|
Recensione
di Sonia
Serazzi
Una leggenda
talmudica racconta che il pipistrello non fu ammesso a bordo
della salvifica arca di Noè: al nero uccello notturno è precluso
lo scampo, il rifugio, il riparo. Uguale sorte disperante tocca
al vampiro, che talvolta in pipistrello si muta.
Mi pare questa
salvezza impossibile il risvolto vibrante del saggio di Teti
sulla malinconia del vampiro, un libro denso sull’evoluzione di
un figura folklorica che assume spessore archetipico per la
cultura moderna e postmoderna.
Dall’Europa
illuminista, il vampiro - lemure inquietante che brama la vita
d’altri per vincere la propria morte - risale ammansito e
trasfigurato fino alla contemporaneità, così un corpulento
spettro avido di carne e sangue si fa emaciato dandy nella
letteratura ottocentesca, e fascinosa autorappresentazione di
molti intellettuali tormentati dei giorni nostri.
Confesso d’essere
grandemente turbata da inestirpabile avversione per i cadaveri
viventi: rispetto i soffi lievi e giocosi degli spiriti e il
loro timido avvinghiarsi ai sogni, ma non concedo altro alle
ombre. Più generoso di me, Teti fruga il mondo infero e addita
il pozzo necrofilo da cui la cultura contemporanea pesca
perturbanti figure di revenants che scoperchiano avelli per
nostalgia dell’esistere: una sollevazione di anemici che sperano
dalle vittime il sangue di cui sono sprovvisti. In tal senso, il
malinconico vampiro di Teti raffigura degnamente una
contemporaneità incentrata sulle modalità di fruizione
succhia-e-sputa, che non arretrano neanche davanti all’orrore di
corpi feriti morenti e squarciati raccolti dai televisori.
L’oscura
inquietudine del vampiro – di cui Teti scorge lucidamente le
potenzialità di destrutturazione dell’agire seriale e irriflesso
– degenera in compulsiva e famelica iperattività: la
moltiplicazione del desiderabile compensa vacuità ostentate con
compiacimento mondano, quasi che al vuoto spetti l’onore
dell’abissale profondità, invece che il rapido turarsi il naso
che di norma meritano le fogne a cielo aperto
Già Guido
Ceronetti – in un articolo significativamente ripreso dallo
stesso Teti – disocculta la natura commerciale dei contorcimenti
vampirici dei nostri tempi. Non a caso i vampiri di Ceronetti
succhiano musica e pubblicità, mordono bambole di gomma e amano
i loro scaltri allevatori.
Il vampiro
postmoderno è tacchino d’allevamento costretto in gabbie
illuminate full time, perché la costante esposizione agli
stimoli moltiplichi gli appetiti e le conseguenti escrezioni.
Intestini ipercinetici e onnivori divorano e defecano orali e
scritti, in una contaminazione del gusto che alza la soglia di
tolleranza dell’orrore: si ficcano gli occhi su tutto, tutto è
digeribile, purché scuota appena anime stagnanti ridotte a
contemplarsi l’ombelico.
Ho letto in
prestito “Zoo”, l’ultimo libro di Isabella Santacroce: il padre
della protagonista muore d’infarto, la protagonista precipita
dalle scale e guadagna una sedia a rotelle sulla quale si svaga
torturando la madre, infine – consumato un incestuoso rapporto
saffico con la genitrice – la funesta paraplegica si libera di
chi l’ha partorita soffocandola col cuscino.
La tormentata
scrittrice narra il letame sguazzandoci meglio che nei fanghi
termali, e alle parate televisive di cui si pasce esibisce un
eterno volto cupo e sofferente. Sul grazioso musetto imbronciato
della tenebrosa fanciulla spicca sempre, a deliziare il
cameraman, un rossetto infuocato: irrinunciabile cosmetica del
soffrire.
Ben più seria, la
scrittrice inglese Sarah Kane - in “Psicosi delle 4.40” –
scrive: “Tutto passa/ tutto muore/tutto viene a noia.” E ancora:
“Vittima. Carnefice. Spettatore.” Quasi l’urlo delirante di una
coscienza frammentata da eventi agiti, subiti e osservati. “Come
faccio a fermarmi? Come faccio a fermarmi? Come faccio a
fermarmi?” si domanda ossessivamente Sarah Kane. E si risponde
suicidandosi a ventott’anni: coerentemente.
Per contro, i
colleghi quaquaraquà della Kane si pagano la pagnotta inscenando
letterari squartamenti e carni varie maciullate amputate e
insaccate. Intanto la sfangano, di libro in libro.
Quello indagato da
Teti ne “La malinconia del vampiro” (manifestolibri) è vampiro
raffinato e sensibile, melanconico che si strugge d’amore
indolenzito e tragicamente negato, alchimista che fronteggia la
nigredo tentando di redimerla. I banali vampiri delle cronache
sterminano i vicini caciaroni, succhiano il sangue delle stragi
da schermi al plasma o romanzano la ferocia celebrandola.
Di questi vampiri
che sfruculiano compiaciuti il sanguinolento, Teti scava le
radici più nobili, e solo ad esse volge lo sguardo: una saggezza
inattuale di cui i lettori di classici gli saranno grati. |