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Un viaggio onirico. Dopo il 2012 accadde
nel 2049.
La dimensione dell’altrove. Il partire per
tornare.
“Il Quotidiano
della Calabria”, domenica 15 gennaio 2012, pp.
15-17.
Superati gli ultimi tornanti, accarezzati dagli
olivi e dalle querce, il paese ormai sarebbe
apparso nel suo sonno mattutino, con la luce
dell’alba di settembre. Stefo accostò la
macchina e scese. Percorse un breve tratto di
strada a piedi. Il cuore gli batteva e sentiva
un leggero sudore. Il paese era circondato da
nuvole basse, luminose, che tagliavano le sue
case e restituivano l’immagine di un
corpo
spezzato. Stefo non riusciva a distinguere la
sua casa e anche il campanile della chiesa gli
era sottratto alla vista da una nube nerastra.
Si sedette su un muretto della vecchia strada
costruita dai Borboni. Cercò di controllare i
ricordi, di farli uscire con un certo ordine.
Fissò quell’abitato che un amico di suo padre,
tanti anni addietro, aveva paragonato, per le
sue case appiccicate, a un «piatto di pignolata».
Era nato in quel paese alla fine dell’altro
secolo ed era cresciuto pensando, prima, che
fosse «il paese più brutto del mondo» e, poi, il
«posto più bello dell’universo». Il padre gli
aveva raccontato fin da bambino la storia del
paese: la fondazione medievale, l’arrivo del
culto di S. Nicola, le lotte tra le
confraternite. Gli parlava dei terremoti, dei
briganti, degli emigranti; gli raccontava le
storie dei personaggi mitici e le leggende delle
persone conosciute. Non sembrava felice, suo
padre, di essere rimasto in quel posto.
Viaggiava molto, per lavoro, per studio,
insegnava in un’università che distava cento
chilometri, ma non riusciva mai a spiegare e a
spiegarsi perché non fosse andato via. Non era
contento quando tornava e non era allegro quando
partiva. Stefo non era cresciuto nelle campagne
e nei vicoli come il padre. Il paese presepe,
anche se resistiva fisicamente, era finito. Quel
luogo era attraversato da mille linee che lo
portavano fuori. Suo padre sembrava ossessionato
dalla fine del paese, che si vuotava giorno dopo
giorno e sembrava a rischio abbandono. Gli
diceva: «Da giovane, avevo immaginato il ritorno
di tutti coloro che erano partiti. Non sono più
tornati e invece tanti altri se ne sono andati.
Sono straniero in paese. Meno male che arrivano
questi nuovi abitanti dalla Romania e dal
Marocco, dalla Polonia e dall’Africa». Stefo
giocava spesso con ragazzi figli di immigrati e
d’estate attendeva l’arrivo dei paesani che
tornavano per le vacanze. Un giorno se ne
sarebbe andato e se ne sarebbe andata sua
sorella e i cugini. Molti parenti e i due
fratelli della madre vivevano a Bologna. Stefo
capiva che la vita era movimento, viaggio, ma
anche dolore e nostalgia.
Aveva
tante domande da fare al padre, ma lo trovava
sempre al computer, sui suoi libri, sul divano e
si sentiva intimidito, non lo disturbava. Ogni
tanto guardava tra i libri e le carte del padre,
ma non trovava risposte alle sue domande. Un
giorno, aveva undici anni, il padre gli disse
che la popolazione delle città del mondo aveva
superato quella delle campagne, dei paesi, dei
villaggi. Era un grande mutamento, ripeteva il
padre, e dobbiamo abituarci a un nuovo mondo. In
quel tempo, Stefo, pensava alla fine del mondo.
C’era una profezia dei Maya e c’erano i film nei
quali le acque e il fuoco inghiottivano tutti.
Con i compagni con cui giocava a pallone nelle
strade o con cui andava in pizzeria parlavano
spesso di questa possibilità e ognuno aveva le
sue storie da raccontare, ascoltate su internet,
in Tv, o dai nonni. Chiedeva al padre se davvero
nel 2012 sarebbe venuta la fine del mondo, ma le
lunghi risposte rassicuranti, lo facevano invece
preoccupare. Il padre gli disse che questa
storia si ripeteva a ogni generazione: anche
aveva temuto anche nel 1960 ma non era successo
nulla. La bisnonna Felicia diceva al padre che
un giorno sarebbe venuto il finimondo, ma gli
anziani, concludeva, il padre, senza troppa
convinzione, hanno sempre bisogno di pensare che
il mondo finirà con la loro vita. Stefo
frequentò il Liceo a Vibo Valentia e il Dams a
Bologna. Il mondo conosceva una grande crisi
economica e lui tornava spesso in paese. La vita
in città non era facile, ma il paese ormai lo
trovava anche lui sempre più vuoto. Partiva e
tornava. Diventò un famoso fotografo e girò il
mondo. Sua sorella si era trasferita a Roma,
dove poi si era sposata. Amici, compagni di
scuola e cugini in giro per l’Italia, per
l’Europa, in Canada. Qualcuno era rimasto in
paese o nella regione. Il padre e la madre
viaggiavano per il loro lavoro. Suo padre
continuava a scrivere e a raccontare e domandare
e a domandarsi perché era rimasto in quel
piccolo villaggio, lui che amava le città, le
luci e le vetrine, le librerie e i grandi
monumenti, le gallerie d’arte e i musei. Forse,
gli diceva Stefo, ti sono piaciuti di più i
boschi e la montagna, i volti e le strade
antiche, forse, non sei riuscito a partire per
coltivare il sogno della partenza e
dell’altrove. Stefo si era sposato con una
musicista francese. Una storia d’ amore, finita
male,
come
tutte le storie belle e intense. Aveva chiuso
con i legami stabili e definitivi, o pensati
tali. Le immagini che catturava nel mondo erano
le sue creature. Ovunque andasse non trovava la
luce, le nuvole, i colori del suo paese. Un
giorno, era il 2049, aveva ormai superato i
cinquanta, decise di tornare per sempre. Decise
non è il verbo giusto. Sentì che doveva tornare.
Quanto stava succedendo nel mondo e quanto
accadeva nel paese lo chiamavano al punto di
partenza. Adesso mentre guardava quel paese
muto, lontano, silenzioso, capiva che non se ne
era mai andato e che il suo non era un ritorno,
ma un destino, simile forse a quello di suo
padre.
Era tornato, allora. Il paese non esisteva più.
Era un cumulo di macerie. Aveva visto rovine e
crolli. Anche dal vivo. Suo padre, quando lui
era bambino, si fermava a lungo sulle immagini
del crollo delle Due Torri. Una volta lo aveva
portato a vedere un paese crollato a causa di
una grande frana. E poi aveva visto le rovine
dell’antichità nella sua terra e in varie parti
del mondo. Un’attrazione, accompagnata da un
senso di pietas che gli aveva trasmesso il
padre. L’ingresso nella sua ruga dalla parte di
Dorico era ostruito. Salì lungo i sentieri degli
orti dove aveva giocato da bambino. Riusciva
ancora a muoversi nel buio. Arrivò nella parte
alta del paese. Le case erano tutte crollate, ma
qualcuno aveva aperto dei varchi che gli
permettevano di camminare. Dovette trattenere le
lacrime. Aveva immaginato questo scenario, ma
vedere muri, case, strade della sua infanzia e
della sua gioventù ridotte in polvere e in
cenere era qualcosa di terribile. Ne aveva visto
di morti, di guerre, di catastrofi, ma questa
era la fine del suo mondo. Arrivò in prossimità
della chiesa. Era sventrata. Soltanto la
facciata principale aveva resistito all’urto
delle scosse e ai saccheggi degli uomini. Non
entrò. Non voleva vedere. Ricordò il più grande
scrittore calabrese del Novecento - il padre gli
ripeteva a memoria le opere - che in un racconto
parla di piazze e strade deserte, di chiesa
spalancata e di altare disadorno. Di
un
perpetuo Venerdì Santo. Era il racconto dello
svuotamento dei paesi per la discesa lungo le
coste, per l’emigrazione, per le ripetute
alluvioni. Di questa storia di catastrofi, che
avevano segnato la storia della terra in cui era
nato, non avevano tenuto conto governanti
nazionali e locali, tecnici e imprenditori e
nemmeno gli abitanti che avevano costruito alla
meglio, in qualsiasi posto, nelle zone sismiche.
Terra di bellezze e di rovine, scriveva suo
padre, terra desolata, dove le catastrofi
arricchiscono i gruppi dirigenti. Troppo
cemento. Sventramenti. Poca cura e attenzione.
Poco riguardo e rispetto. E la natura si
prendeva il suo. Le continue e leggere scosse e
le faglie a cui non si era data eccessiva
importanza rendevano sempre più fragile il
paese. Le acque non erano state controllate,
cullate, e ogni tanto riprendevano la loro
strada. Le guerre che erano state combattute in
varie parti del mondo avevano riguardato
soltanto alla lontana il paese. C’era una guerra
più sottile, quella della natura e dell’incuria
degli uomini. «My city of ruin, My city of ruin»:
ricordò la canzone di Springsteen, il cantante
amato da suo padre. Pensò al primo concerto
della sua vita, quello a Roma, negli anni in cui
aveva paura della profezia Maya, dove erano
andati con suo padre, sua madre, sua sorella.
Aveva un nodo alla gola. Si girò per guardare
nel posto dove un tempo c’era la fontana della
piazza, cantata dai poeti locali. Non c’era
traccia. Fu quasi contento che le strade che
portavano a casa sua, «alla casa», fossero
impercorribili, ostruite da calcinacci e
cemento, da muri sventrati e da ferri, pietre,
tegole, eternit e altri materiali. Si disse che
forse la casa aveva in parte resistito. Che
magari la sua stanzetta era rimasta intatta.
Riprese la strada verso la zona alta. Da lì
avrebbe raggiunto la campagna dei nonni materni,
dove si erano rifugiati i parenti e i familiari
superstiti. Sua madre e
sua
sorella stavano arrivando da Roma. Avrebbe
atteso nei piani alti, nelle campagne, dove
l’ultima scossa di terremoto aveva provocato
meno danni e nelle località dove erano stati
costruiti ripari provvisori dai sopravvissuti. I
soccorsi non erano mai arrivati. Non c’erano
uomini a sufficienza per intervenire nei tanti
paesi colpiti e nelle tante aree in cui si
verificavano frequentemente catastrofi naturali.
Migliaia di militari erano impegnati nel mondo
per sostenere le guerre che dovevano impedire
che i terroristi adoperassero le bombe. Mio
paese di rovine, mio mondo di rovine. Cominciò a
ricordare volti e nomi. Fece un rapido
inventario delle persone perdute. Fu tentato di
cominciare a scavare. Con le mani. Ebbe l’idea
di salvare almeno oggetti, tracce, segni del
mondo scomparso. Si trovò a prendere un CD e un
libro resistiti al crollo e alle piogge e agli
incendi seguiti ai terremoti. Li conservò come
se dovessero essere degli oggetti sacri che
qualcuno avrebbe adoperato per la ricostruzione
del paese.
***
Era tornato, allora. Il paese non era più quello
della sua infanzia, ma era il luogo in cui si
sentiva a casa. Per anni aveva pensato di essere
andato via per sempre e di avere risolto il
rapporto col paese con i suoi ritorni estivi o
per le feste, con le sue improvvisate e
telefonate o agli amici, ed invece alla fine,
superati i cinquant’anni, aveva deciso che
quello era un posto buono, centrale, vivibile
per spostarsi nel mondo. Il mondo era ormai
sempre più un «picciol loco», come gli studiosi
del passato, chiamavano il suo paese, fatto di
tanti vasti luoghi che si assomigliavano tutti.
Le metropoli erano ormai troppo grandi, troppo
estese, troppo nuove, troppo tutto, per poter
trovare la dimensione di calma e la giusta
concentrazione di cui aveva bisogno. I paesi,
come quello da cui era partito, avevano
conosciuto nel primo ventennio del nuovo secolo,
grandi difficoltà, erano a rischio abbandono e
spopolamento. I giovani non volevano partire, ma
una grande improvvisa crisi economica spingeva
nelle città. Gli emigrati non tornavano più. Gli
studenti che andavano in città all’università
tornavano soltanto poche volte all’anno e poi
allentavano sempre più i legami. Come aveva
fatto lui. La crisi non era, però, contingente,
ma come dicevano ormai gli economisti, come
ormai ammettevano i governanti, strutturale,
sarebbe durata a lungo o per meglio dire per
sempre. Il cinquantennio di benessere
dell’Occidente era
finito
per sempre. Bisognava inventare nuovi modelli e
nuovi stili di vita. Milioni di giovani non
avevano più un lavoro. La sua era la seconda
generazione senza un’idea del futuro. Senza
attese e, quasi, senza speranze. Un presente che
non poteva essere eterno perché si reggeva molto
sulle eredità del passato. Mondi come India e
Cina acquistavano una centralità che trasformava
l’Europa e l’America in una sorta di mondo
periferico, il cui benessere era sempre
precario, mantenuto soltanto con grandi tensioni
sociali e con una progressiva perdita di libertà
individuali e collettive. La genetica e la
tecnica aprivano nuove possibilità, nuove
speranze e nuovi sogni, ma erano soltanto
disponibili a pochi, erano teoriche. Le città
dovevano fare il conto con difficoltà
nell’approvvigionamento, le tensioni negli slums,
i continui mutamenti di clima. Il suo paese che
si stava svuotando, come altri, improvvisamente
divenne un luogo di salvezza. Dalle città dove
la gente perdeva il lavoro lentamente tornava e
ripopolava le vecchie e abbandonate case,
cercava di ricordare antiche forme di
produzione. Le campagne, le periferie, i paesi
in abbandono conoscevano, invece, una nuova
vitalità. I locali erano sostenuti nelle nuove
imprese da diecine di famiglie di immigrati. Ai
tempi della sua infanzia su mille cinquecento
abitanti c’erano circa cento stranieri. Adesso
erano la metà della popolazione. Le case erano
piene come ai tempi dell’infanzia di suo padre.
Sorgevano botteghe artigianali, piccoli punti
vendite, iniziative legate al turismo. Non era
il paradiso, ma quelli che abitavano ormai si
ritenevano fortunati e pensavano di avere una
migliore qualità della vita. Le reti virtuali ti
collegavano al mondo. Il paese era ormai un
mondo. Attraversò la piazza che era piena di
gente. Riconobbe qualcuno, ma non si fermò. Fece
dei gesti di saluto con la mano, dei cenni che
corrispondevano a un ci vediamo dopo.
Parcheggiò
la macchina nel garage dietro l’orto. Suonò al
portone. La vecchia zia, che viveva con la
cugina e il marito, la abbracciò commossa. Salì
la scala che lo portava al piano di sopra a casa
sua. Sua madre era sulla porta e non riusciva a
mantenere la sua gioia. Si diresse nella sua
camera. Non era cambiato nulla. Con cautela si
avvicino nella stanza matrimoniale dove
l’anziano padre, ormai era vicino a cento, era
seduto in una poltrona. Era la stessa stanza in
cui il padre era nato. Lo abbracciò. Il padre lo
guardò come arrivando da un mondo lontano e gli
chiese: «Hai visto Stefo mio?». Non lo aveva
riconosciuto, ma lo cercava. Era stato lucido e
presente fino ai novanta, ma adesso perdeva
lentamente memoria e non riconosceva le persone.
Chiacchierò con la madre. Le diede buone notizie
della sorella che viveva a Roma col marito e due
figlie e che tornava spesso in paese a trovare
la mamma che viaggiava verso gli ottanta anni.
Bevvero un caffè, mentre chiedeva notizie degli
zii, dei nonni, dei cugini che vivevano in paese
o in altre parti d’Italia. Non vedeva l’ora di
andare nella campagna che i nonni avevano tenuta
viva e produttiva anche nel periodo dello
svuotamento e dove adesso erano tornati i due
zii da Bologna con le rispettive mogli. I cugini
e le cugine erano rimasti fuori, nel luogo in
cui erano nati, ma qualcuno meditava un
“ritorno” nel paese dei nonni. Stefo inserì
nello stereo antico una canzone di quando era
bambino e voleva fare il dj. Si guardò nel
vecchio specchio del nonno: ormai sembrava suo
padre ed ebbe come l’impressione che il vero
padre seduto sul divano attendesse per vedere
compiuta la trasformazione. Vide che qualcosa
era cambiato nella sua stanza. C’erano il
computer, i CD, un mobile capiente con quaderni
che il padre aveva affidato alla madre per lui.
Provò una grande commozione. Si mise seduto sul
divano. Aprì un quaderno del 2010, l’anno in cui
era ossessionato dalla fine del mondo. Cominciò
a sfogliare e a leggere. Si fermo su due
paginette fitte che portavano la data 10 agosto
2010.
«S.
Lorenzo. Un tempo andavo a vedere le stelle, la
volta celeste, il cielo notturno luminoso. Non
ci vado da anni. Stasera lo propongo a Stefo e a
Cate. Anno terribile. Venti e più morti in paese
e d’estate. Sono diventato quasi un ultimo
abitante. Dobbiamo accompagnare il nostro
destino. Non so cosa rispondere a Stefo quando
mi chiede del 2012. Gli racconto che sono stato
invitato a un Convegno di fantantropologia e
cerco di spiegargli qualcosa. Finalmente
all’antropologia si concede la fantasia, l’arte,
l’invenzione, l’immedesimazione, l’intuizione.
Magari la leggerezza e l’allegria desuete in
tante ricerche e in tante pesanti scritture. Si
interrogava sul proprio senso e sul proprio
destino in un mondo che diventava sempre altro.
Dopo decenni di oggettività e di retoriche
scientiste. Quale sarà l’antropologia nel 2049?
Una disciplina di un sapere frammentato in una
nuova epoca medievale? O scoprirà
definitivamente una vocazione critica,
narrativa, dialogica? Un nuovo modo di guardarci
e di considerare noi e l’altro? Ci sarà ancora
l’uomo nel 2049? E se esiterà ancora il mondo
non sarà in presenza radicalmente nuovo, non
sarà abitato da un uomo diverso dall’uomo
sapiens o appartenente a una nuova
“primitività”? Questi luoghi come saranno:
vuoti, pieni, in abbandono, devastati?
L’antropologia è stata storia di un rapporto con
gli altri lontani da noi, poi gli altri sono
venuti da noi, noi siamo diventati gli altri e
abbiamo posto di trovare l’altro che è in noi.
Quale antropologia possiamo immaginare se il noi
racconterà un’umanità diversa da quelle finora
conosciute?
Le previsioni e le profezie hanno il dono di
essere smentite, di non avverarsi. Gli studiosi
si basano sempre sull’individuazione e sulle
proiezioni di un dato, di un elemento isolato,
astratto da contesti e relazioni le più diverse.
Le “proiezioni” non tengono conto, se non in
parte, di altre mille variabili, di casi, di
incidenti imprevisti, di catastrofi. Effetto
serra, variazioni climatiche, asteroidi,
siccità, i 3/4 dell’umanità potrebbero abitare
un universo di cemento-acciaio-vetro-baracche,
la desertificazione o anche eventi positivi
(annunciati dalla genetica, dalla medicina) non
potrebbero modificare queste previsioni? La fine
del mondo già avvenuta, la catastrofe in corso,
l’apocalisse segnalata da Jean Baudrillard e da
eventi come il crollo delle Torri Gemelle non
trovano posto nei calcoli degli scienziati.
Previsioni apocalittiche parlano
di
una non lontana fuga di massa dalle città e di
un ritorno nelle campagne e nei piccoli centri,
dove ancora si troverebbero risorse e saperi per
sopravvivere. Il problema sarà quello
dell’abitare, dello stare nei nuovi luoghi. Il
restare, come forma di nuovo appaesamento?».
Stefo sorrise a questa grande bugia del padre:
quella di essere rimasto. In realtà nessuno più
di suo padre aveva il senso della lontananza e
dell’altrove. Era ossessionato dalla fine del
suo mondo, ma era curioso della nascita di nuovi
mondi. Chiuse il quaderno. Pensò che avrebbe
avuto di che fare in paese: avrebbe sistemato
gli appunti e le carte del padre. Le foto. Gli
studi delle nuvole: rosse, a pecorella, bianche,
luminose, sul campanile della chiesa, sopra il
Fellà, all’orizzonte, in prossimità dello
stretto. In tutte le ore del giorno e in tutti i
mesi dell’anno. Si affacciò: le nuvole
passeggiavano come quelle che piacevano a suo
padre. Andò a dirglielo. Il vecchio sembrò
capire e lo guardò come se lo avesse
riconosciuto. Gli parve di scorgere un sorriso
sul volto del padre che stava silenzioso e gli
richiese: «Hai visto mio figlio Stefo?».***
Stefo si trovò a fissare il paese in maniera
intensa e muta. Come in trance. Per lunghi
attimi non ricordò dove fosse, come gli capitava
con il sonno pomeridiano dell’estate afosa
quando era giovane. Aveva sognato o aveva
pensato? Aveva avuto delle visioni? Aveva
mescolato i suoi sentimenti con i sogni, le
paure, le utopie del padre? Doveva arrivare alla
chiesetta Santa Maria, se esisteva ancora, e
bagnarsi il volto con l’acqua gelida e morbida.
Svegliarsi. Il paese non era morto, ma non era
nemmeno quello pieno e gioioso dell’ultima
visione. Molte immagini si abbracciavano e
racchiudevano tanti spicchi di verità che
avevano dato origine a qualcosa di profondamente
nuovo, impensabile, impensato. Decise che era
l’ora di mettere in pratica l’arte della
dimenticanza. Per i ricordi ci sarebbe stato
tempo. Parcheggiò la macchina, la chiuse.
Nessuno l’avrebbe toccata. Si mise a camminare.
C’era tanta strada da percorrere. C’era tanto da
fare.
(Racconto pubblicato col titolo
“Mie rovine di paese” in «am», n. 25/26,
speciale 2010, pp. 48-52).
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