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Recensione
di G.
Casagrande
“Questo libro di
parole e di immagini vuol essere esattamente una sorta di
racconto dei luoghi, in cui le vicende dei siti incrociano
inevitabilmente la storia, le emozioni, lo sguardo di chi, negli
anni, li ha visitati, osservati e infine raccontati.”
Il fascino un po’ perturbante dei paesi abbandonati, delle case
che mostrano ancora tracce di un’intimità che si teme stuprare,
ospiti non richiesti o passanti troppo curiosi. Eppure sono
questi i luoghi che sanno raccontare compiutamente il passato,
mostrando le ferite che il progresso ha inferto, vero e vivente
manuale di storia, mappa delle civiltà che si sono succedute in
quel luogo.
Forse per questo il documentato e approfondito testo di Vito
Teti attrae il lettore generico e non solo lo studioso; forse
per questo Predrag Matvejevic apre il saggio con una
appassionata Presentazione, lui, uomo in esilio da una patria
sventrata non solo nelle case, ma nella cultura e nella civiltà
tollerante che la contraddistingueva.
È la Calabria il territorio d’indagine, paesi dell’interno
abbandonati, territorio devastato sulla costa dalla speculazione
edilizia e dall’arbitrio architettonico delle vecchie e nuove
mafie. In questa dimensione, stralunata e stravolta, l’autore si
aggira, alla ricerca di passages, di momenti cruciali di
cambiamento che solo può cogliere chi, novello flâneur, sa
leggere quello che i luoghi raccontano. Certi paesi morti per
miseria, la miseria dei suoi emigranti, suscitano sensi di colpa
in chi li attraversa, così come i luoghi costieri sovraffollati
e cementificati impongono una riflessione su l’immagine di sé
che per troppo tempo ha voluto dare il neoconquistato benessere.
Questa doppia dimensione (paesi interni spopolati e costa
barbaramente occupata) ha anche creato lacerazioni e
sdoppiamenti nelle relazioni familiari, e ha lasciato una
traccia di nostalgia ineliminabile.
L’autore poi presenta quelli che oggi verrebbero chiamati “case
story”, ma che in realtà rappresentano le tante tessere di un
mosaico unitario, nomi antichi di villaggi di cui restano o solo
i ruderi o qualche solitario abitante, luoghi della nostalgia
spesso a pochi chilometri da paesi nuovissimi costruiti su
imitazione dei vecchi per attirare i turisti con il sapore
dell’arcaico.
Un saggio di antropologia della contemporaneità, un’operazione
che di certo trae spunto dalle riflessioni di Marc Augé che ha
attentamente studiato il “senso dei non-luoghi” a cui questo
Senso dei luoghi sembra complementare più che contrapposto.
Le prime
righe
Presentazione di Predrag Matvejevic
I paesi
abbandonati sono un luogo assai più vasto della regione
geografica a cui questo libro è dedicato. Sono, per Vito Teti,
il luogo di una riflessione generale, di una poetica.
Più propriamente, siamo qui di fronte a una poetica
dell'abbandono, fondata su un inventario dei luoghi allo stato
di rovine, apparentemente fuori dal tempo e tuttavia situata nel
cuore di una terra reale e riconoscibile. L'autore vi appare
come antropologo e sociologo, come storico e testimone, come
fotografo, saggista e narratore. La sua penna non lascia
trasparire alcun sentimentalismo, non indulge ai famosi «ritorni
alle origini». Il suo mirino evita ogni approccio sentimentale:
formulazioni decise, penetranti, eleganti, immagini secche,
asciutte, acute; le une s'intrecciano con le altre e si
completano. Tutta l'opera denota la preparazione straordinaria
dell'autore su una serie di libri fondamentali. Il lettore
appassionato e lo studioso curioso si sono qui dati la mano, e
hanno percorso insieme tutto quanto detto delle rovine o dei
luoghi dove queste si concentrano e si mettono a nudo - a
partire da Volney, Goethe o Chateaubriand fino a Corrado Alvaro,
Bachelard o Mare Auge.
Si trattava di ricomporre «le schegge di storia e di storie», di
mostrare le città, le «rocce invalicabili» su cui queste stesse
città riposano, i luoghi abbandonati e il loro «ultimo
abbandono». In questo procedere privo di ogni idea
folcloristica, di ogni sentimentalismo a buon mercato, c'è
altrettanto realismo quanto un particolare «neorealismo» di pura
tradizione italiana. Vito Teti ci presenta così un'epopea
dell'isolamento.
© 2004
Donzelli Editore
L’autore
Vito Teti è
docente di Etnologia presso l’Università della Calabria, dove
dirige il Centro di antropologie e Letterature del Mediterraneo.
Ha pubblicato i saggi Emigrazione, alimentazione e culture
popolari; Emigrazione e religiosità popolare nei volumi di
storia dell’emigrazione italiana e ha curato il volume Storia
dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici. |