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  Prof. Antonio Galloro  


MONS. VITO CINA,
BONUS MILES BEATAE VIRGINIS MARIAE
,
TRA OPPIDO MAMERTINA E SAN NICOLA DA CRISSA

di ANTONIO GALLORO

Questo studio biografico è stato cordialmente offerto dall’Autore alla Confraternita del SS. Rosario di San Nicola da Crissa (VV), per commemorare, nel ventottesimo anniversario della sua morte, avvenuta il 24 gennaio 1981, la personalità di mons. Vito Cina e la sua vigorosa attività religiosa, svolta tra Oppido Mamertina (RC: 1920-1940) e San Nicola da Crissa (VV: 1940-1981).
 

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INDICE

1. LA VITA: DALLA NASCITA (1896) AL SUO ARRIVO AD OPPIDO MAMERTINA (1920)

2. LA SUA VENTENNALE OPEROSA ATTIVITÀ RELIGIOSA ED AMMINISTRATIVA SVOLTA AD OPPIDO MAMERTINA
(1920-1940)

3. IL VOLONTARIO RITIRO A SAN NICOLA DA CRISSA

4. IL SUO ARDENTE CULTO MARIANO

5. LA SUA FORBITA ARTE ORATORIA

6. CONCLUSIONE


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Mons. Vito Cina, ad Oppido Mamertina (RC), nell'anno 1935


Mons. Vito Cina, ad Oppido Mamertina (RC), seduto alla dx del vescovo Peruzzo, nell'anno 1931


 

1. LA VITA : DALLA NASCITA (1896) AL SUO ARRIVO AD OPPIDO MAMERTINA (1920)

Mons. Vito Cina, il cui vero nome anagrafico era quello di «Vito Giuseppe Marzio», è nato a San Nicola da Crissa il 19 marzo 1896 da Gregorio, esercente l’attività di industrioso commerciante del luogo, e da Marta Durante, casalinga.
Sin da bambino, ha nutrito la vocazione di abbracciare la carriera ecclesiastica e di diventare prete e, certamente, a questa sua scelta di vita non è stata del tutto estranea la profonda pietà cristiana, che si respirava all’interno della sua famiglia, e gli insegnamenti religiosi, impartitigli, sin da piccolo, da due zii ecclesiastici:

  • l’uno, fratello del genitore, era Vito Cina, sacerdote di buona cultura e già padre spirituale della locale Confraternita del Crocifisso, morto nel 1904, quando il Nostro contava appena otto anni, cui, poi, gli abitanti di San Nicola hanno assegnato l’appellativo di “Il Vecchio”, per meglio distinguerlo dall’omonimo giovane nipote;

  • l’altro, fratello della madre, era l’arciprete Domenico Durante.

Dopo aver frequentato, con notevole profitto, le scuole elementari del paese natale, animato fortemente da questa sua aspirazione al sacerdozio, ha chiesto di poter accedere al Seminario vescovile di Mileto, dove, però, benché mostrasse di possedere già non comuni doti di intelligenza ed una singolare preparazione culturale, ha potuto frequentare soltanto la quarta classe ginnasiale.

L’improvvisa interruzione degli studi, nonostante il suo ingegno vivace, si può esclusivamente addebitare a due ben precise ragioni:

  • Innanzitutto, alle sue precarie condizioni fisiche e, più precisamente, ad una gracile e debole costituzione corporea, soggetta ad ammalarsi facilmente, che ha determinato, in lui, sin dall’età puerile, l’insorgenza di quello stato di salute cagionevole, che, sfortunatamente, lo ha accompagnato per il resto della vita;

  • secondariamente, ad un intenso dolore e profondo turbamento interiore, derivantigli dall’improvvisa morte della madre, appena quarantenne, avvenuta nel 1909.

La gravissima perdita della genitrice, che per lui ha significato la prima grande esperienza della sofferenza, ha segnato profondamente l’animo del Nostro, dischiudendolo al mistero del dolore, considerato come accettazione della volontà di Dio. Dopo il decesso della madre, il giovane Vito ed i suoi fratelli sono stati allevati dalle premurose cure di tre delle cinque zie paterne, Vincenza, Maria Rosaria e Maria Rosa (le altre due, Maria e Vittoria, si erano già sposate), le quali, decidendo di rimanere nubili, hanno trascorso l’intera loro esistenza nella dimora paterna, accudendo amorosamente ai loro due fratelli, il sacerdote Vito senior, ricordato sopra, e Gregorio, assumendosi, conseguentemente, anche l’oneroso incarico di prendersi cura dei figli di quest’ultimo, rimasti orfani di madre.

Ripresi gli studi interrotti e dopo aver frequentato, nell’anno scolastico 1911-1912, presso il Regio Liceo-Ginnasio “Gaetano Filangieri” (oggi Liceo-Ginnasio “Michele Morelli”) della vicina Monteleone (ora Vibo Valentia), la quinta classe ginnasiale, superando brillantemente le relative prove di esame, è stato ammesso, nell’ottobre del 1912, al Seminario Pontificio Regionale “Pio X” di Catanzaro, grande fucina di anime destinate al sacerdozio, dove ha frequentato il corso triennale di Liceo e quello quadriennale di Teologia.
In questo Istituto ecclesiastico catanzarese, ha trascorso l’ultimo anno di formazione in compagnia del novello seminarista, suo compaesano, Domenico Sanzo, cui, al pari di un fratello maggiore, ha prestato ogni amorevole cura, sia per agevolarne l’integrazione nel nuovo ambiente religioso e sia, soprattutto, per alleviare i comprensibili disagi morali, prodotti, nell’animo del giovane conterraneo, dal distacco dall’amata famiglia.

Questi due nostri sacerdoti sono stati, sempre e fino al termine dei loro giorni, legati da un sentimento di reciproca stima e profonda amicizia, che era davvero sincera, perché traeva origine da questa antica comune formazione seminarile catanzarese, anche se, talvolta, per le strane vicissitudini della vita, nel corso di accese lotte politiche di carattere municipalistico, hanno inteso operare delle scelte ideologicopartitiche diverse, mantenendo, però, sempre un comportamento dignitoso e, comunque, rispettoso l’un dell’altro.

Il giorno 29 maggio 1919, conseguiti, con ottima votazione, gli studi teologici necessari allo scopo, è stato ordinato sacerdote, nella Cattedrale di Mileto, dal vescovo di quella diocesi, mons. Giuseppe Morabito, nonostante, qualche anno prima, il suo delicato e sensibile animo fosse stato messo, ancora una volta, a dura prova da un altro grave lutto familiare: il letale morbo della tubercolosi, tra le tante vittime mietute a San Nicola, aveva stroncato, nel 1916, pure il fratello maggiore, Francesco, ventitreenne.

Perdurava ancora, nel suo animo, l’incontenibile gioia provata per la sua ordinazione sacerdotale che già, ad appena cento giorni dal conferimento di questo sacramento, mentre si trovava ad Oppido Mamertina, al seguito del vescovo Galati, è stato raggiunto da un’altra luttuosa notizia: il giorno 6 settembre 1919 era morto, ancora di tubercolosi, anche il fratello secondogenito, Vincenzo, ventiduenne. I sette anni di «studio matto e disperatissimo», tanto per dirla con il Leopardi, trascorsi dal Cina nella Pontificia Università Teologica “Pio X” di Catanzaro, sono stati, senza alcun dubbio, i più fecondi ed edificanti di tutta la sua vita, perché è proprio qui che ha maturato una grande formazione spirituale, religiosa ed umanistica, sotto la saggia ed illuminata guida di formatori di anime sacerdotali, come, ad esempio, i rettori mons. Giorgio De Lucchi, nominato vescovo ad hoc, prima, e mons. Francesco Mennini, poi. È esattamente in tal luogo che il giovane studente Cina ha acquisito una profonda conoscenza della psiche umana ed ha affinato, alla scuola di mons. Mennini, che, oltre ad essere un educatore era anche un organizzatore nel senso più nobile ed elevato del termine, la sua capacità di promuovere, organizzare, coordinare e gestire, sino alla sua completa attuazione, una qualsiasi iniziativa e/o attività sociale.

È ancora in questo posto che il Nostro ha appreso e fatto proprio il concetto che la vita del vir probus è regolata da precise norme comportamentali, tra cui l’imposizione di una ferrea disciplina, fondata soprattutto sull’ordine, sulla cieca e pronta ubbidienza alle autorità superiori e sulla scrupolosa osservanza dei propri doveri. Tutte doti, queste, che si sono rivelate assai utili, allorquando ha dovuto svolgere, ad Oppido Mamertina, il gravoso compito di coadiutore di ben quattro vescovi, nel governo e nell’amministrazione di quella Chiesa e di tutta la sua vasta diocesi, e che ha potuto mettere in pratica, in modo particolare, come avremo modo di vedere più avanti, nell’opera di ricostruzione e riparazione dei luoghi di culto, appartenenti a quel territorio diocesano e che erano stati gravemente danneggiati dal terribile sisma avvenuto il 28 dicembre 1908.

Negli ultimi due anni di studio trascorsi nel Seminario Regionale di Catanzaro, durante il rettorato di mons. Mennini, il maturo allievo Cina deve aver avuto modo, senz’altro, di conoscere il giovane collegiale Francesco Mottola, futuro “Umile Servo di Dio” e fondatore del Movimento religioso degli Oblati del Sacro Cuore, che, nato a Tropea (VV) nel 1901, ha fatto il suo ingresso in questo Istituto religioso nel 1917.
Non è ancora in nostro possesso alcun documento, che comprovi l’esistenza di un qualsivoglia genere di legame tra i due, ma non è neppure pensabile, del resto, che i non molti seminaristi di questo Collegio Apostolico calabrese, che, all’epoca, non contava neppure cento studenti, non si conoscessero e, in alcuni casi, non stringessero addirittura rapporti di fraterna solidarietà e cordiale amicizia.
Sappiamo, tuttavia, con certezza, che don Mottola, tra gli altri luoghi calabresi, veniva invitato, frequentemente, anche nelle varie parrocchie di Oppido Mamertina, per diffondere, con la sua brillante perizia oratoria, la Parola di Dio.
Se queste Sue predicazioni sono avvenute quando ancora mons. Vito Cina operava nella diocesi oppidese, cioè prima ancora del suo ritiro definitivo a San Nicola, è verosimile supporre che a sollecitarle ed a favorirle sia stato proprio il Nostro, in virtù di quell’assai probabile amicizia seminarile, che è stata poco prima ipotizzata.

Il Cina, lasciato il Seminario “Pio X” di Catanzaro nel 1919, non se n’è mai, però, distaccato del tutto, ma ha mantenuto con questo frequenti rapporti, attraverso la lettura della rivista “L’Unione Sacra”, organo dell’“Associazione di Perseveranza”, fondata da ex alunni del Seminario, ormai sacerdoti, con il preciso scopo di tenersi sempre in continuo contatto tra di loro e, tutti insieme, di mantenere ancora vivo l’antico legame con l’Istituto religioso che li aveva formati.

Il Nostro ha aderito all’”Associazione di Perseveranza” ed al suo periodico bimestrale “L’Unione Sacra”, tanto da essere nominato, dalla Redazione della rivista, corrispondente della diocesi di Oppido Mamertina, per la sezione “Vita ed Azione”, che si interessava della vita associativa dell’Azione Cattolica di tutte le diocesi calabresi.

Un’altra prova che il Cina, nel suo animo, ha sempre serbato un grato e riconoscente ricordo dell’esperienza seminarile catanzarese e della formazione qui ricevuta è costituita dal fatto che egli, già Canonico, ha voluto prendere parte ai solenni festeggiamenti, che si sono svolti a Catanzaro, nella primavera del 1922, per celebrare il decimo anniversario della fondazione del Seminario Pontificio, avvenuta appunto nel 1912.

E la sua è stata una partecipazione attiva, poiché, il giorno 26 aprile dell’anno sopra menzionato, ha tenuto, da par suo, una relazione, avente per tema “La predicazione”, che dalla Rivista ufficiale del Collegio Apostolico, che ne ha commemorato l’evento, è stata definita semplicemente «geniale».

Indice


 

2. LA SUA VENTENNALE OPEROSA ATTIVITÀ RELIGIOSA ED AMMINISTRATIVA SVOLTA AD OPPIDO MAMERTINA
(1920-1940)

Entrato nella simpatia e nelle grazie del vescovo Antonio Galati da Vallelonga (VV), paese assai vicino a San Nicola da Crissa, questi lo ha avuto così caro da portarlo con sé ad Oppido, allorquando, nell’estate del 1920, è stato chiamato a reggere questa diocesi reggina. Qui, il presule vallelonghese, che già aveva avuto modo di notare ed apprezzare le non comuni doti di intelligenza, serietà e dottrina del sacerdote Cina, per essere stato suo professore di lettere classiche nel Seminario vescovile di Mileto, oltre che Vicerettore dello stesso Istituto religioso, lo ha nominato, benché  giovanissimo -il Nostro contava allora, infatti, appena ventiquattro anni-, dapprima, Canonico e, successivamente, con apposita bolla pontificia, Teologo.

Tuttavia, la carica di maggior prestigio e responsabilità, che il Cina ha ricoperto in questo periodo, è stata quella di Consigliere e Segretario personale del vescovo Galati, di cui è divenuto l’alter ego, finché questi non è stato trasferito, nel 1927, nella sede arcivescovile di Santa Severina (KR). Eppure, in quel tempo, nella circoscrizione diocesana oppidese, oltre al giovanissimo Cina, operavano altri sacerdoti di buon livello intellettuale e morale, che, in virtù della loro maggiore età, potevano certamente vantare, rispetto a lui, una più matura esperienza di vita religiosa. Appare superfluo, a questo punto, ricordare come e quanto il vescovo Galati si sia costantemente, per non dire quotidianamente, avvalso dei suoi indispensabili consigli ed insostituibili servigi, nel faticoso lavoro di amministrazione di questa non facile diocesi reggina, alla cui ricostruzione, materiale e spirituale, l’assai giovane Vito Cina ha contribuito notevolmente, profondendo, in questa attività gestionale e direzionale, ogni sua energia fisica, morale ed intellettuale. Quando, nell’aprile del 1921, il vescovo di Gerace, mons. G. F. Delrio, è stato trasferito ad altra sede, l’amministrazione di questa diocesi, per espressa disposizione pontificia, in attesa che si procedesse alla nomina del nuovo presule titolare, è stata assegnata al vescovo di Oppido, mons. A. Galati. Questi, a sua volta, ne ha affidato la cura e la direzione, per ventidue mesi, vale a dire fino al febbraio del 1923, allorquando è giunto sul posto il nuovo vescovo, mons. G. B. Chiappe, al nostro Vito Cina, quale suo Delegato Generale, che ha svolto l’incarico assegnatogli e retto la comunità ecclesiale ionica con grande perizia amministrativa, contribuendo, in tal modo, non poco, al suo miglioramento in campo religioso, morale e sociale. Nel 1923, sempre sotto il vescovato di mons. Galati,  il Cina è stato nominato Arciprete della Cattedrale di Oppido, carica, questa, che ha tenuto fino al 1929, ed ha ricoperto, nel contempo, il ruolo di professore di italiano e latino del Seminario vescovile della stessa città, rivelando una sicura padronanza di un ricco sapere pluridisciplinare ed una straordinaria ricchezza di eloquio. Grazie alla sua dottrina ed al costante impegno profuso nell’insegnamento delle materie di sua competenza, la qualità dell’apprendimento dei suoi allievi ed il livello di preparazione umanistica e culturale in genere da essi raggiunto erano così elevati da poter addirittura disquisire con lui in lingua latina e da meritare, pertanto, il pubblico plauso di un fine intenditore di cultura classica, quale Ildefonso Schuster -eletto, successivamente, cardinale e, nel 1929, arcivescovo di Milano-, che, nel 1925, ha avuto l’incarico di ispezionare il Seminario di Oppido, in veste di Visitatore apostolico. Nel 1927, per l’intolleranza mostrata nei suoi confronti dai caporioni fascisti locali, con i quali ha dovuto violentemente scontrarsi più di una volta, il presule Galati, come già anticipato sopra, è stato rimosso da Oppido e gli è stata assegnata la cura dell’arcivescovato di S. Severina.

A mons. Vito Cina, che non aveva voluto seguire, nella nuova sede episcopale, il suo amico vescovo e nume tutelare, benché questi, più volte, lo avesse esortato a farlo, quasi presagendo la tempesta che si sarebbe poi abbattuta su di lui, è stato conferito, da parte di mons. Carmelo Pujia, arcivescovo di Reggio Calabria ed Amministratore apostolico della diocesi di Oppido, l’incarico, ad interim, di governare questa diocesi, quale suo Delegato vescovile, fino all’arrivo in sede del nuovo presule, vale a dire per tutto l’anno 1928. Quando, il 17 febbraio 1929, il novello vescovo G. Peruzzo ha preso possesso della diocesi di Oppido, questi ha subito designato mons. Vito Cina, prima, come Rettore del Seminario, carica che ha mantenuto fino al 1930, e Delegato episcopale e, qualche mese più tardi (24-11-1929), come suo Vicario Generale, dignità, questa, che ha ricoperto fino al giorno in cui ha abbandonato, per sempre, Oppido, per ritirarsi definitivamente a San Nicola da Crissa. Nel 1930, a seguito del Concordato stipulato, l’anno precedente, tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (“Patti lateranensi”), che stabiliva la libera amministrazione del patrimonio ecclesiastico, il Cina è stato nominato Primo Presidente del Consiglio di Amministrazione diocesano di Oppido, con il preciso compito di gestire il patrimonio posseduto dalla Chiesa locale. Con l’assunzione di questa ennesima prestigiosa carica, che gli consentiva di avere in pugno anche la situazione economica, mons. Vito Cina teneva sotto il suo diretto controllo l’intera vita della diocesi di Oppido, nei suoi molteplici aspetti, divenendone, per oltre un decennio, nel corso del quale si sono avvicendati ben tre vescovi (Peruzzo, Colangelo e Canino), uno dei suoi pilastri fondamentali. E, tuttavia, nonostante questo enorme potere concentratosi nelle sue mani, egli, nel difficile ambiente ecclesiastico e sociale oppidese, ha sempre saputo svolgere la sua missione sacerdotale con grande spirito di carità cristiana, agendo con grande umiltà e piena consapevolezza dei limiti umani. Si è sempre mosso con estrema discrezione e prudenza, ha costantemente operato giammai in maniera dispotica ed arbitraria, ma sempre in totale conformità alle disposizioni pastorali emanate dai suoi superiori ed agli ordini ricevuti da costoro,  della cui stima godeva ampiamente e che in lui riponevano la massima fiducia.

Egli si è sempre adoperato per esercitare il suo delicato compito di controllore della condotta religiosa e morale dei parroci della diocesi di Oppido, seguendo, della regola pedagogica gesuitica -fortiter in re, suaviter in modo-, più la seconda norma che la prima. Infatti, oltre ad essere dotato di quel grande senso di equilibrio e di grande umanità, che, certamente, non devono mancare in chi è chiamato a giudicare  e valutare uomini e fatti, ha sempre cercato di comportarsi con gli altri in maniera dolce e gentile, con il sorriso sulla bocca e con quel suo modo di agire signorile, che ancora oggi, a distanza di molti decenni, viene ricordato ed additato, dalle vecchie generazioni oppidesi alle nuove, come un vero esempio di corretto comportamento umano. Non è stato solo un amico affettuoso e confidente dei parroci della sua diocesi, di cui, con partecipazione sincera, ha sempre condiviso gioie e dolori, ma si è anche sentito fraternamente vicino a quanti si trovavano oppressi dalla fame e dal bisogno, che in Calabria hanno sempre imperversato inesorabilmente, specie nel difficile periodo storico, posto tra le due grandi guerre, in cui egli ha operato in Oppido. Infatti, non erano rare le persone, che si rivolgevano al suo cuore generoso, in modo diretto e senza alcuna formalità burocratica, per: a)-ricevere un semplice consiglio; b)-ottenere un aiuto materiale, come cibo ed indumenti, con cui sfamare e vestire la propria numerosa prole; c)-procurarsi, addirittura, del denaro -spesso appartenente al suo fondo personale e non alla cassa della Curia-, con cui pagare qualche delicata e costosa operazione chirurgica, nella speranza che si potessero definitivamente debellare quelle serie malattie, da cui erano gravemente affette.

Tra i tanti casi di grave infermità, verificatisi ad Oppido e dintorni e risoltisi felicemente per merito di mons. Vito Cina, annoveriamo quello, che ha avuto per protagonista il sig. Francesco Musicò, che, colpito da una grave malattia agli occhi, che gli stava causando la perdita totale della vista, è stato sottoposto ad un tanto urgente quanto delicato e costoso intervento oculistico, che è stato possibile eseguire, nella vicina città di Messina, anche grazie al sostegno economico offerto gratuitamente dal Nostro. Se mons. Vito Cina è riuscito ad essere l’alter ego del vescovo Galati e il Vicario Generale dei successivi tre vescovi oppidesi, tanto da raccoglierne, per la qualità del lavoro svolto ed i fruttuosi risultati conseguiti, non solo la stima e l’ammirazione, ma anche l’amicizia, che sovente è divenuta calorosa familiarità, vuol dire, dunque, che egli veramente è stato dotato di quelle doti umane e morali, viva intelligenza e non comune altezza di ingegno, che gli sono state unanimemente riconosciute da quanti lo hanno frequentato o hanno avuto con lui  rapporti inerenti alla sua attività ecclesiastica, pur non condividendone sempre le decisioni o l’operato. Tutti i vescovi, che egli ha fedelmente servito, per poter svolgere più proficuamente la loro attività pastorale e condurre a buon fine questioni delicate ed importanti di ogni natura, si sono dovuti necessariamente avvalere dei suoi saggi consigli, della sua fine, accorta e paziente abilità diplomatica, delle sue indubbie capacità operative, che si fondavano su una visione pragmatica della vita e su una spiccata propensione nel saper scrutare a fondo l’animo umano, dote, quest’ultima, che gli era congeniale e che, nella risoluzione di una controversia o nella conduzione di una trattativa, lo ponevano in una posizione di assoluto vantaggio rispetto alla controparte. Ad onor del vero, è giusto, sin da adesso, preannunciare come il Cina non sia andato molto d’accordo con il solo vescovo Nicola Canino, che pure, però, ne apprezzava gli indubbi pregi morali ed intellettuali, e la causa di tale disarmonia va ricercata esclusivamente nella profonda diversità caratteriale esistente tra le due eminenti personalità ecclesiastiche e di cui, in seguito, avremo modo di ragionare più approfonditamente. Ad ogni modo, tutte queste particolari qualità del Cina venivano da lui messe in pratica e sottoposte a dura prova assai spesso, cioè allorquando, per conto della Curia vescovile oppidese, era chiamato a dirimere quelle spinose controversie o risolvere quelle complesse situazioni, nelle quali la Chiesa locale, di frequente, si veniva a trovare. Se è vero che i segni più evidenti della laboriosità di una persona sono rappresentati dalle opere che questa è capace di realizzare nel territorio in cui svolge la sua attività, a proposito del Cina, possiamo affermare, con assoluta certezza, che, nella circoscrizione diocesana oppidese, nonostante siano trascorsi ormai quasi settanta anni dal suo abbandono, ancora oggi facta sua magnopere loquuntur e testimoniano il suo instancabile dinamismo sacerdotale esplicato in quel luogo.

E non si dimentichi, peraltro, che il Cina ha operato in tempi assai difficili e, soprattutto, in un territorio ed in ambiente sociale non sempre tranquilli e pacifici, soprattutto se si pone mente non solo al fatto che Oppido, al momento del suo arrivo, si trovava in condizioni di degrado economico e sociale e che non erano pochi gli abitanti del luogo che nutrivano tenaci idee anticlericali, ma che l’intera vita religiosa oppidese era stata, di recente, macchiata di sangue. Infatti, nel luglio 1919, appena un anno prima del suo arrivo ad Oppido, al seguito del vescovo Galati, la vita di questa città era stata profondamente turbata dalla morte violenta dell’arciprete del Duomo cittadino, don Giovanni Sposato. Una trattazione particolare merita l’amore straordinario, che mons. Vito Cina ha sempre nutrito per l’Azione Cattolica oppidese, che gli derivava dalla formazione spirituale ricevuta nel “Pio X” di Catanzaro, profondendo un particolare impegno nell’organizzazione diocesana dei relativi Circoli giovanili (GIAC), al tempo in cui era vescovo G. Peruzzo. In verità, dopo un inizio un po’ deludente, per le difficoltà ambientali che ne impedivano l’attecchimento -non va sottaciuto, infatti, che, in quel tempo, molte famiglie vivevano in Oppido  senza religione e senza Dio-, i Circoli giovanili oppidesi di Azione Cattolica, a seguito di una «provvidenziale» visita effettuata, il 12 febbraio 1937, in questa diocesi da Giulio Pastore, in cui sono state individuate le carenze di carattere organizzativo che ne impedivano la crescita e poste le basi per un loro futuro sviluppo, hanno cominciato a  funzionare bene e ad ampliarsi. Tuttavia, questo associazionismo religioso in Oppido, che, dopo un faticoso avvio, sembrava proiettato verso un prospero futuro, ha conosciuto anch’esso, unitamente al Seminario vescovile, un lungo periodo, prima, di stasi e, poi, di vera e propria decadenza, a causa dell’acuirsi delle tensioni in diocesi, le stesse che, poco più tardi, hanno costretto mons. Vito Cina ad allontanarsi, per sempre, da Oppido. Giova ricordare, tuttavia, che un’efficiente strutturazione ed organizzazione dell’Azione Cattolica in Oppido -come, del resto, in tutta Italia- e, soprattutto, la formazione dei giovani, secondo i principi religiosi, morali e sociali propugnati dalla Chiesa di Roma, non potevano di certo piacere al Partito fascista. Il quale non era solo geloso del notevole incremento che andava assumendo il movimento giovanile cattolico, ma anche fortemente preoccupato che tale affermazione potesse nuocere allo sviluppo delle sue organizzazioni paramilitari giovanili, che, a seconda della fascia d’età, erano divise in “Fasci giovanili”, “Avanguardisti, “Opera Nazionale Balilla” e “Figli della lupa”. Grazie a queste strutture, infatti, il Regime mirava a gestire, in maniera monopolistica, l’educazione e la formazione di tutta la gioventù italiana, che gli stava tanto a cuore ed a cui intendeva fornire non solo una normale istruzione, ma anche e soprattutto un indottrinamento ideologico. Per questa ben precisa ragione, nel 1931,  ha imposto lo scioglimento e decretato la chiusura dei Circoli giovanili cattolici della diocesi di Oppido, contro cui si sono energicamente opposti tanto il presule G. Peruzzo quanto il suo Vicario Generale, mons. Vito Cina, anche nella sua qualità di Presidente della nuova Giunta Diocesana per l’Azione Cattolica, i quali hanno dovuto lottare non poco per difendere queste associazioni religiose dai continui assalti fascisti. A questo punto della narrazione, per inquadrare meglio la personalità di mons. Vito Cina antifascista e far meglio comprendere quanto egli, per questo tuo ostinato atteggiamento di opposizione al Regime, fosse inviso agli occhi dei caporioni politici locali e provinciali, è necessario illustrare brevemente quali fossero i rapporti tra la Chiesa calabrese ed il Fascismo. Buona parte dell’episcopato e dell’alto clero calabrese, sin dal primo momento, ha assicurato al Regime fascista la sua simpatia ed adesione, un po’ per convinzione, un po’ per paura e, quindi, per proteggersi da eventuali persecuzioni, ed po’ anche per convenienza economico-politica. Basti ricordare che qualche alto dignitario della Chiesa cattolica -come, ad esempio, il vescovo di Gerace, mons. Chiappe-, con esultanza, è persino giunto a definire Mussolini «Uomo della Provvidenza». Mons. Vito Cina, al contrario, da subito, assieme a ben pochi altri prelati maggiori, ha preso le distanze dal Fascismo, guardandolo con sospetto e diffidenza, tenacemente convinto dell’inconciliabilità della radice culturale dell’ideologia fascista con quella cattolica e del fatto che il vero ed unico scopo del Regime mussoliniano fosse non già quello di difendere la Chiesa cattolica dai suoi tradizionali nemici, ma di assoggettarla alla propria volontà e di farne un personale strumento di potere, per poter  meglio governare l’Italia.

Il Cina, rivelatosi antifascista irriducibile sin dal primo momento, non si è unito al coro di quei molti ecclesiastici, che, entusiasticamente, dopo la stipula del ricordato Concordato tra Stato e Chiesa dell’11 febbraio 1929, hanno gioito per lo storico evento ed inneggiato alla pacificazione tra i due poteri, considerata condizione indispensabile per il bene dell’Italia. Anzi, non perdeva mai l’occasione, per manifestare apertamente tutto il suo dissenso verso il Fascismo, per tuonare contro di esso, per criticarlo duramente ed attaccarlo violentemente, senza risparmio alcuno di colpi, ricorrendo a battute e sottili riferimenti -o allusioni-allegorici, abilmente inseriti nelle omelie, fatte ai fedeli durante la celebrazione delle messe domenicali o di altre importanti funzioni religiose. Egli, mal tollerando la tracotanza, la prepotenza e lo strapotere del Partito fascista e l’arrogante ingerenza del potere politico locale negli affari religiosi della Chiesa, sosteneva, con risoluta fermezza, che solo ed esclusivamente all’Autorità ecclesiastica -oppidese, nel nostro specifico caso-, e non ad altri, spettasse il compito di educare e formare la gioventù italiana ai nobili valori della famiglia, della patria e della religione. Il settore, però, in cui l’alacre operosità del Cina è apparsa con maggiore evidenza è stata la ricostruzione delle Chiese parrocchiali della diocesi di Oppido, già distrutte o gravemente danneggiate dai terremoti del 1905 e del 1907, ma colpite, in maniera alquanto preoccupante, dal più rovinoso di tutti i sismi, quello che si è verificato il 28 dicembre 1908 e che ha raso al suolo le città dello Stretto, Reggio Calabria e Messina, per le quali non si era potuto intervenire prima, a causa dello scoppio della prima guerra mondiale Per le mani di mons. Vito Cina, che, dal 1926 al 1940, ha diligentemente curato l’attività amministrativa della riedificazione o ristrutturazione degli edifici di culto oppidesi, è transitata, in verità, una gran quantità di denaro, facente parte dei sussidi erogati dallo Stato, meglio ancora dagli Enti pubblici coinvolti nel piano, del cui impiego doveva rendere conto al solo mons. Paolo Albera, vescovo di Mileto, cui, dalle autorità ecclesiastiche competenti, era stata conferita la carica di Presidente dell’“Opera Interdiocesana per la ricostruzione delle Chiese nella Calabria”, atterrate dai suddetti movimenti tellurici. Il Cina, unendo la nuova mansione di Responsabile unico del settore relativo alla ricostruzione degli edifici di culto diruti ai vecchi incarichi di Vicario Generale della diocesi oppidese e di Direttore del suo Ufficio amministrativo, era diventato il vero fulcro della vita di quel vescovado, nel senso che, dal punto di vista operativo, tutto era sotto il suo diretto controllo e non si muoveva foglia senza il suo volere.

Era lui che sottoscriveva i vari contratti di appalto con le imprese edili, cui veniva concessa l’esecuzione dei lavori di riedificazione dei luoghi pii, o li rescindeva, quando si accorgeva che le ditte appaltatrici erano inadempienti nella realizzazione delle opere ad esse affidate, per lentezza, inosservanza degli obblighi assunti o violazione delle fondamentali regole contrattuali, stabilite per iscritto nel relativo capitolato. Era ancora lui che curava i preventivi di spesa dei lavori da iniziare. Era sempre lui, che si occupava del disbrigo delle pratiche relative alla redazione dei progetti delle Chiese, presso gli uffici tecnici dell’“Opera” posti in situ, quelli statali competenti con sede in Reggio Calabria e ministeriali di stanza a Roma. Era, infine, lui che, dopo un preventivo calcolo di spesa, chiedeva allo Stato, che era il finanziatore di questo gigantesco programma di ricostruzione di edilizia sacra, di erogare le necessarie somme di denaro, che giungevano puntualmente da Roma, con cui saldare quelle imprese edili, che avevano già completato i lavori assegnati e superato la relativa prova di collaudo finale, o da versare come anticipo ad altre, in quota proporzionale allo stato delle opere fino ad allora eseguite, in attesa della loro ultimazione e conseguente corresponsione della parte residua. Grazie a questi sussidi statali, egli, oltre alle ditte appaltatrici, provvedeva a retribuire anche le prestazioni offerte da ingegneri, architetti, operai, artigiani, maestranze varie e qualsiasi altra forma lavorativa fornita. Il Cina ha sempre espletato questa attività tecnico-amministrativa con scrupolo, oculatezza e competenza ampiamente riconosciutigli da tutti, ma, soprattutto, con onestà assoluta, perché totalmente protesa alla sola difesa dei principi morali e degli interessi della Chiesa oppidese. Nell’espletamento di questo gravoso e delicato incarico, l’intransigente rettitudine e l’eccessivo scrupolo del Nostro, qualche volta, hanno dovuto duramente scontrarsi con le assurde pretese di quelle ditte appaltatrici, che chiedevano di essere definitivamente quietanzate, pur non essendo riuscite ad eseguire le opere ad esse assegnate in maniera conforme alle richieste dei progetti redatti ed in stretta osservanza alle norme stabilite nel contratto d’appalto, a suo tempo stipulato con la parte committente. In questi specifici casi, egli, nella sua qualità di Responsabile unico dell’“Opera” per la ricostruzione delle Chiese oppidesi, si è sempre rifiutato di certificare l’efficienza e la buona qualità dei lavori edili realizzati, procurandosi, in tal modo, non pochi nemici autorevoli, non solo tra i titolari delle imprese edili coinvolte, ma anche tra i loro sostenitori e/o soci occulti. E’ inutile sottolineare come risultassero del tutto vane le pressioni, esercitate sulla sua persona anche da personaggi importanti, tendenti ad ammorbidirlo del tutto o, quanto meno, a farlo desistere solo un po’ da questo suo inflessibile rigore morale. Tra le molte prove tangibili, che si potrebbero addurre per comprovare la sua tanta conclamata integrità etica, abbiamo preferito, per ovvie ragioni di spazio, soffermarci su una sola, che ci sembra, fra tutte, la più emblematica. Nel 1958, al Delegato vescovile di Mileto, mons. Aurelio Sorrentino, che lo pregava di voler intervenire alle riunioni mensili che si tenevano in quei locali episcopali, il Cina, che era stato nominato membro della Commissione per la preparazione del Sinodo diocesano, giustificava le sue assenze con il fatto che non poteva servirsi del pulmann di pubblico servizio, in quanto questo aveva un orario che non sempre gli riusciva comodo, date le sue malferme condizioni di salute, né poteva avvalersi di un’apposita automobile privata, perché questa gli avrebbe comportato l’onere di affrontare una spesa notevole, pari a tremila lire, che, di sicuro, non avrebbe potuto sostenere. Se un ex Vicario Generale di tre o quattro vescovi, qual è stato il Cina, che ha maneggiato somme di denaro davvero ragguardevoli, cioè decine e decine di milioni del tempo, non ha potuto neppure disporre dei soldi necessari per acquistare, per uso personale, una modesta autovettura, quale altra prova più tangibile e convincente si potrebbe portare, a dimostrazione e sostegno della sua onestà amministrativa? Del resto, il 9 maggio 1940, cioè il giorno prima di lasciare  la diocesi di Oppido, per rientrare, per sempre, nel suo nativo paesello di San Nicola da Crissa, egli, da saggio amministratore, ha consegnato a chi avrebbe dovuto prenderne il posto, sostituendolo in quel delicato incarico,  la contabilità del Seminario e quella dell’Ospizio “Ricovero S. Francesco di Paola” (o “Casa della Divina Provvidenza”), che, per la prima volta, presentava un attivo di lire tremila, una somma, questa, pari esattamente al costo del noleggio quotidiano dell’autovettura, di cui si è detto sopra. Questa Casa di riposo, che da tempo ospitava venticinque povere donne anziane, bisognose di cura ed assistenza, era stata fondata dalla nobildonna Beatrice Grillo, la quale, alla sua morte, avvenuta nel 1930, aveva lasciato al vescovo di Oppido del tempo, mons. Peruzzo, tutte le sue pingui sostanze, perché venissero devolute ed impiegate nell’opera di prosecuzione di questa sua benefica iniziativa sociale. Dopo una precedente direzione amministrativa, pessima e fallimentare, il presule Peruzzo ha pensato bene di affidare la gestione dell’Ospizio al solito Cina, il quale, da par suo, nel giro di pochi anni, non ha deluso le aspettative del suo vescovo, portando in attivo il già dissestato bilancio della Casa di riposo, sia pure, come anticipato sopra, di poche migliaia di lire. Ha così fornito, ancora una volta, ampia prova della sua competenza amministrativa e della sua dirittura morale, come ben risulta dai relativi registri contabili, depositati presso l’Archivio vescovile di Oppido, che sono a completa disposizione di chiunque voglia consultarli, come abbiamo fatto noi, per poter redigere il presente lavoro.

Quando al Peruzzo è succeduto il vescovo Nicola Colangelo, il Nostro non solo è stato riconfermato nella carica di Vicario Generale, ma è stato anche designato come Decano del Capitolo (31.3.1934). Anche con il nuovo presule il Cina, che era già stato un fedele e leale collaboratore degli altri tre precedenti ordinari diocesani oppidesi e scrupoloso esecutore delle loro direttive pastorali, è andato  sempre d’amore e d’accordo, pur considerando che mons. Colangelo, contrariamente alla sua risoluta fermezza antifascista, aveva mostrato, sin dalla prima ora, una certa simpatia verso il Regime ed un atteggiamento accomodante e di collaborazione verso i suoi esponenti locali. Era così alta la stima che il vescovo Colangelo nutriva per mons. Vito Cina e per la sua profonda dottrina teologica da nominarlo suo Assistente speciale, pretendendo che stesse sempre al suo fianco, per tutta la durata del Concilio Plenario Calabrese, che si è svolto a Reggio Calabria, nei giorni 14-19 marzo 1934. Le finalità di questa Assise ecclesiastica erano quelle di discutere sulla necessità di applicare, anche nella vita della Chiesa della nostra regione, quelle disposizioni ed adottare quei provvedimenti, che venivano reclamati dai tempi nuovi, in armonia con i canoni del nuovo Codice di diritto canonico dell’epoca. Nel 1937, a reggere la diocesi di Oppido, in sostituzione del Colangelo, trasferito a Nardò, in Puglia, è stato chiamato il vescovo Nicola Canino, arciprete in Gimigliano, formatosi nel Seminario Pontificio Regionale “Pio X” di Catanzaro e, per di più, negli stessi anni in cui questo Collegio Apostolico era stato frequentato dal Cina, di cui era coetaneo, essendo nato ad Albi (CZ) nel 1897, vale a dire appena un anno dopo di lui. E’ bene sottolineare come Mons. Canino sia stato il primo vescovo, nominato tra gli ex alunni di questo Istituto religioso. A detta degli studiosi di storia ecclesiastica locale, delle cui opere, citate nella bibliografia finale, ci siamo avvalsi per la redazione del presente lavoro, il Canino, pur essendo un presule caritatevole, dotato di profonda pietà cristiana, operoso ed attivo, mancava, però, in verità, di quell’accortezza e prudenza, di quel tatto di fine diplomazia, di quella abilità, che gli consentivano di mediare e risolvere le situazioni conflittuali più spinose, di cui, invece, era fornito il Cina e che, d’altronde, dovrebbero costituire le doti principali di un pastore di anime. Pur se munito di un’intensa spiritualità e di una forte personalità religiosa, aveva un carattere eccessivamente autoritario e poco sopportabile e, convinto della giustezza delle sue idee, pretendeva di imporle, dispoticamente, ai suoi sottoposti, che voleva ubbidienti esecutori dei suoi ordini. Teneva in scarsa considerazione le opinioni degli altri, con i quali, in verità, dialogava assai poco. A causa del suo temperamento chiuso e permaloso, mons. Canino si è dovuto spesso e duramente scontrare con i preti della diocesi, con il Capitolo cattedrale, con i suoi più stretti collaboratori, che ben presto hanno cominciato ad allontanarsi da lui, e, tra costoro, in modo particolare, con il nostro Vito Cina, di carattere diametralmente opposto al suo e che mal tollerava che i “suoi” poveri sacerdoti, ad ogni piè sospinto e senza alcun giustificato motivo, venissero bistrattati.

Il Nostro non sopportava, in modo particolare, che  il singolare modo di comportarsi ed agire del vescovo Canino, stesse soffocando quella lieta armonia di vita diocesana, che egli, con l’imprescindibile collaborazione di altri sacerdoti, era finalmente riuscito ad instaurare nel difficile ambiente ecclesiastico di Oppido ed alla cui realizzazione si era pazientemente dedicato, sin dai tempi del vescovo Galati. Non è difficile immaginare di quale portata e conseguenze, per il sereno andamento della vita diocesana oppidese, possano essere stati i dissapori sorti tra il vescovo Canino e mons. Vito Cina e gli scontri frontali avvenuti tra i due ed è chiaro che al Nostro, per quel fiero carattere che lo distingueva, non piaceva di certo l’idea di dover rimanere ancora in quella Curia, dominata da quotidiani aperti contrasti. Se avesse voluto mantenere la consueta carica di Vicario Generale, questo, molto probabilmente, per la sua riconosciuta dottrina teologica e giuridica e provata competenza amministrativa, gli sarebbe stato pure concesso, ma certamente non più nella felice condizione di prete libero, come lo era sempre stato prima, ma in quella di sacerdote cortigiano, servile adulatore del novello presule e cieco attuatore della sua volontà. Il Cina, però, fermamente deciso a non rinunciare alla personale libertà di pensiero e di azione ed a difendere, ad ogni costo, il sacrosanto diritto di rimanere padrone di se stesso e poter disporre autonomamente della propria vita, piuttosto che cedere a qualsiasi compromettente atteggiamento di cortigianeria, che avrebbe certamente ripugnato alla sua coscienza di uomo libero ed alla dignità di sacerdote puro ed integro, non ha esitato un solo istante a fare le valigie, abbandonare Oppido e tornarsene, risolutivamente, a San Nicola. Resosi conto che la sua presenza presso la diocesi di Oppido era ormai diventata inutile e probabilmente assai poco gradita, il giorno 10 maggio 1940, dopo aver affettuosamente salutato il clero di tutta la diocesi, convenuto ad Oppido in una straordinaria e significativa sessione plenaria, presieduta dal vescovo Canino in persona, mons. Vito Cina, con quella signorile compostezza e con quel decoroso comportamento che fino ad allora lo avevano sempre contraddistinto, ha deciso di mettersi da parte, uscire di scena, abbandonare tutto, lasciare la diletta Oppido, per fare ritorno, per sempre, con dignitosa povertà, a San Nicola da Crissa. Nel corso della mesta cerimonia d’addio, i sacerdoti tutti della diocesi di Oppido, per mano del loro stesso presule, mons. Canino, hanno voluto offrirgli in dono, in segno di affetto, stima e riconoscenza, per il gran bene che la sua mente ed il suo cuore avevano prodotto a beneficio di quella vasta comunità religiosa, in poco più di vent’anni di permanenza in mezzo ai suoi abitanti, un calice d’oro, che egli, poi, ha deciso di donare, devotamente, alla Madonna del SS. Rosario di San Nicola da Crissa.

Per testimoniargli, fino all’ultimo, la loro sincera amicizia e devota gratitudine, quel giorno, tutti i professori del Seminario vescovile di Oppido ed altri religiosi hanno ritenuto doveroso accompagnare il loro amato Maestro nel suo paesello d’origine.

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3. IL VOLONTARIO RITIRO A SAN NICOLA DA CRISSA

 

Che il Cina sia stato un elemento indispensabile per il buon governo della diocesi di Oppido, oltre a tutti gli argomenti fin qui trattati, lo dimostra anche il fatto che, nei primi anni del suo ritiro in patria, nella sua dimora sannicolese, c’è stato un gran via vai di gente ecclesiastica, che veniva dalla lontana Oppido, appositamente per chiedergli consigli di varia natura. Anche dopo il suo rientro nella terra nativa, per diversi anni ancora, dunque, la sua persona ha potuto godere di un’ampia ed indiscussa considerazione presso il clero e la popolazione oppidesi e, nonostante la grande distanza che li separava, il suo saggio parere era da loro molto ricercato, stimato ed ascoltato. Infatti, benché avesse lasciato a posto, more solito  suo, tutte  le carte ed i documenti, che riguardavano i diversi incarichi amministrativi da lui ricoperti, coloro, che ne avevano preso il posto all’interno della diocesi oppidese, non esitavano ad interpellarlo epistolarmente o ad incontrarlo de visu a S. Nicola, sobbarcandosi così la fatica di un lungo viaggio, a seconda dell’urgenza imposta dalla circostanza, per domandargli ragguagli e spiegazioni o chiedergli consigli utili alla risoluzione di delicate e complesse questioni amministrative di quella Curia, nel quale settore aveva dimostrato di possedere una grande perizia.

La partenza di mons. Vito Cina da Oppido, dunque, ha prodotto, nell’intera diocesi, degli effetti negativi, che, dapprima, si sono ripercossi soltanto sull’ambiente religioso e, poco più tardi, hanno finito per influire anche sulle già precarie condizioni economiche di tutta la società civile, alla quale il Nostro era legato da particolare affetto, che, a partire proprio da quell’anno e per gli altri successivi, sono state rese ancora più drammatiche dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Certamente, non è stato facile sostituire la sua nobile figura di educatore e formatore tanto dei giovani seminaristi oppidesi quanto di quelli, che militavano nei Circoli Giovanili della locale Azione Cattolica (GIAC). Dalle notizie, che, nel 1946, mons. Cina riceveva, in San Nicola, da fedeli amici oppidesi e che riguardavano lo stato della loro diocesi, risulta che il Seminario vescovile versava in una condizione di totale abbandono e così penosa da essere frequentato da appena due soli allievi. Eppure, nel ventennio in cui ha operato il Cina ad Oppido (1920-1940), questo Istituto religioso era assai fiorente e costituiva, per quei

giovani che avevano la fortuna di frequentarlo, un’eccellente palestra di formazione umana, spirituale e culturale, anche se, successivamente, non sono mancate delle dure critiche, dettate solo da un accanito animo anticlericale e da una sviscerata voglia di gettare fango sulla Chiesa cattolica, al suo rigoroso sistema educativo e ad un non sempre edificante ambiente formativo di quegli anni. Mons. Vito Cina, anche dopo il distacco da essi, ha sempre amato, come fossero suoi figli, gli abitanti di Oppido e dei paesi facenti parte della sua circoscrizione diocesana, avendo contribuito, in oltre vent’anni di febbrile attività religiosa, alla loro elevazione spirituale e promozione sociale. Durante il suo ritiro sannicolese, della “sua” Oppido, dove aveva trascorso gli anni più fecondi del suo apostolato sacerdotale, che gli aveva fatto assaporare infine gioie spirituali e soddisfazioni morali, sebbene lo stesso luogo gli avesse riservato quella profonda amarezza finale, ha sempre serbato nell’animo, fino alla morte, un grato e nostalgico ricordo, al punto che, quando, anche lontanamente, sentiva pronunciare questo nome, i suoi occhi brillavano di gioia, il suo cuore batteva forte per la commozione provata, mentre la sua mente si dischiudeva a dolce ricordo degli anni giovanili, che colà  aveva trascorso attivamente. Gli Oppidesi, per tutta risposta, grati del bene ricevuto, hanno sempre conservata intatta, nel loro animo, la memoria di questo antico, ma mai dimenticato, Benefattore e del suo dinamico fervore religioso, che si è estrinsecato nella realizzazione delle sopra menzionate opere. E la più chiara manifestazione di tanta gratitudine può rinvenirsi nella loro presenza massiccia, in San Nicola da Crissa, quel 24 gennaio 1981, quando, in occasione delle sue esequie, hanno sentito prorompente il bisogno di rivolgergli, come ad un padre, il loro affettuoso estremo saluto e ringraziamento per la sua, mai dimenticata, indefessa laboriosità religiosa e le sue straordinarie doti di cuore e di mente, nonostante fossero trascorsi oltre quarant’anni dalla loro definitiva separazione. Il Comune di Oppido, al mesto rito funebre, era rappresentato dal suo gonfalone, listato, per l’occasione, a lutto, e da una qualificata rappresentanza ufficiale dell’Amministrazione civica. Un’altra grande dimostrazione di affetto, nei confronti di mons. Vito Cina, da parte delle massime autorità religiose, civili e culturali della città di Oppido, si è avuta, allorquando noi, giorno 1 febbraio 1997, auspice la locale Parrocchia della SS. Annunziata e con il patrocinio della Confraternita del SS. Rosario, abbiamo ritenuto doveroso commemorare, in San Nicola da Crissa, la vita e l’opera da lui svolta, tra Oppido Mamertina (1920-1940) ed il suo paese d’origine, San Nicola da Crissa (1940-1981), nella ricorrenza del centenario della sua nascita (1896-1996).  In tale cerimonia celebrativa, alla presenza di un numeroso e qualificato pubblico, locale e forestiero, com’è stato ampiamente sottolineato dalle cronache giornalistiche del tempo, che si sono

interessate dell’evento, ci siamo preoccupati di tracciare un puntuale profilo biografico del Cina, frutto di testimonianze orali e numerosi documenti, rinvenuti nei vari archivi diocesani calabresi, da noi pazientemente investigati. Una volta rientrato in San Nicola da Crissa, mons. Vito Cina ha trascorso una vita di assoluta clausura, tutta dedita all’adempimento del suo ufficio sacerdotale, nella filiale Chiesetta della Vergine del SS. Rosario, di cui ben presto è divenuto Rettore e che, nel corso degli anni, ha provveduto a restaurare, in maniera assai egregia, tanto internamente quanto esternamente. Si è dedicato, in modo particolare, alla cura disciplinare ed all’organizzazione amministrativa della Confraternita del SS. Rosario, di cui è diventato, sin dal suo rientro da Oppido, Padre spirituale. Secondo noi, egli, per delle ragioni prettamente personali, ma che non è davvero difficile comprendere, ha ritenuto opportuno non dover partecipare al concorso, che la Curia vescovile di Mileto ha bandito nel 1945, allo scopo di designare, nella parrocchia di Maria della SS. Annunziata, in San Nicola da Crissa, il sostituto dell’arciprete don Domenico Marchese, morto qualche anni prima (1943).

Il 31 marzo 1946, pertanto, con apposita bolla vescovile, è stato nominato parroco di San Nicola da Crissa, perché vincitore della prova selettiva sopra ricordata, il rev.mo don Domenico Sanzo, illustre professore di lettere classiche nel Seminario vescovile di Mileto, nonché amico di vecchia data del nostro Vito Cina, come, doverosamente, già ricordato sopra. L’attività religiosa sannicolese di mons. Vito Cina è stata interrotta solo da rarissime uscite dal paese nativo, come quelle compiute per prestare la sua opera di forbito predicatore in alcune parrocchie poste in diocesi o fuori di essa o per sottoporsi, nel 1942, prima a Galatro (RC) e poi a Guardia Piemontese (CS), ad intense cure idrotermali, nella speranza di poter alleviare gli intensi dolori prodotti dai reumatismi articolari acuti, che lo affliggevano e lo paralizzavano non poco, tanto da costringerlo, nei mesi invernali, a rimanere a casa, per diversi giorni, del tutto inattivo. Nel  1954, approfittando del fatto che, qualche anno prima (1951), il vescovo Canino, vivamente contestato da tutto il clero della sua diocesi, per il suo particolare modus operandi, era stato rimosso da Oppido e trasferito a Roma, il Cina ha avvertito l’impellente bisogno di prendere parte al “Congresso Mariano” annuale, che si teneva in quella città e di cui, in tutti gli anni in cui ha dimorato in Oppido, è stato grande animatore. Non conosciamo l’origine di questo Convegno, ma, considerata la sfrenata devozione nutrita dal Nostro nei confronti della Madonna, come avremo modo di sottolineare appresso, non ci meraviglieremmo di certo se, un giorno, attraverso la lettura di appropriate fonti archivistiche, venissimo a sapere che è stato proprio lui, appena giunto ad Oppido, l’ideatore e l’artefice della sua istituzione o, per lo meno, uno dei suoi principali ispiratori ed organizzatori.

È stata, questa, un’occasione propizia non solo per rivedere, dopo una lontananza quasi quindicennale, la “sua” Oppido, ma anche per incontrare e riabbracciare, dopo lunghi anni di distacco, un suo vecchio amico e benefattore, il vescovo G. Peruzzo, che, in quel tempo, svolgeva  la sua attività pastorale in Agrigento. Nel 1958, mons. Vito Cina si è recato nella città di Messina, per partecipare ad un corso di esercizi spirituali, che si è tenuto presso l’Istituto religioso  “Ignatianum”. Nel corso degli anni che vanno dal 1947 al 1970, la Curia vescovile di Mileto, come risulta dagli Atti ufficiali depositati presso il suo Archivio, ha conferito a mons. Vito Cina vari incarichi. Anche se in apparenza possono sembrare molti ed onorifici, essi, in realtà, hanno costituito assai ben poca cosa o, meglio, niente, rispetto alle cariche assai prestigiose e di alta responsabilità religiosa ed amministrativa, che il Nostro aveva ricoperto, appena qualche decennio prima, nella diocesi di Oppido. In tanto abbandono e solitudine, l’unico ufficio ecclesiastico di un certo rilievo, che gli è stato affidato, è stato quello di Giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale Calabro, presieduto da mons. Stefano Zoccali, che aveva la sua sede in Reggio Calabria, presso il palazzo dell’Arcivescovato. Questa carica, che ha mantenuto fino agli anni Sessanta del secolo

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4. IL SUO ARDENTE CULTO MARIANO

Anche la sua infinita devozione per la Vergine del SS. Rosario, sempre così ardentemente sentita da suscitare in lui un’intensa commozione, che non di rado sfociava in un pianto silenzioso, nel corso della declamazione della “Supplica” alla medesima Regina di Pompei, nelle due annuali commemorazioni religiose, ricorrenti, la prima, l’8 maggio e, la seconda, la prima domenica di ottobre, era germogliata al tempo del suo settennale soggiorno nel Seminario catanzarese “Pio X”. Infatti, i primi seminaristi di questo Collegio Apostolico, della cui compagine il giovane Cina faceva parte,  per la particolare venerazione che nutrivano, da tempo, verso Maria, saggiamente guidati dal loro Rettore, il già ricordato mons. Francesco Mennini, avevano deciso di istituire una vera e propria Congregazione mariana, intitolata “Regina Apostolorum”, ed, ovviamente la Vergine SS. era la Madre Amabile di questa numerosa Famiglia. Eppure, tra i Sannicolesi più attempati, c’è ancora chi ritiene, erroneamente, che il culto mariano, nell’animo di mons. Vito Cina, sia nato, allorquando egli, nel maggio del 1940, rientrando definitivamente da Oppido in San Nicola da Crissa, ha assunto la direzione spirituale della locale Confraternita del SS. Rosario.

Va sottolineato, inoltre, come questo particolare sentimento religioso, provato nei confronti della Vergine, non si limitasse alle sole due occasioni sacre sopra menzionate, ma si estendesse agli interi relativi mesi, in cui, oltre alla quotidiana recita comunitaria del S. Rosario, egli sapeva intrattenere i fedeli su alcuni aspetti fondamentali, che riguardano la figura della Mamma Celeste, ed, in particolar modo, sull’indispensabile ruolo da Lei rivestito  all’interno della religione cattolica. Tutto l’odoroso mese di maggio, infatti, era da lui dedicato alla Vergine SS., che amava definire “Madonna delle rose”, mentre l’intero mese di ottobre era riservato alla stessa Mamma Celeste, che, però, preferiva chiamare, molto significativamente, “Regina delle vittorie”. Tale particolare denominazione, che peraltro è riportata all’inizio della stessa “Supplica”, non era casuale, ma faceva -e fa- esplicito riferimento storico alla battaglia navale di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571, nella quale la flotta cristiana, proprio grazie al provvidenziale aiuto prestato dalla Madonna del Rosario, ha potuto infliggere una disastrosa sconfitta alla temutissima armata navale turca od ottomana. È opportuno ricordare, a questo punto, come l’intercessione della Vergine SS. sia stata accoratamente invocata, con la preghiera del Rosario, dal papa del tempo, Pio V (al secolo Antonio Michele Ghislieri, già monaco domenicano, santificato nel 1712 da Clemente XI), e  da tutti i cristiani, fortemente preoccupati per le continue scorrerie ottomane, che, nei secoli della pirateria (1400-1800), flagellavano le coste delle nazioni cattoliche -specialmente quelle dell’Italia meridionale ed, al suo interno, della nostra Calabria-, arrecando incalcolabili sventure e rovine a persone e cose. Il successore del papa Pio V, Gregorio XIII, in ricordo e ringraziamento del miracoloso evento, ha istituito la festività della Madonna del Rosario, fissandone la celebrazione per la prima domenica del mese di ottobre, ma il pontefice Pio X, ai primi del Novecento del secolo scorso, ha deciso di spostarne la data, facendola coincidere esattamente con quella, in cui è avvenuto il memorabile scontro tra le due opposte civiltà, cioè con il giorno 7 ottobre. Mons. Vito Cina, da grande erudito e profondo conoscitore della storia della Chiesa qual era, ma soprattutto in qualità di devoto sincero della Madonna, per rievocare la memorabile battaglia di Lepanto e rendere pubbliche e solenni lodi a Colei, che aveva assicurato la vittoria alla flotta cristiana, ha fatto raffigurare l’evento su un meraviglioso quadro, che ha pensato bene di porre al centro del soffitto della Chiesetta della Vergine Maria del SS. Rosario, in posizione dominante, perché chiunque, entrando nell’edificio religioso e guardando in alto, potesse -e possa ancora- ammirarlo. Il dipinto, di forma rettangolare e di notevoli dimensioni, che misurano cm 140 x cm 280, è stato eseguito nel 1968 a tempera su tavola, che è stata poi fissata in alto, mediante appositi bulloni, da un valente artista di Serra San Bruno, Giuseppe Maria Pisani.

Al centro dell’opera, grandeggia, in tutta la sua magnificenza spirituale, la mistica figura di papa Pio V, il quale, con volto ascetico e sguardo supplice, efficacemente rappresentati dall’apertura massima delle braccia elevate al Cielo, è stato riprodotto nell’atto di pregare e di invocare, disperatamente, l’aiuto della Vergine Maria del SS. Rosario, perché, una volta per tutte, venisse debellato il dilagante flagello turco. Lo sfondo del quadro, invece, è dominato dal nero fumo e dalle dense fiamme, che si innalzano minacciose dalle navi musulmane soccombenti, mentre su quelle cristiane, vittoriose, sventola il vessillo trionfatore della “Santa Lega”, cioè la Croce cristiana. L’Autore del dipinto, sapientemente guidato dalla dottrina storico-religiosa del Cina, ha saputo esprimere, molto efficacemente, con una magistrale tecnica pittorica, l’intensità dei sentimenti e degli stati d’animo dei personaggi raffigurati, in modo particolare la condizione psichica e morale del pontefice Pio V. Infatti, il Realizzatore del capolavoro artistico ha saputo ritrarre, con grande potenza espressiva, la grande sofferenza fisica ed interiore del Santo Padre, fortemente preoccupato per le sorti della cristianità tutta, a lungo minacciata dalla feroce barbarie ottomana, rappresentandocelo con la faccia smunta, le mani scarne ed, in particolar modo, mettendone in evidenza l’eccessiva magrezza del corpo. Dopo questa doverosa digressione, volta a sottolineare, da una parte, il fondamentale ruolo svolto dalla “Regina delle vittorie” nella crociata promossa contro i Turchi e, dall’altra, il grato ricordo che il Nostro del prodigioso avvenimento ha sempre serbato nell’animo per tutta la vita, riprendiamo il discorso sulla sua devozione mariana.

Quando, poi, mons. Vito Cina, nel corso delle funzioni sacre vespertine, che si svolgevano nei mesi di maggio ed ottobre, era immerso nelle predicazioni in onore della Vergine SS., il suo volto assumeva, improvvisamente, un aspetto ieratico ed i suoi occhi, di per sè vividi, ma che, per la particolare occasione, si illuminavano di una particolare e misteriosa luce, rivelavano ai fedeli astanti la presenza, nel suo animo, di un indescrivibile gaudio spirituale, la cui manifestazione esterna più appariscente era rappresentata -anche qui, come nelle due suddette celebrazioni della “Supplica”- dalla voce rotta da un’emozione così profonda da fargli venire, sommessamente, addirittura le lacrime agli occhi. Provava, nei confronti della Madonna, un tale sentimento di devozione da destinare al Suo culto anche la prima domenica di ogni mese dell’anno, nel corso della quale cerimonia liturgica, prima dell’inizio della Santa Messa, venivano recitati salmi, litanie, preghiere ed elevati canti celebrativi vari, i cui testi erano contenuti in un apposito breviario, che egli, puntualmente, aveva provveduto a distribuire ai suoi fedeli, detto per questo “Ufficio della Madonna”.

Insomma, sentiva dentro di sé un così ardente amore per la Madre Celeste da non riuscire a concludere alcuna omelia domenicale o riguardante altre festività religiose dell’anno, qualunque fosse la particolare tematica sacra del momento, senza doverLe prima rivolgere un affettuoso pensiero. L’antica pietà mariana del Cina, che, come ricordato sopra, affondava le sue radici nella sua giovanile esperienza seminarile catanzarese e che, via via, con la sua quotidiana pratica sacerdotale, andava sempre più ravvivandosi, ha finito per possederlo completamente, man mano che anche in Calabria, come nel resto del mondo, si diffondeva la devozione per la Beatissima Vergine Maria del SS. Rosario di Pompei, sorta, nella città campana, ad opera di Bartolo Longo. Dallo stesso Bartolo Longo, ad esempio, il Cina ha derivato il pio esercizio dei “Quindici Sabati”, dedicati alla Vergine Santissima, da cui ogni fedele può trarre enormi vantaggi spirituali ed in cui può domandare alla Madonna la grazia di cui ha bisogno, corrispondenti ai Quindici Misteri del Suo Rosario, da eseguire i due cicli: il primo abbraccia il periodo di tempo che va dalla fine del mese di gennaio e alla festività mariana dell’8 maggio; il secondo quello compreso tra la fine di giugno e l’altra celebrazione di Maria, che ricorre la prima domenica di ottobre. Va ricordato, a questo punto, come ormai il sabato sia divenuto, liturgicamente, il giorno consacrato alla Madonna, così come la domenica è dedicata al Signore. Il grande insegnamento religioso, impartito dal Cina alla comunità ecclesiale sannicolese, durante il suo quarantennale ufficio sacerdotale, e lasciatole in eredità, è quello di amare, più di ogni altro bene al mondo, il Santo Rosario e praticarne quotidianamente la recita, dal momento che Esso non solo costituisce l’unico mezzo capace di aiutare l’uomo a vivere una vita moralmente sana ed a redimerlo dai suoi molti peccati terreni, ma rappresenta anche e soprattutto il semplice modo per ricorrere all’imprescindibile protezione della Madonna, cui la Corona è molto cara. D’altronde, non è un caso che tuttora viga, presso le popolazioni di fede cattolica, la consuetudine di seppellire i propri cari defunti, inserendo nelle loro mani la corona del Rosario, nella piena convinzione che, comparire al cospetto di Dio con, in mano, questa santa catenella di grani, equivale ad invocare, quale interceditrice, per la grazia della propria anima e la sua salvezza eterna, la Madonna, cui tutto è concesso. La particolare venerazione, mostrata dai Sannicolesi verso la Beata Maria Vergine del Rosario, oltre che dalla presenza di un’omonima Confraternita, è ampiamente attestata anche dalla loro onomastica, in cui è possibile riscontrare molte persone, che portano il suo nome. Sono assai frequenti, infatti, le forme anagrafiche di “Rosario” e “Maria Rosaria”, ma non manca neppure quella più ridotta e semplice di “Rosaria”: l’una e le altre, nella vita quotidiana familiare e nel gergo paesano, diventano, per abbreviazione, “Saro “ e “Sara”.

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5. LA SUA FORBITA ARTE ORATORIA

Una grande qualità, che tutti indistintamente hanno riconosciuto al Cina, cui si è fatto un vago cenno sopra, ma sulla quale è bene indugiarsi ancora un po’, è stata la sua perizia oratoria. Egli, infatti, era dotato di un’eloquenza forbita, che, oltre ad essere supportata da una non comune profondità di dottrina, sapeva anche essere semplice, scorrevole ed armoniosa. Anche questa dote, cioè la capacità di riuscire ad essere un predicatore efficace, nel senso più compiuto del termine, era frutto di quella solida ed ampia cultura teologica ed umanistica, che si era formata all’interno del “Pio X” di Catanzaro, che, senza fatica alcuna, gli permetteva di affrontare la trattazione di qualsiasi argomento dello scibile umano, di natura sacra e profana, con grande competenza, ma, soprattutto, in maniera facile, elegante e persuasiva. È stato, dunque, un oratore assai brillante, poiché, con la sua parola limpida e suadente, calda ed appassionata, facile e piana, riusciva ad avvincere l’animo dei suoi ascoltatori, anche dei più scettici, per rivelare loro le più profonde verità della Fede, che sapeva trattare con insolito fervore religioso, non disgiunto da una naturale chiarezza espositiva e compiutezza argomentativa. Gli Oppidesi ricordano ancora oggi che la sua parola, di per sé affabile e cordiale, era resa ancora più piacevole ed amabile dal particolare tono, che essa assumeva per effetto del suo umorismo bonario, qualità, questa, che i Sannicolesi della generazione di mezzo –la nostra, tanto per intenderci-, in verità, rammentano ben poco,  perché la gravezza degli anni e le instabili condizioni di salute l’hanno, via via, sempre più fatta scomparire dal suo animo. Sin dal tempo del suo ultraventennale soggiorno oppidese, benché oberato di molti e gravosi impegni religiosi ed amministrativi, egli si è sempre adoperato, per appagare l’ardente passione che nutriva per l’arte del dire. Nell’aprile del 1922, all’età di appena ventisei anni, sebbene molto impegnato nella direzione della diocesi di Gerace, affidatagli, in qualità di suo Delegato Generale, dal vescovo di Oppido del tempo, mons. A. Galati, il Nostro ha saputo pure trovare il tempo, per partecipare, a Catanzaro, ai solenni festeggiamenti indetti per commemorare il decimo anniversario della fondazione del Seminario Pontificio Regionale “Pio X”, e, in quell’occasione, come già anticipato sopra, con una dotta dissertazione su “La predicazione”, è stato in grado di allietare e, nel contempo, stupire quanti erano colà convenuti, per prendere parte all’evento celebrativo. Ad Oppido, invece, poteva pienamente soddisfare questa sua viva propensione oratoria nel corso delle giornate destinate allo svolgimento del “Congresso Mariano”, che, annualmente, aveva luogo nei locali della diocesi.

Dai documenti in nostro possesso, risulta, infatti, che, venerdì 29 maggio 1931, durante tale importante evento religioso, alla presenza del vescovo locale, mons. G. Peruzzo, di quello di Gerace, mons. Chiappe, e di molti giovani, appartenenti ai Circoli di Azione Cattolica di entrambe le diocesi, mons. Vito Cina, da par suo, ha svolto un’erudita relazione sul tema “Le virtù di Maria, esemplare della Gioventù Cattolica”, ottenendo il pieno consenso del numeroso e qualificato pubblico presente alla manifestazione. Quando, poi, nel 1954, è ritornato brevemente ad Oppido, per partecipare al consueto “Congresso Mariano”,  non ha mancato di tenere, nel corso di quelle sante Giornate,  altre erudite  conferenze, aventi come argomento principale “Maria”, sbalordendo enormemente i suoi ascoltatori, che gli hanno voluto tributare, per l’occasione, un’imponente e calorosa ovazione. Rientrato definitivamente a San Nicola da Crissa, libero ormai dalle onerose incombenze oppidesi, ha deciso di destinare buona parte del suo tempo all’oratoria, da svolgere all’interno della diocesi di Mileto o anche fuori di essa. L’arte del parlare in pubblico gli offriva, infatti, l’opportunità non solo di soddisfare un suo antico ed ardente desiderio, ma anche di poter evadere, di tanto in tanto, dalla monotona ed opprimente vita del «natìo borgo selvaggio», vale a dire dal grigiore di un piccolo paese quale San Nicola da Crissa, che amava sì, ma che, per la sua arretratezza sociale e culturale, minacciava di infiacchire la sua mente, che, fino ad allora, aveva saputo mantenere sempre attiva ed impegnata, abituandola a svolgere un frenetico e  proficuo lavoro religioso, esplicato in realtà sociali più aperte ed evolute, quali quelle di Mileto, Catanzaro, Oppido e Reggio Calabria. Ritemprare l’intelletto con l’esercizio oratorio, dunque, costituiva per lui un’esigenza morale prioritaria, essenziale tanto quanto lo era il cibo, da cui traeva quel nutrimento, che gli consentiva di vivere quotidianamente. I Sannicolesi hanno potuto godere della grande ricchezza e facilità di parola posseduta da mons. Vito Cina, oltre che nei mesi dedicati alla Vergine del SS. Rosario, maggio ed ottobre, ed in altre occasioni di culto mariano, tutte sopra ricordate, in molte altre circostanze sacre, in cui non mancava di trattare tematiche religiose e dogmatiche abbastanza profonde, che andavano dalla semplice catechesi ai misteri principali e profondi della nostra Santa Fede, all’opera ed alla dottrina sociale della Chiesa, che sapeva esporre con una ricchezza contenutistica e con una fluida ed elegante forma linguistica, che gli erano proprie, e, soprattutto, in maniera assai convincente.

Fra le tante circostanze, in cui egli,  con la sua forbita oratoria e profonda spiritualità, sapeva approdare ai vertici più sublimi dell’eloquenza. raggiungere i toni più lirici della materia sacra trattata e toccare, con la sua penetrante e seducente parola, le corde sensibili dell’animo dei fedeli, suoi ascoltatori, suscitandone le più intense emozioni, ricordiamo, particolarmente, le annuali festività religiose della Candelora e della Vergine Santissima del Rosario. La prima ricorrenza, che si celebra tuttora il giorno 2 febbraio, commemora la Presentazione di Gesù Bambino al Tempio e la Purificazione di Maria Vergine e, vivente il Cina, negli otto giorni che la precedevano, venivano celebrate delle funzioni religiose vespertine in onore della Madonna. Nelle ultime tre sere, era possibile assistere alla predica tenuta da mons. Vito Cina, che, soltanto nei casi di qualche suo grave impedimento, veniva sostituito da un oratore ecclesiastico, fatto giungere appositamente da fuori. La mattina del giorno festivo della Madre Celeste, la Sua statua, accompagnata da una moltitudine di fedeli in preghiera e/o inneggianti alla Sua gloria, veniva trasferita, dalla non lontana Chiesetta dove aveva la sua abituale dimora, nella Chiesa parrocchiale, dove il Nostro, con straordinaria passione, durante la celebrazione di una messa solenne, provvedeva a tenere, in sua lode, un fervoroso panegirico. Alla fine della cerimonia religiosa, il simulacro della Vergine ritornava nella Sua sede e vi rimaneva fino al ripetersi del medesimo evento nell’anno successivo. Precisiamo che questo rito di temporanea traslazione della statua della Madonna dalla Chiesetta alla Chiesa matrice è tuttora in atto, anche se l’uso al passato dei tempi verbali, adoperati nella forma dell’imperfetto, perché espressamente riferiti ad eventi religiosi trascorsi, che hanno avuto come protagonista mons. Vito Cina, di cui qui si sta ragionando, potrebbe far credere esattamente il contrario. L’altra solennità, relativa alla Vergine Santissima del Rosario, la cui ricorrenza un tempo si faceva coincidere con la seconda domenica di ottobre, oggi è stata anticipata all’ultima del mese di luglio. Questo spostamento di data è stato dettato dalla necessità di far partecipare alla celebrazione della festa, sia religiosa che civile, anche quegli emigrati sannicolesi, che, sparsi per le varie contrade del mondo, nel periodo estivo, assieme alle loro famiglie, decidono di passare le loro vacanze nella terra nativa, in compagnia dei loro parenti rimasti in patria. Mons. Vito Cina, dunque, ha trascorso l’intera sua non breve vita, cantando eccelsamene le lodi di Maria, delle cui glorie è stato, senza alcun dubbio, un incomparabile celebratore, dapprima nel Pontificio Seminario Teologico “Pio X” di Catanzaro, in seguito nel vasto territorio diocesano di Oppido Mamertina,  poi ancora nella modesta Cappella della Madonna del SS. Rosario del suo paese natale, San Nicola da Crissa, ed, infine, in tutti quei luoghi della Calabria -e non sono stati davvero pochi-, in cui si è recato, dietro invito, per svolgere il suo apostolato religioso di predicatore.

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6. CONCLUSIONE

Prima di concludere questo breve saggio su mons. Vito Cina, riteniamo che sia necessario -e, forse, anche doveroso- fare un pur fugace accenno alla sua mancata elezione alla carica di vescovo, data per sicura tra il 1936 ed il 1938, secondo un’insistente vox populi sannicolensis, di cui peraltro si ignora la fonte, nomina, questa, che, indiscutibilmente, al di là dell’attendibilità o non della notizia, avrebbe ben meritato. Non possedendo informazioni certe a questo riguardo, siamo costretti a procedere, nell’esposizione dei relativi fatti, con la massima cautela ed avvedutezza, come, del resto, l’assai delicata questione presa in esame impone. Pare, tuttavia, che, tra gli anni sopra riferiti, la sua persona, ritenuta ormai degna di ricoprire l’ufficio pastorale, sia stata scelta per essere elevata alla dignità di presule, non solo in virtù degli alti meriti di dottrina e zelo ecclesiastico posseduti ed ampiamente riconosciutigli dalle più alte sfere della Chiesa calabrese, ma anche per l’instancabile servizio reso alla diocesi di Oppido, in più di vent’anni di benemerita attività religiosa ed amministrativa, svolta con singolare competenza. Sembra anche che la S. Congregazione del Concilio, l’Ente ecclesiastico preposto all’attribuzione di tali funzioni, avesse già provveduto all’elezione di mons. Vito Cina a vescovo in pectore, cioè in maniera riservata e segreta, in attesa che il conferimento di tale investitura, ufficializzato, venisse comunicato al mondo religioso e reso, quindi, di dominio pubblico. Non ci è dato sapere chi possa aver brigato e per quali ragioni, perché venisse revocata la sua nomina a presule, che, peraltro, pare che sia stata favorevolmente accolta e già decisa da tempo dalle competenti autorità ecclesiastiche superiori. Molto probabilmente gli autori della radiazione del suo nome, dalla lista dei religiosi prescelti per essere preposti alla guida spirituale di una diocesi, dovevano annidarsi tra i suoi nemici personali, dimoranti in Oppido, San Nicola o anche altrove. Non è da escludere del tutto che, proprio nella sua onestà e rettitudine amministrativa, che lo hanno costantemente guidato tanto nel governo della diocesi di Oppido quanto nella gestione dei fondi relativi all’“Opera” per la ricostruzione dei suoi luoghi di culto terremotati, possa o debba essere ricercata la vera ragione di questa omessa ratifica alla carica di vescovo. In argomento non possiamo dire di più, perché sprovvisti delle necessarie prove documentarie, che possano suffragare, in qualche modo, una qualsivoglia ipotesi. Possiamo solo affermare, a chiusura di questo lavoro, che mons. Vito Cina, pur non essendo assurto alla dignità di vescovo, per la sua indimenticabile e proficua opera di promozione religiosa, morale e sociale, svolta nella difficile diocesi di Oppido Mamertina, in mezzo ad ostacoli, difficoltà e pericoli d’ogni genere, superando gli angusti confini di questa circoscrizione territoriale, è riuscito ugualmente ad entrare nella più autorevole e vasta storia ecclesiastica dell’intera regione calabrese e vi rimarrà ad imperitura memoria, «finché il Sole/ rispenderà su le sciagure umane» (Foscolo, Dei Sepolcri, w. 294-295).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE CONSULTATA

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Proprietà letteraria riservata di tutti i diritti all’Autore
San Nicola da Crissa (VV), il 10 marzo 2009