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"Meraviglie e limiti dell'identità... e dell'uso del
peperoncino"
di Vito Teti
La Calabria è
forse una delle regioni d’Italia che, tenendo conto della sua
estensione e del numero dei suoi abitanti, ha conosciuto la
sovraesposizione e, insieme, un’altrettanto significativa
sottoesposizione delle proprie immagini. L’essere stata il luogo
delle città magno-greche, degli insediamenti greco-bizantini,
una terra di passaggi e di arrivi, il luogo di grandi catastrofi
(come il terremoto del 1783, ma anche di altri successivi), di
rovine e di bellezze, il paese dei briganti e di tanti episodi
cruenti, la patria di intellettuali famosi, un luogo di solarità
e di alluvioni, emblema della povertà meridionale, metafora
della lontananza e della diversità, luogo di grandi avvenimenti
che hanno avuto risonanza a livello europeo: quelle del periodo
della dominazione francese e del brigantaggio popolare, quella
successiva all’unificazione nazionale e alla grande emigrazione
di fine secolo, e, nel secolo appena trascorso, le tante opere
che si sono occupate del grande terremoto del 1905, di quello
del 1908 che distrugge Reggio e Messina, delle lotte contadine
per la terra all’indomani della caduta del fascismo, della
povertà della regione, delle grandi alluvioni dei primi anni
cinquanta, dei fatti di Reggio del 1970. La Calabria diventa, in
questi frangenti, ma anche in altri, «luogo» di interesse più
generale, i suoi paesi e le sue persone diventano simboli e
metafore di processi più vasti. Tutte queste vicende hanno fatto
della regione una terra osservata e immaginata, compresa e
ignorata, vilipesa ed esaltata, dimenticata e chiacchierata.
La regione ha
conosciuto un’esasperazione degli sguardi che hanno condizionato
i modi di percepirsi e di rappresentarsi degli abitanti. A
pensarci bene, quasi tutti gli scritti, tutte le opere, anche le
più importanti e le più originali, dei calabresi cominciano,
quasi inevitabilmente, con qualche citazione, debbono smentire,
attenuare, contrastare qualche immagine o pregiudizio esterni.
Prima di parlare delle cose e dei fatti di Calabria, c’è qualche
avvertenza o premessa di rito da fare. Bisogna misurarsi,
confrontarsi, con quello che da altri è stato scritto. Spesso
non si scrive per sostenere una tesi, ma per contrastarne
un’altra, per confutare le immagini esterne, non tanto per
affermare la propria soggettività, il proprio punto di vista. È
una sorta di condanna, uno svantaggio iniziale. È un giocare,
necessariamente, sulla difensiva. Parlare di Calabria significa
sempre dichiarare preliminarmente non tanto quello che la
regione è, quanto piuttosto quello che essa non è, non tanto chi
sono i calabresi, quanto chiarire che non tutti sono come di
solito si dice o si vuole che siano. È un destino pesante quello
che è stato consegnato, almeno a partire dall’epoca moderna,
agli intellettuali e agli studiosi calabresi: fare sempre,
qualsiasi cosa scrivano, una sorta di preliminare dichiarazione
di intenti, una doverosa difesa d’ufficio. Ogni libro sulla
Calabria, a ben pensarci, ha una parte già scritta, contiene
sempre una sorta di sofferta, obbligatoria, necessaria premessa,
una difesa della propria identità, una «pars destruens» dei
luoghi comuni, dei pregiudizi, degli stereotipi, magari delle
immagini enfatiche, esistenti sui luoghi di cui ci si intende
occupare. Anche grandi autori calabresi, che rientrano a pieno
titolo nella più alta tradizione del pensiero occidentale, che
pure denunciano mali e ingiustizie della loro terra, sono stati
costretti, di fronte a immagini negative esterne, a pregiudizi e
a stereotipi, a rifugiarsi nel mito, a evocare bellezze e glorie
locali, a difendere, anche in maniera artificiosa, una dignità
offesa, a rivendicare l’orgoglio dell’appartenenza. Nel
Seicento, nel Settecento e nell’Ottocento capitoli di libri e
intere opere venivano scritti per confutare gli stereotipi più
bizzarri e deteriori sulle popolazioni e i luoghi della
Calabria.
Nel 1737, in
appendice all’opera di Gabriele Barrio, De antiquitate et situ
Calabriae, ripubblicata con note di Tommaso Aceto e aggiunte di
Sertorio Quattromani, il calabrese Pietro Paolo Frentano
pubblica una dissertazione di 73 pagine dal titolo Bruttii a
calumnia de inlatis Jesu Christo Domino nostro tormentis et
morte vindicati. Lo studioso calabrese rigetta la calunnia
antibruzi (che avrebbero fatto parte della legione romana che
partecipò all’uccisione di Cristo) che si era affermata a
partire dal Cinquecento sulla base di infondate e imprecise
annotazioni di autori romani, che non erano riusciti a domare i
bruzi. I tenaci oppositori della conquista romana si erano
guadagnati una fama ingiusta presso i loro nemici, che giocavano
con facili, quanto improbabili e inesatte, deduzioni
etimologiche: Bruzii da bruti, bruttaces. Lo stereotipo spesso
viene costruito facendo scempio del linguaggio e delle
tradizioni degli altri. Altre tradizioni su Giuda Iscariota
denominato Giuda Iscaliota e originario di Scalea, quindi
calabrese, circolano nelle leggende anticalabresi diffuse a
partire dal Cinquecento. Tante pagine e molta erudizione, tanto
argomentare filologico, sono impiegati per contrastare una
leggenda e fastidiosi luoghi comuni, proprio alla fine
dell’opera di Barrio, che si andava affermando, nonostante molte
imprecisioni, come una sorta di costruzione identitaria, di
appartenenza orgogliosa dei calabresi, presentando una mappa di
bellezze, di miti, di luoghi leggendari, di eroi, di personaggi
che rendevano il senso di una storia complessa, ricca e
controversa.
È una sorta di condanna (almeno a partire da Tommaso Campanella)
dover dichiarare, giustificare, rivendicare la «propria identità
a partire da ciò che non si è». È un buon esempio di quella
costruzione identitaria basata sulla difensiva e sulla necessità
di vantare tradizioni e storie «gloriose» per contrastare
rifiuti esterni. Il carattere subdolo e perverso degli
stereotipi è che costringono alla difesa e a rispondere con
stereotipi di segno contrario, con retoriche identitarie.
E spesso, per
contrastare il pregiudizio, anche i locali hanno ceduto al luogo
comune, alla retorica, o hanno elaborato immagini ostili nei
confronti degli altri. E non di rado, per rigettare le immagini
negative, si è scelta la via della chiusura, della difesa a
oltranza, della rinuncia alla critica dei limiti, dei contrasti,
degli aspetti meno edificanti della propria storia e della
propria realtà. Permangono e vengono rinnovate puntualmente,
ancora oggi, immagini generiche e pregiudiziali, che rinnovano
antichi cliché, posizioni di tipo razzista. Le immagini esterne,
spesso infondate, non di rado semplicistiche e offensive, hanno
tra l’altro la responsabilità di portare spesso al rifiuto di
qualsiasi giudizio critico proveniente dall’esterno.
Si origina così
una sorta di tendenza a negare tutte le immagini e le
descrizioni che arrivano dall’esterno. Il risultato perverso di
questa gratuita costruzione di immagini negative all’esterno (o
talora all’interno) è che quasi sempre, generano risposte
risentite, difese d’ufficio edulcorate, retoriche. Spesso si
finisce con l’indicare come frutto di ostilità e di
generalizzazione tutto quello che sulla regione viene scritto.
Siamo descritti, a volte con coraggio, come terra dove la
’ndrangheta esercita un forte controllo, ed ecco qualcuno
risentito, pronto a dire che non è così, che non bisogna
generalizzare, che bisogna parlare di un’altra Calabria. E
allora, puntuale come i temporali, arrivano i richiami
all’ospitalità, all’accoglienza, alle bellezze dei luoghi,
magari devastati proprio da coloro che li esaltano. D’estate
molti turisti che amano la Calabria o calabresi emigrati, o i
loro figli, che ritornano nella regione, inviano lettere ai
giornali per lamentare le devastazioni, il degrado e la
sporcizia delle spiagge calabresi, le fogne che si tuffano nelle
acque, le carcasse delle auto nei letti dei fiumi. Ecco le
risposte indignate da persone che si sentono colpite di «lesa
calabresità»: perché non vedete i lati positivi della
regione?Perché venite in Calabria? Perché tornate? Perché non
siete rimasti qui a cambiare le cose?
Non soltanto è
giusto, ma è anche doveroso, civilmente e culturalmente
necessario, discutere e contrastare immagini che si ritiene non
corrispondano alla realtà o la rappresentino in maniera
parziale. Il problema è che poi la realtà viene enfatizzata e
falsata evocando, in maniera ossessiva, glorie locali, Ulisse
che sbarca dovunque, la nobiltà dei luoghi o dell’eredità
magno-greca. Il mito o la storia sono tirati in ballo non tanto
per difendere e riconoscere legittimamente il senso
dell’appartenenza, ma anche per affermare un’identità edulcorata
e inesistente. La risposta a una negazione esterna si traduce
spesso in orgoglioso e tenace recupero della propria storia,
talvolta in sentimento di superiorità. Il fuoco delle immagini
esterne genera nell’osservato l’atteggiamento da assediato,
proprio di chi diffida, di chi vede nemici dappertutto. E anche
quando le immagini sono positive, il riferimento ad esse viene
fatto quasi per legittimare e dare maggiore consistenza alle
proprie osservazioni. E anche le immagini positive della regione
hanno un’accoglienza «prevenuta» da una lunga storia di
incomprensioni.
La retorica sulla
regione infastidisce gli antiretorici. Ma più in generale c’è
una sorta di paura del giudizio degli altri. Si attende con
apprensione e ansia un libro o un articolo (ma anche un film, un
documentario, un’inchiesta televisiva) di qualche autore
importante che si sta interessando alla regione. E nello sguardo
esterno spesso si attendono elementi di riconoscimento, o di
valorizzazione.
Altre volte, quando magari sarebbe necessario, della Calabria
non si parla. La regione torna ad essere, nei momenti più
disperati, la grande dimenticata. E allora non sempre si chiede
udienza con forza, non sempre ci si fa sentire in maniera
legittima. Mormoriamo, sussurriamo, ci accontentiamo, deleghiamo
gli altri a parlare e a rappresentarci. Ci lamentiamo e così
alimentiamo la nostra immagine di persone lacrimevoli, ci
irritiamo, e così alimentiamo l’immagine di gente che subito si
esaspera, che passa dall’accettazione passiva alla ribellione.
Una psicologia
degli assediati e dei dimenticati, di chi si sente sempre sotto
osservazione o sempre ignorato, di chi teme, attende, rifiuta,
incoraggia, il giudizio degli altri. Questi meccanismi
accentuano introspezioni esasperate, chiusure, risentimenti, che
finiscono col confermare gli stereotipi che si vogliono negare.
Finiscono col rendere i calabresi davvero patologicamente
melanconici, insicuri, sfiduciati, e spesso complici del gioco
degli sguardi. In tutti i casi si rivela sempre una sorta di
«soggezione» di fronte a quello che di noi è stato detto o non
detto.
In tutto quello
che fanno, è come se i calabresi dovessero mostrare e dimostrare
qualcosa agli altri, dovessero superare un handicap dovuto a una
negazione o a riconoscimenti esterni. È storia recente
l’incarico affidato da un qualche assessore della giunta
regionale a un noto pubblicitario di promuovere l’immagine
positiva della Calabria. L’assunto di fondo è che le immagini
negative siano sempre quelle create degli altri e non magari
dagli stessi calabresi, con i loro comportamenti. E affidarsi a
un nome alla moda, che, visita superficialmente la regione,
cerca di trovare quello che ha già in mente (come i peggiori
rappresentanti del Grand Tour), per elaborare immagini positive
della regione, da un lato suona come accettazione
dell’incapacità dei calabresi di autorappresentarsi e dall’altro
appare come una sorta di rinuncia a cambiare concretamente la
realtà e a riprodurre così solo immagini positive e innovative.
Il risultato, quasi paradossale, è che, nel tentativo di
respingere gli stereotipi, questi ultimi vengano amplificati e
dilatati, creando la sensazione che davvero è difficile cambiare
la realtà.
Ancora una volta
la domanda diventa: cosa c’entra il peperoncino? Che ruolo gioca
il piccolo frutto in questi controversi processi identitari? Il
peperoncino da elemento di «persuasione» rischia di essere
trasformato in elemento di «retorica». Il peperoncino sovrano
sembra avviarsi a perdere il proprio fascino proprio perché
inserito in esasperate, riduttive, folkloristiche costruzioni
identitarie, oltre che alimentari.
Troppe volte,
quando non si ha nulla da dire rispetto ai mali della regione,
si tira fuori, nei discorsi, il peperoncino. E così un elemento
cardine della cucina calabrese e di una grande civiltà della
tavola viene spesso ridotto a tratto caricaturale dei calabresi.
Non sono in
discussione – sia chiaro – i mangiatori di peperoncino, coloro
che lo promuovono con manifestazioni alimentari e culturali di
qualità, quanti camminano con i peperoncini in tasca, coloro che
vedono nel pepe rosso un tratto distintivo e irrinunciabile del
gusto e del piacere alimentare. È in discussione la sua versione
edulcorata. La fortuna del peperoncino ha origini profonde,
plurali, affascinanti, che non meritano di essere ridotte a
«tratto genetico», ipotizzando quasi una sorta di razzismo
alimentare. Il peperoncino non può diventare l’ennesima
leggenda, l’ulteriore favola delle popolazioni del Sud.
L’estrapolazione
del peperoncino da una storia alimentare di lunga durata, dal
contesto in cui si è affermato, dalle pratiche culinarie e dalle
concezioni dietetiche che lo hanno elevato a sovrano comporta
infatti un’immagine riduttiva, parziale della cucina calabrese e
dell’intera regione. I piatti piccanti, le mille ricette con
peperoncini e peperoni, il morzeddhu e la ’nduja, la sardella e
i peperoni ripieni hanno una dignità, una ricchezza, una
peculiarità che non possono essere alterate in nome di
un’equazione strumentale tra «calabresità» e consumo di
peperoncino.
Sono significative
allora le reazioni di quanti non mangiano il peperoncino, di
quanti si sentono calabresi anche se non lo consumano, di quanti
ritengono che un suo uso esagerato sopra ogni pietanza possa
essere un ostacolo alla valorizzazione della cucina calabrese.
Se molti ristoratori puntano tutto su una proposta eccessiva di
peperoncino dovunque e comunque, su qualsiasi piatto e su tutti
i preparati, altri gastronomi e cuochi famosi, pur
riconoscendone l’importanza, e anche non disdegnandone l’uso,
invitano alla moderazione, a non esagerare, ad adoperarlo senza
che alteri e soffochi il sapore degli altri alimenti, a
utilizzarlo su piatti in cui è indicato e ai quali si accompagna
bene. Proprio ristoratori e gastronomi, che mantengono un legame
più problematico con una tradizione aperta e mobile, che si
interrogano sulle mutate condizioni alimentari e culturali,
sulle diverse esigenze e disponibilità, inventano piatti, dolci,
crostate, creme, liquori in cui il peperoncino trova una nuova
vitalità e viene esaltato all’interno di miscugli e di
combinazioni di sapori prima impensabili.
Se molti camminano
con il peperoncino per nascondere e aggirare i pessimi sapori di
una cucina globalizzata e standardizzata, altri immaginano che
bisogna affermare il valore delle cucine locali nella loro
interezza. Il locale (non solo il peperoncino), un tempo rimosso
e negato, adesso viene promosso, rivalutato, considerato per i
suoi presunti valori antagonisti o alternativi. In realtà, se
decontestualizzato, rischia di venire mummificato, astoricizzato,
imbalsamato, con il risultato di creare una sorta di identità
perenne, immobile e immutabile, mai esistita. L’operazione non è
sprovveduta: si toccano corde e sentimenti ed emotività non
estranei a un sentire popolare, vengono riproposti, in maniera
confusa sapori, colori, sonorità, ritmi, immagini, che
appartengono a una tradizione meridionale e mediterranea, che
andrebbe però conosciuta nella sua complessità e storicità.
Altrimenti il risultato è una poltiglia postmoderna, dove non si
distinguono né odori e né sapori, e si finisce con l’affermare
quella standardizzazione che si vorrebbe contrastare. La
Calabria dei nostri giorni presenta immagini di mobilità, appare
una terra senza centro, abitata da persone che hanno un continuo
bisogno di fare mente locale all’interno di paesaggi, luoghi,
situazioni sfuggenti, non definibili. I paesi e le persone in
Calabria sembrano essere sempre fuori posto, si sentono in un
posto diverso da quello in cui sono. Il paesaggio geografico,
culturale, umano, è attraversato da onde, convergenti e
divergenti, di nostalgia. Il cibo, il peperoncino, la cucina
spesso possono diventare vie di riconoscimento e di orientamento
a condizione che non vengano ridotti a linguaggi muti e
separati.
Ciò che si critica
è una sorta di «insensato esclusivismo» alimentare. Qualsiasi
elemento della storia, del paesaggio, dell’antropologia della
regione (il mare, il bue primigenio di Papasidero, i Bronzi di
Riace, il peperoncino e così via), nel momento in cui si erige a
emblema esclusivo di una terra ricca e plurale, quando viene
enfatizzato come la «vera espressione» dell’ autentica immagine
della Calabria, magari a opera di gruppi politici dirigenti che
non hanno, davvero, una bella immagine, assume anche tratti
folkloristici.
Sappiamo come
l’uso dell’antico e il riferimento al classico (per dirla con
Salvatore Settis), abbiano costituito elementi di
identificazione per le élites e come il riconoscimento di
momenti e figure alte della propria storia risponda al bisogno
di criticare il presente; ma l’uso del classico ha significato
sottovalutazione o cancellazione di periodi ed eventi storici
ugualmente fondamentali per la costruzione di un’identità
plurale e dinamica regione. La memoria, intesa come costruzione
sociale, è fatta di ricordi e di oblii, di rimozioni o di
esasperazioni.
Scegliamo, non a
caso, un passato di comodo (o ritenuto tale), spesso mitizzato,
da «commemorare» e da celebrare. Si può scegliere anche il
peperoncino, ma non va separato da una storia alimentare più
complessiva, da storie di fame e di abbondanze, di penurie e di
mescolanze. Le cucine del Mediterraneo hanno una storia
alimentare diversa da quella del Messico precolombiano, dove per
millenni mais, fagioli e peperoncino sono stati alimenti base e
quasi esclusivi. La Calabria si presenta con una ricchezza e
varietà di prodotti tipici e tradizionali, antichi e moderni,
che meritano di essere conosciuti e valorizzati.
Il problema è che
spesso il riferimento al tipico o al peperoncino occulta
l’incapacità di promuovere e valorizzare in maniera convinta i
prodotti alimentari e i beni culturali, materiali e immateriali.
E non a caso il peperoncino in Calabria arriva, magari alterato,
dall’esterno, e non a caso la regione stenta ad affacciarsi sui
mercati nazionali e mondiali con i suoi mille prodotti. L’enfasi
impedisce un reale legame con la tradizione e la retorica
ostacola la possibilità di ridarle voce, di trasformarla in
risorsa.
Il peperoncino non
va svenduto, come una merce qualsiasi, al migliore offerente di
immagini e di stereotipi. Ha segnato la mente e il corpo, i
sogni e le passioni di generazioni di calabresi, non si può
ridurre a una sorta di grimaldello identitario, a volte esibito
in maniera ostile e minacciosa, buono per tutte le occasioni.
Ed ecco allora che
anche le vicende del peperoncino ci portano a ripensare il senso
di un’appartenenza che si configura come il risultato, mobile e
mai definitivo, di un cammino, come una conquista faticosa e
dolorosa, che richiede sempre nuove invenzioni. L’appartenenza a
un luogo è fondamentale per riconoscerci e per ritrovarci, per
orientarci, ma oggi dobbiamo saper coltivare anche la capacità
di sentirci «fuori luogo», di metterci in gioco, di aprirci, di
entrare in dialogo con altri luoghi, di saper accogliere gli
altri nei nostri luoghi.
Commiato.
Quando oggi vi capita di osservare le piante di peperoncino sui
balconi dei paesi calabresi, quando nelle case vecchie, nuove,
sventrate, sempre in costruzione e incompiute, vedete appese le
lunghe reste di pepe rosso, quando nei luoghi in cui sono
emigrati i calabresi scorgete una grande quantità di pepe verde,
rosso, conservato nell’olio, essiccato; quando sentite un vostro
commensale calabrese chiedere il pepe anche per pietanze del
tutto estranee alla propria tradizione alimentare; quando
scorgete qualcuno tirare fuori dalla propria tasca un
peperoncino rosso con cui tenta di dare sapore all’immangiabile
pasto, non pensate a una stranezza, a una stravaganza, a
un’esibizione, a un atteggiamento conservatore o retorico, a una
difficoltà d’adattamento.
Quando un calabrese chiede il peperoncino e lo versa
religiosamente e in maniera sacrale su tutte le pietanze, non
compie soltanto un atto alimentare: egli sta parlando della
storia e della cultura della propria regione; narra di antiche
privazioni e di recenti conquiste, di una fame antica e di
tradizionali utopie alimentari, di desideri di abbondanza;
riepiloga le immagini che nel tempo gli altri hanno costruito su
di lui; rivela la sua identità, affermata, negata, mitizzata;
sta confessando la sua nostalgia; si presenta e si svela con i
suoi vizi e le sue virtù; narra, in maniera inconsapevole, le
verità e le retoriche, lontane e vicine, della sua terra;
riporta storie di luci e di ombre, di soggezione e di desiderio
di libertà, di limitazioni e di fantasia. Osservatelo,
ascoltatelo: egli, forse senza saperlo, senza volerlo, sta
esprimendo il bisogno di parlare e di esserci, si sta
presentando e raccontando.
Su consenso
dell'autore, dal volume V. Teti, Storia del peperoncino,
Donzelli, Roma, 2007, pp. 390-399 |