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"Ho torto, il
Marchese mi ha preso l'orto"
di Adriano
Sofri
Già il nome
del borgo è fatto per commuovere. Cavallerizzo di Cerzeto
(Cosenza): un cavaliere rapì la sua amata e la portò sulla
montagna, poi non so, spero che abbiano vissuto felici e
contenti per tutta la vita. Il nome è italiano, la gente è
arbresh, albanese d'Italia. A Cavallerizzo ce n'erano ancora
350, le case sono state travolte dal solito disastro annunciato,
le loro vite salvate per miracolo, come nelle favole. Quasi:
nelle favole è un bambino a fare la guardia e dare l'allarme,
qui è stato un uomo, Domenico Golemme, detto «la talpa». Si è
accorto all'alba che la crepa nel suo muro si era spalancata, ed
è corso da una porta all'altra ad avvisare della frana. I
ragazzi sono andati a suonare le campane: chissà come si sono
divertiti, mentre i grandi si disperavano e fuggivano a valle.
Il paese svuotato in un'ora, forse per sempre.
I paesi muoiono di colpo, per una guerra, una frana, un
terremoto, o lentamente, perché si spopolano delle loro persone,
portate via dall'emigrazione, o dalla promessa di una vita più
allegra in pianura, sulla costa. Vito Teti, antropologo e
scrittore, aveva appena pubblicato un bellissimo volume
illustrato sui paesi abbandonati della Calabria, Il senso dei
luoghi (Donzelli). I luoghi hanno un senso, e lo conservano
anche quando patiscono l'offesa ingrata dell'abbandono e della
consunzione. Aspettano un ritorno, che c'è qualche volta, nipoti
di emigrati che vengono a farsi la fotografia davanti al rudere
avito, o i trasferiti al piano che tornano in processione nella
festa patronale.
A volte
arrivano a rianimarli persone nuove e impensate, artisti che
cercano una solitudine eccentrica, o immigrati dal mondo povero
che rifanno in salita il cammino che gli indigeni hanno fatto
alla discesa. A volte non torna nessuno, e allora sul bianco dei
sassi si muovono solo vere lucertole e vipere, e formiche rosse
giganti immaginarie, come a Cirella, «tre volte distrutta».
Qualche volta, fra il paese alto e il paese basso,
definitivamente separati, resta il tramite del cimitero a mezza
strada, i morti di ieri che aspettano quelli di domani.
La vita e la morte, definitiva o apparente, dei paesi diventano
senz'altro nel libro di Teti un'enciclopedia dei modi di vita
umani. I paesi sono longevi, secoli e a volte millenni, e nella
loro fisionomia si legge più distintamente la successione delle
generazioni, la lunga durata e gli eventi singolari e
straordinari. Commovente, ho detto. Case diverse si disputano i
natali di Tommaso Campanella. Mi piacerebbe che avesse ragione
Stignano, che ha candidato una casupola pietrosa, e però le ha
murato addosso una lapide che dice: «In questa casa nacque il
filosofo venuto a debellare tre mali estremi: tirannide,
sofismi, ipocrisia». Sulla casa candidata da Stilo è solo «dei
secoli nuovi eroico profeta». (Nella biografia di Campanella del
cosentino, ma di Acri, Vincenzo Rizzuto, trovo questo pensiero
dall'esilio: «Sono molto addolorato per essere dovuto fuggire
come un delinquente dalla mia amata terra, dove ho vissuto
braccato come un lupo delle mie montagne, che si specchiano
nelle acque calde e ridenti del mio azzurro mare cristallino che
forse non potrò più rivedere»).
Brancaleone è ancora piena dei ricordi di Cesare Pavese al
confino, e Teti fece in tempo a conversare con la signora
Concetta Delfino, che è morta nel 2002, e nel 1935, senza
saperlo, era sembrata a Pavese «bella come una capra», e si
nascondeva sulla spiaggia a sbirciare lo strano forestiero.
Badolato Superiore è stata per un po' resuscitata
dall'accoglienza offerta ai profughi curdi e di altre genti,
sbarcati fortunosamente su quella costa: metà miracolo, metà
illusione. Le donne straniere hanno apprezzato subito i
peperoncini e la loro lode: «Vrusciano», bruciano. Gli uomini
hanno imparato soprattutto a dire: «Domani, dopodomani, poi»
dice Teti, perché sono le parole con le quali si risponde alle
loro domande. Di Roghudi, «il paese più infelice d'Italia, forse
del mondo», Teti ricorda la corrispondenza del 1948 di Tommaso
Besozzi: «A Roghudi si vedevano fino a poco tempo fa tanti
grossi chiodi conficcati nei muri, e le donne vi assicuravano le
cordicelle che avevano legato attorno alle caviglie dei bambini
più piccoli, perché non precipitassero nel burrone».
L'elettricità arrivò nel 1956, alla vigilia della fine,
un'ennesima alluvione.
I paesi serbano la memoria delle preghiere, dei canti e delle
maledizioni popolari. A San Nicola di Nicastrello qualche povero
cristo compose questa rassegnata filastrocca contro il suo
prepotente: «Lu marchisi di Panaia/ si pigghiau la casa mia/ Eu
ragiuni ed iru tortu/ mi pigghiau la casa e l'ortu» (Io ho
ragione e lui torto, mi ha preso la casa e l'orto). Che paesi e
case fossero effimeri, i detti popolari lo sapevano. «Casa mia
de taju/ nente avia e nente aju/comu vinne mi 'nde vaju»; casa
mia di fango, niente avevo e niente ho, come sono venuto, così
me ne vado.
Teti aveva un grande amico e maestro, Oreste Cina, che lasciò
Vibo e Lamezia e andò a Rimini, e gli diceva: «Com'è bella la
Calabria. Sai cosa ci vorrebbe? Buttare semi di liane giganti,
di edere avvolgenti che dovrebbero coprire tutto: palazzi,
chiese, case non finite, case ficcate nel mare. Poi dovremmo
allevare leoni ed elefanti, elefanti alti quanto un palazzo,
tigri feroci e leopardi, serpenti a sonagli. Queste grandi
piante carnivore e queste fiere dovrebbero inghiottire
affaristi, 'ndranghetisti, speculatori, distruttori di paesaggi
e anche noi che non riusciamo a contrastarli, che ci adattiamo.
Poi, tra tre secoli, tra 2 mila anni, potrebbero tornare, forse,
gli uomini nuovi. Così, forse, si potrà salvare la Calabria».
(da "Panorama")
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