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Il senso dei luoghi
di Vito Teti


Scheda
di Alfonsina Bellio

“Non ricordo bene quando ebbi per la prima volta la sensazione che i luoghi avessero un loro senso, un loro sentimento; immagino sia accaduto molto presto, nella mia infanzia.”
Nelle prime righe dell’introduzione a Il senso dei luoghi. Paesi abbandonati di Calabria, Vito Teti, già offre alcune parole chiave del testo, quasi in forma di enunciazione programmatica: il ricordo, la sensazione, i luoghi e il loro senso, l’infanzia: l’idea di un approccio allo spazio che muove da un’urgenza interiore, quella di misurarsi con un vissuto personale prima ancora che collettivo, con una visione e frequentazione infantile che precede la volontà di ricerca, dove la memoria individuale diviene fonte, benché costantemente sorvegliata e messa in discussione.
Predrag Matvejevic, nella prefazione alla seconda edizione dell’opera, definisce una “poetica dell’abbandono” quella dell’autore, che non indugia nella retorica e nel sentimentalismo: tutte le recensioni hanno segnalato una inclinazione alla scrittura letteraria che vivifica la competenza del saggista.
Vito Teti, fin dai suoi interessi giovanili, orientati verso l’antropologia, la fotografia e la cinematografia documentaria, ha fondato la sua esperienza e la sua scrittura su due proprietà inscindibili: l’attitudine ad una visione letteraria dei fenomeni e la sperimentazione, nei primissimi tempi forse più spontanea che operata come scelta teorica consapevole, di una costruzione testuale orientata sull’espressione aperta del sé nell’opera. Siamo di fronte ad un’antropologia del vissuto, in cui osservatore ed osservato appartengono alla stessa trama, al medesimo ordito, poiché i motivi ricorrenti dei suoi lavori, i paesi, la festa, l’alimentazione, l’emigrazione, sono insieme oggetto di un’analisi portata avanti col necessario rigore ed esperienze personali di un mondo, quella cultura contadina calabrese, di cui ha vissuto il declino e i profondi cambiamenti.
L’andare e il tornare, fuggire e restare, appaesamento e spaesamento, che definiscono in forma dialettica il senso individuale e collettivo dei luoghi, sono i termini di una riflessione, di una vita concepita in itinere, dall’uomo, dallo studioso, dal personaggio viandante, che, a tratti, sembra emergere dalle pagine come da una scrittura lirica benché mai ridondante, che sa alternarne il ritmo descrittivo a quello narrativo, e pare corrispondere per i suoi contenuti saggistici e insieme letterari a quella forma o genere testuale che Ivan Brady definisce “artful-science”.

Il senso dei luoghi è lettura in cui si rintracciano le problematiche che hanno animato il dibattito interno alle scienze sociali fin dagli ultimi decenni del Novecento, in particolare attraverso gli assunti dell’antropologia che riflette sul proprio statuto testuale e retorico, sulla presenza dell’autore, del “personal self” nel testo etnografico, per dirla con Edward Bruner.
Antropologia e letteratura, da una parte, come chiave d’accesso a quest’opera complessa, ma anche antropologia e archeologia. La riflessione sui luoghi come costruzione collettiva ha portato in questi anni ad una feconda comunanza di intenti tra le tendenze dell’archeologia contemporanea e la ricerca antropologica: è emersa la necessità del misurarsi consapevole, nel momento in cui si volge lo sguardo al passato delle civiltà, con quelle forme di istituzione della cultura e del patrimonio che ogni indagine, ogni scavo nella memoria dei luoghi pone come atto politico e scelta di intervento sul presente. I paesi abbandonati di Calabria, ruderi delle intemperie della natura e della storia, diventano nell’argomentare di Vito Teti percorso che vale la pena compiere, interrogativo perturbante esposto allo sguardo, ferita aperta nel paesaggio. Quasi un museo non istituzionale, preesistente alla valorizzazione patrimoniale pubblica e perfino all’interesse solitario dello studioso che nelle rovine segue ansioso tracce sempre più friabili di un passato da rincorrere, da negoziare in un patto forsennato con la dissoluzione. Nel viaggiatore che percorre luoghi dove i pavimenti delle chiese sono ghiotti bocconi per le vacche e scorribande di lucertole hanno sostituito i consessi di ricamo del meriggiare estivo femminile, non c’è melanconia proiettata nell’indistinto di una felicità mitica. C’è interrogativo urgente sui principi di antropizzazione dei luoghi, che decretano morti e vite senza, spesso, logiche plausibili; c’è dubbio sul presente e sul futuro di intere regioni retoricamente sospinte ad una vocazione costiera di facciata, operazione di marketing miope, che sta depauperando gli interni, senza peraltro offrire alternative più vivibili.