|
Le cantine erano una sorta di centro di
convergenza,
i motel di una volta, luoghi di incontri e di
scambi, di ristoro e di riposo
“Il Quotidiano
della Calabria”, domenica 22 gennaio 2012, pp.
16-17.
La cantina del nonno Peppe nell’infanzia è stata
una sorta di luogo di iniziazione alla vita. Il
padre di mia madre, un uomo robusto e imponente,
come si conveniva a un “americano” che era
“tornato” ad aveva acquistato dei poderi e
avviato qualche attività commerciale, mi
portava, tenendomi per mano, dalla casa della
Cutura, la zona alta del paese, alla nostra
cantina della Caria, alla fine del paese e lì
facevo la scoperta di grandi bevitori e
narratori di storie, di abili e instancabili
giocatori di carte e di autisti di camion di
passaggio che sostavano lungo la statale 110,
che dall’Angitola portava, attraverso le Serre,
a Monasterace.
La
“viaregia” (così denominata in memoria di un
viaggio di un re Borbone alle ferriere di
Mongiana) congiungeva Tirreno e Ionio e lungo
l’itinerario sorgevano celebri e frequentate
cantine come quella di “Cicco lu Diavulu”, tra
l’Angitola, S. Nicola, Capistrano, Filogaso. Non
lontano dall’Angitola sorgeva il famoso “Fondaco
del Fico”, dove facevano sosta tutti i grandi
protagonisti del Grand Tour, che si
spingevano, in Calabria: Swinburne, Saint Non,
Galanti, Keppel Kraven, Tommasini, Lenormant,
fino a Destrèe. Di questo luogo emblematico di
una terra di viaggi e di passaggi ho narrato la
storia (Il “Fondaco del Fico”. Taverne,
locande e alberghi in Calabria - fine
Settecento-prima metà del Novecento, in I
viaggi di Erodoto, 27, 1995, pp. 80-101). E
qui il mio amico scrittore Carmine Abate ha
ambientato uno dei suoi più belli romanzi (Tra
due mari, Milano, 2002). Quel luogo simbolo
è stato demolito per inutili opere di
cementificazione. La cancellazione sistematica
di memorie, luoghi, storie.
Le cantine erano centri di convergenza, i motel
di una volta, luoghi di incontri e di scambi, di
ristoro e di riposo, talvolta di litigi e risse
che finivano in abbracci e bevute o in qualche
scazzottata.
Certe volte, quando penso alla cantina di nonno
Giò, mi sembra di aver vissuto una favola o di
raccontare una leggenda. Ricordo le grandi botti
e il tavolo da gioco e i bicchieri che volavano
come le parole e le bestemmie, i cibi che
improvvisamente comparivano sul tavolo: pane
duro, qualche sarda, delle olive e nei momenti
di lusso qualche salsiccia, del formaggio e poi
“roba in coccio”, castagne, noci, nocciole,
lupini, “calia”, i ceci abbrustoliti. Con mio
padre, non appena tornato dal Canada - avevo
otto anni -, facevo il giro della cantine del
paese. Non era un grande bevitore, mio padre, ma
la sua comitiva era fantastica, fantasiosa,
lenta, passava ore a parlare attorno a un
quintino, l’ottavo di un litro: un vero bevitore
adoperava il bicchiere “piccolino”. I beoni del
paese pretendevano rigorosamente il quintino:
naturalmente ne bevevano un’infinità e il
cantiniere non riusciva a tenere i conti. Papà,
tornato da Toronto, mi portava con sé per
acquisti nella vicina Pizzo e in una piccola
trattoria scoprì lo spezzatino di carne
piccante, le alici fritte, l’uva e il vino
zibibbo. La mia scoperta del mondo cominciava
con la scoperta di frutti, cibi, osterie,
botteghe, persone affascinanti di luoghi che mi
sembravano lontani.
***
Da
giovane, negli anni sessanta, ebbi finalmente
accesso nelle trattorie mobili della fiera di
Monserrato a Vallelonga o a quella della Madonna
della Grazia a Torre di Ruggiero, dove con la
nonna, la mamma e altre donne mi recavo a piedi
fin da bambino. Era ormai al crepuscolo quello
che a inizio Novecento (tra 1907 e 1911) aveva
visto Norman Douglas (“Vecchia Calabria”,
Firenze 1978, p. 227) sul Pollino, durante la
festa della Madonna, dove «si accendono i fuochi
sotto improvvisati ripari e si divora una
pazzesca quantità di cibo, secondo l’uso
prescritto in queste occasioni: “si mangia per
divozione”». Ho vissuto, allora, le sensazioni
che Corrado Alvaro (“Polsi, nell’arte, nella
leggenda e nella storia”, Gerace 1912, pp.
59-62) aveva vissuto giovanissimo a Polsi in
Aspromonte per la festa della Madonna della
Montagna: «Alcuni pellegrini portano nelle
bisacce il pane e gli alimenti che li nutriranno
durante la festa [...] Per le vie, e sotto i
castagni sono improvvisate osterie: il popolo
non sa far festa senza dare un giudizio sul
vino. [...] E lì le pentole bollono a terra
perché la valle sembra diventata una grande
cucina che deve sfamare tutta quella gente che
s’agita; il bosco è un incendio di lumi e di
lampi di fucili; Polsi diventa un paese
favoloso...».
Paesi, santuari, luoghi di culto, montagne,
valli, fiumare, campagne, spazi produttivi e di
trasformazione degli alimenti, piazze, frantoi,
mulini, diventavano «grandi cucine all’aperto,
luogo di socialità e di convivialità, di
teatralità, di buon mangiare e di trasmissione
del sapere alimentare.
Le osterie del calabrese erano baracche
precarie, incompiute, provvisorie, quasi a
raffigurare una terra segnata da ripetute
catastrofi, da abbandoni e ricostruzioni, da
spostamenti e da esodi. Una «terra in fuga» non
poteva che avere “cucine” improvvisate e
alimentare un legame affettivo ed emotivo con il
cibo che le persone portavano con sé. Il
calabrese, è sempre Alvaro a parlare, «anche
quando parte per l’America, anche se va soldato,
si porta il suo pane e il suo companatico; li
porta nella manica della giacchetta che si mette
a tracolla, e lega la manica in fondo come un
sacchetto. Per lui non esistono ancora le
osterie e gli alberghi…» (Ibid.). Ne ho scritto
in molti miei saggi e libri (“Il colore del
cibo”, Roma, 1999; “Mangiare meridiano”,
Catanzaro, 2003; “Storia del peperoncino”,
Roma, 2007): portare con sé il cibo erano un
tratto distintivo dell’antropologia calabrese.
C’entrano la necessità e la precarietà, ma anche
il valore fisico, affettivo, mentale che si
intratteneva con gli alimenti. La sacralità e
insieme la religiosità, la convivialità e la
dimensione carnevalesca esplodevano nei luoghi
di pellegrinaggio, durante le feste e i riti
cerimoniali, nel Carnevale e nelle osterie di
canne e frasche, eccezionali, mobili.
***
Se
penso alla cantine, alle trattorie, alle osterie
della regione, di quella vecchia Calabria ancora
viva ai miei tempi, esse mi appaiono la metafora
di una terra dinamica, in viaggio, sempre
precaria, aperta, popolata da figure di erranti,
ambulanti, viaggiatori, viandanti, sognatori.
Qualche viaggiatore del Grand Tour resta deluso
e infastidito dello stato delle locande (avendo
in mente alberghi del luogo di provenienza): non
si accorgeva delle osterie mobili, anche se
spesso incontrava persone che, con generosità e
con prodotti di qualità, dividevano il cibo con
lui. Quelli più attenti, che non seguivano le
rotte abituali, e che si facevano accogliere
dagli abitanti dei luoghi invece scoprivano una
varietà e una ricchezza di prodotti, di
mescolanze, di colori, di sapori che davano un
altro volto a una terra che pure era segnata da
miseria e da fame. Il riferimento all’ospitalità
a volte suona retorico, ma c’è tanta verità nel
fatto che il viaggio era possibile grazie
all’accoglienza e alla generosità delle persone,
sia dei benestanti che organizzavano pranzi
luculliani, con mille cibi e mille vini, sia dei
ceti popolari che offrivano il loro pane duro,
le olive, il formaggio che si portavano
all’anta, nei campi.
Alla
fine degli anni sessanta - quando tornavano le
persone emigrate per cercare mondo, cibo e acqua
- le cantine e le osterie dei paesi divennero
luoghi “alternativi”. Diventarono metafora di
una nuova mobilità, accolsero gli studenti,
figli di emigrati e contadini e braccianti, che
finalmente non si vergognavano di andare in quei
luoghi e che cominciarono a rivisitare anche le
tradizioni culinarie e che, con nuove
disponibilità, finalmente realizzavano sogni di
generazioni di affamati, davano vita a quel
trionfo del cibo che spesso avveniva solo nei
racconti popolari e nelle “storie” che ascoltavo
nella cantine e che rivelavano il carattere
ideologico della sobrietà, della frugalità,
della “dieta mediterranea”. Le cantine, aperte
in paese divennero luogo di mangiate
interminabili, di bevute, di progetti, di sogni
e di speranza. Un mio grande e generoso amico,
tornato dal Canada, introdusse, con la sua
generosità, l’uso del Wiskey e il vino ebbe una
certa decadenza, ma per poco. In questa cantina
che vidi, tra l’altro, il grande uso del
peperoncino, che a casa mia non godeva di grande
fortuna. A Catanzaro, dove ho insegnato alla
fine degli anni settanta all’Accademia di Belle
Arti, feci in tempo a frequentare le ultime “potiche”,
quelle con la “frasca” di richiamo, dove veniva
servito il celebre “morsello” fumante nella
pitta. La gente entrava veloce e divorava,
soffiando per il bruciore, quel piatto, che
resta un elemento di una cucina “povera”, ma
fantasiosa, dove vengono fusi tanti elementi di
quel grande melting pot alimentare, che è la
cucina calabrese.
***
Poi arrivarono, per fortuna, il boom economico,
l’acqua nelle case e i surgelatori, e arrivarono
anche, purtroppo, i ristoranti improvvisati per
i turisti, lo “scimmiottamento” di una cucina
globale, i piatti immangiabili con le panne e
gli intrugli dei “non luoghi” e del “non
mangiare”, la devastazione delle coste, la
distruzione del paesaggio. Chiusero per sempre
le vecchie osterie e le piccole cantine; la
cucina sacra dei pellegrinaggi si conservò
soltanto con ammiccamento a una cucina
standardizzata e globale. La buona cucina delle
case e delle famiglie, le mille tipicità locali,
i mille miscugli non ha trovato riscontro nei
locali “pubblici”, nella ristorazione.
Non
faccio delle mie nostalgie una lettura della
storia e del passato. Ho ascoltato tante storie
di fame per poter mitizzare un buon tempo antico
alimentare mai esistito. La nostalgia che mi
accompagna è quella che, come suggeriva
Pasolini, si pone il problema della critica del
presente. È la nostalgia di un periodo in cui il
cibo era sempre necessario e mai superfluo,
veniva circondato dalla sacralità che si assegna
ai beni preziosi. Era il cibo che stabiliva
legami tra uomini e natura, persone e divinità,
vivi e defunti, emigrati e rimasti. Soltanto
negli ultimi tempi, le cucine e i prodotti
locali ritrovano attenzione anche nei luoghi
pubblici, in poche osterie e agriturismi.
Siamo combattuti tra “retorica” e “persuasione”,
rischio erosione di un patrimonio culturale e
culinario costruito in maniera originale nei
secoli e la speranza che tale patrimonio,
riguardato e rivisitato, adottato e innovato,
venga inserito in un nuova sapienza sui luoghi e
dei luoghi. Ai moderni viaggiatori, ai flâneur,
agli escursionisti, ai turisti e ai visitatori
più attenti, consiglierei di non seguire rotte
scontate e consuete, di non presentarsi stizzosi
e pretenziosi, di non camminare preceduti da
luoghi comuni, di addentrarsi (anche
geograficamente) nella Calabria più profonda e
meno frequentata, nei violi e nelle piazze dei
centri urbani: è li che potranno scoprire, a
dispetto di tutte le devastazioni, l’anima dei
luoghi, le cucine locali, legate alla produzione
e a tempi, a ritmi, a pratiche alimentari, a
rituali diversi da quelli standardizzati e
globalizzati. Suggerisco la visita di alcune
osterie consigliate nelle guide di Slow (ma
altre ce ne sono che meriterebbero migliore
fortuna) e, magari, di fare la conoscenza di
qualche abitante del luogo: nelle case e nelle
abitudini familiari persistono, rinnovate,
ancora la convivialità, l’arte di cucinare e
mangiare prodotti introvabili, la facilità di
assaggiare piatti non trasportabili e
irripetibili, il piacere del cibo e del
mangiare, il senso antico e sacro
dell’ospitalità.
|