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Recensione
di
Sonia Serazzi
Dopo “Franco, oohh
Franco” e il peperoncino di Soverato – alludo alle trovate
cabarettistiche di Franco Neri – ci voleva stomaco per uscire
con un libro che si intitola Storia del peperoncino. Vito Teti
questo fa. Precisiamo: l’autore impreziosisce un bel lavoro già
pubblicato da Monteleone, molto prima che il peperoncino
diventasse un trastullo alla moda.
Autori meno seri di Teti e editori meno raffinati di Donzelli
rischiavano di finire in gloria - tra provole della Sila e
funghi sott’olio - dentro qualche autogrill per turisti sudati.
Loro due la scampano. Giustamente.
Storia del peperoncino è un testo ricco e curato che scava
pensieri sul sud, quello vero, non la pappetta
sole-mare-profumo-di-zagare. Niente “siamo la terra più bella
del mondo”, solo ghirlande di storie al pepe rosso, infilzate
una dopo l’altra: “E come potevo misurarmi con mastro Toto e
mastro Vito che, nei maccheroni fumanti conditi con il ragù dei
tordi o della carne di capra, dello stocco, oppure nella trippa
e patate o nelle uova fritte con sarde e peperoni versavano un
bicchiere di peperoncino infornato?”
Così il saggio di Teti sfrigola di biografia, e l’antropologo la
teoria la appende allo spadellare della moglie e alle tavolate
coi compari del paese, ma pure al figlietto mangiatore di patate
e alla nonna che lo educava a raccogliere le briciole di pane,
contro il peccato di spreco.
Nella Storia del peperoncino leggerete Gioacchino da Fiore e
Campanella, Alvaro e Douglas, Augè e Barthes, ma in bocca vi
resterà un morso più duro: il peperoncino dice la fame, e una
Calabria di erbivori che si infuocavano piatti di cicorie e
fagioli per contentarsi il palato in qualche modo.
La terra d’adozione del capsicum è terra tonante, giacché da noi
la poesia un giretto per le viscere se lo fa sempre: “ I peti,
provocati da una pressante «massa alimentare», condita e
«rafforzata» con peperoncino, generavano «benessere» nelle
persone, che potevano pertanto, come suggerisce un proverbio,
«fottersene» di medici e farmacisti.”
Teti butta un’occhiata all’intestino e subito scassa la serqua
di celebrazioni folkloriche, che incipriano gli sbreghi anziché
rammendarli. Dietro al peperoncino può esserci la puzzetta,
sintetizzo io. Più elegante – però la puzza resta! – Teti
avverte: “E il peperoncino, la sua celebrazione, la sua
evocazione, diventano vie di fuga per gruppi dirigenti incapaci,
inetti, collusi con la mafia, professionisti delle clientele.”
Tenetela in mente la punturina del rigo qua sopra, tanto non vi
guasterà la tenerezza per gli emigranti che viaggiavano col
piper ruber indicum in saccoccia, ovunque sperando il gusto
dell’orto dietro casa. E a pagina trecento e passa quasi non ve
la ricorderete più la sbottata severa dell’autore, e avrete
nelle orecchie le canzoni di sdegno sulle femmine dalla “ fica
avvelenata che brucia e morde come cane”.
A concludervi l’incanto del libro, troverete un sontuoso
ricettario e qualche foto. In mezzo alle foto luccicano le
collane peperoncinate di Gerardo Sacco. La sputo tutta: i
gioielli coi frutti smaltati di rosso mi danno prurito, quasi
quanto le croci di diamanti addosso alle attricette-tette-al
vento. La croce dev’essere povera, o non vale. Per il
peperoncino è uguale.
In una traduzione dall’ebraico del Genesi, si parla dell’ira di
Caino contro Abele, più caro a Dio. “Caino bruciò molto” è
scritto. Caino non si adirò: bruciò, in tutta la forza cruda del
verbo. La rabbia si fa bruciore negli esclusi, e mica si scherza
con la memoria di una terra che sceglie il fuoco in gola come
bandiera. Mi piace ricordarlo alle tintinnanti estimatrici
Sacco, perché scoprano la prudenza dell’understatement. O almeno
leggano Storia del peperoncino, capiranno infine cosa si
accollano. |