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La notte
che un uomo e i giovani vegliarono sul loro paese
Pioveva,
come pioveva quella notte, Dio mio, San Giorgio martire, patrono
di Cavallerizzo, come urlavano i burroni, quella notte tra il 6
e il 7 marzo di due anni fa. Neppure i grandi e gli anziani
ricordavano una pioggia a tratti fitta e insistente, poi lieve e
penetrante, che durava da giorni e non accennava a “cedere”. E,
certo, l’acqua del cielo metteva paura perché incontrava quella
che sbucava dalla terra, che inghiottiva il cemento, che
penetrava nelle case e che non faceva sperare nulla di buono per
un paese che da anni, da secoli, a quanto pare, rischiava di
franare, di crollare. Non sono una novità, dalle nostre parti,
l’urlo del torrente, lo scroscio improvviso delle acque, il
rumore delle pietre che scendono dalle montagne e trascinano
tutto a valle. Interi paesi sono stati inghiottiti, spostati,
divorati dalla forza delle acque in una terra mobile e
ballerina, che ha reso inquieti, precari, in fuga anche i suoi
abitanti. Il rantolo del drago diventava più forte, quella
notte, e sembrava, forse in un momento di riposo di San Giorgio,
capace di uscire e di divorare quanto incontrava in giro. Non
stavano a dormire le persone, quella notte, e non si erano
adagiate nei giorni precedenti. In molti avevano allarmato le
autorità, chiamato i geologi, i tecnici, la protezione civile.
Le donne interrogavano la montagna, S. Elia, un santo di acqua e
di sole, e le sue nuvole, guardavano verso la piana di Sibari e
lo Jonio, fino all’orizzonte. Non mancava chi aveva avuto strane
sensazioni, giovani e donne che avevano fatto sogni che poi
sarebbero stati interpretati come segni di una morte annunciata.
Qualche giovane e qualche ragazza erano tornati per vedere cosa
stava succedendo, questa volta, al paese. Il tam tam telefonico,
le e mail che attraversavano tutto il mondo non lasciavano
presagire niente di buono. Il bar di Lucio e la sede
parrocchiale, dove don Antonio Fasano, si dava da fare,
telefonava, consigliava, erano i punti di ritrovo dei giovani
che andavano su e giù, parlavano con apprensione, temevano il
peggio, senza, davvero, immaginare che sarebbe accaduto davvero.
Graziano e Patrizio e tanti altri
giovani la sera del sei controllavano l’abbassamento del
terreno, misuravano con gli occhi e con il metro, con il cuore,
poi si erano recati in pizzeria nella vicina S. Giacomo.
Domenico, conosciuto come Burithi.
Burì-u in arberisht, in lingua
albanese, è la talpa, il “suriciorvo”, topo orbo, dei calabresi.
Deve questo soprannome alla sua capacità di scomparire e di
apparire, di avvistare con le sue antenne il pericolo. Aveva
salutato i ragazzi, sistemato i tubi dell’acqua, e si era recato
a casa a riposare attorno alle sei della sera. Sapeva che non
avrebbe chiuso occhio, ma almeno si sarebbe riposato in
previsione della veglia notturna sul paese.
Quando si alzò e uscì, ormai la
frana era sempre più vistosa, il terreno si stava abbassando.
Erano le due o le tre del mattino, andò nella casa dove i due
giovani nipoti e gli amici bevevano il caffè come si fa quando
si veglia ad un ammalato che potrebbe andarsene da un momento
all’altro.
Domenico
Golemme uscì nella strada e urlò: “Il paese crolla”, e i giovani
andarono in direzione della chiesa, cercarono la chiave a
qualcuno, entrarono e cominciarono a suonare le campane.
Domenico, si mise a suonare i citofoni delle porte, a bussare, a
urlare nella notte: “Correte il paese se ne sta andando”.
Correva la talpa, andava più veloce del drago, magari non lo
avrebbe vinto, non lo avrebbe sconfitto, ma avrebbe fatto in
modo che non inghiottisse la gente. Domenico ed i giovani, i
ragazzi e le ragazze, impedirono il trionfo del drago. I
telefoni squillavano, le macchine si riempivano di persone.
Qualcuno fuggiva a piedi, altri con le moto. Non mancano le
leggende ormai su quella nottata. La televisione parlò di
qualcuno che aveva lasciato la casa alle dieci del mattino;
disse che non aveva voluto abbandonare la sua abitazione. In
realtà, l’anziano signore aveva problemi di udito, dormiva solo,
e non si era accorto di quanto succedeva. Carmelina mise su una
macchina la madre anziana e ammalata, che piangeva e avrebbe
rivisto il paese soltanto dalla finestra di una casa di Cerzeto.
Come lei tanti altri: una fuga nella notte, lontano dal luogo
dell’anima, verso l’incerto, con la morte nel cuore. L’anziana
donna, accudita amorevolmente dalla figlia, sarebbe morta nel
suo esilio nel paese, così lontano così vicino da Cerzeto.
San
Giorgio, il lutto e la speranza
Era l’alba
quando le case cominciarono a crollare, a sfarinarsi, a inviare
rumori dolorosi: dal muretto di Cerzeto la gente guardava,
piangeva, si abbracciava. La madre di Patrizia e di Massimo, che
aveva lasciato, con tutta la famiglia, il paese qualche ora
prima della frana e aveva dormito da parenti a Cerzeto, mandava
ogni dieci minuti i figli al muretto e, quando, tornavano
domandava: “E’ crollata?”. Intendeva la loro casa, il sogno di
una vita. Quando li vide muti e con le lacrime agli occhi,
comprese che tutto era finito in una notte e da allora la sua
memoria è rimasta nel paese. Con le case crollate sono finite
anche le case rimaste i piedi, la chiesa, una storia di
cinquecento anni di un piccolo paese fondato dai profughi giunti
dall’Albania, forse in un posto già abitato. E sono crollati
sogni e progetti. Sono crollate, persino, le inimicizie. La
gente si abbracciava, piangeva. San Giorgio aveva ingaggiato per
secoli una lotta aspra contro acque malefiche, contro il drago
che urlava sottoterra, contro coloro che hanno sventrato e
trascurato la montagna e, a volte, fabbricato in maniera poco
riguardosa. Questa volta non aveva potuto impedire, diversamente
da come aveva fatto altre volte in passato, la frana, ma nessuno
era morto. Il paese in qualche modo si era salvato. S. Giorgio
aveva fatto un altro miracolo, per come aveva potuto. I santi
non possono niente, nemmeno loro, quando ci distraiamo, quando
dimentichiamo che i luoghi vanno guardati, tutelati, protetti.
Già, S. Giorgio. “Dov’è la statua del santo?”; “Che fine ha
fatto?”. La gente è salva, ma si sente inquieta, ancora non del
tutto al riparo. I santi sono parte dei luoghi. Don Antonio
chiama un gruppo di giovani, si reca in paese dalla parte di
Mongrassano, dove la strada era rimasta aperta, apre la chiesa,
fa caricare il santo su un furgone, mentre, guarda tu, la
pioggia cessa, esce il sole, il cielo si illumina, e poi arriva
la neve e il mondo ammutolisce. Con l’arrivo della statua del
patrono nella chiesa di Cerzeto, gli abitanti di Cavallerizzo
prendono coraggio, si rincuorano, si rendono, anche, conto che
il vecchio paese, quello dei padri e dei bellissimi tessuti di
seta, delle “gijtonie” e della paura della frana, delle partenze
e dei ritorni, di S. Giorgio e dei grandi fuochi d’artificio,
famosi in tutto il circondario, era morto per sempre e che
tutto, anche un eventuale ritorno, sarebbe stato comunque un
fatto doloroso.
Le immagini
di un paese che “non pare”
Non ero mai
stato a Cavallerizzo – ne avevo sentito parlare anche per quel
suo nome che rinvia a un qualche custode di cavallo e per la
leggenda che lo vuole fondato sposato da un contadino che si
sottrae, per la sua mata, alle grinfie del feudatario – ma le
immagini della mattina del 7 marzo 2005, trasmesse da tutte le
televisioni nazionali e locali, lo fecero entrare subito nei
miei pensieri e nel mio cuore. Per sempre. Cavallerizzo divenne
subito un altro dei miei paesi calabresi, di quelli che ho amato
e riguardato e che, con i miei scritti, a quanto pare poco
efficaci, ho cercato di custodire, cambiare, rinnovare. Luigi
Celebre e Davide Scotta arrivarono da Cosenza a Cavallerizzo,
con le loro telecamere e macchine fotografiche, mentre nevicava
e la gente viveva la fine di un mondo. Da allora, con loro e con
altri amici, colleghi, collaboratori (Guerino, Antonello,
Fulvio), ho seguito le vicende di quelle persone, dignitose
anche nella sofferenza, nell’esodo, nel modo di chiedere e di
ricevere. Abbiamo filmato e registrato, ascoltato e parlato,
osservando, con discrezione, i loro spostamenti, il loro
spaesamento, le loro fatiche per “riorganizzare” la presenza ed
elaborare il lutto, i loro sogni perduti e le nuove speranze,
nonostante tutto.
Immagini di
un’altra Calabria
Mi viene da
pensare, mentre scrivo, che le immagini (efficaci e simboliche)
di un’altra Calabria non possono essere esclusiva di quanti si
autoproclamano, con enfasi, i “veri e onesti calabresi” o
vengono offerti come “volti freschi e nuove”. Tutte le immagini
sono parziali, ognuno si sceglie le immagini che gli pare, ma
non può pensare di imporle agli altri, non può immaginarle
rappresentative del mondo. Il “paese che mi pare” ho chiamato un
mio saggio nel volume “Le strade di casa” (1983), dove Salvatore
Piermarini ed io (con parole e immagini, interne ed esterne)
raccontavamo un paese sfrangiato, dilatato, uscito fuori di sé,
scrivevamo che ognuno ha il paese che gli pare, gli appare,
immagina, sogna, inventa, rimorde. ritorna e che comunque le
“strade di casa”, pure smarrite e abbandonate, restano sempre
nella memoria, come punto di riferimento e come orientamento
nelle mille vie del mondo che ci troviamo ad attraversare.
Dovessi scegliere, oggi, un’ immagine (certo una delle tante
possibili) di una Calabria vera e profonda, scarna e silenziosa,
antica è postmoderna, poco retorica e per nulla pretenziosa,
punterei senz’altro su quella dei giovani di Cavallerizzo che
hanno vegliato perché il loro paese non morisse, che hanno
suonato le campane perché la gente si mettesse in salvo e, che
all’interno del Comitato per Cavallerizzo, con gli altri
abitanti, nel pieno del dolore e del lutto, hanno accompagnato i
grandi a portare le loro cose nelle case abbandonate, hanno
detto che bisognava fare qualcosa, il paese non poteva morire.
Le parole d’ordine sono state: “Salviamo Cavallerizzo”, “Non ci
disperdiamo”, “Restiamo uniti”.
“Non ci
disperdiamo”, “restiamo uniti”
Sono andati
a vedere altri casi di abbandono e di ricostruzione e hanno
detto: “Se proprio dobbiamo andare via, vogliamo farlo in una
zona vicina”; “Vogliamo una comunità unita”. “Vogliamo stare in
montagna”, hanno ripetuto agli altri e a se stessi. Graziano,
che studia ingegneria a Cosenza, mi ha detto: “Lo so che un
giorno me ne andrò, voglio fare esperienze altrove, ma adesso
voglio ricostruire il paese”. Anche gli emigrati, quelli che
avevano abbandonato il paese, dove magari non sarebbero più
tornati, hanno cominciato a dire che il paese non andava
spostato. Sono rimasti “fermi” al paese lasciato, pensando, con
tante ragioni, che non ha molto senso tornare in un posto che
non è mai stato loro. Ma nessuno può mai tornare al punto di
partenza, nemmeno chi è rimasto fermo.
Sceglierei
come immagine di un’altra Calabria questi volti di calabresi
antichi e uguali a quelli dei giovani di ogni parte del mondo,
viaggiatori e legati al paese – normali, ma anche eccezionali –
che, nella terra dei proclami e delle autoaffermazioni, hanno
dato un esempio di una ricostruzione dal basso, di una
partecipazione attiva e non lamentosa alle scelte che li
riguarda. Intendiamoci, non sono mancati i contrasti, le
difficoltà, anche le tensioni. Ci sono stati punti di vista
diversi e anche discussioni accese. Non si abbandona un paese in
maniera indolore e non si sceglie facilmente il luogo dove
costruirlo. Non sempre si è tutti d’accordo. Non è facile
accettare la “delocalizzazione”, anche se il paese, come tutti i
paesi calabresi, si era “deterrioterializzato” da decenni. Non è
stato tutto pacifico: si sono rafforzate amicizie, ma qualche
rapporto si è attenuato. Ci sono state tensioni con
l’amministrazione (si veda quanti scrive Giuseppe Giunta),
disagi e dispersioni, ma nell’esilio forzato si è creata una
nuova voglia di esserci.
Due anni
senza un paese o un paese senza due anni?
La riorganizzazione della presenza
“Due anni
senza un paese” sono un tempo lungo, interminabile. La vita -
soprattutto quelle delle comunità - non tollera chiusure,
parentesi. Il rischio è quella della dispersione, della
rassegnazione, del disorientamento, della fine del mondo, della
possibilità che ognuno penda una propria strada e che niente
potrà essere più ricomposto. Più che di “due anni senza un
paese”, parlerei, però, di “un paese senza due anni”. Nel senso
che la comunità di Cavallerizzo, non più luogo geografico e
antropologico, senza le case la piazza la chiesa dei padri e dei
santi, ha continuato a vivere, a ritrovarsi, a cercarsi. Pure
con le famiglie disperse in paesi diversi, in luoghi vicini e
lontani, che non sono più la “gjitonia”, in mezzo a disagi e a
melanconia, senza lo svolgersi delle relazioni sociali,
economiche e culturali, Cavallerizzo non si è dissolta, anzi si
è rinnovata, ha ripensato il proprio destino, ha elaborato un
diverso senso dell’appartenenza, ha partecipato alla scelta del
nuovo sito, si è interrogata sul proprio passato, anche su
qualche errore e ingenuità. L’ elaborazione del lutto e la messa
in atto di strategie rituali di presenza sono state pratiche
quotidiane e rituali. Le processioni di S. Giorgio che si sono
svolte, due anni fa a Cerzeto e l’anno scorso a S. Giacomo,
hanno affermato un bisogno di riconoscimento e di presenza anche
fuori dall’universo familiare. Dai due paesi la statua del santo
ha “guardato” il vecchio abitato, tra le lacrime e le commozioni
di chi ha continuato a volere comunque una festa. E’ stato un
modo di riconsegnare al santo il futuro del paese. L’anno
scorso, mentre usciva la processione del santo a S. Giacomo,
qualcuno è tornato a suonare le campane a festa nella chiesa del
santo, ha voluto ribadire che il paese lasciato non è un paese
perduto per sempre, che perturba e rimorde. I fuochi d’artificio
hanno svegliato le colline e le montagne, come ad affermare una
fedeltà a quei luoghi, anche se in un sito diverso. Alcune donne
sono tornate a pregare nel vecchio abitato: sono coloro che non
vogliono lasciare il paese, coloro che si sentono inseparabili
da quel luogo. Ma non si pensi a strategie simboliche, il paese
ha vissuto a livello concreto e pratico, individuale e
collettivo. I giovani hanno continuato a studiare, Lucio ha
riaperto il suo bar a S. Giacomo, l’ing. Giunta è tornato tutti
i fine settimana per le riunioni del Comitato, don Antonio
Fasano ha continuato a celebrare e a promuovere incontri e
iniziative, Oreste Parise, che ha scritto, prima e dopo della
frana, articoli di stimolo e di incoraggiamento, ha riempito il
suo sito ed è sempre tornato nei luoghi d’origine. Sono nati
altri siti ed è sorprendente che una comunità di trecento
persone si sia dislocata in tutto il mondo. Ci sono state
opinioni diverse, anche qualche polemica sulle modalità e sul
sito della ricostruzione. Sentimenti ed emozioni, modi diversi
di vivere il proprio legame col paese, hanno mantenuto in vita
un’idea di comunità.
Sono
rimasto colpito dagli incontri del Comitato, che diventavano
occasione per affrontare, insieme, problemi e scadenze, ma anche
per non disperdersi, per restare in contatto. Sono stato
impressionato dai mille viaggi, dalle mille relazioni, dal
lavoro svolto per individuazione case e proprietari, per
suggerire forme della ricostruzione. Un lavoro di schedatura di
luoghi, di segnalare problemi, con la capacità di dialogare con
Comune, Regione, Protezione Civile, con pacatezza e con
competenza.
La cultura
del fare vince sulla retorica delle lamentele e delle
rivendicazioni.
Come essere protagonisti del proprio destino
Una cultura
del fare ha prevalso sulle retoriche delle lamentele, la
pazienza sull’irritazione, la mediazione sulle richiesta
dell’impossibile e alla fine (grazie anche alla Chiesa e a
responsabili che questa volta non sono stati sordi) la
ricostruzione sta per iniziare, è già avviata. Certo tutto si
poteva e si potrebbe fare meglio, ma se pensiamo ai casermoni
costruiti in altri luoghi, a lentezze infinite, a ritardi
inauditi, quanto qui sta avvenendo sembra qualcosa di
miracoloso, di eccezionale in questa Calabria approssimativa e
sempre incompiuta.
Ci saranno momenti difficili, bisognerà tallonare chi deve
ricostruire, vigilare, accelerare. Tutto questo è presente nei
discorsi della gente. Bisognerà chiarire qualche incomprensione,
sperare che tutti accettino di tornare nel nuovo sito, tenere
conto di chi non ha condiviso le soluzioni operate, riallacciare
i rapporti con tutti gli emigrati. E tutto ciò non basterà. Due
anni dopo la terribile notte, gli abitanti di Cavallerizzo
faranno una fiaccolata di ricordo, di dolore, di lutto e di
speranza. Poi si ritroveranno per riflettere sul futuro del
paese. Il migliore modo di custodirlo, il paese, è quello di
reinventarlo. E allora bisognerà pensare anche a cosa fare di
quelle case abbandonate, di quelle viuzze, dove qualcuno torna e
diventa triste vedendole sporche.
Che sarà del vecchio abitato? Non è una domanda oziosa. Ho visto
abitati abbandonati di recente già ridotti a macerie, a ruderi,
invasi da bestie selvatiche, avvolti da rovi. Ho ascoltato le
voci dolenti delle persone che tornano nei paesi abbandonati di
recente a visitare la vecchia casa. Negli ultimi anni, ho
assistito a fenomeni di “ritorno” nei paesi abbandonati in
occasione di feste, che diventano giornate della memoria. Ho
osservato ritorni a Roghudi e ad Africo, a Cerenzia vecchia, a
Nicastrello (nel Vibonese), a Precacore, la vecchia Samo, a
Brancaleone superiore dove c’è ancora il cimitero. I luoghi
abbandonati non muoiono, chiamano sempre, inquietano e attirano,
fanno parte della nostra controversa identità, della nostra
memoria. Non è difficile immaginare che gli abitanti di
Cavallerizzo torneranno, quando sarà possibile, nella case e
nelle strade ancora integre, il giorno della festa o il giorno
dei defunti. Torneranno, d’estate, gli emigrati in
pellegrinaggio e i giovani andranno a fare qualche visita o
picnic come ho visto fare in tanti posti. Qualcuno pensa a
strategie della memoria, al recupero di qualche casa o della
chiesa, o a spazi per organizzare feste e spettacoli d’estate.
Ci sono mille idee, mille sogni. Occorre riflettere, parlare,
valutare
Ma bisogna porsi le ragioni di un futuro che coincidono con le
ragioni di un futuro della montagna, delle zone interne, dei
paesi. Il problema è politico e c’è bisogno di un piano di
rinascita che non può non essere inserito in una nuova idea
della Calabria, in un diverso “ritorno al paese”.
Una nuova
antropologia dei paesi calabresi
I paesi
presepe sono finiti per sempre, da tempo. Occorre conoscere la
loro storia e mettere da parte i rimpianti. I paesi sono
cambiati, si sono sfrangiati, dilatati, aperti. Ma i paesi non
si sono dissolti, resistono ancora, inventano altre forme di
appartenenza. L’immagine dei “non luoghi” di Marc Augé è bella e
suggestiva, ma non può essere adoperata per descrivere i paesi
della Calabria. Non possono essere definiti “non luoghi”
anonimi, senza relazioni, frettolosi (come aeroporti,
supermercati e spazi metropolitani), le “vie” dove tutti si
conoscono, dove ognuno è noti anche per i propri genitori, per
la propria storia passata, dove nascono nuove feste e nuovi
riti, nuovi linguaggi e nuove forme di aggregazione. Nonostante
le devastazioni, i paesi restano luoghi di socialità e di
legami, di fuga e di ritorno, di relazioni forti tra rimasti e
partiti. Se mai, come ho scritto altrove, si può parlare di “non
più luoghi” o di “non ancora luoghi” per segnalare un nuovo
bisogno di presenza per decenni mortificata, rimossa. La
Calabria resta una terra di paesi, mutati, nuovi, aperti, ma
sempre paesi. Anche le città sono, in parte, dei grandi paesi.
Piene di novità, come i piccoli centri dove sono arrivati gli
immigrati e da dove i giovani non vorrebbero più partire.
C’è bisogno di una nuova antropologia dei paesi, che non ammette
rimpianti e scorciatoie, che non prevede retoriche e luoghi
comuni. Bisogna inventare economie dal basso, riorganizzare
memorie e progettare il futuro. La lavorazione della seta,
dell’artigianato, del legname, i prodotti della terra, l’acqua,
le bellezze paesaggistiche non possono rappresentare una
risorsa? Non si potrebbe costruire qui una “Casa della memoria”,
un “Centro Studi” delle identità plurali e mobile dell’Arberia,
o un luogo da dove osservare e monitorare le frane, da dove
controllare le frane, prevenire i disastri?
Si pensi, davvero, all’immenso patrimonio archeologico, sommerso
sotto le acque del mare, ma soprattutto ai tesori dell’interno
(paesaggi, chiesette, ruderi, monumenti), alle risorse umane,
alle persone, alle donne, ai giovani di Cavallerizzo, ma anche a
quelli di Cleto e di Badolato, di Nardodipace e di Gallicianò,
di Torre di Ruggiero e di Monasterace. Non entro in merito
(adesso) all’operazione immagine affidata a Toscani, ma se il
messaggio (al di là dei risultati e delle retoriche
pubblicitarie) è che si deve investire sui giovani, ebbene, come
dice Mimmo Cersosimo, si vada avanti in maniera coerente, si sia
conseguenti. Si punti su giovani calabresi come quelli di
Cavallerizzo che hanno mostrato di saper fare qualcosa. Non c’è
bisogno di sforzi straordinari. I nuovi fondi europei per la
Calabria sono sufficienti. Si presentino progetti adeguati, di
grande respiro, non angusti, fantasiosi. Il Presidente della
Giunta Regionale Agazio Loiero realizzi, per le zone interne,
quello che ha scritto nel programma votato da tanti calabresi.
Lo faccia con chi crede, con chi vuole, ma con convinzione e
senza indugiare.
Fabbrichiamo immagini, costruendo, realizzando, operando,
inventando, davvero. Esportiamole le immagini: quelle prese in
prestito, copiate, a pagamento durano poco tempo come i soldi,
per l’appunto, avuti in prestito. La Calabria dell’interno non
può più aspettare. L’interno diventi anche una metafora di
interiorità, di ricerca di senso, di nuova concezione sacrale
del territorio. La Calabria ha bisogno di nuove “vie di canti”,
di collegamenti tra terra e mare, di fiumare pulite, di reti
museali, di meno cemento e di risanamento, di lavoro produttivo
e non assistito. Cavallerizzo non si deve più ripetere e le
nuove Cavallerizzo debbono nascere (le Cleto non debbono morire)
non per sonnecchiare o per languire, ma per disegnare una nuova
mappa di luoghi e di valori, per costruire una nuova identità,
aperta e capace di parlare al mondo, e per affermare, anche con
gesti concreti e simbolici (come può diventare la costruzione di
una “nuova comunità”) un nuovo patto tra i calabresi e la loro
terra.
Parliamo di fantasmi. Di quelli morti. Ché quelli
viventi sono più inquietanti e pericolosi. Si mimetizzano, si
trasformano, fanno davvero male. Ai luoghi e alle persone.
Una calda sera di agosto dell’anno scorso. S. Giorgio Morgeto,
grosso centro interno della Piana, in provincia di Reggio
Calabria. Un’ anziana signora, che abita nella zona alta del
paese, in prossimità, dei ruderi imponenti del castello
normanno-aragonese, non riesce a prendere sonno. Si siede sul
davanzale di un piccolo balconcino e si mette a leggere. E’
passata da poco la mezzanotte, il silenzio notturno viene
squarciato da urla spaventose che sembrano provenire dal
castello. Al primo urlo agghiacciante, la donna resta stupita ed
incredula. Pensa a qualche cane, entra in agitazione e in
tensione. Qualche minuto dopo l’urlo, più forte e più lungo dei
precedenti, si ripete. La donna si chiede se abbia sentito
davvero quegli urli strazianti o non abbia sognato. Si dà, come
si suole in questi casi, dei pizzicotti, ma è in preda allo
spavento. Si concentra, cerca di ascoltare bene. Un urlo
straziante si ripete per ben sei volte. Non sembra quello di un
animale, ma di una persona devastata dal dolore. Morta di paura,
la donna si chiude in casa. Era un venerdì.
***
Il giorno dopo la donna non parla con nessuno, ha
paura di essere presa per pazza. Tutto sembra trascorrere
normalmente, nessuno denuncia stranezze o episodi violenti
avvenuti nella zona. La notte successiva si mette ad ascoltare
con attenzione: non accadde nulla di strano. Si convince che gli
urli altro non erano che il frutto della propria immaginazione.
Qualche sera dopo, però, precisamente un martedì, dopo la
mezzanotte, il triste ed agghiacciante grido si ripete. Questa
volta la signora è certa di aver udito bene: qualcuno
all’interno dei ruderi del castello ha lanciato quel grido. Le
notti diventano cariche di paura. Ed è a questo punto che la
donna telefona alla redazione locale de “Il Quotidiano” per
raccontare la strana vicenda.
Michele Albanese, bravo e attento giornalista del luogo, certo
non in cerca dei scoop, dà voce alle paure della signora. Ne
scrive, in maniera problematica, sul giornale e comincia così
una sorta di caccia al fantasma.
***
A S. Giorgio e nella regione sono in molti a
chiedersi chi sia il fantasma inquieto, da dove arrivino quegli
urli, in giornate critiche (secondo le credenze popolari) come
il martedì e il venerdì. Il paese, come avviene in questi casi,
si divide tra chi è scettico, non crede, sorride e chi invece
pensa che non si sa mia, che la signora ha ragione.
I non scettici fanno riferimento a memorie del passato,
rievocano storie di periodi precedenti. Il racconto della donna
alimenta i ricordi di altri abitanti del paese. Una donna di 85
anni racconta di come tanti anni fa, all’inizio degli anni
trenta, quando aveva poco più di dieci anni, i suoi fratelli
non volevano portare le pecore al pascolo in montagna poiché al
ritorno, in tarda serata, spesso udivano strani rumori provenire
dall’interno della fortezza. Un uomo di 77 anni afferma di avere
sentito, di notte mentre tornavo a casa dalla campagna, anche
lui tanti anni fa quelle urla e di non averne parlato con
nessuno per paura. Molti si mettono ad aspettare il fantasma, si
recano in prossimità del castello. Vi giungono forestieri e
turisti, curiosi e scettici in cerca di novità, di colore, di
stranezze.
Viene, lentamente, riorganizzata una sorta di memoria locale del
fantasma, affiorano storie e leggende del passato, si inventano
nuove tradizioni. Un anziano del posto racconta ai giornalisti
di un giovane del luogo, che si ribella al “ius primae noctis”,
si veste da donna e si è presentato al posto della moglie
davanti al feudatario. Non appena questi appare lo uccide con un
pugnale.
Qualcuno guarda a fonti e testimonianze più lontane nel tempo.
Segnala una tradizione erudita cinque-seicentesca che si era
occupata dei miti di fondazione delle comunità calabresi.
Le urla, le apparizioni, le ombre risalirebbero alla notte dei
tempi, alla fondazione di Morgete o Morgezia ad opera di Morgete
figlio del re Italo. Costui, secondo quanto scrive Giovanni
Fiore da Cropani ne “La Calabria Illustrata” (I tomo, 1691: l’
opera integrale, in tre tomi, e stata pubblicata presso
Rubbettino a cura di Ulderico Nisticò), prima di salire al trono
avrebbe gettato le fondamenta del castello, dandogli il proprio
nome. I primi abitatori, dopo la morte di Morgete, «per iddio lo
adorarono, riportandone in premio gli oracoli, non in risposte,
ma in visaggi, co’ quali si ombreggiava ciò, che di sapersi si
desiderava. Apparivano quelle ombre, o visioni su la sua
sepoltura, nella parte più alta dell’abitazione di notte tempo,
dichiarandono con vivezza i successi delle cose addimandate».
Le donne del paese si vantavano (ancora nel Seicento) di vedere,
a mezzanotte, le figliuole di Giove, conosciute come le iovisse.
Questa credenza, scrive il Fiore, dura fino a quando non si
diffonde la fede cristiana che cancella ogni «costumanza
idolatra». Proprio in quel luogo, i monaci basiliani infatti
costruiscono un monastero che dedicano a San Giorgio, uccisore
del drago, al quale trasferiscono «la devozione del menzognero
Morgete».
Di recente è stato rinvenuto in una biblioteca privata del paese
(dal sindaco Nicola Gargano) un sonetto (di cui si era a
conoscenza, ma era dato per disperso) “La notte Morgezia”
(pubblicato a Napoli del 1842) del canonico Nicolino Amendolia,
in cui il prete racconta, con un sentimento di angoscia e di
terrore (secondo un canone ottocentesco), l’incontro fatto al
castello con il re guerriero Morgete. E’ un componimento in cui
orrore e pietas convivono, alimentando il mito dell’eroe
fondatore, usato politicamente per rendere omaggio ai Borboni.
In seguito lo storico locale Domenico Cangemi autore di una
“Monografia di San Giorgio Morgeto” (1886), si sofferma su
questa tradizione che, nel tempo, diventa motivo identitario
della comunità. Il richiamo ad origini mitiche e ad eroi
fondatori è stato funzionale alla costruzione di un senso di
appartenenza di famiglie borghesi e professioniste del luogo,
che mal sopportavano la marginalità in cui venivano cacciate
dalle logiche economiche, culturali, burocratiche del nuovo
stato unitario. Sull’ “uso del classico” Salvatore Settis ha
fatto considerazioni interessanti. La fuga nella classicità,
come scriveva Alvaro, aveva contorni retorici e non si rendeva
conto delle grandi trasformazioni in atto o del fatto che
braccianti e contadini fuggivano all’estero. D’altra parte l’
“uso della classicità” rispondeva a una chira strategia
identitaria per ceti sociali in ascesa. Bisognerebbe discutere a
lungo.
***
Il castello, come attestano recenti ricognizioni
archeologico, quasi certamente è stato costruito (magari su un
precedente kastron) ad opera dei normanni e successivamente
riadattato dagli aragonesi e dagli spagnoli. La tradizione di
una sua fondazione più antica, in un’area peraltro popolata fin
da epoca protostorica, risponde a quel bisogno di nobilitazione
dei luoghi e di mito delle origini, che caratterizza, per
l’appunto, le élite in epoca moderna.
Un’altra leggenda, ricordata nei giorni di ritorno del fantasma,
riporta al periodo medievale,quando il castello sarebbe stato
calpestato dal demonio che, dopo aver lasciato la sua impronta,
la «pedata d’u diavulu», in cima alla fortezza, sarebbe balzato
con un salto nella parte bassa del paese lasciando dietro di se
un’immensa oscurità. Da allora la fortezza feudale di San
Giorgio è andata in rovina lasciando come testimonianza
solamente ruderi del passato. Non si dimentichi, peraltro, che
S. Giorgio Martire, uccisore del Drago, eredita anche tratti
culturali di epoche precedenti. Anche S. Giorgio, salvando la
fanciulla dal drago divoratore, appare nel folklore e nelle
leggende calabresi come eroe fondatori di luoghi e di paesi.
***
Affiorano memorie e tradizioni orali, si
sovrappongono schegge di culture sedimentate nei secoli, si
manifestano immagini e visioni che si trovano in molte altre
parti della Calabria. Ad esempio quella del tunnel sotterraneo
che collegherebbe il castello con le rovine dell’antica città di
Altano in località Sant’Eusebio. Qualcuno ricorda la maledizione
che un domenicano avrebbe lanciato su San Giorgio Morgeto il
giorno in cui venne allontanato dal paese. C’è chi parla anche
di un frate ammazzato dalla marchesa Belinda nel XVI secolo per
fare da custode ad un tesoro sepolto in una tomba sotterranea.
Il motivo della maledizione e quella del tesoro nascosto, grazie
al sacrificio di un essere umano o di un animale, sono presenti
in tutta la regione. Una maledizione inviata da qualche divinità
è spesso all’origine dell’abbandono dei luoghi, di terribili
terremoti, della distruzione di abitati.
Da ricordare ancora la credenza (diffusa in varie parti della
regione) della chioccia dalle uova d’oro, ai piedi della
fortezza e mai ritrovata. Secondo, la leggenda della «Mala
Pineta» all’interno della pineta sottostante la fortezza, si
celerebbe una misteriosa donna la cui visione in passato causava
perdita dei sensi e amnesia. Il termine pineta si confonde, in
questa circostanza, con «proneta» o «pianeta», una
personificazione folklorica della morte che dimora nell’acqua e
che assumendo sembianze di strega o di giovinetta, attira i vivi
nel mondo dei morti.
In molti paesi calabresi sono state raccolte testimonianze di
persone che narrano dell’apparizione di questa figura
fantastica.
L’esistenza di un fantasma, che parla di un morto di mala morte,
che non trova pace ed urla, (che è tornata viva questa estate)
si colloca in un più vasto paesaggio naturale e culturale
all’interno del quale sono presenti luoghi pericolosi per
l’apparizione dei defunti). A San Giorgio Morgeto, scriveva
Raffaele Lombardi Satriani nelle “Credenze popolari calabresi”
(1951), «si crede che gli spiriti frequentino quelle case su cui
gravita un legato o un censo non soddisfatto». Ricordano Luigi
M. Lombradi Satriani e Mariano Meligrana nel bellissimo Il
Ponte di San Giacomo (1982): «Siamo nell’ambito di influenza
del diritto del morto e l’apparizione degli spiriti sembra
costituire ammonimento e sanzione per l’inosservanza di un
obbligo».
La storia degli urli strazianti del fantasma passa di bocca in
bocca, di casa in casa, si diffonde sui giornali e sulle
emittenti locali. Tanti curiosi si recano a S. Giorgio per
scoprire cosa si nasconda dietro al mistero del grido lacerante.
I tuoni e fulmini dei temporali estivi che accolgono i
visitatori rendono ancora più inquietante la vicenda.
Nel frattempo continua la caccia per scoprire l’ultima testimone
dell’evento, che non rivela la propria identità. Si pensa a una
emigrata tornata da Milano.
***
L’evento potrebbe essere liquidato come il
ritorno ad antiche credenze, come il portato residuale di storie
e leggende del passato. Ed indubbiamente la memoria comunitaria
gioca un ruolo decisivo. Quanto accade a S. Giorgio Morgeto,
tuttavia, racconta vicende più generali e anche più recenti. Non
mi soffermo sulla letteratura (soprattutto inglese, ma non solo)
e sul folklore relativi ai fantasmi e nemmeno sui morti viventi,
i revenents, i vampiri, i morti non morti (sono “figure” con
somiglianze, ma anche diverse, come ho avuto modo di scrivere
nel mio La melanconia del vampiro, manifestolibri, 1994,
n. ed. 2007).
Ricordo soltanto che il tema della donna (o anche dell’uomo) che
torna per amore è presente già nell’antichità, ma è nel corso
dell’Ottocento che si afferma e si diffonde in letteratura il
motivo della «morta innamorata», della donna vampiro che torna
da morta per prendersi quanto le è stato negato in vita. E’ un
motivo che ricorre nel cinema dei nostri giorni e nelle tante
leggende metropolitane. Tutti i luoghi, tutti i paesi, tutte le
città conoscono storie di fantasmi, di defunti che non trovano
pace, di morti che vogliono tornare. Rovine, resti di case
abbandonate, chiese sconsacrate, dirupi, acque malefiche, grotte
sono luoghi in cui si aggirano “fantasmi” o anche “defunti”
(“spiriti”) che potrebbero tornare in maniera pericolosa. Questo
folklore locale, che comunque presenta somiglianze con
tradizioni relative ai revenants (cito Carlo Ginzburg e Tonino
Ceravolo) di una vasta area euromediterranea (e non solo) è
stato arricchito, integrato, reinventato grazie a un
neo-folklore di ambiente metropolitano e postmoderno.
La geografia dei luoghi abitati da fantasmi a livello mondiale è
davvero vasta. Libri, cinema, fumetti, siti web fanno un
interminabile elenco di dame di corte, di cavalieri ed
armigieri, di monaci e figure religiose, di autostoppisti
fantasmi. Film come il celebre Ghost di J. Zucker, dove
convergono motivi del folklore di varie parti del mondo,
credenze arcaiche, paure e angosce dell’uomo del passato e di
oggi, nuove leggende metropolitane, ricordano una nostalgia
della morte, che significa radicale e insopprimibile nostalgia
della vita. Il folklore di tutte le aree della Calabria è ricco
di credenze che parlano del ritorno dei defunti tra vivi,
secondo modalità rituali e in tempi e in luoghi canonici.
Fantasmi e defunti che urlano e ritornano a volte come vampiri
inquietanti ci ricordano che non possiamo non fare i conti con
la morte. La nostra società che tenta, in mille modi, di
rimuovere, occultare, rendere invisibile la morte, vede tornare
e nascere al suo interno credenze, angosce, paure che ci parlano
di una sua ineliminabilità. I defunti tornano tra noi e a volte
come vampiri inquietanti.
***
Michele Albanese, mi ha detto che anche
quest’anno voci lancinanti e straordinarie sarebbero state
ascoltate almeno tre o quattro volte. Il giornalista ha deciso
di non insistere sulla notizia per evitare che tutto venga
ridotto a colore e a folklorismo deteriore. S. Giorgio Morgeto
ha tante storie, bellezze, risorse per essere ridotto a luogo di
morbosità ad opera di turisti distratti. Non a caso
l’Amministrazione comunale ha in mente una convegno di studi che
affronti il problema delle memorie e delle culture locali senza
retoriche e senza alcuna concessione all’esotico. Intanto leggo
dai giornali che Antonio Panzarella ha allestito uno spettacolo
teatrale da rappresentare tra i ruderi del Castello e Cesare
Pitto ha scritto un testo per l’occasione.
Ogni intervento culturale, quando fatto con dignità e con
passione, può servire a creare presa di coscienza, può aiutare a
conoscere una tradizione che va decifrata nei suoi molteplici
messaggi, non va mummificata o restaurata, ma deve essere,
eventualmente, declinata al futuro. La tradizione non è data una
volta per sempre, viene costantemente reinventata. Bisognerebbe
essere capaci anche di inventare nuove tradizioni, nuove culture
capaci di creare socialità, “economie”, dialoghi.
Mettiamo da parte inautentiche nostalgie, interroghiamo il
passato, “comprendiamolo” e creiamo nuove soggettività. Ma
abbandoniamo il concetto di cultura come sapere libresco,
apriamoci all’idea di cultura antropologica, anche come
narrazione e come fatto estetico. E pensiamo (diversamente da
quanto fanno tanti culturologi) che cultura è anche
“elaborazione”, produzione, capacità di trasformare il mondo.
Non da sola certo.
***
Le rovine, come scrivo in molti miei lavori,
diventano luoghi del “rimorso”, perturbano, attirano, continuano
a parlare. Non cito una sterminata letteratura sulle rovine (da
Chateubriand a Du Camp, da Baudelaire a Simmel, da Benjamin ad
Augé) che ha segnato la tradizione culturale dell’Occidente. La
rovina ha alimentato il pensiero e la produzione di scrittori,
poeti, archeologi, filosofi, artisti, urbanisti. Negli ultimi
tempi le rovine (parchi archeologici, anfiteatro, castelli) sono
diventati luoghi vivi grazie a manifestazioni musicali,
teatrali, letterarie e ad installazioni artistiche. Anche in
Calabria, per fortuna, dove però la cautela è d’obbligo. Dalle
nostre parti abbiamo devastato paesaggi, cancellato il bello,
sepolto reperti archeologici, e, qualche volta, anche coloro che
dovrebbero presiedere alla tutela, valorizzazione, al “riuso”
(anche in chiave estetica) della rovina non hanno brillato per
attenzione e per rispetto del rudere. Per rendere vivi e
dinamici i parchi e le rovine, forse, bisognerebbe cercare di
non rimuoverli, di non danneggiarli, di proteggerli da
devastatori e da ruspe.
Non è di questo che adesso voglio parlare. Intendo segnalare il
“senso popolare” e a “percezione locale” delle rovine, dei
ruderi, dei luoghi abbandonati che è stato argomento poco
frequentato. Le tante feste religiose e i tanti nuovi
pellegrinaggi, miscela colorata di elementi tradizionali e
postmoderni, che si svolgono tra le rovine dei paesi abbandonati
della regione (Africo, Roghudi, Cerenzia, Precacore-Samo,
Nicastrello ecc. su cui mi sono soffermato ne “Il senso dei
luoghi”, Donzelli 2004 e in altri scritti) parlano del bisogno
delle popolazioni di riconoscere i luoghi, di stabilire un
rapporto con gli antenati e con il proprio passato, di affermare
un desiderio di presenza e di centralità nei luoghi recuperati
alla memoria.
Il paese abbandonato costituisce rimorso e senso di colpa degli
abitanti dei nuovi paesi doppi, delle persone originarie del
luogo e disperse nel mondo. Il paese morto come prefigurazione
di rischio e possibilità della fine dei nuovi paesi. Il paese
morto come memoria che assilla, opprime, interroga il nuovo
paese.
I paesi morti sono una sorta di memento mori, sono
testimonianza della caducità. Sono lo specchio delle dispersioni
e degli abbandoni di oggi. Sono un mitico rimpianto. Sono ciò
che saremo. Sono i fantasmi da cui non ci si libera, da cui non
ci si vuole liberare.
Forse i fantasmi di S. Giorgio Morgeto urlano con inquietudine e
disperazione, incerti tra la nostalgia della vita e la paura di
tornare in un mondo popolato da fantasmi più inquietanti di
loro. Sono lacerati tra desiderio del ritorno e paura di non
riconoscere luoghi devastati che faticano a mandare segnali di
vita.
Forse hanno pensato che tornando avrebbero la peggio a contatto
con tante “anime morte”, con tanti morti viventi che si aggirano
nelle nostre contrade. Hanno pensato che tornare e ritrovare i
“fantasmi” della politica (ma c’è una buona rappresentanza in
tutta la cosiddetta società civile) - che non muoiono e non
scompaiono mai, eterni famelici vampiri - non vale proprio la
pena e mandano forte il loro grido di disperazione.
Morti per morti, se ne stanno là dove sono, urlando, forse, ai
rimasti di alimentare, fin che possono, la vita.
Forse i fantasmi, più dei viventi, suggeriscono che è bene
guardare avanti, riconsiderare e riguardare oggi i luoghi e le
persone, anziché rimpiangere un passato e una tradizione che,
anche quando hanno avuto una loro nobiltà e grandezza, non
possono essere restaurate.
Mi piace immaginare (ma non ho alcuna prova) che l’urlo dei
fantasmi sia un urlo di dolore per quanto di brutto sta
avvenendo nella nostra terra. I tanti re Morgete fondatori di
luoghi vorrebbero forse allontanare, in maniera disperata,
quanti oggi cancellano memorie, devastano luoghi e culture,
alimentano una cultura della morte e negano il futuro alle nuove
generazioni. |