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Fantasmi & fantasmi
Cavallerizzo tra memoria e futuro
di Vito Teti


La notte che un uomo e i giovani vegliarono sul loro paese

Pioveva, come pioveva quella notte, Dio mio, San Giorgio martire, patrono di Cavallerizzo, come urlavano i burroni, quella notte tra il 6 e il 7 marzo di due anni fa. Neppure i grandi e gli anziani ricordavano una pioggia a tratti fitta e insistente, poi lieve e penetrante, che durava da giorni e non accennava a “cedere”. E, certo, l’acqua del cielo metteva paura perché incontrava quella che sbucava dalla terra, che inghiottiva il cemento, che penetrava nelle case e che non faceva sperare nulla di buono per un paese che da anni, da secoli, a quanto pare, rischiava di franare, di crollare. Non sono una novità, dalle nostre parti, l’urlo del torrente, lo scroscio improvviso delle acque, il rumore delle pietre che scendono dalle montagne e trascinano tutto a valle. Interi paesi sono stati inghiottiti, spostati, divorati dalla forza delle acque in una terra mobile e ballerina, che ha reso inquieti, precari, in fuga anche i suoi abitanti. Il rantolo del drago diventava più forte, quella notte, e sembrava, forse in un momento di riposo di San Giorgio, capace di uscire e di divorare quanto incontrava in giro. Non stavano a dormire le persone, quella notte, e non si erano adagiate nei giorni precedenti. In molti avevano allarmato le autorità, chiamato i geologi, i tecnici, la protezione civile. Le donne interrogavano la montagna, S. Elia, un santo di acqua e di sole, e le sue nuvole, guardavano verso la piana di Sibari e lo Jonio, fino all’orizzonte. Non mancava chi aveva avuto strane sensazioni, giovani e donne che avevano fatto sogni che poi sarebbero stati interpretati come segni di una morte annunciata. Qualche giovane e qualche ragazza erano tornati per vedere cosa stava succedendo, questa volta, al paese. Il tam tam telefonico, le e mail che attraversavano tutto il mondo non lasciavano presagire niente di buono. Il bar di Lucio e la sede parrocchiale, dove don Antonio Fasano, si dava da fare, telefonava, consigliava, erano i punti di ritrovo dei giovani che andavano su e giù, parlavano con apprensione, temevano il peggio, senza, davvero, immaginare che sarebbe accaduto davvero.

Graziano e Patrizio e tanti altri giovani la sera del sei controllavano l’abbassamento del terreno, misuravano con gli occhi e con il metro, con il cuore, poi si erano recati in pizzeria nella vicina S. Giacomo. Domenico, conosciuto come Burithi. Burì-u in arberisht, in lingua albanese, è la talpa, il “suriciorvo”, topo orbo, dei calabresi. Deve questo soprannome alla sua capacità di scomparire e di apparire, di avvistare con le sue antenne il pericolo. Aveva salutato i ragazzi, sistemato i tubi dell’acqua, e si era recato a casa a riposare attorno alle sei della sera. Sapeva che non avrebbe chiuso occhio, ma almeno si sarebbe riposato in previsione della veglia notturna sul paese. Quando si alzò e uscì, ormai la frana era sempre più vistosa, il terreno si stava abbassando. Erano le due o le tre del mattino, andò nella casa dove i due giovani nipoti e gli amici bevevano il caffè come si fa quando si veglia ad un ammalato che potrebbe andarsene da un momento all’altro.

Domenico Golemme uscì nella strada e urlò: “Il paese crolla”, e i giovani andarono in direzione della chiesa, cercarono la chiave a qualcuno, entrarono e cominciarono a suonare le campane. Domenico, si mise a suonare i citofoni delle porte, a bussare, a urlare nella notte: “Correte il paese se ne sta andando”. Correva la talpa, andava più veloce del drago, magari non lo avrebbe vinto, non lo avrebbe sconfitto, ma avrebbe fatto in modo che non inghiottisse la gente. Domenico ed i giovani, i ragazzi e le ragazze, impedirono il trionfo del drago. I telefoni squillavano, le macchine si riempivano di persone. Qualcuno fuggiva a piedi, altri con le moto. Non mancano le leggende ormai su quella nottata. La televisione parlò di qualcuno che aveva lasciato la casa alle dieci del mattino; disse che non aveva voluto abbandonare la sua abitazione. In realtà, l’anziano signore aveva problemi di udito, dormiva solo, e non si era accorto di quanto succedeva. Carmelina mise su una macchina la madre anziana e ammalata, che piangeva e avrebbe rivisto il paese soltanto dalla finestra di una casa di Cerzeto. Come lei tanti altri: una fuga nella notte, lontano dal luogo dell’anima, verso l’incerto, con la morte nel cuore. L’anziana donna, accudita amorevolmente dalla figlia, sarebbe morta nel suo esilio nel paese, così lontano così vicino da Cerzeto.

San Giorgio, il lutto e la speranza

Era l’alba quando le case cominciarono a crollare, a sfarinarsi, a inviare rumori dolorosi: dal muretto di Cerzeto la gente guardava, piangeva, si abbracciava. La madre di Patrizia e di Massimo, che aveva lasciato, con tutta la famiglia, il paese qualche ora prima della frana e aveva dormito da parenti a Cerzeto, mandava ogni dieci minuti i figli al muretto e, quando, tornavano domandava: “E’ crollata?”. Intendeva la loro casa, il sogno di una vita. Quando li vide muti e con le lacrime agli occhi, comprese che tutto era finito in una notte e da allora la sua memoria è rimasta nel paese. Con le case crollate sono finite anche le case rimaste i piedi, la chiesa, una storia di cinquecento anni di un piccolo paese fondato dai profughi giunti dall’Albania, forse in un posto già abitato. E sono crollati sogni e progetti. Sono crollate, persino, le inimicizie. La gente si abbracciava, piangeva. San Giorgio aveva ingaggiato per secoli una lotta aspra contro acque malefiche, contro il drago che urlava sottoterra, contro coloro che hanno sventrato e trascurato la montagna e, a volte, fabbricato in maniera poco riguardosa. Questa volta non aveva potuto impedire, diversamente da come aveva fatto altre volte in passato, la frana, ma nessuno era morto. Il paese in qualche modo si era salvato. S. Giorgio aveva fatto un altro miracolo, per come aveva potuto. I santi non possono niente, nemmeno loro, quando ci distraiamo, quando dimentichiamo che i luoghi vanno guardati, tutelati, protetti. Già, S. Giorgio. “Dov’è la statua del santo?”; “Che fine ha fatto?”. La gente è salva, ma si sente inquieta, ancora non del tutto al riparo. I santi sono parte dei luoghi. Don Antonio chiama un gruppo di giovani, si reca in paese dalla parte di Mongrassano, dove la strada era rimasta aperta, apre la chiesa, fa caricare il santo su un furgone, mentre, guarda tu, la pioggia cessa, esce il sole, il cielo si illumina, e poi arriva la neve e il mondo ammutolisce. Con l’arrivo della statua del patrono nella chiesa di Cerzeto, gli abitanti di Cavallerizzo prendono coraggio, si rincuorano, si rendono, anche, conto che il vecchio paese, quello dei padri e dei bellissimi tessuti di seta, delle “gijtonie” e della paura della frana, delle partenze e dei ritorni, di S. Giorgio e dei grandi fuochi d’artificio, famosi in tutto il circondario, era morto per sempre e che tutto, anche un eventuale ritorno, sarebbe stato comunque un fatto doloroso.

Le immagini di un paese che “non pare”

Non ero mai stato a Cavallerizzo – ne avevo sentito parlare anche per quel suo nome che rinvia a un qualche custode di cavallo e per la leggenda che lo vuole fondato sposato da un contadino che si sottrae, per la sua mata, alle grinfie del feudatario – ma le immagini della mattina del 7 marzo 2005, trasmesse da tutte le televisioni nazionali e locali, lo fecero entrare subito nei miei pensieri e nel mio cuore. Per sempre. Cavallerizzo divenne subito un altro dei miei paesi calabresi, di quelli che ho amato e riguardato e che, con i miei scritti, a quanto pare poco efficaci, ho cercato di custodire, cambiare, rinnovare. Luigi Celebre e Davide Scotta arrivarono da Cosenza a Cavallerizzo, con le loro telecamere e macchine fotografiche, mentre nevicava e la gente viveva la fine di un mondo. Da allora, con loro e con altri amici, colleghi, collaboratori (Guerino, Antonello, Fulvio), ho seguito le vicende di quelle persone, dignitose anche nella sofferenza, nell’esodo, nel modo di chiedere e di ricevere. Abbiamo filmato e registrato, ascoltato e parlato, osservando, con discrezione, i loro spostamenti, il loro spaesamento, le loro fatiche per “riorganizzare” la presenza ed elaborare il lutto, i loro sogni perduti e le nuove speranze, nonostante tutto. 

Immagini di un’altra Calabria

Mi viene da pensare, mentre scrivo, che le immagini (efficaci e simboliche) di un’altra Calabria non possono essere esclusiva di quanti si autoproclamano, con enfasi, i “veri e onesti calabresi” o vengono offerti come “volti freschi e nuove”. Tutte le immagini sono parziali, ognuno si sceglie le immagini che gli pare, ma non può pensare di imporle agli altri, non può immaginarle rappresentative del mondo. Il “paese che mi pare” ho chiamato un mio saggio nel volume “Le strade di casa” (1983), dove Salvatore Piermarini ed io (con parole e immagini, interne ed esterne) raccontavamo un paese sfrangiato, dilatato, uscito fuori di sé, scrivevamo che ognuno ha il paese che gli pare, gli appare, immagina, sogna, inventa, rimorde. ritorna e che comunque le “strade di casa”, pure smarrite e abbandonate, restano sempre nella memoria, come punto di riferimento e come orientamento nelle mille vie del mondo che ci troviamo ad attraversare. Dovessi scegliere, oggi, un’ immagine (certo una delle tante possibili) di una Calabria vera e profonda, scarna e silenziosa, antica è postmoderna, poco retorica e per nulla pretenziosa, punterei senz’altro su quella dei giovani di Cavallerizzo che hanno vegliato perché il loro paese non morisse, che hanno suonato le campane perché la gente si mettesse in salvo e, che all’interno del Comitato per Cavallerizzo, con gli altri abitanti, nel pieno del dolore e del lutto, hanno accompagnato i grandi a portare le loro cose nelle case abbandonate, hanno detto che bisognava fare qualcosa, il paese non poteva morire. Le parole d’ordine sono state: “Salviamo Cavallerizzo”, “Non ci disperdiamo”, “Restiamo uniti”.

“Non ci disperdiamo”, “restiamo uniti”

Sono andati a vedere altri casi di abbandono e di ricostruzione e hanno detto: “Se proprio dobbiamo andare via, vogliamo farlo in una zona vicina”; “Vogliamo una comunità unita”. “Vogliamo stare in montagna”, hanno ripetuto agli altri e a se stessi. Graziano, che studia ingegneria a Cosenza, mi ha detto: “Lo so che un giorno me ne andrò, voglio fare esperienze altrove, ma adesso voglio ricostruire il paese”. Anche gli emigrati, quelli che avevano abbandonato il paese, dove magari non sarebbero più tornati, hanno cominciato a dire che il paese non andava spostato. Sono rimasti “fermi” al paese lasciato, pensando, con tante ragioni, che non ha molto senso tornare in un posto che non è mai stato loro. Ma nessuno può mai tornare al punto di partenza, nemmeno chi è rimasto fermo.

Sceglierei come immagine di un’altra Calabria questi volti di calabresi antichi e uguali a quelli dei giovani di ogni parte del mondo, viaggiatori e legati al paese – normali, ma anche eccezionali – che, nella terra dei proclami e delle autoaffermazioni, hanno dato un esempio di una ricostruzione dal basso, di una partecipazione attiva e non lamentosa alle scelte che li riguarda. Intendiamoci, non sono mancati i contrasti, le difficoltà, anche le tensioni. Ci sono stati punti di vista diversi e anche discussioni accese. Non si abbandona un paese in maniera indolore e non si sceglie facilmente il luogo dove costruirlo. Non sempre si è tutti d’accordo. Non è facile accettare la “delocalizzazione”, anche se il paese, come tutti i paesi calabresi, si era “deterrioterializzato” da decenni. Non è stato tutto pacifico: si sono rafforzate amicizie, ma qualche rapporto si è attenuato. Ci sono state tensioni con l’amministrazione (si veda quanti scrive Giuseppe Giunta), disagi e dispersioni, ma nell’esilio forzato si è creata una nuova voglia di esserci.

Due anni senza un paese o un paese senza due anni?
La riorganizzazione della presenza

“Due anni senza un paese” sono un tempo lungo, interminabile. La vita - soprattutto quelle delle comunità - non tollera chiusure, parentesi. Il rischio è quella della dispersione, della rassegnazione, del disorientamento, della fine del mondo, della possibilità che ognuno penda una propria strada e che niente potrà essere più ricomposto. Più che di “due anni senza un paese”, parlerei, però, di “un paese senza due anni”. Nel senso che la comunità di Cavallerizzo, non più luogo geografico e antropologico, senza le case la piazza la chiesa dei padri e dei santi, ha continuato a vivere, a ritrovarsi, a cercarsi. Pure con le famiglie disperse in paesi diversi, in luoghi vicini e lontani, che non sono più la “gjitonia”, in mezzo a disagi e a melanconia, senza lo svolgersi delle relazioni sociali, economiche e culturali, Cavallerizzo non si è dissolta, anzi si è rinnovata, ha ripensato il proprio destino, ha elaborato un diverso senso dell’appartenenza, ha partecipato alla scelta del nuovo sito, si è interrogata sul proprio passato, anche su qualche errore e ingenuità. L’ elaborazione del lutto e la messa in atto di strategie rituali di presenza sono state pratiche quotidiane e rituali. Le processioni di S. Giorgio che si sono svolte, due anni fa a Cerzeto e l’anno scorso a S. Giacomo, hanno affermato un bisogno di riconoscimento e di presenza anche fuori dall’universo familiare. Dai due paesi la statua del santo ha “guardato” il vecchio abitato, tra le lacrime e le commozioni di chi ha continuato a volere comunque una festa. E’ stato un modo di riconsegnare al santo il futuro del paese. L’anno scorso, mentre usciva la processione del santo a S. Giacomo, qualcuno è tornato a suonare le campane a festa nella chiesa del santo, ha voluto ribadire che il paese lasciato non è un paese perduto per sempre, che perturba e rimorde. I fuochi d’artificio hanno svegliato le colline e le montagne, come ad affermare una fedeltà a quei luoghi, anche se in un sito diverso. Alcune donne sono tornate a pregare nel vecchio abitato: sono coloro che non vogliono lasciare il paese, coloro che si sentono inseparabili da quel luogo. Ma non si pensi a strategie simboliche, il paese ha vissuto a livello concreto e pratico, individuale e collettivo. I giovani hanno continuato a studiare, Lucio ha riaperto il suo bar a S. Giacomo, l’ing. Giunta è tornato tutti i fine settimana per le riunioni del Comitato, don Antonio Fasano ha continuato a celebrare e a promuovere incontri e iniziative, Oreste Parise, che ha scritto, prima e dopo della frana, articoli di stimolo e di incoraggiamento, ha riempito il suo sito ed è sempre tornato nei luoghi d’origine. Sono nati altri siti ed è sorprendente che una comunità di trecento persone si sia dislocata in tutto il mondo. Ci sono state opinioni diverse, anche qualche polemica sulle modalità e sul sito della ricostruzione. Sentimenti ed emozioni, modi diversi di vivere il proprio legame col paese, hanno mantenuto in vita un’idea di comunità.

Sono rimasto colpito dagli incontri del Comitato, che diventavano occasione per affrontare, insieme, problemi e scadenze, ma anche per non disperdersi, per restare in contatto. Sono stato impressionato dai mille viaggi, dalle mille relazioni, dal lavoro svolto per individuazione case e proprietari, per suggerire forme della ricostruzione. Un lavoro di schedatura di luoghi, di segnalare problemi, con la capacità di dialogare con Comune, Regione, Protezione Civile, con pacatezza e con competenza.

La cultura del fare vince sulla retorica delle lamentele e delle rivendicazioni.
Come essere protagonisti del proprio destino

Una cultura del fare ha prevalso sulle retoriche delle lamentele, la pazienza sull’irritazione, la mediazione sulle richiesta dell’impossibile e alla fine (grazie anche alla Chiesa e a responsabili che questa volta non sono stati sordi) la ricostruzione sta per iniziare, è già avviata. Certo tutto si poteva e si potrebbe fare meglio, ma se pensiamo ai casermoni costruiti in altri luoghi, a lentezze infinite, a ritardi inauditi, quanto qui sta avvenendo sembra qualcosa di miracoloso, di eccezionale in questa Calabria approssimativa e sempre incompiuta.
Ci saranno momenti difficili, bisognerà tallonare chi deve ricostruire, vigilare, accelerare. Tutto questo è presente nei discorsi della gente. Bisognerà chiarire qualche incomprensione, sperare che tutti accettino di tornare nel nuovo sito, tenere conto di chi non ha condiviso le soluzioni operate, riallacciare i rapporti con tutti gli emigrati. E tutto ciò non basterà. Due anni dopo la terribile notte, gli abitanti di Cavallerizzo faranno una fiaccolata di ricordo, di dolore, di lutto e di speranza. Poi si ritroveranno per riflettere sul futuro del paese. Il migliore modo di custodirlo, il paese, è quello di reinventarlo. E allora bisognerà pensare anche a cosa fare di quelle case abbandonate, di quelle viuzze, dove qualcuno torna e diventa triste vedendole sporche.
Che sarà del vecchio abitato? Non è una domanda oziosa. Ho visto abitati abbandonati di recente già ridotti a macerie, a ruderi, invasi da bestie selvatiche, avvolti da rovi. Ho ascoltato le voci dolenti delle persone che tornano nei paesi abbandonati di recente a visitare la vecchia casa. Negli ultimi anni, ho assistito a fenomeni di “ritorno” nei paesi abbandonati in occasione di feste, che diventano giornate della memoria. Ho osservato ritorni a Roghudi e ad Africo, a Cerenzia vecchia, a Nicastrello (nel Vibonese), a Precacore, la vecchia Samo, a Brancaleone superiore dove c’è ancora il cimitero. I luoghi abbandonati non muoiono, chiamano sempre, inquietano e attirano, fanno parte della nostra controversa identità, della nostra memoria. Non è difficile immaginare che gli abitanti di Cavallerizzo torneranno, quando sarà possibile, nella case e nelle strade ancora integre, il giorno della festa o il giorno dei defunti. Torneranno, d’estate, gli emigrati in pellegrinaggio e i giovani andranno a fare qualche visita o picnic come ho visto fare in tanti posti. Qualcuno pensa a strategie della memoria, al recupero di qualche casa o della chiesa, o a spazi per organizzare feste e spettacoli d’estate. Ci sono mille idee, mille sogni. Occorre riflettere, parlare, valutare
Ma bisogna porsi le ragioni di un futuro che coincidono con le ragioni di un futuro della montagna, delle zone interne, dei paesi. Il problema è politico e c’è bisogno di un piano di rinascita che non può non essere inserito in una nuova idea della Calabria, in un diverso “ritorno al paese”.

Una nuova antropologia dei paesi calabresi

I paesi presepe sono finiti per sempre, da tempo. Occorre conoscere la loro storia e mettere da parte i rimpianti. I paesi sono cambiati, si sono sfrangiati, dilatati, aperti. Ma i paesi non si sono dissolti, resistono ancora, inventano altre forme di appartenenza. L’immagine dei “non luoghi” di Marc Augé è bella e suggestiva, ma non può essere adoperata per descrivere i paesi della Calabria. Non possono essere definiti “non luoghi” anonimi, senza relazioni, frettolosi (come aeroporti, supermercati e spazi metropolitani), le “vie” dove tutti si conoscono, dove ognuno è noti anche per i propri genitori, per la propria storia passata, dove nascono nuove feste e nuovi riti, nuovi linguaggi e nuove forme di aggregazione. Nonostante le devastazioni, i paesi restano luoghi di socialità e di legami, di fuga e di ritorno, di relazioni forti tra rimasti e partiti. Se mai, come ho scritto altrove, si può parlare di “non più luoghi” o di “non ancora luoghi” per segnalare un nuovo bisogno di presenza per decenni mortificata, rimossa. La Calabria resta una terra di paesi, mutati, nuovi, aperti, ma sempre paesi. Anche le città sono, in parte, dei grandi paesi. Piene di novità, come i piccoli centri dove sono arrivati gli immigrati e da dove i giovani non vorrebbero più partire.
C’è bisogno di una nuova antropologia dei paesi, che non ammette rimpianti e scorciatoie, che non prevede retoriche e luoghi comuni. Bisogna inventare economie dal basso, riorganizzare memorie e progettare il futuro. La lavorazione della seta, dell’artigianato, del legname, i prodotti della terra, l’acqua, le bellezze paesaggistiche non possono rappresentare una risorsa? Non si potrebbe costruire qui una “Casa della memoria”, un “Centro Studi” delle identità plurali e mobile dell’Arberia, o un luogo da dove osservare e monitorare le frane, da dove controllare le frane, prevenire i disastri?
Si pensi, davvero, all’immenso patrimonio archeologico, sommerso sotto le acque del mare, ma soprattutto ai tesori dell’interno (paesaggi, chiesette, ruderi, monumenti), alle risorse umane, alle persone, alle donne, ai giovani di Cavallerizzo, ma anche a quelli di Cleto e di Badolato, di Nardodipace e di Gallicianò, di Torre di Ruggiero e di Monasterace. Non entro in merito (adesso) all’operazione immagine affidata a Toscani, ma se il messaggio (al di là dei risultati e delle retoriche pubblicitarie) è che si deve investire sui giovani, ebbene, come dice Mimmo Cersosimo, si vada avanti in maniera coerente, si sia conseguenti. Si punti su giovani calabresi come quelli di Cavallerizzo che hanno mostrato di saper fare qualcosa. Non c’è bisogno di sforzi straordinari. I nuovi fondi europei per la Calabria sono sufficienti. Si presentino progetti adeguati, di grande respiro, non angusti, fantasiosi. Il Presidente della Giunta Regionale Agazio Loiero realizzi, per le zone interne, quello che ha scritto nel programma votato da tanti calabresi. Lo faccia con chi crede, con chi vuole, ma con convinzione e senza indugiare.
Fabbrichiamo immagini, costruendo, realizzando, operando, inventando, davvero. Esportiamole le immagini: quelle prese in prestito, copiate, a pagamento durano poco tempo come i soldi, per l’appunto, avuti in prestito.  La Calabria dell’interno non può più aspettare. L’interno diventi anche una metafora di interiorità, di ricerca di senso, di nuova concezione sacrale del territorio. La Calabria ha bisogno di nuove “vie di canti”, di collegamenti tra terra e mare, di fiumare pulite, di reti museali, di meno cemento e di risanamento, di lavoro produttivo e non assistito. Cavallerizzo non si deve più ripetere e le nuove Cavallerizzo debbono nascere (le Cleto non debbono morire) non per sonnecchiare o per languire, ma per disegnare una nuova mappa di luoghi e di valori, per costruire una nuova identità, aperta e capace di parlare al mondo, e per affermare, anche con gesti concreti e simbolici (come può diventare la costruzione di una “nuova comunità”) un nuovo patto tra i calabresi e la loro terra.
Parliamo di fantasmi. Di quelli morti. Ché quelli viventi sono più inquietanti e pericolosi. Si mimetizzano, si trasformano, fanno davvero male. Ai luoghi e alle persone.
Una calda sera di agosto dell’anno scorso. S. Giorgio Morgeto, grosso centro interno della Piana, in provincia di Reggio Calabria. Un’ anziana signora, che abita nella zona alta del paese, in prossimità, dei ruderi imponenti del castello normanno-aragonese, non riesce a prendere sonno. Si siede sul davanzale di un piccolo balconcino e si mette a leggere. E’ passata da poco la mezzanotte, il silenzio notturno viene squarciato da urla spaventose che sembrano provenire dal castello. Al primo urlo agghiacciante, la donna resta stupita ed incredula. Pensa a qualche cane, entra in agitazione e in tensione. Qualche minuto dopo l’urlo, più forte e più lungo dei precedenti, si ripete. La donna si chiede se abbia sentito davvero quegli urli strazianti o non abbia sognato. Si dà, come si suole in questi casi, dei pizzicotti, ma è in preda allo spavento. Si concentra, cerca di ascoltare bene. Un urlo straziante si ripete per ben sei volte. Non sembra quello di un animale, ma di una persona devastata dal dolore. Morta di paura, la donna si chiude in casa. Era un venerdì.

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Il giorno dopo la donna non parla con nessuno, ha paura di essere presa per pazza. Tutto sembra trascorrere normalmente, nessuno denuncia stranezze o episodi violenti avvenuti nella zona. La notte successiva si mette ad ascoltare con attenzione: non accadde nulla di strano. Si convince che gli urli altro non erano che il frutto della propria immaginazione.
Qualche sera dopo, però, precisamente un martedì, dopo la mezzanotte, il triste ed agghiacciante grido si ripete. Questa volta la signora è certa di aver udito bene: qualcuno all’interno dei ruderi del castello ha lanciato quel grido. Le notti diventano cariche di paura. Ed è a questo punto che la donna telefona alla redazione locale de “Il Quotidiano” per raccontare la strana vicenda.
Michele Albanese, bravo e attento giornalista del luogo, certo non in cerca dei scoop, dà voce alle paure della signora. Ne scrive, in maniera problematica, sul giornale e comincia così una sorta di caccia al fantasma.

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A S. Giorgio e nella regione sono in molti a chiedersi chi sia il fantasma inquieto, da dove arrivino quegli urli, in giornate critiche (secondo le credenze popolari) come il martedì e il venerdì. Il paese, come avviene in questi casi, si divide tra chi è scettico, non crede, sorride e chi invece pensa che non si sa mia, che la signora ha ragione.
I non scettici fanno riferimento a memorie del passato, rievocano storie di periodi precedenti. Il racconto della donna alimenta i ricordi di altri abitanti del paese. Una donna di 85 anni racconta di come tanti anni fa, all’inizio degli anni trenta,  quando aveva poco più di dieci anni, i suoi fratelli non volevano portare le pecore al pascolo in montagna poiché al ritorno, in tarda serata, spesso udivano strani rumori provenire dall’interno della fortezza. Un uomo di 77 anni afferma di avere sentito, di notte mentre tornavo a casa dalla campagna, anche lui tanti anni fa quelle urla e di non averne parlato con nessuno per paura. Molti si mettono ad aspettare il fantasma, si recano in prossimità del castello. Vi giungono forestieri e turisti, curiosi e scettici in cerca di novità, di colore, di stranezze.
Viene, lentamente, riorganizzata una sorta di memoria locale del fantasma, affiorano storie e leggende del passato, si inventano nuove tradizioni. Un anziano del posto racconta ai giornalisti di un giovane del luogo, che  si ribella al “ius primae noctis”, si veste da donna e si è presentato al posto della moglie davanti al feudatario. Non appena questi appare lo uccide con un pugnale. 
Qualcuno guarda a fonti e testimonianze più lontane nel tempo. Segnala una tradizione erudita cinque-seicentesca che si era occupata dei miti di fondazione delle comunità calabresi.
Le urla, le apparizioni, le ombre risalirebbero alla notte dei tempi, alla fondazione di Morgete o Morgezia ad opera di Morgete figlio del re Italo. Costui, secondo quanto scrive Giovanni Fiore da Cropani ne “La Calabria Illustrata” (I tomo, 1691: l’ opera integrale, in tre tomi, e stata pubblicata presso Rubbettino a cura di Ulderico Nisticò), prima di salire al trono avrebbe gettato le fondamenta del castello, dandogli il proprio nome. I primi abitatori, dopo la morte di Morgete, «per iddio lo adorarono, riportandone in premio gli oracoli, non in risposte, ma in visaggi, co’ quali si ombreggiava ciò, che di sapersi si desiderava. Apparivano quelle ombre, o visioni su la sua sepoltura, nella parte più alta dell’abitazione di notte tempo, dichiarandono con vivezza i successi delle cose addimandate».
Le donne del paese si vantavano (ancora nel Seicento) di vedere, a mezzanotte, le figliuole di Giove, conosciute come le iovisse. Questa credenza, scrive il Fiore, dura fino a quando non si diffonde la fede cristiana che cancella ogni «costumanza idolatra». Proprio in quel luogo, i monaci basiliani infatti costruiscono un monastero che dedicano a San Giorgio, uccisore del drago, al quale trasferiscono «la devozione del menzognero Morgete».
Di recente è stato rinvenuto in una biblioteca privata del paese (dal sindaco Nicola Gargano) un sonetto (di cui si era a conoscenza, ma era dato per disperso) “La notte Morgezia” (pubblicato a Napoli del 1842) del canonico Nicolino Amendolia, in cui il prete racconta, con un sentimento di angoscia e di terrore (secondo un canone ottocentesco), l’incontro fatto al castello con il re guerriero Morgete. E’ un componimento in cui orrore e pietas convivono, alimentando il mito dell’eroe fondatore, usato politicamente per rendere omaggio ai Borboni. In seguito lo storico locale Domenico Cangemi autore di una “Monografia di San Giorgio Morgeto” (1886), si sofferma su questa tradizione che, nel tempo, diventa motivo identitario della comunità. Il richiamo ad origini mitiche e ad eroi fondatori è stato funzionale alla costruzione di un senso di appartenenza di famiglie borghesi e professioniste del luogo, che mal sopportavano la marginalità in cui venivano cacciate dalle logiche economiche, culturali, burocratiche del nuovo stato unitario. Sull’ “uso del classico” Salvatore Settis ha fatto considerazioni interessanti. La fuga nella classicità, come scriveva Alvaro, aveva contorni retorici e non si rendeva conto delle grandi trasformazioni in atto o del fatto che braccianti e contadini fuggivano all’estero. D’altra parte l’ “uso della classicità” rispondeva a una chira strategia identitaria per ceti sociali in ascesa. Bisognerebbe discutere a lungo.

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Il castello, come attestano recenti ricognizioni archeologico, quasi certamente è stato costruito (magari su un precedente kastron) ad opera dei normanni e successivamente riadattato dagli aragonesi e dagli spagnoli. La tradizione di una sua fondazione più antica, in un’area peraltro popolata fin da epoca protostorica, risponde a quel bisogno di nobilitazione dei luoghi e di mito delle origini, che caratterizza, per l’appunto, le élite in epoca moderna.
Un’altra leggenda, ricordata nei giorni di ritorno del fantasma, riporta al periodo medievale,quando il castello sarebbe stato calpestato dal demonio che, dopo aver lasciato la sua impronta, la «pedata d’u diavulu», in cima alla fortezza, sarebbe balzato con un salto nella parte bassa del paese lasciando dietro di se un’immensa oscurità. Da allora la fortezza feudale di San Giorgio è andata in rovina lasciando come testimonianza solamente ruderi del passato. Non si dimentichi, peraltro, che S. Giorgio Martire, uccisore del Drago, eredita anche tratti culturali di epoche precedenti. Anche S. Giorgio, salvando la fanciulla dal drago divoratore, appare nel folklore e nelle leggende calabresi come eroe fondatori di luoghi e di paesi.

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Affiorano memorie e tradizioni orali, si sovrappongono schegge di culture sedimentate nei secoli, si manifestano immagini e visioni che si trovano in molte altre parti della Calabria. Ad esempio quella del tunnel sotterraneo che collegherebbe il castello con le rovine dell’antica città di Altano in località Sant’Eusebio. Qualcuno ricorda la maledizione che un domenicano avrebbe lanciato su San Giorgio Morgeto il giorno in cui venne allontanato dal paese. C’è chi parla anche di un frate ammazzato dalla marchesa Belinda nel XVI secolo per fare da custode ad un tesoro sepolto in una tomba sotterranea. Il motivo della maledizione e quella del tesoro nascosto, grazie al sacrificio di un essere umano o di un animale, sono presenti in tutta la regione. Una maledizione inviata da qualche divinità è spesso all’origine dell’abbandono dei luoghi, di terribili terremoti, della distruzione di abitati.
Da ricordare ancora la credenza (diffusa in varie parti della regione) della chioccia dalle uova d’oro, ai piedi della fortezza e mai ritrovata. Secondo, la leggenda della «Mala Pineta» all’interno della pineta sottostante la fortezza, si celerebbe una misteriosa donna la cui visione in passato causava perdita dei sensi e amnesia. Il termine pineta si confonde, in questa circostanza, con «proneta» o «pianeta», una personificazione folklorica della morte che dimora nell’acqua e che assumendo sembianze di strega o di giovinetta, attira i vivi nel mondo dei morti.
In molti paesi calabresi sono state raccolte testimonianze di persone che narrano dell’apparizione di questa figura fantastica.
L’esistenza di un fantasma, che parla di un morto di mala morte, che non trova pace ed urla, (che è tornata viva questa estate) si colloca in un più vasto paesaggio naturale e culturale all’interno del quale sono presenti luoghi pericolosi per l’apparizione dei defunti). A San Giorgio Morgeto, scriveva Raffaele Lombardi Satriani nelle “Credenze popolari calabresi” (1951), «si crede che gli spiriti frequentino quelle case su cui gravita un legato o un censo non soddisfatto». Ricordano Luigi M. Lombradi Satriani e Mariano Meligrana nel bellissimo Il Ponte di San Giacomo (1982): «Siamo nell’ambito di influenza del diritto del morto e l’apparizione degli spiriti sembra costituire ammonimento e sanzione per l’inosservanza di un obbligo».
La storia degli urli strazianti del fantasma passa di bocca in bocca, di casa in casa, si diffonde sui giornali e sulle emittenti locali. Tanti curiosi si recano a S. Giorgio per scoprire cosa si nasconda dietro al mistero del grido lacerante. I tuoni e fulmini dei temporali estivi che accolgono i visitatori rendono ancora più inquietante la  vicenda.
Nel frattempo continua la caccia per scoprire l’ultima testimone dell’evento, che non rivela la propria identità. Si pensa a una emigrata tornata da Milano.

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L’evento potrebbe essere liquidato come il ritorno ad antiche credenze, come il portato residuale di storie e leggende del passato. Ed indubbiamente la memoria comunitaria gioca un ruolo decisivo. Quanto accade a S. Giorgio Morgeto, tuttavia, racconta vicende più generali e anche più recenti. Non mi soffermo sulla letteratura (soprattutto inglese, ma non solo) e sul folklore relativi ai fantasmi e nemmeno sui morti viventi, i revenents, i vampiri, i morti non morti (sono “figure” con somiglianze, ma anche diverse, come ho avuto modo di scrivere nel mio La melanconia del vampiro, manifestolibri, 1994, n. ed. 2007).
Ricordo soltanto che il tema della donna (o anche dell’uomo) che torna per amore è presente già nell’antichità, ma è nel corso dell’Ottocento che si afferma e si diffonde in letteratura il motivo della «morta innamorata», della donna vampiro che torna da morta per prendersi quanto le è stato negato in vita. E’ un motivo che ricorre nel cinema dei nostri giorni e nelle tante leggende metropolitane. Tutti i luoghi, tutti i paesi, tutte le città conoscono storie di fantasmi, di defunti che non trovano pace, di morti che vogliono tornare. Rovine, resti di case abbandonate, chiese sconsacrate, dirupi, acque malefiche, grotte sono luoghi in cui si aggirano “fantasmi” o anche “defunti” (“spiriti”) che potrebbero tornare in maniera pericolosa. Questo folklore locale, che comunque presenta somiglianze con tradizioni relative ai revenants (cito Carlo Ginzburg e Tonino Ceravolo) di una vasta area euromediterranea (e non solo) è stato arricchito, integrato, reinventato grazie a un neo-folklore di ambiente metropolitano e postmoderno.
La geografia dei luoghi abitati da fantasmi a livello mondiale è davvero vasta. Libri, cinema, fumetti, siti web fanno un interminabile elenco di dame di corte, di cavalieri ed armigieri, di monaci e figure religiose, di autostoppisti fantasmi. Film come il celebre Ghost di J. Zucker, dove convergono motivi del folklore di varie parti del mondo, credenze arcaiche, paure e angosce dell’uomo del passato e di oggi, nuove leggende metropolitane, ricordano una nostalgia della morte, che significa radicale e insopprimibile nostalgia della vita. Il folklore di tutte le aree della Calabria è ricco di credenze che parlano del ritorno dei defunti tra vivi, secondo modalità rituali e in tempi e in luoghi canonici.
Fantasmi e defunti che urlano e ritornano a volte come vampiri inquietanti ci ricordano che non possiamo non fare i conti con la morte. La nostra società che tenta, in mille modi, di rimuovere, occultare, rendere invisibile la morte, vede tornare e nascere al suo interno credenze, angosce, paure che ci parlano di una sua ineliminabilità. I defunti tornano tra noi e a volte come vampiri inquietanti.

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Michele Albanese, mi ha detto che anche quest’anno voci lancinanti e straordinarie sarebbero state ascoltate almeno tre o quattro volte. Il giornalista ha deciso di non insistere sulla notizia per evitare che tutto venga ridotto a colore e a folklorismo deteriore. S. Giorgio Morgeto ha tante storie, bellezze, risorse per essere ridotto a luogo di morbosità ad opera di turisti distratti. Non a caso l’Amministrazione comunale ha in mente una convegno di studi che affronti il problema delle memorie e delle culture locali senza retoriche e senza alcuna concessione all’esotico. Intanto leggo dai giornali che Antonio Panzarella ha allestito uno spettacolo teatrale da rappresentare tra i ruderi del Castello e Cesare Pitto ha scritto un testo per l’occasione.
Ogni intervento culturale, quando fatto con dignità e con passione, può servire a creare presa di coscienza, può aiutare a conoscere una tradizione che va decifrata nei suoi molteplici messaggi, non va mummificata o restaurata, ma deve essere, eventualmente, declinata al futuro. La tradizione non è data una volta per sempre, viene costantemente reinventata. Bisognerebbe essere capaci anche di inventare nuove tradizioni, nuove culture capaci di creare socialità, “economie”, dialoghi.
Mettiamo da parte inautentiche nostalgie, interroghiamo il passato, “comprendiamolo” e creiamo nuove soggettività. Ma abbandoniamo il concetto di cultura come sapere libresco, apriamoci all’idea di cultura antropologica, anche come narrazione e come fatto estetico. E pensiamo (diversamente da quanto fanno tanti culturologi) che cultura è anche “elaborazione”, produzione, capacità di trasformare il mondo. Non da sola certo.

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Le rovine, come scrivo in molti miei lavori, diventano luoghi del “rimorso”, perturbano, attirano, continuano a parlare. Non cito una sterminata letteratura sulle rovine (da Chateubriand a Du Camp, da Baudelaire a Simmel, da Benjamin ad Augé) che ha segnato la tradizione culturale dell’Occidente. La rovina ha alimentato il pensiero e la produzione di scrittori, poeti, archeologi, filosofi, artisti, urbanisti. Negli ultimi tempi le rovine (parchi archeologici, anfiteatro, castelli) sono diventati luoghi vivi grazie a manifestazioni musicali, teatrali, letterarie e ad installazioni artistiche. Anche in Calabria, per fortuna, dove però la cautela è d’obbligo. Dalle nostre parti abbiamo devastato paesaggi, cancellato il bello, sepolto reperti archeologici, e, qualche volta, anche coloro che dovrebbero presiedere alla tutela, valorizzazione, al “riuso” (anche in chiave estetica) della rovina non hanno brillato per attenzione e per rispetto del rudere. Per rendere vivi e dinamici i parchi e le rovine, forse, bisognerebbe cercare di non rimuoverli, di non danneggiarli, di proteggerli da devastatori e da ruspe.
Non è di questo che adesso voglio parlare. Intendo segnalare il “senso popolare” e a “percezione locale” delle rovine, dei ruderi, dei luoghi abbandonati che è stato argomento poco frequentato.  Le tante feste religiose e i tanti nuovi pellegrinaggi, miscela colorata di elementi tradizionali e postmoderni, che si svolgono tra le rovine dei paesi abbandonati della regione (Africo, Roghudi, Cerenzia, Precacore-Samo, Nicastrello ecc. su cui mi sono soffermato ne “Il senso dei luoghi”, Donzelli 2004 e in altri scritti) parlano del bisogno delle popolazioni di riconoscere i luoghi, di stabilire un rapporto con gli antenati e con il proprio passato, di affermare un desiderio di presenza e di centralità nei luoghi recuperati alla memoria. 
Il paese abbandonato costituisce rimorso e senso di colpa degli abitanti dei nuovi paesi doppi, delle persone originarie del luogo e disperse nel mondo. Il paese morto come prefigurazione di rischio e possibilità della fine dei nuovi paesi. Il paese morto come memoria che assilla, opprime, interroga il nuovo paese.
I paesi morti sono una sorta di memento mori, sono testimonianza della caducità. Sono lo specchio delle dispersioni e degli abbandoni di oggi. Sono un mitico rimpianto. Sono ciò che saremo. Sono i fantasmi da cui non ci si libera, da cui non ci si vuole liberare.
Forse i fantasmi di S. Giorgio Morgeto urlano con inquietudine e disperazione, incerti tra la nostalgia della vita e la paura di tornare in un mondo popolato da fantasmi più inquietanti di loro. Sono lacerati tra desiderio del ritorno e paura di non riconoscere luoghi devastati che faticano a mandare segnali di vita.
Forse hanno pensato che tornando avrebbero la peggio a contatto con tante “anime morte”, con tanti morti viventi che si aggirano nelle nostre contrade. Hanno pensato che tornare e ritrovare i “fantasmi” della politica (ma c’è una buona rappresentanza in tutta la cosiddetta società civile) - che non muoiono e non scompaiono mai, eterni famelici vampiri - non vale proprio la pena e mandano forte il loro grido di disperazione.
Morti per morti, se ne stanno là dove sono, urlando, forse, ai rimasti di alimentare, fin che possono, la vita.
Forse i fantasmi, più dei viventi, suggeriscono che è bene guardare avanti, riconsiderare e riguardare oggi i luoghi e le persone, anziché rimpiangere un passato e una tradizione che, anche quando hanno avuto una loro nobiltà e grandezza, non possono essere restaurate.
Mi piace immaginare (ma non ho alcuna prova) che l’urlo dei fantasmi sia un urlo di dolore per quanto di brutto sta avvenendo nella nostra terra. I tanti re Morgete fondatori di luoghi vorrebbero forse allontanare, in maniera disperata, quanti oggi cancellano memorie, devastano luoghi e culture, alimentano una cultura della morte e negano il futuro alle nuove generazioni.