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Recensione
di Andrea
Mammone, University of Leeds
Calabria, terra
dalla quale si fugge e si torna, odiata e amata, rude e tenera,
terra di nostalgia, di tenacia, di poesia. “Il senso dei luoghi”
di Vito Teti, antropologo dell’Università della Calabria, è un
corposo volume di circa 600 pagine (contenente una serie di
fotografie in bianco e nero scattate dallo stesso autore). Da un
punto di vista metodologico e analitico l’autore, attraverso
tale testo, fornisce una chiave e un indirizzo interpretativo
che comparativamente, o trans-border, possono essere utilizzati
nello studio storico e antropologico di molte altre zone del sud
dell’Italia.
Teti analizza primariamente i luoghi abbandonati, le rovine.
Rovine che “alimentano il senso della storia dell’umanità, sia
essa vista come progresso o percepita come decadenza” (14). Si
considera quindi la storia e l’antropologia di una regione “in
fuga” attraverso l’analisi di luoghi apparentemente
“non-luoghi”, scomparsi o sulla strada di una lenta sparizione;
ma che invece non muoiono e si riproducono nella memoria degli
abitanti dando luogo a una forte identificazione collettiva.
L’analisi di Teti prende a pretesto tali “rovine” per parlarci
dell’importanza intima, profonda, “umana” del luogo, che è
percepito come “quello in cui siamo nati, ma anche quelli in cui
siamo vissuti, quelli che abbiamo sfiorato. Il luogo è il nostro
corpo, la nostra vita, i nostri incontri, i nostri legami. Il
luogo muta e bisogna cercare sempre un centro” (20). Il “luogo”
come simbolo, come memoria, come senso di appartenenza,
fondamentale nella costruzione di ogni identità individuale e
collettiva. “Le nostre sensazioni, le nostre percezioni, la
nostra memoria, la nostra vita non possono che essere raccontate
e rappresentante rispetto a un luogo” (4). Il libro di Teti è
anche, e soprattutto, un viaggio. Un viaggio nelle zone spesso
dimenticate, dalle Serre Catanzaresi al Tirreno Cosentino, da
Melito di Porto Salvo a Laino Castello, tagliando
trasversalmente la Calabria più profonda e a volte meno
conosciuta. Teti si muove con agilità tra ruderi, grotte,
pietre, leggende, miti, canti e preghiere. Un viaggio ed una
analisi che attraversano storie di abbandoni, di città, di
spopolamenti, ma anche di Normanni, di briganti, di emigranti e
di Santi. Perché giova ricordare che la memoria popolare e
collettiva di molta parte del Sud Italia è anche legata a
mitologie, maledizioni, credenze e passioni indissolubilmente
collegate alle divinità religiose. Una terra dove Santi e
Madonne si legano ai luoghi in maniera a volte morbosa e
incrollabile. Si pensi alle mille “processioni’ dai riti
secolari, oppure a San Bruno, San Francesco di Paola, o alla
Madonna del Pettoruto di San Sosti. Infatti, alcuni luoghi meta
di pellegrinaggi diventano, nell’immaginario popolare,
percettibili ed identificabili soprattutto (o soltanto?)
attraverso il nome e la figura del Santo che li protegge o vi
risiede. La descrizione di Teti, il suo viaggio nella Calabria,
è una storia etnica focalizzata dunque suoi luoghi spopolati o
in abbandono, ma al tempo stesso l’analisi fuoriesce da tale
contesto, o forse lo centra appieno, perché diventa una storia
più profonda, una storia dei luoghi ma anche, sulla scia di un
cantore della gente di Calabria come Corrado Alvaro, una storia
delle persone. Persone che risiedono o che sono partite, persone
che resistono e si lamentano, persone che restano e persone che
emigrano. Non poteva essere altrimenti. La memoria della terra
“in fuga”, come la chiama Teti, è imprenscindibile
dall’emigrazione, dai “luoghi” di origine riprodotti in
Germania, Svizzera, Canada, o dai paesi fantasma ricostruiti in
Calabria dopo catastrofi e nati senza tutti quegli abitanti
andati a cercare l’America. Una storia sui luoghi e dei luoghi
quindi fatta anche di partenze, povertà, nostalgia, catastrofi
naturali, riti, solitudine.
Quello di Vito Teti è un discorso “ragionato”, riflessivo, a
volte romanzesco, che può essere letto come un diario di
viaggio, come un racconto di Chatwin o Sepulveda. È un
discorrere dell’autore con se stesso, con le sue stesse
sensazioni: una narrazione introspettiva, al tempo stesso
scientifica, che non prescinde dalla sua persona, dalla sua
calabresità e meridionalità. Un osservatore, antropologo,
“interno” all’oggetto di studio, ma non per questo meno
obiettivo o razionale. Una analisi, che rifacendosi alla
tradizione di Ernesto de Martino, non prescinde dalla
soggettività “umana", dal vissuto e dal “vivente” di Vito Teti.
Lo studioso delle scienze storiche, resta positivamente colpito
dall’approccio metodologico di Teti che riesce a intrecciare e
far convivere l’antropologia, la letteratura, la sociologia e la
storia: riuscendo, in tal modo, anche a realizzare
implicitamente quell’incontro tra le scienze sociali di
Braudeliana aspirazione. Il lettore attento alle tante sfumature
della cultura può invece apprezzare l’arte narrativa de Il senso
dei luoghi. Un volume scritto con passione, stile, ed eleganza
letteraria, al contrario dell’incomprensibilità di parte della
letteratura accademica che, anche per tale motivo, non riesce ad
uscire dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Il
libro, giunto alla seconda edizione, ha anche avuto un risultato
“politico” ed emotivo probabilmente non cercato: è emersa forte
la voglia di “reagire”, di non soccombere, da parte degli
abitanti di tanti di quei luoghi, unita alla forte denuncia
verso chi, istituzioni locali e nazionali, ha permesso o
favorito la perdita di paesi e di memorie.
Naturalmente Il senso dei luoghi non è esaustivo (non vuole
esserlo), pur avendo il merito di deprovincializzare la storia
antropologica calabrese collocandola su un ben superiore livello
di rispettabilità scientifica. Molti sono gli spunti per le
future ricerche, e tante le pagine ancora da scrivere: “la
«solitudine» e la ricerca di identità dei giovani dei paesi
interni della Calabria, svuotati dall’emigrazione, e di quelli
dei nuovi abitati, sorti caoticamente e senza un vero progetto
di comunità, non sono state ancora raccontate”.
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