«Odio i viaggi e gli
esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie
spedizioni». L’incipit di Tristi Tropici di
Lévi-Strauss è forse la frase più celebre e più avvincente di
tutta la letteratura antropologica. Nulla più dell’idea del
«restare» potrebbe, quindi, apparire estraneo alla storia del
sapere etnografico. Restare sembra l’antitesi del viaggiare, del
mettersi in discussione, della disponibilità al disordine, alla
scoperta, all’incontro.
Ma davvero l’idea e la
pratica del restare sono inconciliabili con l’esperienza
antropologica? E, soprattutto, è possibile pensare un viaggiare
separatamente dall’esperienza del restare, e davvero il restare
va accostato all’immobilità, alla scelta di non incontrare
l’alterità e di non fare i conti con la propria ombra, il
proprio doppio? Restare è difendere un appaesamento o esiste
anche una maniera spaesante di restare che, a volte, può
risultare più scioccante del viaggiare?
L’avventura del
restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della «restanza»
– non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare.
Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate
insieme. Restare, allora, non è stata, per tanti, una
scorciatoia, un atto di pigrizia, una scelta di comodità;
restare è stata un’avventura, un atto di incoscienza e, forse,
di prodezza, una fatica e un dolore. Senza enfasi, ma restare è
la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte un’invenzione;
un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità
locali. Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa
esperienza del tempo.
Attraverso racconti,
memorie, note di viaggio e riflessioni, che si fondono in un
romanzo antropologico ambientato tra la Calabria e il Canada,
Vito Teti ricostruisce la complessità della «restanza», senza
nessun cedimento a un’estetica dell’immobilismo e con una
sofferta interrogazione sul senso dell’erranza nell’epoca della
modernizzazione globale.
A volte i sassi
hanno forma di pane. Bisogna vederli, a una svolta di una strada
biancheggiante, cumuli di sassi che sembrano pani. Sono i sassi
dei torrenti, arrotondati e dorati. La prima idea è quella del
pane. Poi della pietra. E la fantasia oscilla tra questi due
estremi. Sono i mucchi dei sassi trasportati dal greto dei
torrenti e ammucchiati per fabbricare la casa.
Corrado Alvaro,
Pane e pietre