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"Il revenant dalla
tradizione al moderno al postmoderno"
di Vito Teti
Le definizioni
del vampiro sono numerose e il termine spesso indica figure
diverse. Non sarebbe inutile una contestualizzazione,
geografica, territoriale, antropologica del revenant di cui si
parla. Il vampiro, «morto-non morto» che ritorna per disturbare,
contagiare, uccidere i vivi, spesso succhiando loro il sangue,
non può essere separato dalla paura del ritorno, perturbante e
pericoloso, dei defunti, presente in tutte le società arcaiche,
tradizionali e primitive. I morti nelle diverse culture sono
stati considerati, temuti, affrontati, in un certo senso, come
«entità ostili», come possibili vampiri.
In quanto legato
alla paura della morte e alla nostalgia della vita, al culto dei
defunti e al timore che possano tornare, spesso a concezioni del
sangue come elemento di vita e di morte, il vampiro si presenta
come una sorta di archetipo, come una figura ricorrente, con
caratteri e comportamenti diversi, in tutte le culture e le
società tradizionali. Appare, pertanto, plausibile, ma
abbastanza problematico, tentare di individuare le origini e i
caratteri costitutivi del fenomeno che nel Settecento sconvolge
intere comunità dell'Europa centrosettentrionale prima di
contagiare i salotti, le gazzette, l'immaginario delle
principali città europee (Londra, Parigi, Vienna, Napoli,
Palermo), dove viene accolto e reinventato anche con immagini e
motivi presenti nelle culture e nelle tradizioni locali.
Le ipotesi sulla
provenienza geografica e sull'origine culturale del moderno
vampiro sono diverse. Gli studiosi hanno rintracciato dovunque
figure e motivi vampirici che poi sarebbero confluiti nella
configurazione del moderno vampiro. Anche i legami tra vampiri,
lupi mannari, sciamani, streghe – tutte figure che raccontano un
legame tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, una
continuità tra vita e morte – sono molteplici e sembrano
rinviare ad un analogo sostrato culturale arcaico. E tuttavia
fenomeni come il vampirismo, la possessione diabolica o degli
spiriti, lo sciamanesimo, la caccia alle streghe, il
licantropismo, il cannibalismo rituale e non – con evidenti
somiglianze – si sono presentati, nella storia e nelle
tradizioni di diverse aree geografiche, con una diversità che
soltanto molte invenzioni postmoderne hanno saputo mescolare e
confondere.
La questione
decisiva, però, uscendo da congetture, ipotesi, ricostruzioni
sempre in qualche modo fondate, che mi sono posto in questo
lavoro è stata quella di ripensare come e quando il motivo della
paura dei defunti che ritornano come vampiri, diffuso in
contesti geografici, storici e culturali lontani, abbia dato
origine, insieme ad altri elementi e ad altri fattori, «una e
una sola volta nella storia», al complesso, drammatico fenomeno
storico di diffuso e spaventoso ritorno di vampiri. Mi sono
posto, in altri termini, il rpoblema di come e perche
l'Occidente colto e illuminato, quello dei filosofi e quello
degli uomini di Chiesa, che si interrogavano sulle superstizioni
popolari, abbia «scoperto» il vampiro.
La grande epidemia
vampirica (che si concludeva con dissotterramento di cadaveri e
una nuova «uccisione» con il paletto nel cuore a cui seguiva di
solito la cremazione) degli anni Trenta del Settecento in
Ungheria, Moldavia, Slesia, Polonia aveva infatti accompagnato,
in maniera drammatica, la fine di un antico universo, aveva
segnato, in maniera talora cruenta e raccapricciante, l'erosione
e la fine delle società tradizionali e l'affermarsi delle
concezioni moderne.
Il contagio
settecentesco è all'origine delle invenzioni, delle
elaborazioni, delle mitizzazioni colte del secolo seguente. È
possibile individuare in quella violenta e improvvisa esplosione
gli ultimi rumorosi «strepiti» di un mondo in agonia, l'esito
finale della drammatica lotta che l'illuminismo e la Chiesa
cattolica (e anche quella ortodossa) conducevano, in diverse
forme, contro le superstizioni popolari e le concezioni
arcaiche. Un fenomeno unico e irripetibile, che ha accompagnato
il crepuscolo di culture tradizionali millenarie e ha segnato il
controverso affermarsi della modernità.
Il vampiro delle
superstizioni popolari dell' ancien régime, a dispetto delle
previsioni degli illuministi, tornava ben presto sotto nuove
vesti, si guadagnava una nuova vita. Si trasferiva, con
eccezionale capacità di trasformazione, nella cultura colta e
nel nuovo folklore europeo, e contagiava la produzione
letteraria, teatrale, artistica di molti paesi, si diffondeva
nei centri di quella modernità che avrebbe dovuto allontanare
paure, tenebre e ignoranza.
All'inizio
dell'Ottocento il vampiro si incarna, in maniera inquietante,
nell'eroe fatale e romantico di ascendenza byroniana.
Soprattutto dopo The Vampyre (1819) di John William Polidori, il
vampiro diventa una figura forte delle costruzioni letterarie
dei romantici. Negli anni Venti dell'Ottocento non c'è a Parigi
un teatro – così scrivono i giornali dell'epoca –, che non metta
in scena un vampiro. A partire da quel periodo, moltissimi
scrittori e poeti vengono attratti dalla figura del vampiro. Il
termine vampiro diventa metafora di tante figure, positive e
negative, del male assoluto, del diavolo, del cannibale, del
capitalista, ma anche dell'artista, del flâneur, dell'errante,
del seduttore, dello straniero, dell'esule, dell'emigrante.
Vampirizzare diventa un verbo riferito alle situazioni più varie
Questa grande dilatazione del termine è possibile perché la
figura del vampiro si afferma in una tradizione culturale nella
quale la melanconia e le rovine, a cui è strettamente connessa,
avevano una storia di lunga durata e si apprestavano a
raccontare il lento affermarsi del moderno.
VERSO IL VAMPIRO
DELLA GLOBALIZZAZIONE
Dall'inizio
dell'Ottocento le periodiche epidemie vampiriche, spesso legate
all'uscita di un libro, di un film, a una rappresentazione
teatrale, accompagnano il moderno e il postmoderno.
Quando nel maggio
1994 usciva questo libro, era in corso una nuova ennesima
epidemia. I vampiri tornavano nel cinema, nei libri, nei
fumetti, nella cronaca quotidiana, nel moderno folklore
metropolitano, ribadendo il loro carattere di revenants anche
nella cultura contemporanea.
Soprattutto il
film Bram Stoker's Dracula di Coppola, uscito in America alla
fine del '92, acclamato anche in Italia da una schiera di
vampiromani e vampirologi, alimentava la nuova epidemia.
Giornali,
emittenti televisive, mondo della moda registravano,
rafforzavano, la «draculomania», proclamando il 1993 «anno del
vampiro». I media – scrivevo allora nella presentazione del
libro – hanno memoria corta. Consumano in fretta e dimenticano
le loro stesse invenzioni. Legati alle contingenze, «scoprono»
sempre nuovi fenomeni presentati come tali da decenni. La
vampiromania dei primi anni Novanta durava infatti da oltre un
decennio e poteva esser fatta risalire al film Nosferatu,
Phantom der Nacht (Nosferatu, il principe della notte) di
Herzog, del 1978.
Il film Intervista
col vampiro (1994) del regista Neil Jordan, otteneva, insieme al
romanzo di Anne Rice (1976) da cui era tratto, e che veniva
allora pubblicato in Italia, una notevole fortuna di pubblico e
di critica.
I romanzi della
Rice e il film di Jordan accompagnano la trasformazione dei
vampiri del folklore e, della tradizione colta ottonovecentesca
in vampiri postmoderni.
I vampiri non vivono più fuori dal mondo degli uomini, nascosti
tra le rovine e nelle bare, ma nel mondo, in mezzo agli uomini,
camuffati da uomini, come loro tristi e melanconici.
I vampiri sono come gli «umani», gli umani sono dei vampiri. Ma
questo punto di arrivo che poi è un punto di partenza, un altro
modo di narrare la continuità tra la morte e la vita, la loro
inseparabilità, a dispetto di tante rimozioni – è il risultato
delle molteplici costruzioni letterarie del vampiro triste e
melanconico, fatale e distruttivo, seduttore, inquieto e
infelice che dalla fine del Settecento si sposta dai cimiteri e
dalle rovine ai resti dell'antichità classica, mete predilette
del Grand Tour. E poi si aggira nelle metropoli europee
dell'Ottocento, sbarca a New York, a New Orleans o a San
Francisco, per ritornare (con la Rice), come accade agli
emigrati di terza generazione, nella patria di origine del
vampiro folklorico o nella Parigi dove si muovevano erranti,
flâneurs, ammalati di spleen, eroi fatali e maledetti.
Nel corso degli
anni Novanta, cinema, fumetti, internet, libri affermano un
vampiro che assorbe, custodisce, rimastica i vampiri delle
diverse tradizioni locali. Il vampiro viaggia e si sposta in
tutti i luoghi, diventa sempre più globale.
Il vampiro che non
può «specchiarsi» si afferma definitivamente come una figura
emblematica del rispecchiamento, della autopercezione e dell'autorappresentazione
dell'uomo della società attuale. Il vampiro sembra essere
divenuto l'espressione e la proiezione dell'afflizione
melanconica, e del «sentimento» nostalgico e melanconico, delle
tante forme di erranza e di nóstos che hanno caratterizzato la
storia, il pensiero, la tradizione culturale dell'Occidente.
EMIGRATI E
IMMIGRATI COME INQUIETANTI REVENANTS?
Sullo sfondo del
mio incontro con la figura del vampiro ci sono i miei interessi
per alcuni motivi e avvenimenti che hanno segnato la vita e la
storia delle culture locali tradizionali: il sangue come
elemento di vita e di morte, la tematica del doppio nel fenomeno
migratorio, lo spopolamento dei paesi, l'estinzione delle
comunità, il tema della nostalgia e della melanconia che segna
anche una storia di lunga durata del Meridione.
Un'altra
sollecitazione a riconsiderare il vampiro come metafora di
accadimenti più generali e non necessariamente inquietanti mi
arrivava dal cinema, soprattutto da quello americano.
[...]
Se l'emigrazione
costituisce un equivalente critico e problematico della morte, i
rapporti tra rimasti e partiti — i loro controversi legami di
odio e amore, di attrazione e repulsione — sembrano riproporre,
in forme nuove, le dinamiche tra vivi e defunti proprie delle
società tradizionali. L'emigrante — amato e atteso, ricordato
con affetto — viene guardato anche con diffidenza e con
sospetto, con premura e con paura. Viene vissuto come un defunto
che può tornare, però, senza turbare. L'emigrante è un vivente
che è morto per la società di origine: è, in fondo, un vampiro.
Il vampiro vive
senza sentirsi vivo. L'emigrato conosce l'esperienza di vivere
senza sentirsi vivo. Il vampiro vive in una bara e se si
trasferisce deve disporre di bare contenenti un po' di terra del
luogo di origine. L'emigrato — quando vive una condizione
melanconica e di lutto prolungato, quando non ha saputo uccidere
il paese lasciato — abita il nuovo mondo come in una bara. Per
poter continuare a vivere quella che considera una non vita ha
bisogno della terra, del cibo, di quanto lo riporta (o così
immagina) al mondo di origine: deve illudersi di poter
ricostruire il paese altrove. Il vampiro, che ha nostalgia della
vita e ritorna, teme tutto ciò che lo allontana dalla propria
terra, dal Castello dove può continuare a dominare. L'emigrato,
all'inizio, teme i mutamenti, ha paura di perdersi, tenta di
conservare il paese e di portarlo con sé.
C'è una differenza
sostanziale. Il vampiro, nonostante le sue innumerevoli
trasformazioni, non riacquista mai una nuova vita, resta un non
morto. L'emigrato attua separazioni e ricongiungimenti, muore e
rinasce, acquista, inventa una nuova ombra.
In Volver (2006) di Almodóvar sono gli immigrati a prendere il
posto dei morti che ritornano. Romolo Runcini, in una recente
intervista, afferma che il vampiro contemporaneo rappresenta
«l'alieno, il diverso, l'emigrato straniero che vive in mezzo a
noi».
Ho visto nell'ultimo decennio carrette del mare, partite
dall'Albania o dalla Turchia, giungere in Calabria, lungo la
costa jonica, lungo i tratti che portano da Roccella a Badolato,
da Soverato a Crotone, e a Lampedusa, partite dall'Africa
cariche di ombre, spettri, figure di erranti che non sanno dove
arriveranno e che cercano un'isola felice che non c'è, un Eden
inesistente inventato dai media. Li ho visti accogliere con
solidarietà come si fa con i bisognosi. Ma ho visto anche come,
col tempo, quelle ombre che arrivano nella notte, come vampiri,
figure inquiete, revenants emaciati, creino inquietudine e
disagio, preoccupazione e incertezza.
Sono gli abitanti
dei luoghi di arrivo che manifestano spesso paura di essere
divorati, inghiottiti, di perdere la loro identità, le loro
certezze. Gli immigrati, respinti come revenants inquietanti,
fatti scivolare nel campo semantico del «pericoloso» e
dell'«ostile», raccontano la nostra incapacità di fare i conti
con la diversità, la fragilità delle nostre certezze.
I profughi
ammucchiati nelle carrette del mare, sono non vivi e non morti.
Le barche, grandi bare che navigano sull'acqua, vengono
ammassate sull'isola di Lampedusa o sui moli delle coste
calabresi, formando cimiteri postmoderni.
Anche gli
immigrati clandestini scampati al crollo delle Due Torri sono
ombre senza nome, senza storie, ci sono, ma non si sa chi siano.
Il vampiro è metafora dell'esule e dello straniero che cerca
accoglienza e perturba, che viene tollerato o allontanato,
raramente compreso e accolto.
LA MELANCONIA DEL
VAMPIRO E LA MELANCONIA DEMOCRATICA
Le nuove metafore
presuppongono una diversa percezione del vampiro, la fine della
sua identificazione con il male. Comportano quasi il «punto di
vista del vampiro» diverso da quello consegnatoci dal folklore e
dalla tradizione illuminista. Le nuove metafore si affermano
attraverso l'individuazione, già avviata nel periodo romantico,
dei tratti umani del vampiro, e il riconoscimento della sua
melanconia. La letteratura, il cinema, il teatro, la musica
raccontano fenomeni sociali e culturali, non sempre
comprensibili nel momento in cui accadono e di cui ci si renderà
conto solo successivamente. Le epidemie vampiriche, che
contagiano le élite e la cultura di massa, hanno segnalato
sempre qualcosa di importante che accade nella società e nella
mentalità degli individui, non soltanto nelle elaborazioni
culturali e letterarie.
Il vampiro si
presenta come figura che riflette la melanconia (intesa in senso
lato, sia come patologia che come sentimento) di una società nei
periodi di crisi, di passaggio, di trasformazione. Naturalmente,
non bisogna prendere in maniera assoluta questa indicazione.
Nel periodo in cui
scrivevo La melanconia del vampiro il mondo intero faceva i
conti con mutamenti di straordinaria portata. Il crollo del muro
di Berlino, la fine dell'Unione sovietica, che per molti era la
fine del Male, per tanti altri di un sogno e di un'illusione,
spingevano qualcuno a parlare di fine della storia. Sia che
fosse stato assunto come metafora del comunismo sovietico, sia
che venisse accostato al capitalismo occidentale, il vampiro,
con la fine dei regimi dittatoriali che si definivano comunisti,
perdeva almeno due delle sue più importanti raffigurazioni. Lo
stesso vampiro, che non aveva ombra, doveva di nuovo
trasformarsi, trasferirsi altrove.
La «melanconia del
vampiro» poteva raccontare e riflettere la più generale
depressione che investiva l'Est e l'Ovest, in un periodo di
trasformazioni epocali, per nulla immaginate soltanto qualche
anno prima? La melanconia era, davvero, lo stato d'animo, la
patologia capace di descrivere non certo la fine della storia,
ma il senso della fine di un mondo e di un'epoca?
All'inizio degli
anni Novanta (1990-1992) usciva in Francia un volume dal titolo
davvero significativo La mélencolie démocratique. Comment vivre
sans ennemis di Pascal Bruckner pubblicato in Italia nel 1994 a
cura dello stesso autore. Bruckner, noto allora soprattutto per
un perturbante romanzo, Lunes de fiel (1981), da cui era stato
tratto un film di successo, inserendosi nel dibattito politico e
culturale seguito al crollo dell'ordine totalitario si
soffermava sulla disillusione che accompagnava, all'Est come
all'Ovest, questo evento e l'affermarsi di nuove prospettive nel
mondo.
Per la prima
volta, a quanto mi risulta, la melanconia – che, nel passato,
era stata accostata alla follia, al licantropismo, alla
stregoneria, al vampirismo o alla genialità, e indicata come
modo di essere di interi gruppi sociali innovativi in
opposizione all'ordine vigente (i monaci medievali, i giovani
aristocratici colti dell'Inghilterra elisabettiana, le élite
aristocratiche francesi del Seicento, gli intellettuali borghesi
tedeschi del Settecento, i romantici di tutta Europa
nell'Ottocento) – veniva associata alla democrazia (entrambi i
termini erano nati però nell'antica Grecia) intesa come il
sistema, l'organizzazione e la filosofia politica del mondo
occidentale in nome dei quali ci si era opposti all'ordine
totalitario dei paesi dell'Est.
Da una posizione illuminata e liberale, con esplicito richiamo
alla tradizione dell'illuminismo e alla sua fiducia nella
civilizzazione progressiva dell'umanità, Bruckner definisce
melanconia democratica il sentimento che caratterizzava quegli
anni. L'Occidente aveva perso, con la scomparsa dell'avversario
sovietico, i suoi riferimenti e si ritrovava improvvisamente,
inaspettatamente, senza nemici dichiarati e dunque solo di
fronte a se stesso. La vittoria della democrazia appariva,
pertanto, paradossale, e faceva nascere più problemi di quanti
non ne avesse risolti. Il disincanto post-totalitario si
trasformava, in Europa e in Occidente, in rassegnazione e in una
generalizzata apatia civica.
Avevo avuto modo
di segnalare questo paradosso con riferimento alle piccole
comunità dell'universo mediterraneo: la scomparsa del nemico, in
ambienti segnati da conflittualità e da dualismi, si trasformava
spesso in una sorta di disincanto, di tristezza, di crisi di
identità in quanti erano vissuti per combatterlo. Al di là delle
contingenze politiche, sociali e culturali, mi sembra - la la
lettura è a posteriori - che sia la melanconia del vampiro sia
la melanconia democratica si ponessero, in maniera diversa, una
stessa domanda: perché l'Occidente, e non solo, sembra non saper
e non poter vivere senza nemico? Perché la nostra ragione
d'essere consiste spesso nella necessità di individuare in
nemico esterno, o anche interno, da combattere?
Perché abbiamo
bisogno di creare il vampiro, di cui avere paura e da cui
proteggerci, per poter strutturare una nostra particolare
identità?
L'antidoto alla
depressione consisteva, secondo Bruckner, in una sorta di
scetticismo attivo, capace di realizzare, senza molte speranze
nella perfettibilità umana, le promesse dell'illuminismo:
rifiuto della servitù, allargamento dei diritti e delle libertà,
civilizzazione progressiva dell'umanità.
Lo scrittore
riteneva che il nazionalismo xenofobo, che stava scatenando
etnocidi e guerre all'Est, e il mondialismo generalizzato e
ingenuo costituissero dei pericoli mortali per la tradizione
illuminata e democratica occidentale. Con grande lucidità di
analisi Bruckner segnalava il rischio che comportava l'amalgama
tra cosmopolitismo e mondialismo.
Il mondialismo
costituisce, per lo scrittore, quella «sotto-cultura che
dovrebbe rimpiazzare le altre, un'accozzaglia a base di fast
food, di uniformità nell'abbigliamento, di serie televisive di
musak che pretende di piegare tutti gli uomini sotto lo stesso
giogo, a Los Angeles come a Caracas, Bombay o Lagos».
La stessa world
music, che pure viene presentata come musica del mondo, in
realtà è solo «il saccheggio e il riciclaggio a fini
consumistici di tutti i ritmi del pianeta» allo stesso modo in
cui l'inglese, come pretesa lingua universale, diventa
«impoverimento, dialetto di un'umanità di illetterati». Il
mondialismo «è tutto meno che cosmopolita; se può inghiottire,
classificare, digerire qualsiasi cosa, è perché inizia con le
culture che svuota dall'interno, smembra e scarnifica per
restituirle in seguito, imbalsamate come mummie nei loro
sarcofagi, uccidendo sia la loro profondità che la loro
singolarità».
«Il vero
cosmopolitismo, contrariamente a questa poltiglia babelica, è
radicato nella profondità di molte memorie, di particolarità
multiple. Liberarsi dalle proprie radici, separarsi da ciò a cui
siamo vicini per avvicinarci a ciò da cui siamo lontani, non
vuol dire fluttuare come un atomo senza legami ma rivendicare
altre appartenenze oltre alla propria; ad una patria di nascita,
opporre una o due patrie d'elezione. Ecco perché il
cosmopolitismo è sofferenza, è una prova che si infliggono degli
esseri superiori, che trovano la loro gioia e la loro forza nel
fare arretrare i limiti abituali che sembravano degli assoluti
al comune mortale».
È una
considerazione che sarebbe piaciuta al De Martino che contro il
falso cosmopolitismo affermava la necessità di mantenere un
punto di riferimento, un «villaggio nella memoria». Non il
ritorno angusto a una piccola patria, ma la rivendicazione di
una patria di origine, condizione necessaria per poter affermare
un diverso senso dell'appartenenza in un più vasto mondo.
A leggere adesso
la più avvertita riflessione politica di quei primi anni Novanta
viene da pensare che la metafora politica del vampiro, finite
quelle che lo identificavano col capitalismo o col comunismo, si
stava trasferendo altrove, trovando nuova collocazione
all'interno di quella che ormai chiamiamo globalizzazione.
L'associazione è evidente in autori antiglobal o noglobal, ma
era stata anticipata da studiosi non radicali e che si collocano
all'interno di una tradizione illuminata e democratica come, per
l'appunto, Bruckner.
L'avvertimento dello scrittore francese e di altri intellettuali
– che nasceva all'interno di una tradizione illuminata che ha
sempre saputo mettersi in discussione e segnalare i rischi di un
preteso universalismo – giungeva, forse, tardi. Il vampiro
globale, che tutto voleva divorare e digerire, aveva già creato,
quasi involontariamente, tante mummie che avevano, a loro volta,
la capacità di trasformarsi in vampiri minacciosi.
L'INFELICITÀ ARABA
Non è stata la
ragione a generare i mostri, se mai la rinuncia alla migliore
tradizione illuminista, l'incapacità dell'Occidente di opporre
la ragione ai propri istinti autodistruttivi, contro quella
pratica di affermarsi creando nemici.
Il grande vampiro
svegliava vampiri non meno inquietanti, devastanti, minacciosi,
complementari. Il fondamentalismo islamico si andava affermando
come l'altro volto, l'altra creatura, l'ombra del mondialismo
cannibalico.
Anche il
fondamentalismo, che nega tutte le diversità, e che tutto vuole
ridurre a unità, si basa, infatti, su legami e negazioni di tipo
vampirico.
L'islamismo
jihadista non nasce all'improvviso e, del resto, la storia dei
rapporti tra Europa e mondo islamico, pure con contaminazioni e
influenze reciproche, non era stata idilliaca. Gli antichi
conflitti di carattere religioso avevano assunto un altro
significato nel periodo del colonialismo, con l'arrivo degli
occidentali nei territori delle genti islamiche.
È appena uscito un
libro che parla della melanconia araba quasi come di una figura
speculare, complementare e asimmetrica della melanconia
democratica. Ne è autore Samir Kassir, giornalista, storico,
impegnato con la sinistra democratica libanese, assassinato a
Beirut il 2 giugno 2005 per le sue idee che non lasciavano
spazio ai sostenitori, occidentali e musulmani, dello scontro di
civiltà. L'infelicità araba (2006) parla di una sensazione
diffusa e profondamente radicata in milioni di persone per le
quali «il futuro è una strada ostruita [...], non ci sarebbe
remissione possibile se non la fuga individuale». L'infelicità
araba, però, è anche lo sguardo degli altri: quello «sguardo che
impedisce perfino la fuga e che, sospettoso o condiscendente che
sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile,
ridicolizza la tua impotenza, condanna a priori la tua
speranza». Lo sguardo dell'altro non solo non aiuta, ma
destabilizza, aumenta il senso di impotenza. L'infelicità «degli
arabi consisterebbe nella loro impotenza a 'essere' dopo 'essere
stati'». Essa non è, secondo Samir, il risultato della
modernità, ma del suo mancato compimento. La modernità araba,
che aveva prodotto profonde trasformazioni nella vita e nella
cultura, figlia del pensiero illuminista della Nadha (la
Rinascita), affermatasi tra la fine del XIX secolo e l'inizio
del XX, viene bandita dall'islamismo jihadista.
Pur non essendo
dominante nei paesi islamici, la concezione fondamentalista
dell'Islam ha una «forte capacità di suggestione, probabilmente
perché è oggi l'unico movimento a offrire una via d'uscita
alternativa al ruolo di vittime che gli arabi si compiacciono di
coltivare».
L'islamismo jihadista appare l'unica risposta possibile a quella
che viene vissuta come oppressione dell'Occidente, in
particolare degli Stati Uniti. Ecco la nascita del nemico da
distruggere, frutto di complessi processi storici, ma anche di
immagini che si scambiano universi, se non ostili, certo
separati.
Oppositori
occidentali dell'idea di scontro tra civiltà, come Noam Chomsky,
all'indomani dell'11 settembre, ricordavano come gli Stati Uniti
avessero fatto di tutto per fare prosperare quello che poi
sarebbe diventato il Nemico. Dall'Indonesia di Suharto, ai
Talebani antisovietici, fino allo stesso Saddam Hussein.
Se la «melanconia
democratica» sembrava paralizzare l'Occidente, anche le sue
élite più illuminate e critiche, sospingendole a immaginare la
fine della storia e il definitivo affermarsi del proprio modello
di valori, la tristezza araba si traduceva nella reazione a un
senso di frustrazione e risentimento che sedimentava da decenni,
se non da secoli.
La melanconia
democratica impediva un pensiero lucido e azioni coerenti, era
alla ricerca di un nuovo nemico, che non si accorgeva di avere
contribuito a costruire nel tempo. La tristezza araba si poneva
il problema di una via d'uscita dall'impasse in cui si trovava,
e anch'essa aveva bisogno di un nemico e di gesti emblematici
che restituissero orgoglio e senso di sé a popolazioni
frustrate, spesso affamate dai loro governanti.
L'ARRIVO DEL
NEMICO E L'ENNESIMA METAMORFOSI DEL VAMPIRO
Gli aerei che si
infilano nelle Torri gemelle sembrano grandi pipistrelli, che
colpiscono, divorano, riducono in cenere metalli e vetri che
accoglievano migliaia di persone inconsapevoli.
La metafora
dell'aeroplano vampiro che inghiotte le torri, distrugge vite, e
provoca uno shock immane, viene spontanea nel luogo che mille
volte era stato evocato come il luogo delle rovine per
eccellenza, un luogo attraversato e devastato da mostri, zombies,
morti viventi, alieni come tanti film, romanzi, canzoni avevano
raccontato.
Eppure un evento
mille volte immaginato viene accolto come qualcosa di
inimmaginabile, di irrappresentabile, di irriducibile a un
significato.
Sandro Portelli –
ricordando non solo le previsioni della fantascienza, ma anche
le anticipazioni presenti nella forma narrativa più americana di
tutte, il western – si interroga su come sia possibile che uno
stesso avvenimento venga considerato inimmaginabile e nello
stesso tempo continuamente immaginato e descritto.
Questa
contraddizione suggerisce che il nesso fra l'immaginario, come
repertorio di immagini, e l'immaginazione come elaborazione
creativa sui dati dell'esperienza è molto precario. Ciò che è
ipotizzabile nello spazio della fiction, e ciò che è pensabile
come qualcosa che potrebbe succedere davvero sono cose diverse e
quasi incomunicanti.
Nella realtà
nessun crollo assomiglia ai crolli attesi e minuti
dall'immaginario occidentale. E quanto è accaduto l'11
settembre, e dopo, mette in discussione le vecchie categorie
interpretative, ma anche il nostro modo di immaginare e di
pensare.
Niente sarà più
come prima neanche nella percezione che gli americani hanno del
corpo, dell'altro, della morte, della sepoltura. Una nuova
paura, un'inedita angoscia, uno shock impensato opprimono gli
americani e (dopo Madrid e Londra) anche gli europei.
Umberto Eco
dichiara in un'intervista che nessuna guerra tradizionale è
ormai possibile, poiché non concerne più due paesi nemici e non
si combatte più tra due fronti ben distinti.
Mario Pirani
ricorda che lo «stesso concetto di territorio è diventato
sfuggente, così come il fattore temporale, per dar spazio,
invece, a un conflitto intermittente, in luoghi diversi e
lontani fra loro, che non presuppone dichiarazioni di
belligeranza né firma di trattati di pace...».
L'idea stessa di
nemico sembra profondamente mutata. Egli è invisibile,
imprevedibile anche quando ci è prossimo, anche quando vive
nelle metropoli europee e americane, apparentemente come gli
occidentali. Franco Cardini nel suo libro L'invenzione del
Nemico, afferma che quanti parlano dello scontro temuto o voluto
tra civiltà «sembrano trattare l'Islam non già come un nemico –
e sarebbe già questo gravissimo – bensì come il Nemico. Si parla
del fondamentalismo islamico e del terrorismo che vi è collegato
come dell'"Impero del Male", riprendendo la definizione
reaganiana del comunismo». È il riferimento a un nemico che
somiglia molto da vicino a quello che Hannah Arendt ha definito
come il Nemico metafisico, il Male incarnato, potremmo
aggiungere il Vampiro, che di volta in volta è il comunista,
l'ebreo, il fascista, il capitalista, il massone, il prete.
D'altra parte l'invenzione del Nemico metafisico appartiene
ormai anche all'islamismo jihadista, che si è scoperto vittima
di un odio generalizzato.
Jean Baudrillard
ha mostrato come sia per l'Occidente che per l'Islam
fondamentalista, in maniera speculare, il Nemico diventi
spettrale, un doppio. L'11 settembre sarebbe un prodotto
dell'Occidente e della globalizzazione, intesa come
realizzazione integrale del Bene. Questo significa anche che
«l'assassino e la vittima», Islam e Occidente, kamikaze e
brokers di borsa, «sono una sola persona», dall'altro l'indistinguibilità
tra il nostro desiderio inconscio e le motivazioni dell'altro,
dei terroristi, dei kamikaze. E così, non solo il Nemico è
l'altro, ma il Nemico siamo noi. Il vampiro non è soltanto il
Nemico, ma noi siamo vampiri degli altri e di noi stessi.
Attentati, rovine, suicidi di kamikaze rivelano un'apocalisse
già accaduta. L'apocalisse «è già presente, sotto forma di
liquidazione inesorabile di ogni civiltà, e forse addirittura
della specie. Ma ciò che è liquidato resta ancora da
distruggere». Il problema posto dalla storia, scrive Baudrillard,
«non è che essa avrà fine», ma al contrario, che «essa non avrà
fine – dunque non avrà finalità, scopo, telos».
Forzando il
pensiero di Baudrillard, potremmo sostenere che modernità,
Occidente, apocalisse, si inscriverebbero in un'unica grande
vicenda, segnata fin dall'inizio. E del resto, dal melanconico
Saturno che divora i propri figli al melanconico vampiro di se
stesso, di cui scrive Baudelaire, la tradizione occidentale
sembra custodire una sorta di consapevole tendenza
all'autodistruzione. Il mondo globale come un non morto e un non
vivo, come prodotto di un vampiro che ha divorato gli altri e se
stesso?
[…] La poesia Il
Vampiro delle Torri Gemelle di Guido Ceronetti sembra conferire
solidità e verità all’immagine di un vampiro che prevede
l’abbattimento delle Torri, fiuta l’odore di già morti vivi,
tenta, inutilmente, di salvare la ragazza con cui fa l’amore, ma
alla fine, anche lui, versa «assurde lacrime».
Mi chiamo Oniro.
Sono un Vampiro.
Faccio l’amore umano
Qualche volta. Con una donna
Che farlo amo un po’ strano
E lavora alle Torri Gemelle.
Al quarantesimo piano.
Un Vampiro vede lontano.
Coi suoi occhi di morto vede i vivi
Appiccicati all’ombra che li tiene
E assapora i deliri della biglia
Terrestre che li rolla e che li impiglia.
[…] Sono Oniro, il Vampiro
Per le Torri mi aggiro.
[…]
Quella ragazza io
l’ho avvertita: lei sola:
-Domani, Settembre Undici, chiuditi in casa.
Avida, stuzzicata, in fermento…
Fiutano odore di già morti-vivi!-
Ma le donne sono
ostinate, allucinate…
Verrà ugualmente. Per lei sarà finita.
Non siamo teneri noi vampiri.
Sgranocchiamo coi denti le ringhiere,
I conventi di ossa, i papiri…
Ma io traligno sono un’eccezione:
C’è troppa tenebra in erezione!
Un trabocco di occhiaie asciutte
Mi erompe, di assurde lacrime.
Se il vampiro, da
un lato, secondo immagini canoniche, diventa metafora del Male
assoluto, trasformandosi in pipistrello-aereo che abbatte le
Torri, dall’altro appare (secondo altre immagini, ad esempio
quella di Furio Jesi) come un morto benevolo che prevede la fine
degli uomini e tenta disperatamente di scongiurarla. Non un
revenant inquietante e periocoloso, ma una figura liminare tra
morte e vita, che cerca di avvertire, di salvare, proteggere
un’umanità in preda alla follia suicida. L’11 settembre, come ho
già ricordato altrove, travolge e demolisce anche le percezioni,
le mitologie, le simbologie della modernità. Il vampiro male
assoluto proiettato sull’altro convive con il vampiro, ultimo
superstite alla scomparsa del mondo distrutto dalla malvagità
degli uomini.
NEMICI
COMPLEMENTARI E INSEPARABILI
Resta da
domandarsi, abbandonando antiche categorie, quanto il
terrorista, almeno quello nato e cresciuto nell'Occidente, sia
figlio della predicazione fondamentalista e quanto invece non
sia anche il prodotto di una forma di nichilismo che riguarda
proprio il mondo occidentale. Lo stesso nemico invisibile non è
del tutto nuovo: aveva fatto la sua comparsa già nella seconda
guerra mondiale «Apparecchio americano, getta bomba e se ne va»,
così una filastrocca recitata da bambini quando era ancora
fresca la memoria del bombardamento degli aerei americani che
arrivavano, improvvisi e inattesi, e colpivano spesso la
popolazione civile. La bomba su Hiroshima non aveva ampiamente
raccontato di un nemico che colpisce a caso, senza sapere
nemmeno chi e con quali esiti?
Il terrorismo
fondamentalista si presenta con un volto radicalmente diverso
dalle nostre peggiori fantasie in un singolare gioco di
rovesciamento della costruzione del Nemico – assorbire,
vampirizzare i materiali e i simboli dell'altro che si vuole
distruggere.
Pirani ricorda che
quanti, contrastando quasi in maniera esorcistica il paradigma
dello scontro di civiltà, parlano di scontro di culture, trovano
difficoltà nello stabilire lo spartiacque tra «comunità
occidentale» e «fondamentalismo islamico», in quanto la jihad
stessa ha più significati e gli attentatori suicidi non sono
psicotici incomprensibili ma portatori di un messaggio che non
lascia insensibili grandi masse.
L'uso delle
tecnologie più avanzate, della Tv e di internet consente di
unificare e mettere in contatto masse prima isolate. L'aggancio
alla modernità mediatica si rivolge contro coloro che,
all'interno del mondo islamico, credono ancora nella
modernizzazione della loro società e non si piegano a
un'interpretazione totalizzante della legge coranica.
Anche la scelta
simbolica delle Twin Towers da parte dei terroristi rivela una
capacità di leggere e interpretare le paure e l'immaginario
degli americani. La scelta dei nonluoghi (nell'accezione di Marc
Augé ) - aeroporti, stazioni ferroviarie, metropolitane, grandi
magazzini - come simboli e spazi fragili della surmodernità che
si vuole combattere, ci mostra dei terroristi capaci di leggere
e piegare al loro uso anche la critica interna dei modelli e dei
valori occidentali. Non sorprende, allora, che la devastazione
dei non luoghi avvenga ad opera di persone non visibili, che si
trasformano e trasformano le vittime in non corpi. Jean
Baudrillard ricorda come il terrorismo abbia cambiato le regole
del gioco usando le stesse regole dell'Occidente, affermandosi
nel «cuore stesso della cultura che lo combatte». È il trionfo
dell'anonimato, il controllo perfetto della clandestinità. E
tuttavia i luoghi, che sembrerebbero negati da un conflitto che
si combatte nel non luogo dei media globali, trovano una diversa
affermazione. Ground Zero è diventato un luogo di
pellegrinaggio, di culto e di memoria e, paradossalmente, anche
i terroristi sostengono di combattere la loro guerra in nome dei
luoghi sacri dell'Islam.
I kamikaze
scelgono proprio ciò che noi, almeno oggi, consideriamo il
negativo per eccellenza: «I terroristi sono riusciti a fare
della loro stessa morte un'arma assoluta contro un sistema che
vive nell'esclusione della morte, che ha eretto a ideale
l'azzeramento della morte, lo zero-morte». Anche i neocons e
Bush, con l'invasione dell'Iraq, hanno giocato tutto sulla
morte, spostando il conflitto sul piano del simbolico. Ma anche
in questo caso tutto può essere rovesciato: il trionfo di una
cultura della morte ha generato anche un nuovo senso della vita.
Impensabili e
inattesi elementi di vicinanza si rivelano proprio là dove
Occidente e Islam, nelle versione integralista, sembrerebbero
inconciliabili. La tradizione culturale occidentale più che
negata dal terrorismo viene in realtà frantumata, divorata,
interiorizzata in alcuni dei suoi caratteri costitutivi.
Salvatore Settis
nel Futuro del 'classico' ricorda come frammenti della
tradizione classica affiorino all'improvviso là dove meno te lo
aspetti. All'indomani dell'11 settembre il mullah Muhammad Omar,
capo dei talebani, paragonava l'America a Polifemo, «un gigante
accecato da un nemico a cui non sa dare un nome», da un Nessuno.
L'arcinemico della cultura occidentale si presentava dunque al
mondo come lettore dell'Odissea.
Sono,
paradossalmente. i fondamentalisti a dare una ragione a
concezioni presenti nella tradizione occidentale. Nel momento in
cui negano la tradizione occidentale ne affermano le visioni e
le paure.
Dopo il discorso
di Benedetto XVI a Ratisbona abbiamo assistito a forti reazioni
nei paesi musulmani. In molte immagini mandate in onda da Al
Jazeera e dai siti dei fondamentalisti, il Papa compare nelle
vesti di Dracula con il sangue che scorre dalla bocca, con la
scritta «Decapitatelo» come si faceva con il vampiro.
Fa pensare,
tuttavia, il fatto che i fondamentalisti, per parlare agli
occidentali e rivolgersi alle masse musulmane, utilizzino una
figura, una metafora, quella del vampiro, interna alla
tradizione occidentale. Americani neocons e fondamentalisti
islamici si rinviano immagini complementari e distorte,
rivelando una stessa concezione del male, che attribuiscono
all'altro. Ma i rapporti tra Occidente e mondo arabo (Islam)
sono stati, davvero, sempre improntati a negazione reciproca?
Sono stati sempre rapporti di tipo cannibalico?
Cardini,
ricostruendo i rapporti tra Occidente e Islam, mostra come nel
concreto sviluppo storico, nella vita politica, economica,
culturale, religiosa l'Islam sia stato anche un fedele compagno
dell'Occidente. Tariq Ramadan, un intellettuale considerato
vicino al fondamentalismo islamico, in un'intervista a Riccardo
Staglianò afferma: «L'Europa e l'Occidente avranno problemi a
sopravvivere se insisteranno a volersi definire in
contrapposizione all'altro – in questo caso l'Islam – che ci fa
paura. Forse ciò di cui l'Europa ha più bisogno oggi non è tanto
un dialogo con le altre civiltà ma un vero dialogo con se
stessa, con tutte le componenti che per troppo tempo si è
rifiutata di vedere impedendosi di valorizzare la ricchezza
delle tradizioni religiose e filosofiche che la costituiscono».
Come ricorda Samir
Kassir, tuttavia, anche il mondo islamico deve mettersi in
discussione. «Da parte araba, in particolare, è richiesto uno
sforzo notevole per porre fine alle ambiguità che incoraggiano
una logica culturalistica dello scontro frontale. In primo luogo
rivedendo quest'ottica della Vittima, relativizzando cioè lo
statuto di vittime in cui le società arabe si sono adagiate». Se
molti intellettuali occidentali rifiutano lo scontro di civiltà
e invitano a una rinuncia all'eurocentrismo, altri intellettuali
musulmani si rendono conto dell'importanza di abbandonare l'islamocentrismo.
Bisognerebbe
«poter continuare a rifiutare Huntington e a ricordare
Lévi-Strauss [...] niente di più difficile visto che da tutte le
parti si insiste nel coltivare la differenza», scriveva Samir
Kassir, la cui morte conferma questa difficoltà.
Bisogna capire che
in fondo la sfida della globalizzazione vede impegnati tanti
attori, altre civiltà, molti popoli. Ed è una sfida aperta. Il
mondo, nonostante tutto, resiste alle omologazioni. Tanti
intellettuali vedono nella globalizzazione culturale la grande
occasione della cultura araba «contrariamente a quanto si
compiace di temere una visione identitaria insicura di sé».
CANNIBALI E MOSTRI
ORDINARI
I vampiri
ritornano con forza non solo nell'immaginario, ma nella realtà
delle nostre vite dando corpo alle paure che la letteratura e il
cinema avevano risvegliato in modo latente. Anche i cannibali
dalla letteratura e dalla finzione compiono frequenti,
devastanti escursioni nella vita di ogni giorno per farci capire
che la realtà è a volte più inquietante e drammatica
dell'immaginazione.
Hannibal Lecter,
lo psichiatra serial killer e cannibale, protagonista di diversi
romanzi dello scrittore statunitense Thomas Harris, è una sorta
di personaggio di culto e di eroe mediatico dell'ultimo
quindicennio. Il silenzio degli innocenti, (The Silence of the
Lambs, 1988), da cui è stato tratto il film omonimo diretto da
Jonathan Demme (1991) ha reso il cannibale familiare a un vasto
pubblico. Il dottor Lecter, già presente in Red Dragon del 1981
e poi in Hannibal (1999), torna adesso in Hannibal Rising
(2006), dove viene raccontata la sua infanzia dolorosa e
terribile. È in preparazione un film che sembra assumersi
l'onere di rendere ulteriormente accettabile e «comprensibile»,
«umanizzandolo», l'inquietante cannibale. La realtà, tuttavia,
resta più potente, più cruda della fiction. Qualche anno
addietro le cronache di tutto il mondo si sono occupate del
celebre «cannibale di Rotenburg», Armin Meiwes, il
quarantaduenne tecnico di computer che aveva confessato di aver
ucciso e divorato un uomo consenziente. Meiwes aveva conosciuto
la vittima, Bernd-Juergen Brandes, 43 anni, ingegnere di
Berlino, mediante un annuncio pubblicato su internet nel quale
cercava qualcuno che accettasse serenamente di essere macellato
e divorato. A quanto pare, sarebbero stati in molti a
rispondere. La notte fra il 9 e 10 marzo 2001, in una soffitta
mattatoio, Meiwes, dopo aver sedato con tranquillanti e alcool
l'ospite consenziente, lo mutila, lo dissangua fino a farlo
morire e poi chiude in buste di plastica e surgela le parti del
corpo sezionate che consuma poi con calma (secondo gli
inquirenti, Meiwes sarebbe riuscito a mangiare almeno venti
chili di carne umana). Il tutto viene registrato con una
videocamera, tenuta accesa per seguire l'intera operazione.
L'avvenimento
provoca sgomento, turba l'opinione pubblica. Divoratore e
divorato si presentano in una loro inquietante apparente
normalità, sembrano tranquilli vicini di casa, «spiegano» il
loro comportamento come pratica di amore e di condivisa ricerca
del piacere erotico. Armin Meiwes è stato condannato a 8 anni e
mezzo di reclusione, con una sentenza che sconvolge e scontenta
tutti: l'accusa aveva chiesto l'ergastolo, ma ha avuto la meglio
la linea difensiva, che ha parlato di uccisione su richiesta e
di Bernd-Juergen Brandes come vittima consenziente.
ALLA FINE, L'AMORE
A conclusione
della prima edizione di questo libro ricordavo come l'Occidente
abbia inteso i rapporti con l'altro sia come pratiche vampiriche
sia come legami di amore. Di come vi siano, nello stesso tempo,
un eros distruttivo e un amore che crea vicinanza e che salva.
Nella nostra tradizione coltiviamo una doppia e ambigua
concezione dell'eros, della melanconia, delle rovine, dei
defunti. Dipende dalle nostre scelte che siano nobilitati nei
loro elementi positivi o che affiorino come negatività.
Mentre l'America
ricorda ancora con paura e angoscia l'11 settembre, mentre Bin
Laden continua a lanciare minacce e messaggi di morte, mentre
sembrano prevalere i fautori degli scontri di civiltà, non so
immaginare altro che un'affermazione della migliore tradizione
occidentale, un illuminismo capace di guardare alle
diseguaglianze e alle storture del mondo, tuttavia insufficiente
senza l'affermarsi nel mondo di sentimenti di pace e di pratiche
quotidiane di amore. Senza bisogno di creare nemici all'esterno,
con la consapevolezza che il nemico abita spesso dentro di noi.
La notte
precedente la consegna del testo della prima edizione di questo
libro all'editore, ho fatto un sogno che allora non volli
raccontare. Sento bussare alla mia porta di casa. Apro e vedo un
vampiro, triste, discinto, innocuo. Provo un grande disagio, ma
non sono terrorizzato. Domando, come si usa dalle mie parti, a
chi bussa come va, cosa c'è. Il vampiro piange perché ho scritto
che i vampiri non esistono, che sono frutto della nostra
immaginazione e della nostra fantasia. Narcisismo di chi
immagina di aver capito qualcosa e di essere anche riuscito a
mostrarlo? Legame con l'oggetto di studio lungamente interrogato
e da cui non ci si riesce a liberare? Non mi sono più occupato
di vampiri, da allora, ma molte storie che ascolto e che vivo,
molte vicende del mondo, in fondo sono storie d'amore con la
possibilità e il rischio di trasformarsi in rapporti vampirici.
Continuo, con la
ragione e senza ingenuità, a pensare che i vampiri siano nostre
creature, ma che nulla è più vero e più solido di quello che
creiamo con la fantasia e con l'immaginazione e che quanto
inventiamo poi possa vivere di vita propria. È nostro compito
quotidiano controllare, accogliere, addomesticare i vampiri che
si aggirano dentro e fuori di noi, vivere senza nemici,
praticare l'amore.
dicembre 2006 |