigia di quell’antica cucina greca del
sacrificio descritta da studiosi come Detienne e Vernant. Non
bisogna dimenticare che siamo nella terra delle città magno
greche e che ancora fino a qualche decennio fa proprio in questi
luoghi le persone parlavano la lingua greca, secondo alcuni il
“greco di Omero”. Bisogna tuttavia fare attenzione nello
stabilire legami e continuità tra usanze del mondo antico e
tradizioni ancora vive ai nostri giorni. I culti, i riti, la
lingua del periodo bizantino hanno segnato per secoli la vita
della parte estrema della penisola italiana e sono rimasti vivi
fino al XVII secolo e in molti paesi ancora fino agli anni
Cinquanta del Novecento.
Lo spargimento di sangue animale, che ha evidenti valenze
sacrificali, augurali, di propiziazione e di rinascita, va
legato anche a pratiche culinarie nelle quali il sangue è
elemento ricorrente, sia per ragioni nutrizionali e dietetiche
sia per ragioni terapeutiche e magico-rituali. Ancora negli anni
Settanta del secolo appena trascorso gli uomini che ammazzavano
il maiale, un altro vero e proprio rito sacrificale, bevevano un
bicchiere di sangue perché si riteneva conferisse forza. Per gli
stessi motivi era bevuto il sangue vaccino.
Col
sangue del maiale si prepara ancora il sanguinaccio (sangunazzu),
le budella ripiene di sangue e bollite nell’acqua, poi mangiate
con il pane o con le verdure. Di recente elaborazione è una
specie di crema che si ottiene mescolando sangue, zucchero,
bucce di limone o di arancia, noci, nocciole e talvolta cacao o
cioccolato.
La cucina dell’abbondanza realizzata in occasione del
pellegrinaggio durava una sola giornata ed era l’altra faccia di
un paese della fame e della precarietà. Mangiare carne di capra
costituiva un fatto eccezionale, un lusso, una trasgressione. Il
consumo abbondante di carni e di vino a Polsi avveniva
all’interno di una clima insieme carnevalesco e sacrale: oggi
avviene con altre motivazioni (soprattutto il richiamo alla
tradizione), sempre in una cornice festosa, di cui restano
elementi essenziali i canti, la danza della tarantella, ma anche
i canti religiosi, le preghiere, le forme devozionali arcaiche o
di recente istitituzione. I comportamenti alimentari, al pari di
altre manifestazioni tradizionali (l’incubatio nella chiesa,
l’offerta di ex-voto, i balli votivi ecc.), hanno conosciuto
negli ultimi decenni una progressiva erosione. Negli anni
Ottanta le bestie macellate e consumate dall’inizio di agosto a
metà settembre erano circa un migliaio, oggi sono meno di
cinquecento. I giovani che arrivano, ci dice una persona di San
Luca che affitta i posti per cucinare e per mangiare in una
baracca, preferiscono il panino con la salsiccia, portano con sé
le colazioni nei sacchi e nelle borse. Non sopportano, dicono i
grandi, i sapori forti di una volta, non tollerano l’odore della
carne di capra.
Il
sentimento locale
Anche
questo è un dato che andrebbe letto con attenzione. Intanto sono
numerosi i giovani che mangiano “alla maniera tradizionale” e
occorre decifrare meglio il sempre maggiore interesse, la
curiosità, il fascino che le paste fatte in casa e condite con
ragù di capra, i tanti piatti a base di carne di capra e di
capretto, interiora, trippe riscuotono anche presso una fascia
di consumatori giovani nelle case, nelle trattorie, negli
agriturismi. La riscoperta, la valorizzazione, l’invenzione
della tradizione alimentare avvengono in nome di un’identità
storico-culturale, più o meno vera o inventata, talvolta con
motivazioni oppositive a modelli omologanti ed esclusivi e alle
logiche del fast food, con la consapevolezza di difendere
antichi gusti e pratiche alimentari che rischiano di scomparire,
con l’intento di promuovere iniziative produttive, turistiche,
culturali anche a partire dalle tradizioni alimentari.
Il sangue nella festa della Madonna della Montagna ricompare sul
palmo della mano di qualche instancabile suonatore di tamburello
che accompagna i danzatori di tarantella fuori o dentro le
baracche dove vengono consumate le carni o davanti al santuario.
E queste pratiche votive fanno pensare che il sangue degli ovini
che rende rosse le acque dei fiumi partecipi in qualche modo di
una più generale dialettica morte-vita presente nelle società
tradizionali del Mezzogiorno. Il sangue è insieme elemento di
morte e di vita.
Alla scomparsa dell’antica civiltà agro-pastorale, allo
spopolamento dei paesi interni, ai ritorni sempre più rari degli
emigrati o dei loro figli, alla difficoltà di raggiungere il
santuario, al desiderio di arrivare davanti al santuario con l’automobilie,
all’introduzione di nuove abitudini alimentari, al sorgere di
nuove feste e nuovi culti e riti lungo i centri costieri, è da
riportare, probabilmente, il numero più ridotto di pellegrini e
di fedeli, almeno a registrare le valutazioni di chi frequenta
il santuario da decenni.
Nonostante questi mutamenti, la scomparsa di molte tradizioni e
l’affermarsi di nuove, questa festa conserva notevoli elementi
di continuità col passato, e soprattutto forti peculiarità; ha
una sua autenticità e costituisce un nucleo solido dell’identità
culturale delle popolazioni di un vasto territorio. Sono
cambiate le forme della devozione, ma permangono il bisogno di
salute e di rassicurazione, le ansie, le paure, le angosce delle
popolazioni e anche il bisogno di fare festa, di stare e di
mangiare insieme. Polsi sembra affermare un bisogno di
radicamento culturale e territoriale di persone che arrivano dai
non luoghi della tradizione e della modernità. Questo nuovo
sentimento dei luoghi, dell’appartenenza, che passa anche
attraverso un particolare rapporto con il cibo e la fedeltà ad
antiche pratiche alimentari, ha molto da suggerire a chi non
vuole rassegnarsi a una globalizzazione omologante e
distruttrice di saperi e culture locali che sono frutto di
viaggi, incontri, scambi, dialoghi millenari. |