|
MONS. VITO CINA,
BONUS MILES BEATAE VIRGINIS MARIAE,
TRA OPPIDO MAMERTINA E SAN NICOLA DA CRISSA
di
ANTONIO GALLORO
Questo studio
biografico è stato cordialmente offerto dall’Autore alla
Confraternita del SS. Rosario di San Nicola da Crissa
(VV), per commemorare, nel ventottesimo anniversario
della sua morte, avvenuta il 24 gennaio 1981, la
personalità di mons. Vito Cina e la sua vigorosa
attività religiosa, svolta tra Oppido Mamertina (RC:
1920-1940) e San Nicola da Crissa (VV: 1940-1981).

Mons. Vito
Cina, ad Oppido Mamertina (RC), seduto alla dx del
vescovo Peruzzo, nell'anno 1931
1. LA VITA : DALLA NASCITA (1896) AL SUO ARRIVO AD
OPPIDO MAMERTINA (1920)
Mons. Vito Cina, il
cui vero nome anagrafico era quello di «Vito Giuseppe
Marzio», è nato a San Nicola da Crissa il 19 marzo 1896
da Gregorio, esercente l’attività di industrioso
commerciante del luogo, e da Marta Durante, casalinga.
Sin da bambino, ha nutrito la vocazione di abbracciare
la carriera ecclesiastica e di diventare prete e,
certamente, a questa sua scelta di vita non è stata del
tutto estranea la profonda pietà cristiana, che si
respirava all’interno della sua famiglia, e gli
insegnamenti religiosi, impartitigli, sin da piccolo, da
due zii ecclesiastici:
-
l’uno, fratello
del genitore, era Vito Cina, sacerdote di buona
cultura e già padre spirituale della locale
Confraternita del Crocifisso, morto nel 1904, quando
il Nostro contava appena otto anni, cui, poi, gli
abitanti di San Nicola hanno assegnato l’appellativo
di “Il Vecchio”, per meglio distinguerlo
dall’omonimo giovane nipote;
-
l’altro, fratello
della madre, era l’arciprete Domenico Durante.
Dopo
aver frequentato, con notevole profitto, le scuole
elementari del paese natale, animato fortemente da
questa sua aspirazione al sacerdozio, ha chiesto di
poter accedere al Seminario vescovile di Mileto, dove,
però, benché mostrasse di possedere già non comuni doti
di intelligenza ed una singolare preparazione culturale,
ha potuto frequentare soltanto la quarta classe
ginnasiale.
L’improvvisa interruzione degli studi, nonostante il suo
ingegno vivace, si può esclusivamente addebitare a due
ben precise ragioni:
-
Innanzitutto, alle
sue precarie condizioni fisiche e, più precisamente,
ad una gracile e debole costituzione corporea,
soggetta ad ammalarsi facilmente, che ha
determinato, in lui, sin dall’età puerile,
l’insorgenza di quello stato di salute cagionevole,
che, sfortunatamente, lo ha accompagnato per il
resto della vita;
-
secondariamente,
ad un intenso dolore e profondo turbamento
interiore, derivantigli dall’improvvisa morte della
madre, appena quarantenne, avvenuta nel 1909.
La gravissima perdita
della genitrice, che per lui ha significato la prima
grande esperienza della sofferenza, ha segnato
profondamente l’animo del Nostro, dischiudendolo al
mistero del dolore, considerato come accettazione della
volontà di Dio. Dopo il decesso della madre, il giovane
Vito ed i suoi fratelli sono stati allevati dalle
premurose cure di tre delle cinque zie paterne,
Vincenza, Maria Rosaria e Maria Rosa (le altre due,
Maria e Vittoria, si erano già sposate), le quali,
decidendo di rimanere nubili, hanno trascorso l’intera
loro esistenza nella dimora paterna, accudendo
amorosamente
ai loro due fratelli, il sacerdote Vito
senior,
ricordato sopra, e Gregorio,
assumendosi,
conseguentemente, anche l’oneroso incarico di prendersi
cura dei figli di quest’ultimo, rimasti orfani di madre.
Ripresi gli studi
interrotti e dopo aver frequentato, nell’anno scolastico
1911-1912, presso il Regio Liceo-Ginnasio “Gaetano
Filangieri” (oggi Liceo-Ginnasio “Michele Morelli”)
della vicina Monteleone (ora Vibo Valentia), la quinta
classe ginnasiale, superando brillantemente le relative
prove di esame, è stato ammesso, nell’ottobre del 1912,
al Seminario Pontificio Regionale “Pio X” di Catanzaro,
grande fucina di anime destinate al sacerdozio, dove ha
frequentato il corso triennale di Liceo e quello
quadriennale di Teologia.
In questo Istituto ecclesiastico catanzarese, ha
trascorso l’ultimo anno di formazione in compagnia del
novello seminarista, suo compaesano, Domenico Sanzo,
cui, al pari di un fratello maggiore, ha prestato ogni
amorevole cura, sia per agevolarne l’integrazione nel
nuovo ambiente religioso e sia, soprattutto, per
alleviare i comprensibili disagi morali, prodotti,
nell’animo del giovane conterraneo, dal distacco
dall’amata famiglia.
Questi due nostri
sacerdoti sono stati, sempre e fino al termine dei loro
giorni, legati da un sentimento di reciproca stima e
profonda amicizia, che era davvero sincera, perché
traeva origine da questa antica comune formazione
seminarile catanzarese, anche se, talvolta, per le
strane vicissitudini della vita, nel corso di accese
lotte politiche di carattere municipalistico, hanno
inteso operare delle scelte ideologicopartitiche
diverse, mantenendo, però, sempre un comportamento
dignitoso e, comunque, rispettoso l’un dell’altro.
Il
giorno 29 maggio 1919, conseguiti, con ottima votazione,
gli studi teologici necessari allo scopo, è stato
ordinato sacerdote, nella Cattedrale di Mileto, dal
vescovo di quella diocesi, mons. Giuseppe Morabito,
nonostante, qualche anno prima, il suo delicato e
sensibile animo fosse stato messo, ancora una volta, a
dura prova da un altro grave lutto familiare: il letale
morbo della tubercolosi, tra le tante vittime mietute a
San Nicola, aveva stroncato, nel 1916, pure il fratello
maggiore, Francesco, ventitreenne.
Perdurava ancora, nel
suo animo, l’incontenibile gioia provata per la sua
ordinazione sacerdotale che già, ad appena cento giorni
dal conferimento di questo sacramento, mentre si trovava
ad Oppido Mamertina, al seguito del vescovo Galati, è
stato raggiunto da un’altra luttuosa notizia: il giorno
6 settembre 1919 era morto, ancora di tubercolosi, anche
il fratello secondogenito, Vincenzo, ventiduenne. I
sette anni di «studio matto e disperatissimo», tanto per
dirla con il Leopardi, trascorsi dal Cina nella
Pontificia Università Teologica “Pio X” di Catanzaro,
sono stati, senza alcun dubbio, i più fecondi ed
edificanti di tutta la sua vita, perché è proprio qui
che ha maturato una grande formazione spirituale,
religiosa ed umanistica, sotto la saggia ed illuminata
guida di formatori di anime sacerdotali, come, ad
esempio, i rettori mons. Giorgio De
Lucchi, nominato vescovo
ad hoc,
prima, e mons.
Francesco Mennini, poi. È esattamente in tal luogo che
il giovane studente Cina ha acquisito una profonda
conoscenza della psiche umana ed ha affinato, alla
scuola di mons. Mennini, che, oltre ad essere un
educatore era anche un organizzatore nel senso più
nobile ed elevato del termine, la sua capacità di
promuovere, organizzare, coordinare e gestire, sino alla
sua completa attuazione, una qualsiasi iniziativa e/o
attività sociale.
È ancora in questo
posto che il Nostro ha appreso e fatto proprio il
concetto che la vita del
vir
probus
è
regolata da precise norme
comportamentali, tra
cui l’imposizione di una ferrea disciplina, fondata
soprattutto sull’ordine, sulla cieca e pronta ubbidienza
alle autorità superiori e sulla scrupolosa osservanza
dei propri doveri. Tutte doti, queste, che si sono
rivelate assai utili, allorquando ha dovuto svolgere, ad
Oppido Mamertina, il gravoso compito di coadiutore di
ben quattro vescovi, nel governo e nell’amministrazione
di quella Chiesa e di tutta la sua vasta diocesi, e che
ha potuto mettere in pratica, in modo particolare, come
avremo modo di vedere più avanti, nell’opera di
ricostruzione e riparazione dei luoghi di culto,
appartenenti a quel territorio diocesano e che erano
stati gravemente danneggiati dal terribile sisma
avvenuto il 28 dicembre 1908.
Negli ultimi due anni
di studio trascorsi nel Seminario Regionale di
Catanzaro, durante il rettorato di mons. Mennini, il
maturo allievo Cina deve aver avuto modo, senz’altro, di
conoscere il giovane collegiale Francesco Mottola,
futuro “Umile Servo di Dio” e fondatore del Movimento
religioso degli Oblati del Sacro Cuore, che, nato a
Tropea (VV) nel 1901, ha fatto il suo ingresso in questo
Istituto religioso nel 1917.
Non è ancora in nostro possesso alcun documento, che
comprovi l’esistenza di un qualsivoglia genere di legame
tra i due, ma non è neppure pensabile, del resto, che i
non molti seminaristi di questo Collegio Apostolico
calabrese, che, all’epoca, non contava neppure cento
studenti, non si conoscessero e, in alcuni casi, non
stringessero addirittura rapporti di fraterna
solidarietà e cordiale amicizia.
Sappiamo, tuttavia, con certezza, che don Mottola, tra
gli altri luoghi calabresi, veniva invitato,
frequentemente, anche nelle varie parrocchie di Oppido
Mamertina, per diffondere, con la sua brillante perizia
oratoria, la Parola di Dio.
Se queste Sue predicazioni sono avvenute quando ancora
mons. Vito Cina operava nella diocesi oppidese, cioè
prima ancora del suo ritiro definitivo a San Nicola, è
verosimile supporre che a sollecitarle ed a favorirle
sia stato proprio il Nostro, in virtù di quell’assai
probabile amicizia seminarile, che è stata poco prima
ipotizzata.
Il
Cina, lasciato il Seminario “Pio X” di Catanzaro nel
1919, non se n’è mai, però, distaccato del tutto, ma ha
mantenuto con questo frequenti rapporti, attraverso la
lettura della rivista “L’Unione Sacra”, organo
dell’“Associazione di Perseveranza”, fondata da ex
alunni del Seminario, ormai sacerdoti, con il preciso
scopo di tenersi sempre in continuo contatto tra di loro
e, tutti insieme, di mantenere ancora vivo l’antico
legame con l’Istituto religioso che li aveva formati.
Il Nostro ha aderito
all’”Associazione di Perseveranza” ed al suo periodico
bimestrale “L’Unione Sacra”, tanto da essere nominato,
dalla Redazione della rivista, corrispondente della
diocesi di Oppido Mamertina, per la sezione “Vita ed
Azione”, che si interessava della vita associativa
dell’Azione Cattolica di tutte le diocesi calabresi.
Un’altra prova che il
Cina, nel suo animo, ha sempre serbato un grato e
riconoscente ricordo dell’esperienza seminarile
catanzarese e della formazione qui ricevuta è costituita
dal fatto che egli, già Canonico, ha voluto prendere
parte ai solenni festeggiamenti, che si sono svolti a
Catanzaro, nella primavera del 1922, per celebrare il
decimo anniversario della fondazione del Seminario
Pontificio, avvenuta appunto nel 1912.
E la sua è stata una
partecipazione attiva, poiché, il giorno 26 aprile
dell’anno sopra menzionato, ha tenuto, da par suo, una
relazione, avente per tema “La predicazione”, che dalla
Rivista ufficiale del Collegio Apostolico, che ne ha
commemorato l’evento, è stata definita semplicemente
«geniale».
Indice
2. LA SUA VENTENNALE OPEROSA ATTIVITÀ RELIGIOSA ED
AMMINISTRATIVA SVOLTA AD OPPIDO MAMERTINA
(1920-1940)
Entrato nella
simpatia e nelle grazie del vescovo Antonio Galati da Vallelonga
(VV), paese assai vicino a San Nicola da Crissa, questi lo ha
avuto così caro da portarlo con sé ad Oppido, allorquando,
nell’estate del 1920, è stato chiamato a reggere questa diocesi
reggina. Qui, il presule vallelonghese, che già aveva avuto modo
di notare ed apprezzare le non comuni doti di intelligenza,
serietà e dottrina del sacerdote Cina, per essere stato suo
professore di lettere classiche nel Seminario vescovile di
Mileto, oltre che Vicerettore dello stesso Istituto religioso,
lo ha nominato, benché giovanissimo -il Nostro contava allora,
infatti, appena ventiquattro anni-, dapprima, Canonico e,
successivamente, con apposita bolla pontificia, Teologo.
Tuttavia,
la carica di maggior prestigio e responsabilità, che il Cina ha
ricoperto in questo periodo, è stata quella di Consigliere e
Segretario personale del vescovo Galati, di cui è divenuto
l’alter ego, finché questi non è stato trasferito, nel 1927,
nella sede arcivescovile di Santa Severina (KR). Eppure, in quel
tempo, nella circoscrizione diocesana oppidese, oltre al
giovanissimo Cina, operavano altri sacerdoti di buon livello
intellettuale e morale, che, in virtù della loro maggiore età,
potevano certamente vantare, rispetto a lui, una più matura
esperienza di vita religiosa. Appare superfluo, a questo punto,
ricordare come e quanto il vescovo Galati si sia costantemente,
per non dire quotidianamente, avvalso dei suoi indispensabili
consigli ed insostituibili servigi, nel faticoso lavoro di
amministrazione di questa non facile diocesi reggina, alla cui
ricostruzione, materiale e spirituale, l’assai giovane Vito Cina
ha contribuito notevolmente, profondendo, in questa attività
gestionale e direzionale, ogni sua energia fisica, morale ed
intellettuale. Quando, nell’aprile del 1921, il vescovo di
Gerace, mons. G. F. Delrio, è stato trasferito ad altra sede,
l’amministrazione di questa diocesi, per espressa disposizione
pontificia, in attesa che si procedesse alla nomina del nuovo
presule titolare, è stata assegnata al vescovo di Oppido, mons.
A. Galati. Questi, a sua volta, ne ha affidato la cura e la
direzione, per ventidue mesi, vale a dire fino al febbraio del
1923, allorquando è giunto sul posto il nuovo vescovo, mons. G.
B. Chiappe, al nostro Vito Cina, quale suo Delegato Generale,
che ha svolto l’incarico assegnatogli e retto la comunità
ecclesiale ionica con grande perizia amministrativa,
contribuendo, in tal modo, non poco, al suo miglioramento in
campo religioso, morale e sociale. Nel 1923, sempre sotto il
vescovato di mons. Galati, il Cina è stato nominato Arciprete
della Cattedrale di Oppido, carica, questa, che ha tenuto fino
al 1929, ed ha ricoperto, nel contempo, il ruolo di professore
di italiano e latino del Seminario vescovile della stessa città,
rivelando una sicura padronanza di un ricco sapere
pluridisciplinare ed una straordinaria ricchezza di eloquio.
Grazie alla sua dottrina ed al costante impegno profuso
nell’insegnamento delle materie di sua competenza, la qualità
dell’apprendimento dei suoi allievi ed il livello di
preparazione umanistica e culturale in genere da essi raggiunto
erano così elevati da poter addirittura disquisire con lui in
lingua latina e da meritare, pertanto, il pubblico plauso di un
fine intenditore di cultura classica, quale Ildefonso Schuster
-eletto, successivamente, cardinale e, nel 1929, arcivescovo di
Milano-, che, nel 1925, ha avuto l’incarico di ispezionare il
Seminario di Oppido, in veste di Visitatore apostolico. Nel
1927, per l’intolleranza mostrata nei suoi confronti dai
caporioni fascisti locali, con i quali ha dovuto violentemente
scontrarsi più di una volta, il presule Galati, come già
anticipato sopra, è stato rimosso da Oppido e gli è stata
assegnata la cura dell’arcivescovato di S. Severina.
A
mons. Vito Cina, che non aveva voluto seguire, nella nuova sede
episcopale, il suo amico vescovo e nume tutelare, benché questi,
più volte, lo avesse esortato a farlo, quasi presagendo la
tempesta che si sarebbe poi abbattuta su di lui, è stato
conferito, da parte di mons. Carmelo Pujia, arcivescovo di
Reggio Calabria ed Amministratore apostolico della diocesi di
Oppido, l’incarico, ad interim, di governare questa diocesi,
quale suo Delegato vescovile, fino all’arrivo in sede del nuovo
presule, vale a dire per tutto l’anno 1928. Quando, il 17
febbraio 1929, il novello vescovo G. Peruzzo ha preso possesso
della diocesi di Oppido, questi ha subito designato mons. Vito
Cina, prima, come Rettore del Seminario, carica che ha mantenuto
fino al 1930, e Delegato episcopale e, qualche mese più tardi
(24-11-1929), come suo Vicario Generale, dignità, questa, che ha
ricoperto fino al giorno in cui ha abbandonato, per sempre,
Oppido, per ritirarsi definitivamente a San Nicola da Crissa.
Nel 1930, a seguito del Concordato stipulato, l’anno precedente,
tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (“Patti
lateranensi”), che stabiliva la libera amministrazione del
patrimonio ecclesiastico, il Cina è stato nominato Primo
Presidente del Consiglio di Amministrazione diocesano di Oppido,
con il preciso compito di gestire il patrimonio posseduto dalla
Chiesa locale. Con l’assunzione di questa ennesima prestigiosa
carica, che gli consentiva di avere in pugno anche la situazione
economica, mons. Vito Cina teneva sotto il suo diretto controllo
l’intera vita della diocesi di Oppido, nei suoi molteplici
aspetti, divenendone, per oltre un decennio, nel corso del quale
si sono avvicendati ben tre vescovi (Peruzzo, Colangelo e
Canino), uno dei suoi pilastri fondamentali. E, tuttavia,
nonostante questo enorme potere concentratosi nelle sue mani,
egli, nel difficile ambiente ecclesiastico e sociale oppidese,
ha sempre saputo svolgere la sua missione sacerdotale con grande
spirito di carità cristiana, agendo con grande umiltà e piena
consapevolezza dei limiti umani. Si è sempre mosso con estrema
discrezione e prudenza, ha costantemente operato giammai in
maniera dispotica ed arbitraria, ma sempre in totale conformità
alle disposizioni pastorali emanate dai suoi superiori ed agli
ordini ricevuti da costoro, della cui stima godeva ampiamente e
che in lui riponevano la massima fiducia.
Egli si è sempre
adoperato per esercitare il suo delicato compito di controllore
della condotta religiosa e morale dei parroci della diocesi di
Oppido, seguendo, della regola pedagogica gesuitica -fortiter in
re, suaviter in modo-, più la seconda norma che la prima.
Infatti, oltre ad essere dotato di quel grande senso di
equilibrio e di grande umanità, che, certamente, non devono
mancare in chi è chiamato a giudicare e valutare uomini e
fatti, ha sempre cercato di comportarsi con gli altri in maniera
dolce e gentile, con il sorriso sulla bocca e con quel suo modo
di agire signorile, che ancora oggi, a distanza di molti
decenni, viene ricordato ed additato, dalle vecchie generazioni
oppidesi alle nuove, come un vero esempio di corretto
comportamento umano. Non è stato solo un amico affettuoso e
confidente dei parroci della sua diocesi, di cui, con
partecipazione sincera, ha sempre condiviso gioie e dolori, ma
si è anche sentito fraternamente vicino a quanti si trovavano
oppressi dalla fame e dal bisogno, che in Calabria hanno sempre
imperversato inesorabilmente, specie nel difficile periodo
storico, posto tra le due grandi guerre, in cui egli ha operato
in Oppido. Infatti, non erano rare le persone, che si
rivolgevano al suo cuore generoso, in modo diretto e senza
alcuna formalità burocratica, per: a)-ricevere un semplice
consiglio; b)-ottenere un aiuto materiale, come cibo ed
indumenti, con cui sfamare e vestire la propria numerosa prole;
c)-procurarsi, addirittura, del denaro -spesso appartenente al
suo fondo personale e non alla cassa della Curia-, con cui
pagare qualche delicata e costosa operazione chirurgica, nella
speranza che si potessero definitivamente debellare quelle serie
malattie, da cui erano gravemente affette.
Tra
i tanti casi di grave infermità, verificatisi ad Oppido e
dintorni e risoltisi felicemente per merito di mons. Vito Cina,
annoveriamo quello, che ha avuto per protagonista il sig.
Francesco Musicò, che, colpito da una grave malattia agli occhi,
che gli stava causando la perdita totale della vista, è stato
sottoposto ad un tanto urgente quanto delicato e costoso
intervento oculistico, che è stato possibile eseguire, nella
vicina città di Messina, anche grazie al sostegno economico
offerto gratuitamente dal Nostro. Se mons. Vito Cina è riuscito
ad essere l’alter ego del vescovo Galati e il Vicario Generale
dei successivi tre vescovi oppidesi, tanto da raccoglierne, per
la qualità del lavoro svolto ed i fruttuosi risultati
conseguiti, non solo la stima e l’ammirazione, ma anche
l’amicizia, che sovente è divenuta calorosa familiarità, vuol
dire, dunque, che egli veramente è stato dotato di quelle doti
umane e morali, viva intelligenza e non comune altezza di
ingegno, che gli sono state unanimemente riconosciute da quanti
lo hanno frequentato o hanno avuto con lui rapporti inerenti
alla sua attività ecclesiastica, pur non condividendone sempre
le decisioni o l’operato. Tutti i vescovi, che egli ha
fedelmente servito, per poter svolgere più proficuamente la loro
attività pastorale e condurre a buon fine questioni delicate ed
importanti di ogni natura, si sono dovuti necessariamente
avvalere dei suoi saggi consigli, della sua fine, accorta e
paziente abilità diplomatica, delle sue indubbie capacità
operative, che si fondavano su una visione pragmatica della vita
e su una spiccata propensione nel saper scrutare a fondo l’animo
umano, dote, quest’ultima, che gli era congeniale e che, nella
risoluzione di una controversia o nella conduzione di una
trattativa, lo ponevano in una posizione di assoluto vantaggio
rispetto alla controparte. Ad onor del vero, è giusto, sin da
adesso, preannunciare come il Cina non sia andato molto
d’accordo con il solo vescovo Nicola Canino, che pure, però, ne
apprezzava gli indubbi pregi morali ed intellettuali, e la causa
di tale disarmonia va ricercata esclusivamente nella profonda
diversità caratteriale esistente tra le due eminenti personalità
ecclesiastiche e di cui, in seguito, avremo modo di ragionare
più approfonditamente. Ad ogni modo, tutte queste particolari
qualità del Cina venivano da lui messe in pratica e sottoposte a
dura prova assai spesso, cioè allorquando, per conto della Curia
vescovile oppidese, era chiamato a dirimere quelle spinose
controversie o risolvere quelle complesse situazioni, nelle
quali la Chiesa locale, di frequente, si veniva a trovare. Se è
vero che i segni più evidenti della laboriosità di una persona
sono rappresentati dalle opere che questa è capace di realizzare
nel territorio in cui svolge la sua attività, a proposito del
Cina, possiamo affermare, con assoluta certezza, che, nella
circoscrizione diocesana oppidese, nonostante siano trascorsi
ormai quasi settanta anni dal suo abbandono, ancora oggi facta
sua magnopere loquuntur e testimoniano il suo instancabile
dinamismo sacerdotale esplicato in quel luogo.
E
non si dimentichi, peraltro, che il Cina ha operato in tempi
assai difficili e, soprattutto, in un territorio ed in ambiente
sociale non sempre tranquilli e pacifici, soprattutto se si pone
mente non solo al fatto che Oppido, al momento del suo arrivo,
si trovava in condizioni di degrado economico e sociale e che
non erano pochi gli abitanti del luogo che nutrivano tenaci idee
anticlericali, ma che l’intera vita religiosa oppidese era
stata, di recente, macchiata di sangue. Infatti, nel luglio
1919, appena un anno prima del suo arrivo ad Oppido, al seguito
del vescovo Galati, la vita di questa città era stata
profondamente turbata dalla morte violenta dell’arciprete del
Duomo cittadino, don Giovanni Sposato. Una trattazione
particolare merita l’amore straordinario, che mons. Vito Cina ha
sempre nutrito per l’Azione Cattolica oppidese, che gli derivava
dalla formazione spirituale ricevuta nel “Pio X” di Catanzaro,
profondendo un particolare impegno nell’organizzazione diocesana
dei relativi Circoli giovanili (GIAC), al tempo in cui era
vescovo G. Peruzzo. In verità, dopo un inizio un po’ deludente,
per le difficoltà ambientali che ne impedivano l’attecchimento
-non va sottaciuto, infatti, che, in quel tempo, molte famiglie
vivevano in Oppido senza religione e senza Dio-, i Circoli
giovanili oppidesi di Azione Cattolica, a seguito di una
«provvidenziale» visita effettuata, il 12 febbraio 1937, in
questa diocesi da Giulio Pastore, in cui sono state individuate
le carenze di carattere organizzativo che ne impedivano la
crescita e poste le basi per un loro futuro sviluppo, hanno
cominciato a funzionare bene e ad ampliarsi. Tuttavia, questo
associazionismo religioso in Oppido, che, dopo un faticoso
avvio, sembrava proiettato verso un prospero futuro, ha
conosciuto anch’esso, unitamente al Seminario vescovile, un
lungo periodo, prima, di stasi e, poi, di vera e propria
decadenza, a causa dell’acuirsi delle tensioni in diocesi, le
stesse che, poco più tardi, hanno costretto mons. Vito Cina ad
allontanarsi, per sempre, da Oppido. Giova ricordare, tuttavia,
che un’efficiente strutturazione ed organizzazione dell’Azione
Cattolica in Oppido -come, del resto, in tutta Italia- e,
soprattutto, la formazione dei giovani, secondo i principi
religiosi, morali e sociali propugnati dalla Chiesa di Roma, non
potevano di certo piacere al Partito fascista. Il quale non era
solo geloso del notevole incremento che andava assumendo il
movimento giovanile cattolico, ma anche fortemente preoccupato
che tale affermazione potesse nuocere allo sviluppo delle sue
organizzazioni paramilitari giovanili, che, a seconda della
fascia d’età, erano divise in “Fasci giovanili”, “Avanguardisti,
“Opera Nazionale Balilla” e “Figli della lupa”. Grazie a queste
strutture, infatti, il Regime mirava a gestire, in maniera
monopolistica, l’educazione e la formazione di tutta la gioventù
italiana, che gli stava tanto a cuore ed a cui intendeva fornire
non solo una normale istruzione, ma anche e soprattutto un
indottrinamento ideologico. Per questa ben precisa ragione, nel
1931, ha imposto lo scioglimento e decretato la chiusura dei
Circoli giovanili cattolici della diocesi di Oppido, contro cui
si sono energicamente opposti tanto il presule G. Peruzzo quanto
il suo Vicario Generale, mons. Vito Cina, anche nella sua
qualità di Presidente della nuova Giunta Diocesana per l’Azione
Cattolica, i quali hanno dovuto lottare non poco per difendere
queste associazioni religiose dai continui assalti fascisti. A
questo punto della narrazione, per inquadrare meglio la
personalità di mons. Vito Cina antifascista e far meglio
comprendere quanto egli, per questo tuo ostinato atteggiamento
di opposizione al Regime, fosse inviso agli occhi dei caporioni
politici locali e provinciali, è necessario illustrare
brevemente quali fossero i rapporti tra la Chiesa calabrese ed
il Fascismo. Buona parte dell’episcopato e dell’alto clero
calabrese, sin dal primo momento, ha assicurato al Regime
fascista la sua simpatia ed adesione, un po’ per convinzione, un
po’ per paura e, quindi, per proteggersi da eventuali
persecuzioni, ed po’ anche per convenienza economico-politica.
Basti ricordare che qualche alto dignitario della Chiesa
cattolica -come, ad esempio, il vescovo di Gerace, mons.
Chiappe-, con esultanza, è persino giunto a definire Mussolini
«Uomo della Provvidenza». Mons. Vito Cina, al contrario, da
subito, assieme a ben pochi altri prelati maggiori, ha preso le
distanze dal Fascismo, guardandolo con sospetto e diffidenza,
tenacemente convinto dell’inconciliabilità della radice
culturale dell’ideologia fascista con quella cattolica e del
fatto che il vero ed unico scopo del Regime mussoliniano fosse
non già quello di difendere la Chiesa cattolica dai suoi
tradizionali nemici, ma di assoggettarla alla propria volontà e
di farne un personale strumento di potere, per poter meglio
governare l’Italia.
Il
Cina, rivelatosi antifascista irriducibile sin dal primo
momento, non si è unito al coro di quei molti ecclesiastici,
che, entusiasticamente, dopo la stipula del ricordato Concordato
tra Stato e Chiesa dell’11 febbraio 1929, hanno gioito per lo
storico evento ed inneggiato alla pacificazione tra i due
poteri, considerata condizione indispensabile per il bene
dell’Italia. Anzi, non perdeva mai l’occasione, per manifestare
apertamente tutto il suo dissenso verso il Fascismo, per tuonare
contro di esso, per criticarlo duramente ed attaccarlo
violentemente, senza risparmio alcuno di colpi, ricorrendo a
battute e sottili riferimenti -o allusioni-allegorici, abilmente
inseriti nelle omelie, fatte ai fedeli durante la celebrazione
delle messe domenicali o di altre importanti funzioni religiose.
Egli, mal tollerando la tracotanza, la prepotenza e lo
strapotere del Partito fascista e l’arrogante ingerenza del
potere politico locale negli affari religiosi della Chiesa,
sosteneva, con risoluta fermezza, che solo ed esclusivamente
all’Autorità ecclesiastica -oppidese, nel nostro specifico
caso-, e non ad altri, spettasse il compito di educare e formare
la gioventù italiana ai nobili valori della famiglia, della
patria e della religione. Il settore, però, in cui l’alacre
operosità del Cina è apparsa con maggiore evidenza è stata la
ricostruzione delle Chiese parrocchiali della diocesi di Oppido,
già distrutte o gravemente danneggiate dai terremoti del 1905 e
del 1907, ma colpite, in maniera alquanto preoccupante, dal più
rovinoso di tutti i sismi, quello che si è verificato il 28
dicembre 1908 e che ha raso al suolo le città dello Stretto,
Reggio Calabria e Messina, per le quali non si era potuto
intervenire prima, a causa dello scoppio della prima guerra
mondiale Per le mani di mons. Vito Cina, che, dal 1926 al 1940,
ha diligentemente curato l’attività amministrativa della
riedificazione o ristrutturazione degli edifici di culto
oppidesi, è transitata, in verità, una gran quantità di denaro,
facente parte dei sussidi erogati dallo Stato, meglio ancora
dagli Enti pubblici coinvolti nel piano, del cui impiego doveva
rendere conto al solo mons. Paolo Albera, vescovo di Mileto,
cui, dalle autorità ecclesiastiche competenti, era stata
conferita la carica di Presidente dell’“Opera Interdiocesana per
la ricostruzione delle Chiese nella Calabria”, atterrate dai
suddetti movimenti tellurici. Il Cina, unendo la nuova mansione
di Responsabile unico del settore relativo alla ricostruzione
degli edifici di culto diruti ai vecchi incarichi di Vicario
Generale della diocesi oppidese e di Direttore del suo Ufficio
amministrativo, era diventato il vero fulcro della vita di quel
vescovado, nel senso che, dal punto di vista operativo, tutto
era sotto il suo diretto controllo e non si muoveva foglia senza
il suo volere.
Era lui che
sottoscriveva i vari contratti di appalto con le imprese edili,
cui veniva concessa l’esecuzione dei lavori di riedificazione
dei luoghi pii, o li rescindeva, quando si accorgeva che le
ditte appaltatrici erano inadempienti nella realizzazione delle
opere ad esse affidate, per lentezza, inosservanza degli
obblighi assunti o violazione delle fondamentali regole
contrattuali, stabilite per iscritto nel relativo capitolato.
Era ancora lui che curava i preventivi di spesa dei lavori da
iniziare. Era sempre lui, che si occupava del disbrigo delle
pratiche relative alla redazione dei progetti delle Chiese,
presso gli uffici tecnici dell’“Opera” posti in situ, quelli
statali competenti con sede in Reggio Calabria e ministeriali di
stanza a Roma. Era, infine, lui che, dopo un preventivo calcolo
di spesa, chiedeva allo Stato, che era il finanziatore di questo
gigantesco programma di ricostruzione di edilizia sacra, di
erogare le necessarie somme di denaro, che giungevano
puntualmente da Roma, con cui saldare quelle imprese edili, che
avevano già completato i lavori assegnati e superato la relativa
prova di collaudo finale, o da versare come anticipo ad altre,
in quota proporzionale allo stato delle opere fino ad allora
eseguite, in attesa della loro ultimazione e conseguente
corresponsione della parte residua. Grazie a questi sussidi
statali, egli, oltre alle ditte appaltatrici, provvedeva a
retribuire anche le prestazioni offerte da ingegneri,
architetti, operai, artigiani, maestranze varie e qualsiasi
altra forma lavorativa fornita. Il Cina ha sempre espletato
questa attività tecnico-amministrativa con scrupolo, oculatezza
e competenza ampiamente riconosciutigli da tutti, ma,
soprattutto, con onestà assoluta, perché totalmente protesa alla
sola difesa dei principi morali e degli interessi della Chiesa
oppidese. Nell’espletamento di questo gravoso e delicato
incarico, l’intransigente rettitudine e l’eccessivo scrupolo del
Nostro, qualche volta, hanno dovuto duramente scontrarsi con le
assurde pretese di quelle ditte appaltatrici, che chiedevano di
essere definitivamente quietanzate, pur non essendo riuscite ad
eseguire le opere ad esse assegnate in maniera conforme alle
richieste dei progetti redatti ed in stretta osservanza alle
norme stabilite nel contratto d’appalto, a suo tempo stipulato
con la parte committente. In questi specifici casi, egli, nella
sua qualità di Responsabile unico dell’“Opera” per la
ricostruzione delle Chiese oppidesi, si è sempre rifiutato di
certificare l’efficienza e la buona qualità dei lavori edili
realizzati, procurandosi, in tal modo, non pochi nemici
autorevoli, non solo tra i titolari delle imprese edili
coinvolte, ma anche tra i loro sostenitori e/o soci occulti. E’
inutile sottolineare come risultassero del tutto vane le
pressioni, esercitate sulla sua persona anche da personaggi
importanti, tendenti ad ammorbidirlo del tutto o, quanto meno, a
farlo desistere solo un po’ da questo suo inflessibile rigore
morale. Tra le molte prove tangibili, che si potrebbero addurre
per comprovare la sua tanta conclamata integrità etica, abbiamo
preferito, per ovvie ragioni di spazio, soffermarci su una sola,
che ci sembra, fra tutte, la più emblematica. Nel 1958, al
Delegato vescovile di Mileto, mons. Aurelio Sorrentino, che lo
pregava di voler intervenire alle riunioni mensili che si
tenevano
in
quei locali episcopali, il Cina, che era stato nominato membro
della Commissione per la preparazione del Sinodo diocesano,
giustificava le sue assenze con il fatto che non poteva servirsi
del pulmann di pubblico servizio, in quanto questo aveva un
orario che non sempre gli riusciva comodo, date le sue malferme
condizioni di salute, né poteva avvalersi di un’apposita
automobile privata, perché questa gli avrebbe comportato l’onere
di affrontare una spesa notevole, pari a tremila lire, che, di
sicuro, non avrebbe potuto sostenere. Se un ex Vicario Generale
di tre o quattro vescovi, qual è stato il Cina, che ha
maneggiato somme di denaro davvero ragguardevoli, cioè decine e
decine di milioni del tempo, non ha potuto neppure disporre dei
soldi necessari per acquistare, per uso personale, una modesta
autovettura, quale altra prova più tangibile e convincente si
potrebbe portare, a dimostrazione e sostegno della sua onestà
amministrativa? Del resto, il 9 maggio 1940, cioè il giorno
prima di lasciare la diocesi di Oppido, per rientrare, per
sempre, nel suo nativo paesello di San Nicola da Crissa, egli,
da saggio amministratore, ha consegnato a chi avrebbe dovuto
prenderne il posto, sostituendolo in quel delicato incarico, la
contabilità del Seminario e quella dell’Ospizio “Ricovero S.
Francesco di Paola” (o “Casa della Divina Provvidenza”), che,
per la prima volta, presentava un attivo di lire tremila, una
somma, questa, pari esattamente al costo del noleggio quotidiano
dell’autovettura, di cui si è detto sopra. Questa Casa di
riposo, che da tempo ospitava venticinque povere donne anziane,
bisognose di cura ed assistenza, era stata fondata dalla
nobildonna Beatrice Grillo, la quale, alla sua morte, avvenuta
nel 1930, aveva lasciato al vescovo di Oppido del tempo, mons.
Peruzzo, tutte le sue pingui sostanze, perché venissero devolute
ed impiegate nell’opera di prosecuzione di questa sua benefica
iniziativa sociale. Dopo una precedente direzione
amministrativa, pessima e fallimentare, il presule Peruzzo ha
pensato bene di affidare la gestione dell’Ospizio al solito
Cina, il quale, da par suo, nel giro di pochi anni, non ha
deluso le aspettative del suo vescovo, portando in attivo il già
dissestato bilancio della Casa di riposo, sia pure, come
anticipato sopra, di poche migliaia di lire. Ha così fornito,
ancora una volta, ampia prova della sua competenza
amministrativa e della sua dirittura morale, come ben risulta
dai relativi registri contabili, depositati presso l’Archivio
vescovile di Oppido, che sono a completa disposizione di
chiunque voglia consultarli, come abbiamo fatto noi, per poter
redigere il presente lavoro.
Quando al Peruzzo è
succeduto il vescovo Nicola Colangelo, il Nostro non solo è
stato riconfermato nella carica di Vicario Generale, ma è stato
anche designato come Decano del Capitolo (31.3.1934). Anche con
il nuovo presule il Cina, che era già stato un fedele e leale
collaboratore degli altri tre precedenti ordinari diocesani
oppidesi e scrupoloso esecutore delle loro direttive pastorali,
è andato sempre d’amore e d’accordo, pur considerando che mons.
Colangelo, contrariamente alla sua risoluta fermezza
antifascista, aveva mostrato, sin dalla prima ora, una certa
simpatia verso il Regime ed un atteggiamento accomodante e di
collaborazione verso i suoi esponenti locali. Era così alta la
stima che il vescovo Colangelo nutriva per mons. Vito Cina e per
la sua profonda dottrina teologica da nominarlo suo Assistente
speciale, pretendendo che stesse sempre al suo fianco, per tutta
la durata del Concilio Plenario Calabrese, che si è svolto a
Reggio Calabria, nei giorni 14-19 marzo 1934. Le finalità di
questa Assise ecclesiastica erano quelle di discutere sulla
necessità di applicare, anche nella vita della Chiesa della
nostra regione, quelle disposizioni ed adottare quei
provvedimenti, che venivano reclamati dai tempi nuovi, in
armonia con i canoni del nuovo Codice di diritto canonico
dell’epoca. Nel 1937, a reggere la diocesi di Oppido, in
sostituzione del Colangelo, trasferito a Nardò, in Puglia, è
stato chiamato il vescovo Nicola Canino, arciprete in Gimigliano,
formatosi nel Seminario Pontificio Regionale “Pio X” di
Catanzaro e, per di più, negli stessi anni in cui questo
Collegio Apostolico era stato frequentato dal Cina, di cui era
coetaneo, essendo nato ad Albi (CZ) nel 1897, vale a dire appena
un anno dopo di lui. E’ bene sottolineare come Mons. Canino sia
stato il primo vescovo, nominato tra gli ex alunni di questo
Istituto religioso. A detta degli studiosi di storia
ecclesiastica locale, delle cui opere, citate nella bibliografia
finale, ci siamo avvalsi per la redazione del presente lavoro,
il Canino, pur essendo un presule caritatevole, dotato di
profonda pietà cristiana, operoso ed attivo, mancava, però, in
verità, di quell’accortezza e prudenza, di quel tatto di fine
diplomazia, di quella abilità, che gli consentivano di mediare e
risolvere le situazioni conflittuali più spinose, di cui,
invece, era fornito il Cina e che, d’altronde, dovrebbero
costituire le doti principali di un pastore di anime. Pur se
munito di un’intensa spiritualità e di una forte personalità
religiosa, aveva un carattere eccessivamente autoritario e poco
sopportabile e, convinto della giustezza delle sue idee,
pretendeva di imporle, dispoticamente, ai suoi sottoposti, che
voleva ubbidienti esecutori dei suoi ordini. Teneva in scarsa
considerazione le opinioni degli altri, con i quali, in verità,
dialogava assai poco. A causa del suo temperamento chiuso e
permaloso, mons. Canino si è dovuto spesso e duramente scontrare
con i preti della diocesi, con il Capitolo cattedrale, con i
suoi più stretti collaboratori, che ben presto hanno cominciato
ad allontanarsi da lui, e, tra costoro, in modo particolare, con
il nostro Vito Cina, di carattere diametralmente opposto al suo
e che mal tollerava che i “suoi” poveri sacerdoti, ad ogni piè
sospinto e senza alcun giustificato motivo, venissero
bistrattati.

Il Nostro non
sopportava, in modo particolare, che il singolare modo di
comportarsi ed agire del vescovo Canino, stesse soffocando
quella lieta armonia di vita diocesana, che egli, con
l’imprescindibile collaborazione di altri sacerdoti, era
finalmente riuscito ad instaurare nel difficile ambiente
ecclesiastico di Oppido ed alla cui realizzazione si era
pazientemente dedicato, sin dai tempi del vescovo Galati. Non è
difficile immaginare di quale portata e conseguenze, per il
sereno andamento della vita diocesana oppidese, possano essere
stati i dissapori sorti tra il vescovo Canino e mons. Vito Cina
e gli scontri frontali avvenuti tra i due ed è chiaro che al
Nostro, per quel fiero carattere che lo distingueva, non piaceva
di certo l’idea di dover rimanere ancora in quella Curia,
dominata da quotidiani aperti contrasti. Se avesse voluto
mantenere la consueta carica di Vicario Generale, questo, molto
probabilmente, per la sua riconosciuta dottrina teologica e
giuridica e provata competenza amministrativa, gli sarebbe stato
pure concesso, ma certamente non più nella felice condizione di
prete libero, come lo era sempre stato prima, ma in quella di
sacerdote cortigiano, servile adulatore del novello presule e
cieco attuatore della sua volontà. Il Cina, però, fermamente
deciso a non rinunciare alla personale libertà di pensiero e di
azione ed a difendere, ad ogni costo, il sacrosanto diritto di
rimanere padrone di se stesso e poter disporre autonomamente
della propria vita, piuttosto che cedere a qualsiasi
compromettente atteggiamento di cortigianeria, che avrebbe
certamente ripugnato alla sua coscienza di uomo libero ed alla
dignità di sacerdote puro ed integro, non ha esitato un solo
istante a fare le valigie, abbandonare Oppido e tornarsene,
risolutivamente, a San Nicola. Resosi conto che la sua presenza
presso la diocesi di Oppido era ormai diventata inutile e
probabilmente assai poco gradita, il giorno 10 maggio 1940, dopo
aver affettuosamente salutato il clero di tutta la diocesi,
convenuto ad Oppido in una straordinaria e significativa
sessione plenaria, presieduta dal vescovo Canino in persona,
mons. Vito Cina, con quella signorile compostezza e con quel
decoroso comportamento che fino ad allora lo avevano sempre
contraddistinto, ha deciso di mettersi da parte, uscire di
scena, abbandonare tutto, lasciare la diletta Oppido, per fare
ritorno, per sempre, con dignitosa povertà, a San Nicola da
Crissa. Nel corso della mesta cerimonia d’addio, i sacerdoti
tutti della diocesi di Oppido, per mano del loro stesso presule,
mons. Canino, hanno voluto offrirgli in dono, in segno di
affetto, stima e riconoscenza, per il gran bene che la sua mente
ed il suo cuore avevano prodotto a beneficio di quella vasta
comunità religiosa, in poco più di vent’anni di permanenza in
mezzo ai suoi abitanti, un calice d’oro, che egli, poi, ha
deciso di donare, devotamente, alla Madonna del SS. Rosario di
San Nicola da Crissa.
Per testimoniargli,
fino all’ultimo, la loro sincera amicizia e devota gratitudine,
quel giorno, tutti i professori del Seminario vescovile di
Oppido ed altri religiosi hanno ritenuto doveroso accompagnare
il loro amato Maestro nel suo paesello d’origine.
Indice
3. IL
VOLONTARIO RITIRO A SAN NICOLA DA CRISSA
Che il Cina sia
stato un elemento indispensabile per il buon governo della
diocesi di Oppido, oltre a tutti gli argomenti fin qui trattati,
lo dimostra anche il fatto che, nei primi anni del suo ritiro in
patria, nella sua dimora sannicolese, c’è stato un gran via vai
di gente ecclesiastica, che veniva dalla lontana Oppido,
appositamente per chiedergli consigli di varia natura. Anche
dopo il suo rientro nella terra nativa, per diversi anni ancora,
dunque, la sua persona ha potuto godere di un’ampia ed
indiscussa considerazione presso il clero e la popolazione
oppidesi e, nonostante la grande distanza che li separava, il
suo saggio parere era da loro molto ricercato, stimato ed
ascoltato. Infatti, benché avesse lasciato a posto, more solito
suo, tutte le carte ed i documenti, che riguardavano i diversi
incarichi amministrativi da lui ricoperti, coloro, che ne
avevano preso il posto all’interno della diocesi oppidese, non
esitavano ad interpellarlo epistolarmente o ad incontrarlo de
visu a S. Nicola, sobbarcandosi così la fatica di un lungo
viaggio, a seconda dell’urgenza imposta dalla circostanza, per
domandargli ragguagli e spiegazioni o chiedergli consigli utili
alla risoluzione di delicate e complesse questioni
amministrative di quella Curia, nel quale settore aveva
dimostrato di possedere una grande perizia.

La partenza di
mons. Vito Cina da Oppido, dunque, ha prodotto, nell’intera
diocesi, degli effetti negativi, che, dapprima, si sono
ripercossi soltanto sull’ambiente religioso e, poco più tardi,
hanno finito per influire anche sulle già precarie condizioni
economiche di tutta la società civile, alla quale il Nostro era
legato da particolare affetto, che, a partire proprio da
quell’anno e per gli altri successivi, sono state rese ancora
più drammatiche dallo scoppio del secondo conflitto mondiale.
Certamente, non è stato facile sostituire la sua nobile figura
di educatore e formatore tanto dei giovani seminaristi oppidesi
quanto di quelli, che militavano nei Circoli Giovanili della
locale Azione Cattolica (GIAC). Dalle notizie, che, nel 1946,
mons. Cina riceveva, in San Nicola, da fedeli amici oppidesi e
che riguardavano lo stato della loro diocesi, risulta che il
Seminario vescovile versava in una condizione di totale
abbandono e così penosa da essere frequentato da appena due soli
allievi. Eppure, nel ventennio in cui ha operato il Cina ad
Oppido (1920-1940), questo Istituto religioso era assai fiorente
e costituiva, per quei
giovani che avevano
la fortuna di frequentarlo, un’eccellente palestra di formazione
umana, spirituale e culturale, anche se, successivamente, non
sono mancate delle dure critiche, dettate solo da un accanito
animo anticlericale e da una sviscerata voglia di gettare fango
sulla Chiesa cattolica, al suo rigoroso sistema educativo e ad
un non sempre edificante ambiente formativo di quegli anni.
Mons. Vito Cina, anche dopo il distacco da essi, ha sempre
amato, come fossero suoi figli, gli abitanti di Oppido e dei
paesi facenti parte della sua circoscrizione diocesana, avendo
contribuito, in oltre vent’anni di febbrile attività religiosa,
alla loro elevazione spirituale e promozione sociale. Durante il
suo ritiro sannicolese, della “sua” Oppido, dove aveva trascorso
gli anni più fecondi del suo apostolato sacerdotale, che gli
aveva fatto assaporare infine gioie spirituali e soddisfazioni
morali, sebbene lo stesso luogo gli avesse riservato quella
profonda amarezza finale, ha sempre serbato nell’animo, fino
alla morte, un grato e nostalgico ricordo, al punto che, quando,
anche lontanamente, sentiva pronunciare questo nome, i suoi
occhi brillavano di gioia, il suo cuore batteva forte per la
commozione provata, mentre la sua mente si dischiudeva a dolce
ricordo degli anni giovanili, che colà aveva trascorso
attivamente. Gli Oppidesi, per tutta risposta, grati del bene
ricevuto, hanno sempre conservata intatta, nel loro animo, la
memoria di questo antico, ma mai dimenticato, Benefattore e del
suo dinamico fervore religioso, che si è estrinsecato nella
realizzazione delle sopra menzionate opere. E la più chiara
manifestazione di tanta gratitudine può rinvenirsi nella loro
presenza massiccia, in San Nicola da Crissa, quel 24 gennaio
1981, quando, in occasione delle sue esequie, hanno sentito
prorompente il bisogno di rivolgergli, come ad un padre, il loro
affettuoso estremo saluto e ringraziamento per la sua, mai
dimenticata, indefessa laboriosità religiosa e le sue
straordinarie doti di cuore e di mente, nonostante fossero
trascorsi oltre
quarant’anni
dalla loro definitiva separazione. Il Comune di Oppido, al mesto
rito funebre, era rappresentato dal suo gonfalone, listato, per
l’occasione, a lutto, e da una qualificata rappresentanza
ufficiale dell’Amministrazione civica. Un’altra grande
dimostrazione di affetto, nei confronti di mons. Vito Cina, da
parte delle massime autorità religiose, civili e culturali della
città di Oppido, si è avuta, allorquando noi, giorno 1 febbraio
1997, auspice la locale Parrocchia della SS. Annunziata e con il
patrocinio della Confraternita del SS. Rosario, abbiamo ritenuto
doveroso commemorare, in San Nicola da Crissa, la vita e l’opera
da lui svolta, tra Oppido Mamertina (1920-1940) ed il suo paese
d’origine, San Nicola da Crissa (1940-1981), nella ricorrenza
del centenario della sua nascita (1896-1996). In tale cerimonia
celebrativa, alla presenza di un numeroso e qualificato
pubblico, locale e forestiero, com’è stato ampiamente
sottolineato dalle cronache giornalistiche del tempo, che si
sono
interessate
dell’evento, ci siamo preoccupati di tracciare un puntuale
profilo biografico del Cina, frutto di testimonianze orali e
numerosi documenti, rinvenuti nei vari archivi diocesani
calabresi, da noi pazientemente investigati. Una volta rientrato
in San Nicola da Crissa, mons. Vito Cina ha trascorso una vita
di assoluta clausura, tutta dedita all’adempimento del suo
ufficio sacerdotale, nella filiale Chiesetta della Vergine del
SS. Rosario, di cui ben presto è divenuto Rettore e che, nel
corso degli anni, ha provveduto a restaurare, in maniera assai
egregia, tanto internamente quanto esternamente. Si è dedicato,
in modo particolare, alla cura disciplinare ed
all’organizzazione amministrativa della Confraternita del SS.
Rosario, di cui è diventato, sin dal suo rientro da Oppido,
Padre spirituale. Secondo noi, egli, per delle ragioni
prettamente personali, ma che non è davvero difficile
comprendere, ha ritenuto opportuno non dover partecipare al
concorso, che la Curia vescovile di Mileto ha bandito nel 1945,
allo scopo di designare, nella parrocchia di Maria della SS.
Annunziata, in San Nicola da Crissa, il sostituto dell’arciprete
don Domenico Marchese, morto qualche anni prima (1943).
Il
31 marzo 1946, pertanto, con apposita bolla vescovile, è stato
nominato parroco di San Nicola da Crissa, perché vincitore della
prova selettiva sopra ricordata, il rev.mo don Domenico Sanzo,
illustre professore di lettere classiche nel Seminario vescovile
di Mileto, nonché amico di vecchia data del nostro Vito Cina,
come, doverosamente, già ricordato sopra. L’attività religiosa
sannicolese di mons. Vito Cina è stata interrotta solo da
rarissime uscite dal paese nativo, come quelle compiute per
prestare la sua opera di forbito predicatore in alcune
parrocchie poste in diocesi o fuori di essa o per sottoporsi,
nel 1942, prima a Galatro (RC) e poi a Guardia Piemontese (CS),
ad intense cure idrotermali, nella speranza di poter alleviare
gli intensi dolori prodotti dai reumatismi articolari acuti, che
lo affliggevano e lo paralizzavano non poco, tanto da
costringerlo, nei mesi invernali, a rimanere a casa, per diversi
giorni, del tutto inattivo. Nel 1954, approfittando del fatto
che, qualche anno prima (1951), il vescovo Canino, vivamente
contestato da tutto il clero della sua diocesi, per il suo
particolare modus operandi, era stato rimosso da Oppido e
trasferito a Roma, il Cina ha avvertito l’impellente bisogno di
prendere parte al “Congresso Mariano” annuale, che si teneva in
quella città e di cui, in tutti gli anni in cui ha dimorato in
Oppido, è stato grande animatore. Non conosciamo l’origine di
questo Convegno, ma, considerata la sfrenata devozione nutrita
dal Nostro nei confronti della Madonna, come avremo modo di
sottolineare appresso, non ci meraviglieremmo di certo se, un
giorno, attraverso la lettura di appropriate fonti
archivistiche, venissimo a sapere che è stato proprio lui,
appena giunto ad Oppido, l’ideatore e l’artefice della sua
istituzione o, per lo meno, uno dei suoi principali ispiratori
ed organizzatori.
È stata, questa,
un’occasione propizia non solo per rivedere, dopo una lontananza
quasi quindicennale, la “sua” Oppido, ma anche per incontrare e
riabbracciare, dopo lunghi anni di distacco, un suo vecchio
amico e benefattore, il vescovo G. Peruzzo, che, in quel tempo,
svolgeva la sua attività pastorale in Agrigento. Nel 1958,
mons. Vito Cina si è recato nella città di Messina, per
partecipare ad un corso di esercizi spirituali, che si è tenuto
presso l’Istituto religioso “Ignatianum”. Nel corso degli anni
che vanno dal 1947 al 1970, la Curia vescovile di Mileto, come
risulta dagli Atti ufficiali depositati presso il suo Archivio,
ha conferito a mons. Vito Cina vari incarichi. Anche se in
apparenza possono sembrare molti ed onorifici, essi, in realtà,
hanno costituito assai ben poca cosa o, meglio, niente, rispetto
alle cariche assai prestigiose e di alta responsabilità
religiosa ed amministrativa, che il Nostro aveva ricoperto,
appena qualche decennio prima, nella diocesi di Oppido. In tanto
abbandono e solitudine, l’unico ufficio ecclesiastico di un
certo rilievo, che gli è stato affidato, è stato quello di
Giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale Calabro,
presieduto da mons. Stefano Zoccali, che aveva la sua sede in
Reggio Calabria, presso il palazzo dell’Arcivescovato. Questa
carica, che ha mantenuto fino agli anni Sessanta del secolo
Indice
4. IL SUO ARDENTE
CULTO MARIANO
Anche la sua
infinita devozione per la Vergine del SS. Rosario, sempre così
ardentemente sentita da suscitare in lui un’intensa commozione,
che non di rado sfociava in un pianto silenzioso, nel corso
della declamazione della “Supplica” alla medesima Regina di
Pompei, nelle due annuali commemorazioni religiose, ricorrenti,
la prima, l’8 maggio e, la seconda, la prima domenica di
ottobre, era germogliata al tempo del suo settennale soggiorno
nel Seminario catanzarese “Pio X”. Infatti, i primi seminaristi
di questo Collegio Apostolico, della cui compagine il giovane
Cina faceva parte, per la particolare venerazione che
nutrivano, da tempo, verso Maria, saggiamente guidati dal loro
Rettore, il già ricordato mons. Francesco Mennini, avevano
deciso di istituire una vera e propria Congregazione mariana,
intitolata “Regina Apostolorum”, ed, ovviamente la Vergine SS.
era la Madre Amabile di questa numerosa Famiglia. Eppure, tra i
Sannicolesi più attempati, c’è ancora chi ritiene, erroneamente,
che il culto mariano, nell’animo di mons. Vito Cina, sia nato,
allorquando egli, nel maggio del 1940, rientrando
definitivamente da Oppido in San Nicola da Crissa, ha assunto la
direzione spirituale della locale Confraternita del SS. Rosario.
Va sottolineato,
inoltre, come questo particolare sentimento religioso, provato
nei confronti della Vergine, non si limitasse alle sole due
occasioni sacre sopra menzionate, ma si estendesse agli interi
relativi mesi, in cui, oltre alla quotidiana recita comunitaria
del S. Rosario, egli sapeva intrattenere i fedeli su alcuni
aspetti fondamentali, che riguardano la figura della Mamma
Celeste, ed, in particolar modo, sull’indispensabile ruolo da
Lei rivestito all’interno della religione cattolica. Tutto
l’odoroso mese di maggio, infatti, era da lui dedicato alla
Vergine SS., che amava definire “Madonna delle rose”, mentre
l’intero mese di ottobre era riservato alla stessa Mamma
Celeste, che, però, preferiva chiamare, molto
significativamente, “Regina delle vittorie”. Tale particolare
denominazione, che peraltro è riportata all’inizio della stessa
“Supplica”, non era casuale, ma faceva -e fa- esplicito
riferimento storico alla battaglia navale di Lepanto, avvenuta
il 7 ottobre 1571, nella quale la flotta cristiana, proprio
grazie al provvidenziale aiuto prestato dalla Madonna del
Rosario, ha potuto infliggere una disastrosa sconfitta alla
temutissima armata navale turca od ottomana. È opportuno
ricordare, a questo punto, come l’intercessione della Vergine
SS. sia stata accoratamente invocata, con la preghiera del
Rosario, dal papa del tempo, Pio V (al secolo Antonio Michele
Ghislieri, già monaco domenicano, santificato nel 1712 da
Clemente XI), e da tutti i cristiani, fortemente preoccupati
per le continue scorrerie ottomane, che, nei secoli della
pirateria (1400-1800), flagellavano le coste delle nazioni
cattoliche -specialmente quelle dell’Italia meridionale ed, al
suo interno, della nostra Calabria-, arrecando incalcolabili
sventure e rovine a persone e cose. Il successore del papa Pio
V, Gregorio XIII, in ricordo e ringraziamento del miracoloso
evento, ha istituito la festività della Madonna del Rosario,
fissandone la celebrazione per la prima domenica del mese di
ottobre, ma il pontefice Pio X, ai primi del Novecento del
secolo scorso, ha deciso di spostarne la data, facendola
coincidere esattamente con quella, in cui è avvenuto il
memorabile scontro tra le due opposte civiltà, cioè con il
giorno 7 ottobre. Mons. Vito Cina, da grande erudito e profondo
conoscitore della storia della Chiesa qual era, ma soprattutto
in qualità di devoto sincero della Madonna, per rievocare la
memorabile battaglia di Lepanto e rendere pubbliche e solenni
lodi a Colei, che aveva assicurato la vittoria alla flotta
cristiana, ha fatto raffigurare l’evento su un meraviglioso
quadro, che ha pensato bene di porre al centro del soffitto
della Chiesetta della Vergine Maria del SS. Rosario, in
posizione dominante, perché chiunque, entrando nell’edificio
religioso e guardando in alto, potesse -e possa ancora-
ammirarlo. Il dipinto, di forma rettangolare e di notevoli
dimensioni, che misurano cm 140 x cm 280, è stato eseguito nel
1968 a tempera su tavola, che è stata poi fissata in alto,
mediante appositi bulloni, da un valente artista di Serra San
Bruno, Giuseppe Maria Pisani.
Al
centro dell’opera, grandeggia, in tutta la sua magnificenza
spirituale, la mistica figura di papa Pio V, il quale, con volto
ascetico e sguardo supplice, efficacemente rappresentati
dall’apertura massima delle braccia elevate al Cielo, è stato
riprodotto nell’atto di pregare e di invocare, disperatamente,
l’aiuto della Vergine Maria del SS. Rosario, perché, una volta
per tutte, venisse debellato il dilagante flagello turco. Lo
sfondo del quadro, invece, è dominato dal nero fumo e dalle
dense fiamme, che si innalzano minacciose dalle navi musulmane
soccombenti, mentre su quelle cristiane, vittoriose, sventola il
vessillo trionfatore della “Santa Lega”, cioè la Croce
cristiana. L’Autore del dipinto, sapientemente guidato dalla
dottrina storico-religiosa del Cina, ha saputo esprimere, molto
efficacemente, con una magistrale tecnica pittorica, l’intensità
dei sentimenti e degli stati d’animo dei personaggi raffigurati,
in modo particolare la condizione psichica e morale del
pontefice Pio V. Infatti, il Realizzatore del capolavoro
artistico ha saputo ritrarre, con grande potenza espressiva, la
grande sofferenza fisica ed interiore del Santo Padre,
fortemente preoccupato per le sorti della cristianità tutta, a
lungo minacciata dalla feroce barbarie ottomana,
rappresentandocelo con la faccia smunta, le mani scarne ed, in
particolar modo, mettendone in evidenza l’eccessiva magrezza del
corpo. Dopo questa doverosa digressione, volta a sottolineare,
da una parte, il fondamentale ruolo svolto dalla “Regina delle
vittorie” nella crociata promossa contro i Turchi e, dall’altra,
il grato ricordo che il Nostro del prodigioso avvenimento ha
sempre serbato nell’animo per tutta la vita, riprendiamo il
discorso sulla sua devozione mariana.
Quando, poi, mons.
Vito Cina, nel corso delle funzioni sacre vespertine, che si
svolgevano nei mesi di maggio ed ottobre, era immerso nelle
predicazioni in onore della Vergine SS., il suo volto assumeva,
improvvisamente, un aspetto ieratico ed i suoi occhi, di per sè
vividi, ma che, per la particolare occasione, si illuminavano di
una particolare e misteriosa luce, rivelavano ai fedeli astanti
la presenza, nel suo animo, di un indescrivibile gaudio
spirituale, la cui manifestazione esterna più appariscente era
rappresentata -anche qui, come nelle due suddette celebrazioni
della “Supplica”- dalla voce rotta da un’emozione così profonda
da fargli venire, sommessamente, addirittura le lacrime agli
occhi. Provava, nei confronti della Madonna, un tale sentimento
di devozione da destinare al Suo culto anche la prima domenica
di ogni mese dell’anno, nel corso della quale cerimonia
liturgica, prima dell’inizio della Santa Messa, venivano
recitati salmi, litanie, preghiere ed elevati canti celebrativi
vari, i cui testi erano contenuti in un apposito breviario, che
egli, puntualmente, aveva provveduto a distribuire ai suoi
fedeli, detto per questo “Ufficio della Madonna”.
Insomma, sentiva
dentro di sé un così ardente amore per la Madre Celeste da non
riuscire a concludere alcuna omelia domenicale o riguardante
altre festività religiose dell’anno, qualunque fosse la
particolare tematica sacra del momento, senza doverLe prima
rivolgere un affettuoso pensiero. L’antica pietà mariana del
Cina, che, come ricordato sopra, affondava le sue radici nella
sua giovanile esperienza seminarile catanzarese e che, via via,
con la sua quotidiana pratica sacerdotale, andava sempre più
ravvivandosi, ha finito per possederlo completamente, man mano
che anche in Calabria, come nel resto del mondo, si diffondeva
la devozione per la Beatissima Vergine Maria del SS. Rosario di
Pompei, sorta, nella città campana, ad opera di Bartolo Longo.
Dallo stesso Bartolo Longo, ad esempio, il Cina ha derivato il
pio esercizio dei “Quindici Sabati”, dedicati alla Vergine
Santissima, da cui ogni fedele può trarre enormi vantaggi
spirituali ed in cui può domandare alla Madonna la grazia di cui
ha bisogno, corrispondenti ai Quindici Misteri del Suo Rosario,
da eseguire i due cicli: il primo abbraccia il periodo di tempo
che va dalla fine del mese di gennaio e alla festività mariana
dell’8 maggio; il secondo quello compreso tra la fine di giugno
e l’altra celebrazione di Maria, che ricorre la prima domenica
di ottobre. Va ricordato, a questo punto, come ormai il sabato
sia divenuto, liturgicamente, il giorno consacrato alla Madonna,
così come la domenica è dedicata al Signore. Il grande
insegnamento religioso, impartito dal Cina alla comunità
ecclesiale sannicolese, durante il suo quarantennale ufficio
sacerdotale, e lasciatole in eredità, è quello di amare, più di
ogni altro bene al mondo, il Santo Rosario e praticarne
quotidianamente la recita, dal momento che Esso non solo
costituisce l’unico mezzo capace di aiutare l’uomo a vivere una
vita moralmente sana ed a redimerlo dai suoi molti peccati
terreni, ma rappresenta anche e soprattutto il semplice modo per
ricorrere all’imprescindibile protezione della Madonna, cui la
Corona è molto cara. D’altronde, non è un caso che tuttora viga,
presso le popolazioni di fede cattolica, la consuetudine di
seppellire i propri cari defunti, inserendo nelle loro mani la
corona del Rosario, nella piena convinzione che, comparire al
cospetto di Dio con, in mano, questa santa catenella di grani,
equivale ad invocare, quale interceditrice, per la grazia della
propria anima e la sua salvezza eterna, la Madonna, cui tutto è
concesso. La particolare venerazione, mostrata dai Sannicolesi
verso la Beata Maria Vergine del Rosario, oltre che dalla
presenza di un’omonima Confraternita, è ampiamente attestata
anche dalla loro onomastica, in cui è possibile riscontrare
molte persone, che portano il suo nome. Sono assai frequenti,
infatti, le forme anagrafiche di “Rosario” e “Maria Rosaria”, ma
non manca neppure quella più ridotta e semplice di “Rosaria”:
l’una e le altre, nella vita quotidiana familiare e nel gergo
paesano, diventano, per abbreviazione, “Saro “ e “Sara”.
Indice
5. LA SUA FORBITA ARTE
ORATORIA
Una grande qualità,
che tutti indistintamente hanno riconosciuto al Cina, cui si è
fatto un vago cenno sopra, ma sulla quale è bene indugiarsi
ancora un po’, è stata la sua perizia oratoria. Egli, infatti,
era dotato di un’eloquenza forbita, che, oltre ad essere
supportata da una non comune profondità di dottrina, sapeva
anche essere semplice, scorrevole ed armoniosa. Anche questa
dote, cioè la capacità di riuscire ad essere un predicatore
efficace, nel senso più compiuto del termine, era frutto di
quella solida ed ampia cultura teologica ed umanistica, che si
era formata all’interno del “Pio X” di Catanzaro, che, senza
fatica alcuna, gli permetteva di affrontare la trattazione di
qualsiasi argomento dello scibile umano, di natura sacra e
profana, con grande competenza, ma, soprattutto, in maniera
facile, elegante e persuasiva. È stato, dunque, un oratore assai
brillante, poiché, con la sua parola limpida e suadente, calda
ed appassionata, facile e piana, riusciva ad avvincere l’animo
dei suoi ascoltatori, anche dei più scettici, per rivelare loro
le più profonde verità della Fede, che sapeva trattare con
insolito fervore religioso, non disgiunto da una naturale
chiarezza espositiva e compiutezza argomentativa. Gli Oppidesi
ricordano ancora oggi che la sua parola, di per sé affabile e
cordiale, era resa ancora più piacevole ed amabile dal
particolare tono, che essa assumeva per effetto del suo umorismo
bonario, qualità, questa, che i Sannicolesi della generazione di
mezzo –la nostra, tanto per intenderci-, in verità, rammentano
ben poco, perché la gravezza degli anni e le instabili
condizioni di salute l’hanno, via via, sempre più fatta
scomparire dal suo animo. Sin dal tempo del suo ultraventennale
soggiorno oppidese, benché oberato di molti e gravosi impegni
religiosi ed amministrativi, egli si è sempre adoperato, per
appagare l’ardente passione che nutriva per l’arte del dire.
Nell’aprile del 1922, all’età di appena ventisei anni, sebbene
molto impegnato nella direzione della diocesi di Gerace,
affidatagli, in qualità di suo Delegato Generale, dal vescovo di
Oppido del tempo, mons. A. Galati, il Nostro ha saputo pure
trovare il tempo, per partecipare, a Catanzaro, ai solenni
festeggiamenti indetti per commemorare il decimo anniversario
della fondazione del Seminario Pontificio Regionale “Pio X”, e,
in quell’occasione, come già anticipato sopra, con una dotta
dissertazione su “La predicazione”, è stato in grado di
allietare e, nel contempo, stupire quanti erano colà convenuti,
per prendere parte all’evento celebrativo. Ad Oppido, invece,
poteva pienamente soddisfare questa sua viva propensione
oratoria nel corso delle giornate destinate allo svolgimento del
“Congresso Mariano”, che, annualmente, aveva luogo nei locali
della diocesi.
Dai documenti in
nostro possesso, risulta, infatti, che, venerdì 29 maggio 1931,
durante tale importante evento religioso, alla presenza del
vescovo locale, mons. G. Peruzzo, di quello di Gerace, mons.
Chiappe, e di molti giovani, appartenenti ai Circoli di Azione
Cattolica di entrambe le diocesi, mons. Vito Cina, da par suo,
ha svolto un’erudita relazione sul tema “Le virtù di Maria,
esemplare della Gioventù Cattolica”, ottenendo il pieno consenso
del numeroso e qualificato pubblico presente alla
manifestazione. Quando, poi, nel 1954, è ritornato brevemente ad
Oppido, per partecipare al consueto “Congresso Mariano”, non ha
mancato di tenere, nel corso di quelle sante Giornate, altre
erudite conferenze, aventi come argomento principale “Maria”,
sbalordendo enormemente i suoi ascoltatori, che gli hanno voluto
tributare, per l’occasione, un’imponente e calorosa ovazione.
Rientrato definitivamente a San Nicola da Crissa, libero ormai
dalle onerose incombenze oppidesi, ha deciso di destinare buona
parte del suo tempo all’oratoria, da svolgere all’interno della
diocesi di Mileto o anche fuori di essa. L’arte del parlare in
pubblico gli offriva, infatti, l’opportunità non solo di
soddisfare un suo antico ed ardente desiderio, ma anche di poter
evadere, di tanto in tanto, dalla monotona ed opprimente vita
del «natìo borgo selvaggio», vale a dire dal grigiore di un
piccolo paese quale San Nicola da Crissa, che amava sì, ma che,
per la sua arretratezza sociale e culturale, minacciava di
infiacchire la sua mente, che, fino ad allora, aveva saputo
mantenere sempre attiva ed impegnata, abituandola a svolgere un
frenetico e proficuo lavoro religioso, esplicato in realtà
sociali più aperte ed evolute, quali quelle di Mileto,
Catanzaro, Oppido e Reggio Calabria. Ritemprare l’intelletto con
l’esercizio oratorio, dunque, costituiva per lui un’esigenza
morale prioritaria, essenziale tanto quanto lo era il cibo, da
cui traeva quel nutrimento, che gli consentiva di vivere
quotidianamente. I Sannicolesi hanno potuto godere della grande
ricchezza e facilità di parola posseduta da mons. Vito Cina,
oltre che nei mesi dedicati alla Vergine del SS. Rosario, maggio
ed ottobre, ed in altre occasioni di culto mariano, tutte sopra
ricordate, in molte altre circostanze sacre, in cui non mancava
di trattare tematiche religiose e dogmatiche abbastanza
profonde, che andavano dalla semplice catechesi ai misteri
principali e profondi della nostra Santa Fede, all’opera ed alla
dottrina sociale della Chiesa, che sapeva esporre con una
ricchezza contenutistica e con una fluida ed elegante forma
linguistica, che gli erano proprie, e, soprattutto, in maniera
assai convincente.
Fra le tante
circostanze, in cui egli, con la sua forbita oratoria e
profonda spiritualità, sapeva approdare ai vertici più sublimi
dell’eloquenza. raggiungere i toni più lirici della materia
sacra trattata e toccare, con la sua penetrante e seducente
parola, le corde sensibili dell’animo dei fedeli, suoi
ascoltatori, suscitandone le più intense emozioni, ricordiamo,
particolarmente, le annuali festività religiose della Candelora
e della Vergine Santissima del Rosario. La prima ricorrenza, che
si celebra tuttora il giorno 2 febbraio, commemora la
Presentazione di Gesù Bambino al Tempio e la Purificazione di
Maria Vergine e, vivente il Cina, negli otto giorni che la
precedevano, venivano celebrate delle funzioni religiose
vespertine in onore della Madonna. Nelle ultime tre sere, era
possibile assistere alla predica tenuta da mons. Vito Cina, che,
soltanto nei casi di qualche suo grave impedimento, veniva
sostituito da un oratore ecclesiastico, fatto giungere
appositamente da fuori. La mattina del giorno festivo della
Madre Celeste, la Sua statua, accompagnata da una moltitudine di
fedeli in preghiera e/o inneggianti alla Sua gloria, veniva
trasferita, dalla non lontana Chiesetta dove aveva la sua
abituale dimora, nella Chiesa parrocchiale, dove il Nostro, con
straordinaria passione, durante la celebrazione di una messa
solenne, provvedeva a tenere, in sua lode, un fervoroso
panegirico. Alla fine della cerimonia religiosa, il simulacro
della Vergine ritornava nella Sua sede e vi rimaneva fino al
ripetersi del medesimo evento nell’anno successivo. Precisiamo
che questo rito di temporanea traslazione della statua della
Madonna dalla Chiesetta alla Chiesa matrice è tuttora in atto,
anche se l’uso al passato dei tempi verbali, adoperati nella
forma dell’imperfetto, perché espressamente riferiti ad eventi
religiosi trascorsi, che hanno avuto come protagonista mons.
Vito Cina, di cui qui si sta ragionando, potrebbe far credere
esattamente il contrario. L’altra solennità, relativa alla
Vergine Santissima del Rosario, la cui ricorrenza un tempo si
faceva coincidere con la seconda domenica di ottobre, oggi è
stata anticipata all’ultima del mese di luglio. Questo
spostamento di data è stato dettato dalla necessità di far
partecipare alla celebrazione della festa, sia religiosa che
civile, anche quegli emigrati sannicolesi, che, sparsi per le
varie contrade del mondo, nel periodo estivo, assieme alle loro
famiglie, decidono di passare le loro vacanze nella terra
nativa, in compagnia dei loro parenti rimasti in patria. Mons.
Vito Cina, dunque, ha trascorso l’intera sua non breve vita,
cantando eccelsamene le lodi di Maria, delle cui glorie è stato,
senza alcun dubbio, un incomparabile celebratore, dapprima nel
Pontificio Seminario Teologico “Pio X” di Catanzaro, in seguito
nel vasto territorio diocesano di Oppido Mamertina, poi ancora
nella modesta Cappella della Madonna del SS. Rosario del suo
paese natale, San Nicola da Crissa, ed, infine, in tutti quei
luoghi della Calabria -e non sono stati davvero pochi-, in cui
si è recato, dietro invito, per svolgere il suo apostolato
religioso di predicatore.
Indice
6. CONCLUSIONE
Prima di concludere
questo breve saggio su mons. Vito Cina, riteniamo che sia
necessario -e, forse, anche doveroso- fare un pur fugace accenno
alla sua mancata elezione alla carica di vescovo, data per
sicura tra il 1936 ed il 1938, secondo un’insistente vox populi
sannicolensis, di cui peraltro si ignora la fonte, nomina,
questa, che, indiscutibilmente, al di là dell’attendibilità o
non della notizia, avrebbe ben meritato. Non possedendo
informazioni certe a questo riguardo, siamo costretti a
procedere, nell’esposizione dei relativi fatti, con la massima
cautela ed avvedutezza, come, del resto, l’assai delicata
questione presa in esame impone. Pare, tuttavia, che, tra gli
anni sopra riferiti, la sua persona, ritenuta ormai degna di
ricoprire l’ufficio pastorale, sia stata scelta per essere
elevata alla dignità di presule, non solo in virtù degli alti
meriti di dottrina e zelo ecclesiastico posseduti ed ampiamente
riconosciutigli dalle più alte sfere della Chiesa calabrese, ma
anche per l’instancabile servizio reso alla diocesi di Oppido,
in più di vent’anni di benemerita attività religiosa ed
amministrativa, svolta con singolare competenza. Sembra anche
che la S. Congregazione del Concilio, l’Ente ecclesiastico
preposto all’attribuzione di tali funzioni, avesse già
provveduto all’elezione di mons. Vito Cina a vescovo in pectore,
cioè in maniera riservata e segreta, in attesa che il
conferimento di tale investitura, ufficializzato, venisse
comunicato al mondo religioso e reso, quindi, di dominio
pubblico. Non ci è dato sapere chi possa aver brigato e per
quali ragioni, perché venisse revocata la sua nomina a presule,
che, peraltro, pare che sia stata favorevolmente accolta e già
decisa da tempo dalle competenti autorità ecclesiastiche
superiori. Molto probabilmente gli autori della radiazione del
suo nome, dalla lista dei religiosi prescelti per essere
preposti alla guida spirituale di una diocesi, dovevano
annidarsi tra i suoi nemici personali, dimoranti in Oppido, San
Nicola o anche altrove. Non è da escludere del tutto che,
proprio nella sua onestà e rettitudine amministrativa, che lo
hanno costantemente guidato tanto nel governo della diocesi di
Oppido quanto nella gestione dei fondi relativi all’“Opera” per
la ricostruzione dei suoi luoghi di culto terremotati, possa o
debba essere ricercata la vera ragione di questa omessa ratifica
alla carica di vescovo. In argomento non possiamo dire di più,
perché sprovvisti delle necessarie prove documentarie, che
possano suffragare, in qualche modo, una qualsivoglia ipotesi.
Possiamo solo affermare, a chiusura di questo lavoro, che mons.
Vito Cina, pur non essendo assurto alla dignità di vescovo, per
la sua indimenticabile e proficua opera di promozione religiosa,
morale e sociale, svolta nella difficile diocesi di Oppido
Mamertina, in mezzo ad ostacoli, difficoltà e pericoli d’ogni
genere, superando gli angusti confini di questa circoscrizione
territoriale, è riuscito ugualmente ad entrare nella più
autorevole e vasta storia ecclesiastica dell’intera regione
calabrese e vi rimarrà ad imperitura memoria, «finché il Sole/
rispenderà su le sciagure umane» (Foscolo, Dei Sepolcri, w.
294-295).
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE CONSULTATA
(1)-BORZOMATI P.,
Aspetti e momenti di storia della Chiesa in Calabria nel
Novecento, in “Rivista storica calabrese”, n.s., anno I, nn. 1-2
(gennaio-giugno), 1980, pp. 79-112. (2)-CARNOVALE D., La
Confraternita del SS. Rosario in S. Nicola da Crissa
(Catanzaro), Roma, s. d. (ma 1990). (3)-CARNOVALE D., La
Confraternita del SS. Rosario in S. Nicola da Crissa (Vibo
Valentia), Roma, s. d. (ma 1995). (4)-COZZETTO F., Chiesa,
Azione Cattolica e Fascismo in Calabria nella crisi degli anni
Trenta, in “Rivista storica calabrese”, n.s., anno VIII, nn. 1-4
(gennaio-dicembre), 1987, pp. 609-617. (5)-D’AGOSTINO E., I
vescovi di Gerace-Locri, Chiaravalle Centrale (CZ), 1981. (6)-DE
MASI A., Interventi di protagonisti (= Relazione), in “Chiesa,
Azione Cattolica e Fascismo nel 1931” (“Atti dell’incontro di
studio tenuto a Roma il 12-13 dicembre 1981”), Roma, 1983, pp.
192-203. (7)-GALLORO A., La vita e l’opera di mons. Vito Cina,
alla luce di testimonianze orali e documenti d’archivio, nel
centenario della nascita (1896-1996). Discorso commemorativo,
tenuto nella Chiesa parrocchiale della SS. Annunziata di San
Nicola da Crissa (VV), l’1 febbraio 1997. (8)-ISTITUTO DELLE
OBLATE DEL SACRO CUORE di TROPEA (CZ, oggi VV) (a cura di), Il
Servo di Dio Sac. Francesco Mottola, fondatore degli Oblati del
Sacro Cuore, Roma, 1982. (9)-LIBERTI R., Momenti e figure nella
storia della vecchia e nuova Oppido, Villa S. Giovanni (RC),
1981. (10)-LIBERTI R., Diocesi di Oppido-Palmi. I vescovi dal
1050 ad oggi, Rosarno (RC), 1994.
(11)-LIBERTI R., Un
grande vescovo nelle spire dell’autoritarismo fascista, in “Il
Corriere calabrese”, anno I, n. 1 ( gennaio-marzo), 1991, pp.
49-57. (12)-LIBERTI R., Cultura e spiritualità in Calabria. Il
Seminario vescovile di Oppido Mamertina, in “Rivista storica
calabrese”, n.s., anni XII-XIII (1991-1992), nn. 1-4 , pp.
291-317. (13)-MANNACIO T., La Confraternita del
Crocifisso, Vibo Valentia, 1993.
(14)-MILITO F.,
Azione Cattolica e l’«Unione Sacra» in Calabria dal 1920 al
1931, Roma, 1980. (15)-OPPEDISANO A., Cronistoria della
Diocesi di Gerace, Gerace Superiore (RC), 1932.
(16)-Pontificio Seminario Regionale “Pio X” in Catanzaro.
Primo decennio: 1912-1922. Numero unico (Rivista del -),
Catanzaro,
1922.
(17)-Pontificio Seminario Teologico “Pio X” (in) Catanzaro:
1912¬1937 (Rivista del -), Catanzaro, 1937. (18)-ROSSI G. (a
cura di), Padre Vincenzo Idà. La passione
dell’evangelizzazione. Società Editrice Internazionale, Torino,
1996. (19)-RULLO S., Il Seminario di Oppido nei suoi
tempi, Villa San Giovanni (RC), 1995. (20)-RULLO S., Azione
pastorale dei vescovi di Oppido dall’Unità al Concilio Vaticano
II, Villa San Giovanni (RC), 2001. (21)-RULLO S., Una eminente
personalità ecclesiastica in Oppido Mamertina: Vito Cina”, in
“Historica”, anno L, n. 2 (aprile-giugno), 1997, pp. 93-99.
(22)-SCHINELLA I., Don Mottola e la questione sociale, Vibo
Valentia, 1994. (23)-VILARDI R., Un cinquantennio di
cronistoria di Reggio Calabria, Reggio Calabria, 1940, vol.
III (dal 1910 al 1938). (24)-VOLPE F. (a cura di), Bartolo
Longo e il suo tempo, “Atti del Convegno storico promosso
dalla Delegazione Pontificia per il Santuario di Pompei
sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica
(Pompei 24-28 maggio 1982)”, Roma, 1983, vol. II
(Comunicazioni).
Proprietà
letteraria riservata di tutti i diritti all’Autore
San Nicola da Crissa (VV), il 10 marzo 2009
|